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Opinione scritta da Federico Orano

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Opinione inserita da Federico Orano    24 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

La mancanza di Ronnie James Dio è alle stelle e non sapete più come uscirne? Siete stati anche in terapia ma lo psicanalista non ha trovato una soluzione? Ogni volta che inserite i dischi dei Rainbow “Rising Era”, oppure "Dream Evil" ed “Holy Diver”nello stereo scoppiate in un pianto? Abbiamo la soluzione per voi, i Dream Child.

Insomma Craig Goddy, Wayne Findlay e company hanno trovato un cantante che potrebbe fare il sosia di Ronnie con l'argentino Diego Valdez, e con un songwriting che ci riporta al sound classico del piccolo (di statura) ma immenso (come classe) singer americano, Pezzi come l'opener “Under The Wire” e “Light Of The Dark” sembrano davvero uscire da uno dei dischi elencati sopra. Ma c'è davvero bisogno di “plagiare” in tal modo quel sound che rimarrà per sempre di Dio? Qui sta a voi decidere. Insomma se quello che cercate è il nuovo disco di Dio senza Dio allora potete tuffarvi senza timore su “Until Death Do We Meet Again”, un lavoro di gran fattura. In caso contrario, se per voi queste sono solo imitazioni dell'originale, meglio cercare altrove. Oggettivamente questo lavoro è composto e suonato bene ma le vibrazioni che trasmette non sono certo quelle dei dischi storici targati Dio. Voi direte: “E vabbè ma sono paragoni che non si possono fare”. E invece sono paragoni che arrivano spontanei visto la scelta dei Dream Child di puntare su un sound così identico a quei lavori.

La sensazione che “Until Death Do We Meet Again” sarà un disco che divide è forte. Ci saranno gli estimatori che probabilmente lo inseriranno come una delle migliori uscite dell'anno, ci saranno gli haters che diranno che non si può scopiazzare i grandi classici di Dio senza la voce originale. E probabilmente la verità sta proprio nel mezzo.

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Opinione inserita da Federico Orano    24 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

“Step into the light” segna il ritorno degli Snakes In Paradise band capace di pubblicare un gran disco omonimo nel 1993 e poi un altro paio di full lenght (l'ultimo "Dangerous Love" targato 2002) prima di fermarsi.

Interessante quindi ritrovare la band nordica alle prese con del classico hard rock di scuola inglese (FM su tutti) con un tocco aor. Troverete quindi dei brani intensi capaci di graffiare ma caratterizzati da melodie calde in grado di catturare già al primo impatto anche grazie a coretti e tastiere ruffiane. Il terzetto iniziale merita subito applausi a non finire con la classica “Wings Of Steel”, il mid tempo “Silent Sky” e la bellissima “Will You Remember Me” che si tinge di blues grazie anche alla prestazione maiuscola del singer Stefan Berggren che mostra tutta la sua bravura. Peccato che la tracklist sia un po' dispersiva e dopo il trio iniziale e la ballatona “Angelin”, un po' si perde con una manciata di tracce piacevoli ma nulla più. “Liza” rimette il disco sui binari giusti ma il finale non si dimostra certo scoppiettante con “Life`s Been Good To You & Me” e “Step Into The Light”.

“Step into the light” è un lavoro che poteva decollare ma si ferma sul più bello. Gli Snake piazzano tutte le cartucce all'inizio e la seconda metà della tracklist risulta scarica. In ogni caso questo ritorno si dimostra interessante e potrebbe soddisfare più di qualche palato dedito a sonorità classiche.

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Opinione inserita da Federico Orano    24 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Direttamente dal Portogallo, un'interessante uscita per gli amanti dell'hard rock classico che non disdegnano qualche momento più moderno. I Barros non sono altro che un progetto solista di Paulo Barros, chitarrista dei Tarantula, una delle band più conosciute nel panorama portoghese, e questo "More Humanity Please..." è un esempio di buon hard rock.

