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Opinione scritta da Corrado Franceschini

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    24 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Dicembre, 2018
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Sono in netto ritardo con la recensione del C.D . dei Princess e per questo porgo le mie scuse ai membri del gruppo. Freddie Wolf, fondatore/cantante dei Princess, non è un novellino all’interno della scena musicale italiana e può essere considerato un figlio d’arte visto che la madre era nel gruppo musicale e teatrale dei Pandemonium (nessuna relazione con gli omonimi metallers). Il progetto di Freddie ha inizio molto tempo fa ma solo nel maggio del 2018, con l’uscita del disco omonimo, la creatura Princess ha sancito la sua ufficiale esistenza…e lo ha fatto “col botto”. Come ospiti sono stati chiamati nientemeno che i Goblin che sono presenti con un brano mentre Fabio Pignatelli da solo è presente in un altro. Cosa vi aspettate da una principessa? Eleganza, armoniosità e savoir faire? Bene: queste componenti sono presenti nel disco in questione. Le idee ci sono e la produzione, per un gruppo che suona una musica che spazia dal Progressive/Power Metal al Progressive Hard (con piccole incursioni nel Funky Rock), è quella che ci si aspetta da un disco moderno uscito nel 2018. C’è però qualche cosa che, a un vecchio patito del genere come il sottoscritto, non torna. La produzione di stampo moderno rende il disco in qualche modo “asettico” e questo va a influire sul coinvolgimento emotivo durante l’ascolto. A questo fatto si aggiunge un mix/mastering che, talvolta, fa apparire i pezzi con una sorta di “cerniera” che non sempre permette loro la fluidità. Probabilmente, azzardo, si è lavorato parecchio in studio con programmi o sulle varie piste. Detto ciò le canzoni non sono assolutamente brutte e hanno varie identità e personalità tante quante ne hanno le preferenze di Freddie stesso (Queen, iron Maiden, Goblin, M.Jackson e molto altro). Il potere che hanno le tastiere è fuori discussione ed è ben chiaro sin dalla iniziale “Theatrical Opera”. Se vogliamo aggiungere carne al fuoco, ovvero genere su genere, “Freed Prisoner” si aggira dalle parti del Rock di classe americano con l’aggiunta di intrecci di chitarre e apertura di tipo orchestrale. “El Dia Antes del Manana”, scelta come primo singolo, è la trasposizione in spagnolo di “The Day Before Tomorrow”, già presente nel doppio album di Freddie”Utopia – Distopia” del 2015. Se i nomi di spicco nel disco sono l’ospite Fabio Pignatelli e i Goblin non si può ignorare il fatto che in “Reborn” è presente Tony Tartarini. La scarna biografia acclusa ai files non dava delucidazioni su questo nome però, dopo una rapida ricerca in rete, ho scoperto che questo signore è stato il cantante dei Cherry Five, vale a dire la prima incarnazione dei Goblin, con ben tre componenti in formazione. In “Reborn” la chitarra si ritaglia un ruolo essenziale mentre le voci caratterizzano l’enfasi di un brano che ha le sue fondamenta nell’Hard cadenzato e nella lentezza. Parte “Losin’my Faith” e, dopo poco, mi ritrovo a pensare che i Pink Floyd siano stati uno dei gruppi che ha influenzato il cammino di Freddie e Orlando Monteforte (bs), i membri fondatori dei Princess. Giusto il tempo di metabolizzare questo pensiero e arriva la fase centrale del pezzo a confortare la mia tesi: una breve suite con tanto di voce femminile che non può non ricordare quella ben più famosa di “The Great Gig In The Sky”, facendo le debite proporzioni con la voce, ovviamente. Se “Space” passa dall’Hard al Prog Metal la seguente “Funky Fusion” ha il destino scritto nel nome: una musica battente sprigiona elettricità nell’aria mentre un piano Honky