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Daniele Ogre

Daniele Ogre

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Emozioni in musica: intervista ai Dark Lunacy

Giovedì, 25 Maggio 2017 14:30 Pubblicato in Interviste

Dopo 20 anni di carriera, al sesto album, i Dark Lunacy hanno deciso di rinverdire le sonorità degli esordi dandone però un'impronta più attuale. Il risultato è il disco "The Rain After the Snow", un vero e proprio capolavoro che si attesta come probabilmente la miglior produzione della Symphonic Melodic Death metal band parmense. All Around Metal ha incontrato Mike Lunacy e Jacopo Rossi, rispettivamente vocalist e bassista della band.

Ciao Mike, ciao Jacopo e benvenuti sulle pagine di All Around Metal. A due anni dal magnifico “The Day of Victory” siete tornati con un altrettanto splendido “The Rain After the Snow”, con due nuovi innesti in line up: cosa è successo in questi due anni e come siete arrivati a scegliere Davide Rinaldi e Marco Binda?
MIKE: La costruzione di un album dei Dark Lunacy attraversa diverse fasi operative. Si parte da un’idea di fondo che successivamente assumerà l’identità di concept. Come è sempre accaduto nella storia della band il concept è la base, le solide fondamenta sulle quali si inizia a lavorare. Deciso quindi il tema portante, il filo conduttore del messaggio finale, si inizia a costruire le melodie che daranno forma al disco. Questo passaggio è determinante perché viene richiesto ai musicisti di andare oltre al fatto di saper suonare. Si chiede loro essere in grado di calarsi nella parte come autentici personaggi appartenenti ad una storia… e non sempre accade che tali richieste trovino il totale appoggio da parte di tutti. A quel punto, si deve scegliere tra il compromesso e la coerenza. Inevitabile quindi per chi ti sta parlando, optare per la seconda. Davide e Marco sono quindi la diretta conseguenza di ciò che ti ho appena descritto. Entrambi i ragazzi hanno saputo cogliere l’essenza primordiale del progetto, farla propria e trasmetterla con estrema attitudine attraverso i loro strumenti. Di conseguenza, nel momento in cui all’interno della band si percepisce la sinergia ideale, anche i rapporti umani fioriscono e si radicano indelebilmente tra tutte le persone che lavorano al disco. Ritengo quindi Davide e Marco, una delle cose più importanti che i Lunacy potessero incontrare.

Qual è stata la genesi di quest’ultimo lavoro e come si è sviluppato?
JACOPO: Tutto è cominciato con la volontà di Mike di recuperare il sound originario della band, quello che aveva reso celebri i Dark Lunacy. Quando mi ha incaricato di comporre interamente il nuovo materiale ero entusiasta e mi sono dato da fare, lavorando quotidianamente come un ossesso, per un anno intero. Dopo aver scritto i brani li ho passati a Marco e Davide e li abbiamo provati assiduamente in saletta prima della registrazione, così da poter dare il massimo in fase di incisione. Per quanto riguarda i ragazzi del coro hanno provato anche loro le parti per mesi: man mano che finivo un arrangiamento lo consegnavo al direttore del coro, Leonardo Morini, il quale lo faceva provare a ragazzi. Il quartetto d’archi, invece, ha eseguito tutto direttamente in studio di registrazione.

Vorreste parlarci più nello specifico delle tematiche di “The Rain After the Snow”?
MIKE: The Rain After the Snow è sostenuto da due colonne portanti. La prima è quella delle sonorità. La seconda è quella della personalità. Riguardo alle sonorità, abbiamo voluto recuperare le atmosfere degli esordi, atteggiandole però ad un passo più attuale. Quelle sonorità che hanno dato unicità alla band. Il disco è stato realizzato riportando sulla scena la componente classica composta da un quartetto d'archi, un pianoforte a coda e una corale polifonica di quaranta elementi. Melodie di grande impatto emotivo, enfatizzate, oserei dire, esaltate dai tipici riff metal “Lunacyani”. La seconda colonna è ovviamente la parte emozionale, la guida spirituale che governa le maree dell’animo turbato e al contempo speranzoso, nel quale Mike trova se stesso e la condivisione emotiva con i proprio fan. The Rain After the Snow è un viaggio introspettivo, intimo e sincero, che descrive malinconie e speranze di un anima nel momento della sua personale resa dei conti.