Si parte con la melodica “My Everything”, prima di lasciar spazio ai riff più potenti di “Disconnect” e “Kingdom For A Day”. Echi di Whitesnake e Harem Scarem qua e là durante una tracklist che non lascia mai da parte il lato melodico e la prova del singer Ray Van D è senza dubbio di livello. Un tocco moderno circonda il classic hard rock di “Take Me As I Am”, pezzo che presenta un gran bel tiro e che probabilmente si erge a hit del disco, insieme al'intensa “Live Before We Die”. Piacciono le sonorità cercate con la chitarra da Mr. Barros e il disco fila via che è un piacere, senza sbavature, quadrato e supportato da bei riff di chitarra che faranno agitare la testa a più di qualcuno.

Un lavoro ben cantato e suonato, speriamo che la storia dei Barros sia solo all'inizio.

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2.5
Opinione inserita da Federico Orano    20 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Arrivano dal nord dell'Inghilterra gli Atlas, giovane band alle prese con un hard rock melodico che non ci ha convinti un granchè. Insomma tutt'altra cosa rispetto agli Atlas spagnoli che qualche mese fa ci avevano deliziano con del bel sano hard rock.

Vabbè, ma partiamo dal punto focale del disco: la sensazione è che la voce sia registrata troppo alta rispetto agli strumenti e, fatto ancora più inspiegabile, è proprio l'ugola del singer Craig Wells a non convincere del tutto. Insomma, non una scelta intelligentissima ci verrebbe da dire. Se poi aggiungessimo che neanche il songwriting eccelle, allora capirete che il disco in questione non sarà ricordato a lungo. Un tocco prog apre il disco con “Samsara”, mentre “Bad Habit” mette in mostra un riff più potente, ma senza riuscire a colpire del tutto, nonostante un piacevole coretto iper catchy. I brani non conquistano, sembra già tutto sentito e risentito, basti ascoltare songs come l'ariosa “Seasons Change”, o la più commerciale “Breathe Me In”, dal tocco pop.

Gli Atlas sono nati solamente un anno fa. Forse sarebbe il caso di avere più pazienza e lavorare maggiormente sui pezzi, prima di voler subito correre a stampare un full-lenght. Perchè strumentalmente la band è davvero valida, ma per il resto c'è ancora molto da lavorare.

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Opinione inserita da Federico Orano    19 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Naturale che quando si parla di Treat le attese siano elevate, dopotutto la band svedese ha scritto pagine di storia del melodic hard rock di scuola scandinava e, nonostante gli anni, è riuscita a comporre ottimi dischi anche recentemente, dopo la reunion (ricordiamo l'ottimo "Coup de Grace" del 2010).

E questo “Tunguska” com'è? Troppo zuccheroso, troppo pop, troppo moderno. Non che i Treat abbiano basato il loro successo sulla potenza, ma questo nuovo lavoro segna un bel distacco dalle produzioni passate della band svedese, nonostante il loro trademark sia comunque ben riconoscibile. Tutto ciò non vuol dire che sia tutto da buttare nel lavandino anzi, durante la lunga tracklist di questo disco sono presenti anche dei buoni spunti, dopotutto parliamo di una band con una certa esperienza alle spalle e siamo certi che molti impazziranno per l'impatto melodico di alcune di queste songs. E la partenza è davvero buona con il coretto iper catchy di “Progenitors”, brano dal forte impatto, che insieme a pezzi come “Riptide” e “Rose Of Jericho” cerca di tenere alto il livello del disco. Ma molti momenti come “Build The Love”, “Always Have, Always Will” e “Best Of Enemies” risultano davvero molto mielosi con sonorità pop, atmosfere moderne e coretti zuccherosi, che ci hanno convinto fino ad un certo punto.

Insomma, questo lavoro alterna momenti buoni ad altri meno riusciti; lecito attendersi di meglio da Anders Wikström e soci.

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4.5
Opinione inserita da Federico Orano    19 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Quando la matematica non è un'opinione. Se metti insieme un grande cantante come Steve Overland (FM), con il songwriter Robert Sall (Work of Art, W.E.T), è quasi automatico che il risultato sia sublime.