Tonky movimenta un frammento del brano. Dopo la malinconica “I’d Like” è il turno di “Till The End Of Time”. Avere un elemento come Fabio Pignatelli in formazione porta i Princess ad esaltare il proprio background sonoro; ciò viene fatto lasciandoci in eredità un pezzo articolato nel quale la voce tocca vette elevate. Dopo una “Princess” abbastanza fredda per i motivi di produzione che ho spiegato prima, è il turno di “God Save the Goblin”. Mi aspettavo molto dai Goblin e, in effetti, il marchio di fabbrica e lo stampo sono quelli originali. Purtroppo la lunga fase del pezzo che dovrebbe e vorrebbe essere inquietante, perde un poco di efficacia. A chiudere il disco troviamo la cover di un brano dei Talk Talk, ovvero sia “Today”. La versione dei Princess è più improntata all’Hard, ma il ritornello mantiene intatta tutta la sua bellezza e il suo carisma. Sono da segnalare dei giri di basso veramente riusciti e in sintonia con il pezzo. Oramai lo avete capito da soli: i Princess sono musicisti navigati che “flirtano” con il passato usando un suono attuale; se questo è un bene o un male sta a voi scoprirlo. Io la mia opinione ve l’ho data.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    25 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 2018
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Dopo l’ottima prova fornita con il C.D “Demolition Derby” tornano i Bad Bones e lo fanno nel segno della continuità. I punti in comune tra il precedente C.D. e “High Roller” sono tanti a cominciare dalla copertina che, anche questa volta, è ad opera di Enzo Rizzi. Il disegnatore di Taranto oltre ad essere famoso per avere creato Heavy Bone, ha presentato a Lucca Comics 2018 il suo nuovo personaggio Zartana, lo stregone Blues, che ha le sembianze di Lemmy e appena mi capiterà l’occasione, farò mio il fumetto. Proseguendo con le similitudini arriviamo a parlare musica: nelle canzoni del disco si respira la stessa aria americana che caratterizzava “Demolition Derby”, unita alla propensione per cori e melodie. Vi state chiedendo se è tutto a posto? Per buona parte si, dato che il gruppo è coeso nel nome del Power, dell’Hard Rock e dello Street. Quello che viene parzialmente a mancare è l’elemento sorpresa in fase di creazione e composizione. Ciò che è ancora forte è il sogno/bisogno dei giorni vissuti negli States e “American Days” è lì apposta per ricordarlo. Come di consueto vi segnalo alcuni dei pezzi a mio parere più coivolgenti e lo faccio nominando “Midnight Rider” che possiede un riff incastrato sul ritmo battente, mollato e ripreso più volte. Degno di menzione è il solo di chitarra alla “Purple Rain” (Prince) fuoriuscito da “Solitary Fields”, così come molto buona e per certi versi atipica, è la “trascinata” “Story Of A Broken Bone”. A chiudere il C.D. è la cover di “Rock’n Me” della Steve Miller Band (album “Fly Like an Eagle” – 1976): un caposaldo del Rock americano. La versione dei Bad Bones è più tirata, se pur di poco, dell’originale ed è ben proposta. Molte volte le cover risultano inutili ma, da cinquantacinquenne quale sono, voglio ringraziare Steve Balocco e i “fratelli” Bone per aver riportato in auge un brano che rischiava di cadere nel dimenticatoio. Tirando le somme vi dico che “High Roller” non è il miglior album attualmente in circolazione, ma è ben suonato, ben inciso e vede una band che ha scelto la sua strada e la porta avanti con convinzione. Il mio consiglio è quello di andare a vedere uno show dei Bad Bones e scambiare quattro chiacchiere con loro come ho fatto io: troverete delle persone semplici, che vi contageranno a suon di racconti di vita vissuta sulle “pericolose” strade del Rock.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    25 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 2018