Nelle info che hanno accompagnato il promo recensito, parlate di rendere attuale le sonorità degli esordi. È a tutti gli effetti un ritorno alle origini?
JACOPO: Riteniamo di sì, ma in veste attuale, appunto. I Dark Lunacy degli esordi erano una band che univa parti e temi di matrice classica ad una componente death metal di stampo scandinavo, e The Rain After The Snow mantiene lo stesso binomio, traslato solo all’anno corrente per quanto riguarda la componente metal e di arrangiamento; ho in sostanza immaginato i Dark Lunacy come se non avessero mai perso la loro strada negli ultimi 20 anni. Se nei primi 2000 i riff alla At The Gates e co. spopolavano in un genere all’epoca nato da non molti anni, adesso, a distanza di un ventennio, quegli stessi riff risultano mostruosamente depersonalizzanti, così come certe armonizzazioni chitarristiche, e quindi non aveva senso riproporre quella componente con gli stessi stilemi. Probabilmente qualcuno della “vecchia guardia” avrebbe apprezzato, ma la musica deve andare avanti. Comunque, a scanso di equivoci, non ho fatto nulla di avanguardistico, l’ho solo un po’ svecchiato.

Immagino sia ovvio voi siate entusiasti del risultato finale, ma com’è stato accolto l’album da critica e pubblico?
JACOPO: Sì, siamo decisamente soddisfatti! L’album sta ricevendo consensi entusiastici praticamente ovunque, soprattutto sui fan, che è la cosa più importante. Mike mi ha più volte detto che non li sentiva così presi dai tempi di The Diarist! Sul fronte recensioni The Rain After The Snow è andato molto bene anche lì. Ovviamente qualche voce fuori dal coro c’è stata, come è inevitabile che sia, ma davvero poche.

Andando un attimo a parlare dei due singoli, come si sono sviluppate le riprese dei due video, “Gold, Rubies and Diamonds” e “Howl”? Riguardo quest’ultimo so che avete avuto qualche piccolo problema… termico.
MIKE: Entrambi i video sono stati realizzati dalla Lucerna Films con la quale ci siamo trovati assolutamente a nostro agio, quindi anche i momenti più duri siano stati superati con grande naturalezza. Farei comunque una distinzione tra i due video. “Gold, Rubies and Diamonds” è stato, per chi ti parla, un momento magico perché ho potuto lavorare fianco a fianco con mio figlio Pietro e la consapevolezza di aver suggellato questo momento in un filmato, che proseguirà degli anni a venire, mi rende orgoglioso a prescindere. Essendo poi un video che ha richiesto una sola location devo dire che il tutto si è svolto in modo molto tranquillo, naturale e, di conseguenza, piacevole. Discorso diverso invece è stato per Howl, ma semplicemente perché rimanere in mezzo a ghiaccio e neve per 5 ore consecutive, ad una temperatura di 8 gradi sotto zero ed il vento che soffiava imperterrito ed inesauribile, avrebbe messo alla prova anche un supereroe. C’è però una cosa che si deve tenere in considerazione sia in questo frangente che in tanti altri. Quando si lavora con professionalità, quando ti muovi in base ad una sequenza di fattori che hai precedentemente studiato, analizzato e condiviso, nessun sacrificio è tale da scoraggiarti nell’impresa. Portare quindi a casa un risultato pieno, è una logica conseguenza.

Tra le tracce presenti nell’album, quella che più mi ha colpito è stata la title-track, una canzone estremamente emozionale a mio avviso. È un azzardo dire che è, probabilmente, quella che meglio rappresenta il sound riacquisito?
JACOPO: La title-track è forse il mio brano preferito; ha un pathos fortissimo, per me, e contiene pure una discreta dose di azzardo, che non fa mai male. La sfida stava nel presentarsi con un brano in cui il coro viene pensato e utilizzato come un “cantante solista”, in quanto canta l’intero testo (prima strofa esclusa) e la l’intera melodia del brano, con la differenza che, invece di essere un cantante, sono 40 persone che cantano armonizzate a 4 voci. E’ una cosa che non era mai stata fatta prima dai Dark Lunacy e, così su due piedi, non mi viene in mente nemmeno un’altra band metal che abbia fatto un brano esattamente con questi termini. Da un certo punto di vista quindi non è in linea col passato della band, però, dall’altro, è quello che riprende perfettamente il pathos dei primi lavori in una nuova veste.