Ed in effetti questo nuovo progetto targato Grounbreaker mostra tutta la propria classe già dai primi ascolti. Un aor davvero ispirato e supportato da melodie intense e arrangiamenti di classe. Davvero difficile trovare un momento sottotono in questo lavoro, che parte alla grande con l'accoppiata “Over My Shoulder” - “Will It Make You Love Me”, ma che non delude procedendo con la tracklist. Impossibile resistere all'impatto melodico di “Only Time Will Tell”, con uno Steve sugli scudi. La sua prestazione anche stavolta è da brividi e la dimostrazione più lampante arriva con “Something Worth Fighting For”, ballata da pelle d'oca. Ancora nel finale l'hit “The Sound Of A Broken Heart” e la calda “The First Time” fanno letteralmente brillare questo debutto.

Un esordio imperdibile. Gioite o voi fan dell'aor, i Groundbreaker sono arrivati!

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4.0
Opinione inserita da Federico Orano    14 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Giovani, ma pronti ad emergere, senza troppi proclami, ma con tanta passione per l'heavy metal. Gli Hitten ci avevano già convinti eccome con il loro precedente lavoro “State Of Shock” (e anche on stage) ma ora, con un nuovo cantante e qualche anno in più di esperienza sulle spalle, la band di Murcia è pronta ad esplodere con tutta la propria energia.

Il nuovo "Twist Of Fate" si presenta come un disco ancora più professionale, grazie ad una produzione migliore e, come detto, ad un nuovo singer, l'italiano Alexx Panza, un acquisto capace di fare la differenza, il centravanti che mancava all'act spagnolo. Ne esce un disco che ancora molto deve alle sonorità degli anni ottanta e che predilige ritmiche elevate come dimostrano, in apertura, “Take it All” e la title track, brani che fanno subito centro supportati dalle due chitarre che si intrecciano su ottimi passaggi (ascoltare la parte centrale della title track) ed una sessione ritmica precisa e attenta. Echi di Saxon, Maiden, Judas Priest, ma anche Crimson Glory ed Helloween vengono fuori qua e là, ma la proposta degli Hitten è abbastanza personale. Parte forte anche “On The Run”, con Alexx che dimostra di poter arrivare anche molto alto con la sua voce, e ancora le chitarre a creare ottime melodie con un tocco decisamente NWOBHM. Il lato maggiormente hard rock degli Hitten esce fuori mentre ci si avvicina al finale della tracklist, con “In the Heat of the Night”, brano che presenta un refrain che vi si stamperà in testa, e “Rocking Out the City”.

Un disco genuino, composto e suonato con dedizione da cinque ragazzi spinti dalla passione per questa musica. Andiamo a rivivere gli indimenticabili anni '80 con “Twist Of Fate”!

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Opinione inserita da Federico Orano    12 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 12 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Il terzo disco è spesso quello della verità, o almeno questa è la regola non scritta della scena metal e hard rock. I Lioncage avevano pubblicato un buon debutto nel 2015 con “Done At Last”, salvo poi perdere leggermente il cammino con il secondo disco, “The Second Strike”, uscito lo scorso anno.

Ora arriva il momento di “Turn Back Time”, con una dozzina di songs dal sound melodic hard rock e aor con sonorità moderne date dagli arrangiamenti (ascoltare “Comfort Me”, per esempio) e qualche momento dal tocco progressivo, come nella riuscita opener “Heaven’s Gate“. Ne esce un buon disco, che non verrà ricordato nella storia, ma che si fa ascoltare con piacere. Bene la partenza con la già citata song di apertura e soprattutto con la melodica “Black Water”, che mette in mostra tutto il potenziale del gruppo in un bel mix tra Harem Scarem, FM e Toto. Peccato che il disco abbia anche dei momenti sottotono e non aiuta di certo la prestazione vocale di Thorsten Bertermann; il singer tedesco mostra poca espressività in certe situazioni e brani come “Turn Back Time”, dal buon refrain, ne risentono. Il tocco prog che dicevamo esce tutto nell'elegante “Dead Man Walk”, che mostra le doti e la classe della band, ma una manciata di brani sottotono come “Blind” e “Believe In Magic” lasciano il segno in negativo.

Dicevamo disco della verità. E la verità è che i Lioncage sono autori di un buon disco, ma che non convince del tutto. Le potenzialità della band sono elevate, ma la tracklist presenta troppi alti e bassi per poter fare pieno centro.