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E’ il 2007 e Steve Balocco, uscito dai White Skull con i quali ha inciso “Ring Of The Ancients” (2006), forma un Power trio con Lele (bt) e Meku (ch). I tre, probabilmente per lo spirito di fratellanza che li accomuna nel nome del Rock, scelgono il cognome Bone; nascono così i Bad Bones. Dall’esordio all’anno 2016 il gruppo piemontese si è fermato pochissimo e ha trovato modo di incidere 4 dischi e un E.P. perdendo per strada il chitarrista Meku e allargando la formazione ad un quartetto. Il resto del tempo è stato impiegato in tour che hanno portato i Bad Bones a suonare in Italia, Europa e U.S.A. La copertina di “Demolition Derby” disegnata da Enzo Rizzi (Heavy Bone), ci introduce ad un album mixato e registrato da Simone Mularoni e con le voci registrate da Roberto Tiranti. “Demolition Derby” mi ha piacevolmente sorpreso: le undici tracce del disco sono fortemente debitrici nei confronti del suono americano e lo dimostrano attraverso una propensione alla melodia e nell’accuratezza nei cori. Volete le coordinate stilistiche musicali di base? Eccovi serviti: Ratt, Warrant, Dokken e Guns N’ Roses. Tuffatevi nel riff accattivante di “Me Against Myself”, inforcate il Chopper e cavalcate la “Endless Road” fatta di posti, luoghi e sogni che solo l’America può offrire. Abbandonatevi all’andamento “ciondolante” di “Some Kind Of Blues”, oppure apprezzate il solo libero e selvaggio di “Stronger”. Andamento soffuso e Hard Rock sono le caratteristiche di “Rambling Heart” un pezzo che, personalmente, avrei “riempito” un po’ di più nella fase con il solo. “Rusty Broken” è la tipica canzone creata apposta per soddisfare gli amanti dello Street Metal. “Red Sun” è un lento trascinato non particolarmente brillante. Con “Perfect Alibi” torna l’energia a tutto tondo sotto forma di mid tempo, con tanto di rinforzo dovuto al doppio suono di chitarra nel solo. Incedere marziale e seguente apertura contribuiscono a fare di ”Shoot You Down (El Mariachi)”, uno dei brani migliori dell’intero lotto. “The Race” è bella tosta e “atletica” e ci conduce dritti dritti al finale del disco affidato alla carichissima “Demolition Derby”. Steve (bs – cori), Max (vc), SerJoe (ch – cori) e Lele (bt) hanno dimostrato ancora una volta che, quando si fanno le cose con passione e impegno, le bands italiane non sono seconde a nessuno.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    28 Ottobre, 2018
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Ai canadesi Voivod spetta di diritto un posto nell’immaginario olimpo dei gruppi più innovatori della scena Heavy Metal mondiale. Dal rozzo “War And Pain” (Metal Blade – 1984) a “The Wake” (Century Media 2018), i francofoni hanno avuto un’evoluzione stilistica esponenziale facendo fronte alla dipartita del chitarrista Denis “Piggy” D’Amour, morto nel 2005, e tamponando le falle lasciate aperte dai molteplici cambi di formazione. A trentacinque anni dalla nascita vediamo cosa sono stati capaci di fare nel loro quattordicesimo album Michel “Away” Langevin (bt) e Denis “Snake” Belanger (vc) affiancati da Daniel “Chewy” Mongrain (ct) e Dominic “Rocky” Laroche (bs). Il viaggio attraverso un universo “tormentato” dove gli umani scoprono di non essere soli e dove le religioni cadono per generarne altre, questo il concept del disco, inizia da “Obsolete Beings”. Le peculiarità dei Voivod sono presenti sin da questo primo brano sotto forma di note dissonanti che passano con disinvoltura dalla melodia alla velocità. “The End Of Dormancy” è una sapiente miscela tra la psichedelia spaziale moderna, la ritmica marziale e la cadenza dura con tanto di voce arcigna; caratteristica questa che farà capolino nei tratti più duri di tutto l’album. “Orb Confusion” ci