 

Ho notato poi che il vostro legame con la Russia è rimasto inalterato: dopo un’intera opera dedicata, “The Day of Victory” per l’appunto, in quest’ultimo album c’è un verso in russo nella canzone “Tide of my Heart”. Da dove nasce questo inscindibile legame?
MIKE: Ovviamente tra i due dischi vivono nello stesso mondo Lunacy ma parlano lingue diverse. The Day Of Victory è un album marziale nel quale l’incedere degli eventi marcia al passo della crudezza con la quale è stata scritta una delle pagine più cruente del nostro tempo (mi riferisco all’epopea Russa durante la seconda guerra mondiale). In The Rain After The Snow, lo scenario cambia totalmente e in questa intervista ne stiamo approfondendo l’essenza. Il richiamo alla Russia, in questo determinato momento storico della band si evince appunto in Tide of my Heart, ma la scelta di parlare marginalmente della mia passione per questo immenso, unico ed affascinante paese che è la Russia, è stata dettata appunto dalla diversa personalità dell’album. 

Io vi seguo e apprezzo già dai tempi di “Devoid”, arrivando anche, nel 2003, a fare una traversata con treno nottturno Napoli-Milano per la presentazione di “Forget.Me.Not”. Quanto e cosa è cambiato nei Dark Lunacy da quella band che stupì tutti col singolo “Dolls” a quella che è oggi?
MIKE: Grazie per aver ricordato quella sera. Fu un grande evento dai sapori che solo il mondo musicale di allora sapeva offrirti. Un mondo che tuttavia si apprestava a cambiare inesorabile, repentino e che oggi ci presenta scenari totalmente diversi. Mi riferisco in particolare alle sensazioni con la quale la musica veniva percepita e alla fedeltà verso un “regno” che il fan faceva proprio, disposto a seguire e coltivare attraverso gesti come – ad esempio – quello che hai appena raccontato nella tua domanda. Oggi è tutto diverso, forse meglio…ma non posso dirlo con certezza, così come non posso cavalcare le mie personali sensazioni figlie di emozioni provate in un passato dai colori differenti e che solo chi c’era allora può capire di cosa stiamo parlando. Quello che è certo è che il cambiamento ha spinto le band di allora ad affrontare la propria metamorfosi. Alcuni sono riusciti meglio di altri, altri hanno preferito uscire di scena ed altre band come ad esempio i Lunacy, hanno scelto il loro modo personale di traghettare la propria anima nel presente senza mai rinnegare il proprio passato e tutti quei piccoli, grandi momenti che ci hanno permesso di essere considerati  nel nostro piccolo una band unica nel suo genere.

E quanto e cosa è cambiato in Mike Lunacy, durante questi quasi 20 anni? Sempre che qualcosa sia cambiato.
MIKE: Vent’anni di carriera, uniti ad un altro bel pezzo di vita che si aggiunge ad essa, avrebbero bisogno di un libro per essere raccontati in modo esaustivo. Riassumendo in poche righe e rimanendo all’interno dell’ambito musicale, credo che il semplice fatto di aver preso parte ad una storia importante, di averlo fatto attraverso sei dischi ed essere sempre rimasto al mio posto mentre intorno tutti lasciavano la nave, sia l’esempio che meglio rappresenta il carattere di Mike Lunacy. Chiaramente, nel corso della vita, ripercorrendo a ritroso la tua strada e analizzando le tue scelte con il senno del poi, capirai che tante cose potevano essere fatte diversamente e meglio. D'altronde è a questo che serve la memoria: ad imparare dai propri errori cercando appunto che l’inevitabile cambiamento dettato dagli anni che passano, diventi un valore aggiunto e non un semplice sopravvivere agli eventi. Ciononostante è nel presente che si trova la vera sfida. È nel presente che puoi scegliere se assumerti la responsabilità di perseguire un’idea accettandone onori ed oneri, vittorie e sconfitte, oppure scegliere la via più breve, come ad esempio la resa. Io ho scelto ovviamente la strada più lunga, non me ne pento e per quanto mi riguarda, quando la storia scriverà il verdetto finale di questa lunga avventura, accetterò il suo giudizio nella consapevolezza di me stesso e non certo nell’impaccio di un rimpianto.