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Opinione inserita da Federico Orano    05 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 05 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Ed eccolo l'atteso ritorno di Gabriels con la seconda parte dell'opera che va a raccontare le vicende di Hokuto. Avevamo apprezzato non poco "Fist of the Seven Stars Act1", l'esordio della band del virtuoso tastierista siciliano, sfortunatamente dobbiamo constatare che questo come back non è all'altezza.

Ma andiamo con ordine; rispetto al debutto, il sound di questa seconda opera cambia non poco e si passa da un power/heavy metal piuttosto marcato a sonorità maggiormente hard rock e progressive che accompagnano questi nuovi brani. E già dall'apertura si intuisce che qualcosa è cambiato; “The search of water bird” è un mid tempo caratterizzato da tastiere in evidenza e buone melodie ma, per partire, avremmo preferito un brano più grintoso. Con numerosi ospiti ad interpretare i vari personaggi del concept, la tracklist prosegue, ma i ritmi sono sempre molto controllati e, ad ogni traccia che volge al termine, il pensiero è: “Dai, speriamo che con la prossima ci sia un po' più di carica”. E invece no, mai un'accelerazione, mai un po' di potenza, forse in parte, anche per colpa della produzione. Tanta epicità e buone melodie in brani come “Looking for your brother” e “I see again”, ma alla lunga il disco risulta un po' troppo soporifero, colpa anche di alcuni momenti che faticano ad accendersi come “King of fist” e “Cobra Clan”. Grande spazio viene lasciato alle parti di piano, synth e tastiera, com'è giusto che sia, che sono senza dubbio l'aspetto più riuscito del disco. Gabriels mostra tutta la sua tecnica, ma non solo; le sue keys suonano calde e trovano intense melodie e “Myth of Cassandra” potrebbe essere la rappresentanza perfetta di questo full lenght: ottimi solos di tastiera e chitarra che non bastano a sollevare del tutto un pezzo troppo monocorde nelle linee vocali, e neanche cantato troppo bene... Un altro dei momenti migliori del disco è l'epica ed intrigante “Legend Of Fear”, dalle sonorità progressive; nel complesso però, da questo “Fist of the Seven Stars Act 2 (Hokuto Brothers)” ci saremo aspettati sicuramente di più.

Tante luci ed ombre su questo ritorno in campo di Gabriels. E ascoltando e riascoltando questi brani, misurandone pregi e difetti, la piena sufficienza è quello che secondo noi merita questo lavoro, ma nulla di più.

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Opinione inserita da Federico Orano    05 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 05 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Gli svizzeri Maxxwell tornano dopo quattro anni dal loro precedente lavoro “Tabula Rasa“, con questo nuovo “Metalized” che, come suggerisce il titolo, vede la band d'oltralpe puntare su un sound maggiormente metallico e meno rock.

La band decide di autoprodurre il disco, un lavoro composto da ben dodici pezzi più tre bonus tracks. Insomma tanta carne al fuoco, forse troppa. Ma la partenza è interessante con la ruvida “Hurricane”, song dal tocco moderno che ricorda qualcosa dei Rage più cazzuti (“End Of All Days” era), anche per l'impostazione vocale di Gilberto Meléndez. E queste sonorità sono presenti in altri momenti del disco come “Burn”, song supportata da riffoni potenti ed un tocco oscuro. Si arriva fino all'heavy/thrash di “Raise Your Fist” dove comunque la band punta su ritornelli dal forte impatto melodico o alle moderne “Done With You” e “P.U.T.V.”, dove i Maxxell sperimentano nuovi percorsi sonori, inserendo qualche effetto nella voce di Gilberto. Certo che se consideriamo anche qualche pezzo più melodico come “She's Mine” e “Given It All”, che guardano indietro alle sonorità hard rock più classiche, questo “Metalized” rischia di perdere il filo conduttore.

I Maxxell sono tutt'altro che dei pesci fuor d'acqua anzi, pare che questo sound più potente e moderno possa portare alcune soddisfazioni al gruppo svizzero. Ma “Metallized” sarebbe potuto essere migliore con qualche brano in meno ed una tracklist più compatta, mantenendo solamente le dieci tracce più ispirate.

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