fa capire ancora una volta come il quartetto è aperto a soluzioni diverse dal solito Heavy Metal e lo fa con partiture che potrebbero essere ascritte ad una sorta di moderno Funky – Jazz: ascoltate il primo stacco e ne converrete. “Iconspiracy” presenta le tipiche ritmiche spezzate tanto care al gruppo ma, a sorpresa, le integra con fasi che sembrano riportare ai fasti di una “Korgull The Exterminator” riletta in versione 2018. Da notare sono le tastiere che ci portano nel mondo incantato di Harry Potter o, per restare in ambito Metal, ai Cradle Of Filth e una chitarra che contrappunta il cantato. “Spherical Perspectives” fa fede al titolo e ci porta la dove si palesano i confini dello spazio conosciuto fino a che non arriva “Event Horizon”. Il brano è pieno zeppo di stacchi e sbalzi ma, tanto per ripetere il concetto espresso in precedenza di miscelamento dei generi, l’inizio è appannaggio del Funky – Jazz sposato con il Rock. “Always Moving” è ispirata a Igor Stravinsky e il gruppo ha pensato bene di utilizzare i servigi di un quartetto di archi per rendere al meglio le 12 note suonate di seguito. A dire il vero il tema si potrebbe benissimo adattare a telefilm come “Spazio 1999” o “UFO” (chi ha oltre 50 anni li ricorderà di sicuro). Con “Sonic Mycelium” assistiamo ad una trovata che solo i Voivod potevano inventare. Il brano, della durata di 12 minuti, è un miscuglio di alcuni pezzi dei brani precedenti “rimontati” in ordine diverso per l’occasione: un vero colpo di genio per dimostrare che il concept funziona da qualsiasi prospettiva lo si ascolti. I Voivod sono tornati in grande stile e meritano tutta la vostra attenzione.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    09 Ottobre, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Ottobre, 2018
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L’inossidabile Chris Boltendhal, come un vetusto Caronte, sta traghettando i teutonici Grave Digger verso il traguardo del quarantesimo anno di attività anche se, per dirla tutta, in mezzo c’è stata la parentesi Digger. “The Living Dead” è il ventesimo album dei Grave Digger e non si scosta di un millimetro dalle coordinate segnate dal Power Metal. Cavalcate, ritmi rocciosi, cadenze epiche: questo è ciò che potete ascoltare nelle dieci tracce, più una bonus track, presenti nel disco. Poco importa se a volte rimane in bocca il sapore del già sentito con riferimenti alle bordate elargite dai Running Wild: probabilmente non è un caso se al basso troviamo Jens Becker già presente nel combo pirata di Rolf Kasparek. D’altra parte il terreno di caccia è lo stesso e i due gruppi erano stati portati alla ribalta dalla compilation della Noise “Rock From Hell” del 1983. Altre volte si affaccia lo spettro di Helloween, Hammerfall o quello dei Saxon ma, lo sapete bene, dal Power/Heavy Metal non possiamo ne dobbiamo aspettarci novità e va bene così. Vi basterebbe ascoltare la traccia iniziale “Fear Of The Living Dead”, a mio avviso non pienamente riuscita, per avere ben chiaro il percorso dell’intero disco, ma fareste un torto a molte delle tracce e vi perdereste il meglio che i cinque hanno da offrire. Se non possiamo pretendere grandi novità possiamo pur sempre caricarci con il Power “stop and go” di “When Death Passes By”. Se abbiamo bisogno di un bel pezzo con coro epico e glorioso da cantare ai concerti tutti insieme, “The Power Of Metal” è quello che ci vuole. Se siete amanti come me del Thrash assecondato dal Mosh la veloce “What Was Left Behind” fa al caso vostro. Chiudo la mia piccolissima guida all’ascolto con un paio di annotazioni. “Insane Pain” possiede un bridge rubato a Jimi Hendrix e abilmente velocizzato; a voi scoprire da quale pezzo del chitarrista di Seattle è stato “estrapolato”. “Zombie