Abbastanza recentemente avete fatto qualche data con i Fleshgod Apocalypse, poi alcune date in supporto alla nuova uscita. Piani futuri per i nuovi live? Oltre recuperare le due purtroppo saltate… Anzi, Mike, colgo l’occasione per dirti che spero che tu abbia recuperato.
MIKE: Riguardo al mio recupero ti ringrazio per il tua domanda e rispondo dicendoti che tutto sta andando nel migliore dei modi. Quando la vita ci mette alla prova non siamo mai pronti. Ma dopo la caduta abbiamo solo un’alternativa alla fine. Quella di rialzarsi e riprendere il timone del proprio destino. Per l’estate abbiamo un paio di date in programma che ci prepareranno ad un autunno molto intenso, sia per recuperare le date che per causa mia abbiamo dovuto posticipare e disdire a priori, sia perché le nostre tre roccaforti, ovvero Russia, Messico e Giappone, ci stanno reclamando e gran voce e sarà nostra premura rispettare questi impegni nel migliore dei modi.

Siamo arrivati alla conclusione: lascio a voi le ultime parole ai nostri lettori. Io non posso che ringraziarvi per l’opportunità di quest’intervista. A presto… e sapete dove
MIKE: È stata un intervista intensa e coinvolgente. Grazie di cuore per l’attenzione che ci ha dedicato e che hai dedicato a The Rain After The Snow. Concludo salutando i vostri lettori con un abbraccio fraterno che li prenda tutti, invitandoli ad entrare nel nostro mondo.

I Delirium X Tremens sono, ad oggi, una delle più interessanti realtà del panorama Death Metal nazionale, vuoi anche per le tematiche, quel che riguarda le loro terre d'origine, che li rende una band praticamente unica. Dopo la recensione all'ottimo "Troi", abbiamo incontrato Ciardo, cantante e fondatore dei DXT.

 

Salve ragazzi e benvenuti sulle pagine di AllAroundMetal! Comincerei dalla vostra ultima, incredibile fatica: “Troi”. Durante la recensione ho spiegato per sommi capi il concept che lo forma, vorreste parlarcene voi in maniera più specifica?
Ciao Daniele e grazie per l’ospitalità, è un piacere per noi! “Troi” non è altro che un cammino, il cammino di un bimbo attraverso i sentieri delle Dolomiti (Troi appunto significa sentiero in dialetto Bellunese). Questo bambino verrà guidato da un gufo, magica creatura dei boschi, nel quale si reincarna lo spirito di un Alpino morto durante la prima guerra mondiale nelle trincee Dolomitiche. Il compito di questa creatura è di guidare il bambino attraverso i boschi delle Anguane, le valli della Càzha Selvàrega, tra le trincee della grande guerra, tra i dolorosi lamenti della valle del Vajont, fino a fargli ritrovare la vecchia dimora ormai diroccata dell’Alpino. Lì ci sarà un antico album di fotografie ad aspettare il bimbo, il “bocia” diremmo noi, dal quale scaturiranno leggende e ricordi, storie e metafore montane dall'atmosfera polverosa e nostalgica, che noi abbiamo ascoltato e cercato di mettere in musica. La morale di tutto questo è che purtroppo stiamo pian piano perdendo le nostre tradizioni, le nostre origini, le nostre storie, le storie che ci raccontavano i nostri nonni… e questo è un vero peccato, perché il passato è la radice dell’albero del presente dove noi ora viviamo.

Con “Troi” avete proseguito il discorso intrapreso con “Belo Dunum (Echoes from the Past)”, ossia quello di dare spazio, nelle vostre tematiche, a quella che è la vostra terra d’origine: Belluno e le Dolomiti. Cosa vi ha portato a questa scelta, ormai 5 anni or sono?
A quel tempo, eravamo ad un bivio, dovevamo scegliere se proseguire con le nostre “vecchie” tematiche riguardanti l’annichilimento causato dal dilagante abuso della tecnologia e delle comodità dei giorni moderni, che a sua volta comporta una massificazione e una standardizzazione di pensieri davvero allarmante, oppure cambiare rotta. Per questo motivo ci siamo avvicinati alla nostra terra e alle nostre tradizioni inserendo il tutto nel concept della nostra musica, tradizioni di un tempo dove ogni cosa aveva il proprio vero colore, e non il colore filtrato da un monitor, una TV, o da un telefonino. Dunque possiamo dire che la svolta tematica avvenuta in “Belo Dunum, Echoes from the Past”, e di conseguenza in “Troi”, ha un fortissimo ed intimo legame con i nostri primi due lavori. Abbiamo cambiato il concept, ma l’obbiettivo è lo stesso.