Dance”, nella quale come ospiti ci sono i compagni di etichetta Russkaja, è un misto fra “Contessa” dei Decibel (gruppo di Enrico Ruggeri n.d.a.) e un brano di Caparezza. Questo appunto rimane valido fino a che non arrivano a stravolgerla, rigorosamente in ordine di apparizione, un vocione, un riff alla Metallica, una musica della steppa e un divertissement per chiudere un eventuale concerto con un girotondo. Boltendhal e soci, con un pizzico di furbizia e molta abilità, hanno partorito un album solido e valido che dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, di che pasta è fatta la vecchia guardia del Metal.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    01 Settembre, 2018
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“Non Finirà Mai” ci porta là dove il dolore e la forza di reagire si incontrano e ci mostra come questi stati d’animo fanno da tratto d’unione tra passato e futuro. Anno 1995: Bud e Enzo Mascolo, orfani di Fabio e Roberto Cappanera, cercano di rimettere in piedi una band sgretolata. Il cuore impone che a prendere in mano la pesante eredità, siano chiamati Dario e Rolando Cappanera. La Strana Officina, dopo un tour commemorativo, scrive così quattro nuovi pezzi in Italiano che solo oggi, anno 2018, vedono la pubblicazione da parte della Jolly Roger Records. “Non Finirà Mai”, “Bimbo”, “Amore e Fuoco” e “Vittima” trovano spazio nella seconda facciata del picture L.P. in grigio (100 copie) e L.P. (esistono anche le versioni C.D. e digital Download n.d.a.) Nella prima facciata, invece, trovano posto “Non Finirà Mai”, “Bimbo”, “Ricordo di Lei” e “Vittima” nelle versioni risuonate e riarrangiate del 2017. Se nutrite dei dubbi sul fatto che la lingua italiana non ha una metrica adatta all’Heavy Metal levateveli dalla testa. I testi dei brani non sono particolarmente ricercati ma vengono dal cuore e per me, è stato un piacere poterli ascoltare senza doverli tradurre. “Non Finirà Mai” affonda le radici nell’Hard degli anni settanta, fino a quando non subentra un cambio rabbioso che lascia il dovuto spazio a Dario E Rolando. Dario, poi, ha anche il compito di portare il pezzo al finale con la sua ascia arroventata. “Bimbo” è a mio avviso uno dei pezzi migliori mai usciti dalla penna del combo toscano e la frase: “Quando il vento parla, tutto tace” è inserita in una cornice musicale bellissima. Ancora una volta l’Hard anni settanta è presente in dose massiccia, oserei dire una forma di desert Stoner, ed è affiancato a un cambio roccioso seguito da un solo feroce. Anche in questo caso largo spazio viene concesso alla chitarra di Dario. Vi ricordo che questo disco, in origine, doveva presentare i due “nuovi” acquisti. “Ricordo Di Lei” Riporta alla mente brani come “Vai Vai”e “Metal Brigade” fino allo stacco stile N.W.O.B.H.M. Dopo l’usuale solo al fulmicotone il brano va a chiudersi con un classico finale da live. Avevo già apprezzato “Vittima” sul disco “Non c’è Più Mondo” dei fratelli Cappanera e devo dire che, il ritrovarla qui, ha risvegliato in me gioie e dolori. Passando alla seconda facciata, quella del 1995, riascoltiamo “Non Finirà Mai” in una versione dove il basso di Enzo si sente alla grande mentre la chitarra è meno in evidenza. In “Bimbo” il suono, nel break, appare un poco vuoto. A mio avviso ha fatto bene il gruppo ad incidere di nuovo il brano donandogli più carica.“Amore e Fuoco” “rubacchia” il riff a “Get Up, Shake Up” dei Vanadium dell’amico Pino Scotto e dopo uno stacco veloce, lascia spazio ad un solo dal ritmo serrato. A chiudere il tutto arriva di nuovo “Vittima”. In questa versione il testo struggente si capisce a meraviglia e il solo lunghissimo (dai 4’45” ai 5’53”) rinnova l’amarezza per una perdita, amarezza che aumenta fino allo sfumare del pezzo. Disco da avere!

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    01 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Settembre, 2018
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Con la morte di Fabio e Roberto Cappanera il nome Strana Officina era destinato a entrare nell’olimpo dei grandi del metallo italiano e le gesta del combo toscano sarebbero state tramandate ai posteri dagli headbangers più attempati come il sottoscritto. Il destino cinico e bastardo, invece, non ha avuto la meglio. Daniele “Bud” Ancillotti (voce) e Enzo Mascolo (basso), hanno aspettato che crescessero gli “eredi della tradizione” Dario e Rolando Cappanera e con loro hanno intrapreso un nuovo cammino. E’ così che nel 2007 è uscito per l’etichetta My Graveyard Productions il C.D. “The Faith”. Quindici brani presi dalla produzione della “vecchia” formazione erano stati riproposti con lo stesso feeling, ma con nuova energia, grazie appunto all’inserimento di Dario alla chitarra e Rolando alla batteria. C’è da dire che, all’epoca, la band non era rimasta contenta del trattamento sonoro ricevuto dai brani in studio. Oggi, grazie al lavoro svolto da Antonello Pirozzi, i quindici pezzi brillano di una luce nuova. Come se non bastasse Antonio della Jolly Roger Records, ha deciso di “celebrare” il disco stampandolo su doppio vinile rosso in versione gatefold (100 copie) 2 L.P.’s gatefold, C.D. e digital dowload. Mi basterebbe dire che in “King Troll” sembra quasi di sentire il fiato del Bud che canta, oppure parlare del suono corposo di “Metal Brigade” con il suo solo di chitarra violento e tracotante: così facendo sarei già a posto con la recensione. Fortunatamente le emozioni non si esauriscono con i primi due pezzi e proseguono con “The Ritual” la quale possiede nel finale una carica smodata affiancata a un relativo rallentamento. Gli ascoltatori più vecchi si ritroveranno a cantare: “Soldato nella notte cammini...” che in questo caso, grazie al testo tradotto da James Hogg, prende il titolo di “Unknown Soldier”. Ci sono poi i dolci ricordi suscitati in chi vi scrive dal classico senza tempo “Piccolo Uccello Bianco”, ovvero “Burning Wings”. Il disco si chiude con “Officina”; credo che miglior manifesto non ci possa essere per chi lavora duramente in fabbrica come me. Se ancora non conoscete la vecchia produzione della Strana Officina, sembra impossibile ma ricordiamo che esistono ascoltatori molto giovani, questo disco è da avere assolutamente. Naturalmente l’acquisto è consigliato anche ai collezionisti più incalliti.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    15 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 16 Agosto, 2018
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Mi rendo conto del fatto che ventitre mesi per leggere ciò che penso di “Back On The Hunt” sono veramente troppi e di questo mi scuso con I Witchunter. “Back On The Hunt” è il secondo C.D. completo rilasciato dal gruppo abruzzese ed è uscito per Blasphemous Art Productions nel settembre del 2016. Il disco segue a distanza di molti anni il primo full lenght “Crystal Demons” uscito nel 2010 da me valutato con un 3,5/5. Vi dico subito che confermo il mio punteggio anche in questa occasione e vi spiego il perché. I cinque ragazzi, la formazione nel frattempo si è “allargata”, proseguono dritti per la loro strada e sembrano non seguire niente e nessuno: vanno in studio, attaccano i cavi e suonano senza troppi artefici. Così facendo rimangono fedeli al loro credo musicale che affonda le proprie radici all’interno della vecchia e amata N.W.O.B.H.M. Produzione scarna, dunque, per un disco composto da otto tracce originali e due cover