Immagino che sia anche per questo che è stato scelto di inserire anche il cantato in italiano e nel vostro dialetto (a proposito: scusate ancora per la spoilerata nella recensione!)
Ahahah , il termine spoilerare l’ho letto spesso ultimamente, ma a dirti la verità non so cosa voglia dire… ma presumo tu intenda il fatto che hai detto nella recensione che le parti in dialetto non si capiscono eheheh! (Più che altro d'aver parlato delle parti in dialetto contenute nella Ghost Track, n.d.Ogre) Il cantato in italiano lo abbiamo inserito nella canzone “Spettri nella Steppa”, la tragica storia degli Alpini (e non solo) nella drammatica ritirata di Russia. L’italiano era d’obbligo, il termine Alpino non ha traduzione in nessuna lingua direi, l’Alpino è Alpino, punto. E le parti in dialetto, danno ancor di più quel sapore montano e “nostrano”, dannatamente Dolomitico, di cui avevamo bisogno.

Io vi conosco e vi seguo dai tempi del debutto assoluto, da quel “Cyberhuman” uscito nel 2003 e ho potuto seguire passo passo tutta la vostra evoluzione. Quel che colpisce ora è che avete conservato l’impareggiabile tecnica e la compattezza dei primi lavori, unendo delle atmosfere che rimandando a sensazioni ben precise, soprattutto, riguardo “Troi”, un  senso di quieta malinconia. Questa vostra trasformazione è avvenuta in maniera del tutto spontanea, seguendo quello che potremmo definire il vostro “nuovo corso”?
In questi anni abbiamo cercato di mantenere comunque il nostro stile di base che è il Death Metal, ma sempre ricercando nuove soluzioni e arrangiamenti. Questa ricerca si è sviluppata in modo molto naturale, aggiustandola in relazione al concept che abbiamo sviluppato negli ultimi due album. In “Troi” la direzione era quella di creare un album, musicalmente parlando, che mantenesse la solida base Death Metal ma rendendolo ancora più emozionante e intenso. Per questo certi arrangiamenti li abbiamo provati e modificati, finché non hanno preso la forma ideale per l’atmosfera da creare.

È un azzardo dire che ormai il vostro sound è del tutto personale? Personalmente, non riuscirei a trovare una band di rimando che possa in qualche modo influenzare il vostro lavoro. Ed è anche per questo che ritengo siate una delle più interessanti realtà del panorama Death Metal made in Italy.
Grazie Daniele, quello che dici mi\ci lusinga! E’ un piacere sentirtelo dire perché una cosa a cui teniamo molto infatti è proprio quella di personalizzare il più possibile il nostro sound. In effetti non saprei neppure io dirti una band di riferimento per fare un paragone. Io credo che in qualche maniera ci siamo riusciti, o almeno ci siamo avvicinati all'obbiettivo, fermo restando che c’è sempre da migliorare e imparare… e cercheremo di farlo!!

Com’è visto all’estero questo vostro approccio così tradizionalista, così prettamente italiano?
Nei posti dove siamo stati a suonare (Romania, Bulgaria, Slovenia, Croazia) la gente ha risposto in maniera molto entusiastica ed hanno apprezzato il nostro concept Dolomitico, e con parecchi di loro siamo ancora in contatto! Alcune persone Rumene mi hanno scritto per avere informazioni sul disastro del Vajont e si sono informati su questa tragica storia che ha segnato indelebilmente la memoria delle nostre valli. Questo ci ha fatto un piacere enorme!! Una cosa che ci ha stupito, quando abbiamo suonato al November to Dismember festival del 2014 a Bucarest, c’era un gruppo di ragazzi austriaci che continuava ad urlare “Dolomitiiiiiiiii” mentre suonavamo! Fantastico!

DXT owl

Sia “Belo Dunum” che “Troi” hanno come ambientazione di sfondo la I Guerra Mondiale, ed il riferimento si fa chiarissimo, ad esempio, in “The Voice of the Holy River” in cui possiamo riconoscere anche passaggi della celeberrima “La Canzone del Piave”. Quanto lavoro c’è dietro la stesura dei vostri concept e dei testi?
Diciamo che buona parte ha come sfondo appunto il primo conflitto mondiale, ma un'altra buona parte ha come idea altre nostre storie e leggende, dalla leggenda del Teveròn, il gigante trasformato in montagna da un orda di streghe, la storia di Girolamo Segato (in “The Dead of Stone”), scienziato Bellunese che scoprì la formula per la pietrificazione dei tessuti organici e che tutt'ora è avvolta nel mistero, la storia del Piave appunto in “The Voice of the Holy River” dove è proprio lui, il Piave, a parlare e raccontare della sua importanza per la nostra terra nel corso degli anni. Di lavoro ce n’è tanto, sia per una attenta scelta delle storie da mettere in musica, sia anche per le ricerche, storiche e non, relative ai vari temi. Infatti tra “Belo Dunum” e “Troi” sono passati 5 anni.