che farà contenti gli ascoltatori più “grezzi” e lascerà meno soddisfatti quelli che cercano una produzione “patinata”. Come detto la vecchia musica Hard di Albione è il faro che guida la band ma, a velocizzare il tutto, ci pensano delle sciabolate Power/Speed che movimentano l’andamento di alcuni pezzi. Brani arrembanti come “Vultures Stalking”, si alterano ad altri come “Hounds Of Rock” dove l’amore per la citata N.W.O.B.H.M. è palese. “Midnight Sin” si rifà apertamente ai Judas Priest vecchia maniera...anche se il pezzo non mi è sembrato particolarmente riuscito. “Lucifer’s Blade” vede i nostri alle prese con ritmiche che, come titolo insegna, vanno dalla tipica “cavalcata”, al cambio Doom trascinato. Il tutto viene supportato a dovere dalle chitarre di Federico “Ace Iustini” e Silvio “Chuck” Verdecchia. Vorrei soffermarmi ora sulle cover: “Achilles Last Stand” (Led Zeppelin – Presence – 1976) mostra una certa “riluttanza” della voce di Steve Di Leo. Lo stile del pezzo ben si adatta a quello scelto dai nostri per rappresentare il mondo dell’Hard e del Metal tanto che sembra a tratti di ascoltare i Diamond Head dei primi E.P.s però una maggiore attenzione, quando si toccano questi mostri sacri, sarebbe auspicabile. Pienamente riuscita invece la cover di “Are You Ready” dei Thin Lizzy (“Live And Dangerous” - 1978 e singolo – 1981). Ho saggiato dal vivo la valenza positiva del gruppo e so cosa sono capaci di fare i Witchunter. Auguro al gruppo di riuscire a trasferire la carica e la perizia, affiancate dalla qualità, nel prossimo lavoro in studio.
P.S. Non so se l’errore è presente nei file inviati o è riscontrabile anche nel C.D. dato che nessuno lo ha segnalato ma “Nightmare” e “Hounds Of Rock” risultano in origine come traccia 5 e 4.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    04 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 05 Agosto, 2018
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Se vi state chiedendo che senso ha fare una recensione di un C.D. uscito tre anni fa ve lo spiego subito. Saputo che sarebbe arrivata in redazione copia dell’ultimo lavoro dei Distruzione (l’ E.P. “Inumana” uscito a marzo 2018) ho deciso che era tempo di recuperare ciò che dovevo a Dimitri (Corradini, bassista della band n.d.a.) ovvero la recensione del C.D “Distruzione” uscito per Jolly Roger Records nel 2015. I Distruzione, da Parma, sono uno dei gruppi più longevi della scena dell’Emilia Romagna. Dopo una carriera durata dal 1990 al 2007 la band ha subito uno stop e, nel 2011, ha ripreso il suo corso. Cosa si cela nelle 10 tracce del C.D si capisce sin dall’inizio affidato alla terremotante “Il signore Delle Mosche” . Il quintetto vi sbatte in faccia una violenza contrassegnata da una voce, quella di Devid Roncai, che urla rabbia e disperazione. Quello che colpisce andando avanti nell’ascolto è che le ritmiche si rifanno ai canoni del Death/Thrash con chiari riferimenti a Bulldozer, Slayer e Metallica. Se mi state dando del visionario perché ho tirato in ballo la band di Hetfield & compagni, provate a sentire gli intrecci delle chitarre di Massimiliano Falleri e Luca De Lillo. Di certo il suono non è quello patinato del “Black Album” ma le due asce si dibattono su terreni consoni al disco “Ride The Lightning”. Ho parlato di rabbia e violenza: sono le componenti che ritornano ossessivamente in brani come “Oltre La Soglia” dove, assieme a ritmi da cardiopalma, si alternano classiche fasi “tupa tupa” e chitarre down tuned. Non mancano alcune “sorprese” come lo stacco inaspettato presente su “Nel Tuo Nome” o alcuni bridges e cadenze che attenuano di poco la tracotanza dei pezzi. La conclusiva “I Tre Vivi e i Tre Morti” mi ha riportato alla mente il fumetto di Magnus “La Compagnia Della Forca” e, se conoscete bene l’opera del disegnatore bolognese, capirete il perché. A proposito di disegni l’artwork del libretto di “Distruzione” è a cura di Dimitri Corradini; sì, sempre lui, ed è un valore aggiunto ad un disco che non lascia adito a fughe per quanto è in grado di catturarvi e imprigionarvi in qualche segreta o, tanto per citare un altro pezzo, nel labirinto del “Minotauro”. Distruzione: un gruppo non adatto alle “mammolette” ma a chi combatte, si dispera e si rialza.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    03 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 03 Giugno, 2018
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Gli Stagma sono una sorta di supergruppo e in casi come questo, le aspettative del sottoscritto sono molto alte. Nati nel 2015 dalla mente di Alex Santos, produttore e chitarrista degli Scar For Life, gli Stagma vantano nella line up nomi di rilievo come il batterista Vinnie Appice (Dio, Black Sabbath etc) e il chitarrista Neil Fraser già con i Ten ei D.N.A. dello stesso Alex Santos. Il C.D omonimo, uscito nel 2018 per Headshell Records, presenta dodici brani che percorrono il sentiero dell’Hard Rock e si allontanano solo parzialmente da esso per seguire altre vie. Sappiamo tutti che oggigiorno vanno di moda le produzioni patinate e ci si scambia i files via mail. Se da una parte la tecnologia è una gran cosa, è pur vero che nei brani di “Stagma”si nota una sorta di “appiattimento” non tanto dal punto di vista compositivo, quanto da quello dell’immediatezza e della grinta (vedi . Se escludiamo le due tracce digitali composte da Jeroen Tel: la prima posta in apertura (“Genesis”) è un coro lamentoso e melodico mentre la seconda posta in chiusura (“To Be Continued”) è una sorta di suite classica/elettronica, il disco vive momenti altalenanti. L’ottimo contributo dato dal chitarrista solista Neil Fraser è una delle poche cose che comunicano sensazioni a livello musicale ed emozionale mentre gli altri musicisti risultano esageratamente nella norma. Le buone idee ci sono e pezzi come “Rocket Machine”, “Castaway” e “Sister Sister” sono lì per dimostrarlo; c’è però qualcosa a livello di produzione/mixaggio che non torna. Non mancano soluzioni più moderne come si può ascoltare in “Faces In The Mirror” e “Bounty Hunter” ma il mio commento non cambia di una virgola. Se “Stagma” fosse il disco d’esordio di una band fresca di contratto lascerebbe ben sperare per il futuro ma, visto che qui si parla di veterani del Rock, non posso andare con il mio voto oltre la sufficienza. Se siete dei sostenitori a spada tratta degli artisti che ho citato sopra e la mia recensione non vi ha convinto, potete cercare nel “tubo” i singoli “Pokerface” (nessuna relazione con il tormentone di Lady Gaga), ” Bounty Hunter” e “Promise Me”, per dirmi cosa ne pensate.

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Autoproduzioni

C'è qualcosa da migliorare nel disco dei Fenrir
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Thørn, blackened sludge in stile danese dal nord Italia!
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Per i francesi Geostygma un debut EP di tutto rispetto
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I Big Bad Wolf e l'amore per i Motörhead
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I Forlorn Seas esordiscono con un buon disco tra post prog e inserti atmosferici
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Punk Rock fin troppo scontato per i Daggerplay
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