Ed allacciandomi bene o male alla domanda precedente: ogni band ha il suo modo di lavorare, c’è chi parte dal testo costruendoci attorno tutta la struttura strumentale e chi, soprattutto, partendo da uno o più riff scrive le proprie canzoni. Nel vostro caso, come nascono i pezzi dei DXT?
Diciamo che ogni volta è una procedura a se stante, alle volte compongo la struttura ritmica completa della canzone, magari già con qualche armonizzazione, e poi adattiamo la tematica da trattare, con le successive modifiche del caso. Alle volte invece partiamo dal tema da mettere in musica e pensiamo la soluzione e il mood migliore da trasmettere, quindi creiamo la song avendo già l’idea del racconto da sviluppare. Dunque non abbiamo propriamente un iter compositivo fisso, ogni volta è a se.

Cosa può aspettarsi il pubblico dai DXT in sede live?
Sul palco porteremo la nostra musica nella sua completezza, arrangiamenti, cori, fisarmoniche, suoni del bosco etc… e cercheremo di ricreare l’immaginario delle nostre canzoni, salendo sul palco vestiti da vecchi montanari. Per noi è molto importante che le persone che assistono ad un nostro concerto siano avvolti si dalla musica, ma anche dall'immagine visiva, perché questo è quello che rende completo il messaggio e il concept che vogliamo trasmettere.

Quali sono le maggiori soddisfazioni che siete riusciti a togliervi in questi anni?
Ce ne sono tante. In primis naturalmente i responsi positivi del pubblico, le persone che ci hanno seguito finora credendo in noi, le persone che ci hanno scritto in questi anni per avere informazioni sull'uscita di “Troi”, le stupende recensioni che abbiamo ricevuto durante il nostro cammino. Le persone che non si sono soffermate solo al nostro aspetto musicale ma che hanno capito soprattutto il nostro concept e hanno ascoltato tutto l’insieme delle nostre composizioni immergendosi nelle nostre leggende montane. Tutto questo è impagabile per noi, non credo ci sia soddisfazione più grande e per questo ci sentiamo di dire un sentito ed enorme GRAZIE A VOI!! E poi ovviamente anche il fatto di aver condiviso il palco con band molto importanti come Asphyx, Unleashed, Tankard, Esoteric, Napalm Death, Necrodeath, e molti altri... una soddisfazione enorme!!!

E qualcosa che ancora vorreste realizzare, un sogno o desiderio che vorreste raggiungere? (E che vi auguro sinceramente, perché lo meritereste eccome)
Grazie Daniele , mi imbarazzi! Probabilmente ognuno di noi ti risponderebbe in maniera diversa. Personalmente sono già contento dei risultati che abbiamo ottenuto, non ho molte pretese, non pretendo che diventiamo una band culto o chissà cos'altro… ecco magari mi piacerebbe essere considerati una band che ha aiutato a mettere una pietra in più nel panorama metal italiano insieme alle altre.

Prima di chiudere, una domanda quasi d’obbligo: quali sono i piani per il futuro prossimo dei DXT?
Sicuramente suonare ovunque ce ne sia la possibilità, per portare sul palco le storie delle nostre montagne. Ora stiamo valutando un po’ di proposte infatti, vedremo cosa salterà fuori. Nel frattempo inizieremo a pensare alle nuove composizioni, qualcosa c’è già ma è ancora prematuro dire in che direzione ci muoveremo. Lasciamo che il tempo faccia il suo corso e che le Dolomiti ci suggeriscano nuove idee sulle quali lavorare. Noi siamo pronti ad ascoltarle.

Vi ringrazio per la disponibilità e rinnovo i complimenti per il vostro splendido album. Lascio a voi l’ultima parola per salutare i nostri lettori
Siamo noi a ringraziare te Daniele e All Around Metal per lo spazio che ci avete dedicato! E’ un piacere per noi! Invitiamo tutti i lettori a dare un ascolto al nostro album “Troi”… oppure ad ascoltare il vento che spira dalle nostre montagne, troverete qualche melodia di “Troi” anche lì, basta saper ascoltare attentamente!!

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