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Opinione scritta da Federico Orano

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4.0
Opinione inserita da Federico Orano    07 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Dicembre, 2018
#1 recensione  -  

Dieci anni di storia per i White Widdow, la band australiana che dedica anima e corpo ad un melodic hard rock e che arriva ora al quinto disco in studio.

Non sempre il quintetto australiano ha fatto pieno centro in passato, spesso la loro proposta è stata un pochino scontata, ma questo “Victory” sembra avere le carte in regola per diventare col tempo un disco di tutto rispetto. Tutto questo grazie ad un songwriting ispirato che ci fa assaporare gli anni '80 con sonorità maggiormente pomp e in stile arena rock, riportandoci a band come Survivor, Foreigner e Night Ranger. I ritmi sono spesso controllati e le tastiere avvolgono il sound iper melodico della band, con tanti coretti a caratterizzare i ritornelli. Un sound che trova il suo meglio nella prima parte del disco, con l'esemplare “Fight For Love” e la buona accoppiata “Second Hand Heart” e “Late Night Liason”. Ma la tracklist si mantiene su livelli più che buoni con la ballatona “Anything” e l'intensa e catchy “Love And Hate” (bellissimo il refrain!).

Al quinto tentativo i White Widdow dimostrano la maturità necessaria per lasciare il segno nel mondo del melodic hard rock. Bravi ragazzi!

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3.0
Opinione inserita da Federico Orano    06 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Dicembre, 2018
#1 recensione  -  

Fans dell'iper melodic hard rock? Ecco tornare i Midnite City, band che arrivano dall'Inghilterra per regalarci una manciata di brani ariosi e catchy.

Melodie di facile ascolto, coretti zuccherosi e tastieroni sono gli ingredienti principali di “There Goes The Neighbourhood”. Insomma potremmo già chiudere qui la recensione: se amate questo approccio molto melodico e, ahimè, parecchio scontato, allora i Midnite City fanno per voi. Altrimenti è meglio stare alla larga da pezzi come “Give Me Love” e “You Don’t Understand”, che mostrano tutta la poca originalità della proposta targata MC! Un tocco eighties accompagna la tracklist (sentite “Life Ain’t Like This On The Radio” ad esempio) che tanto deve a Bon Jovi, ma anche ai più recenti Vega.

AVVERTENZE: “There Goes The Neighbourhood” è un prodotto altamente zuccherato, lavarsi bene i denti alla fine di ogni ascolto!

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2.0
Opinione inserita da Federico Orano    06 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Dicembre, 2018
#1 recensione  -  

Sogno eterno o noia eterna? Probabilmente per gli Eternal Dream la differenza è minima, visto che in questo “Daementia” il rischio di addormentarsi e fare qualche sogno è elevato.

Parliamo di una band spagnola che si dedica ad un symphonic power/gothic metal con la voce lirica della singer Ana Moronta. Cosa non va in questo secondo disco della band di Malaga? Un songwriting piatto e linee vocali che non trasmettono alcun sussulto, anche a causa del cantato fin troppo monocorde. Inutile citare songs perché, dopo diversi ascolti, non c'è un solo brano che sia stato capace di attirare l'attenzione.

Forse i fans di Xandria e Last Days Of Eden potranno trovare qualche spunto interessate ma, in generale, il disco riserva poche sorprese e, se la band vorrà lasciare il segno in futuro, dovrà sicuramente migliorare diversi aspetti.

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3.5
Opinione inserita da Federico Orano    01 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Dicembre, 2018
#1 recensione  -  

Un rock sinfonico e dalle tinte progressive, prettamente strumentale; ecco come si potrebbe descrivere questo “And the stars above”, disco targato Armonite, band italiana che proviene da Pavia e composta dal duo formato da Paolo Fosso e Jacopo Bigi, due musicisti molto preparati che danno vita a questa proposta molto interessante.

Il rock degli Armonite poggia sulle tastiere ed il pianoforte di Paolo, presenta anche parti di violino ad opera di Jacopo, ma è presente anche la chitarra, come dimostra subito l'intrigante “Next Ride”. Alla band piace osare ed è così che sonorità moderne con effetti futuristici fanno da contorno alle bellissime parti di violino in “District Red”. La band incontra così sonorità care a Porcupine Tree, Muse e naturalmente tanta musica classica. La calda e sinfonica “Plaza De España” lascia spazio al pezzo cantato “Clouds Collide” e alla più prog/folk metal “Blue Curaçao”. Insomma la varietà non manca in questo lavoro ben suonato e registrato, che continua con la soffice ballata “The Usual Drink” e ci accompagna fino alla fine con la presenza di due bonus track.

“And the stars above” è un lavoro da ascoltare con calma, un lungo viaggio strumentale ricco di tante sonorità diverse. Di metal c'è ben poco, ma se cercate della musica ricercata potete contare sugli Armonite!

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3.5
Opinione inserita da Federico Orano    01 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Dicembre, 2018
#1 recensione  -  

Us power metal epico e complesso, per un salto negli anni '80 con i Necrytis. Creati da Toby Knapp, ex-leader degli storici Onward, il gruppo americano che in realtà è un duo, è formato, oltre che da Toby, dal singer e batterista Shane Wacaster.

“Dread En Ruin” è un lavoro da ascoltare molte volte, visto che i pezzi sono molto articolati e spesso di lunga durata. Si parte con “Starshine”, song che mostra subito le carte in tavola della band con un classico heavy metal di scuola americana, ma con un struttura ricercata e mai banale. “Necrytis” corre forte con la chitarra di Toby Knapp a creare atmosfere epiche fino al bellissimo solo. “Blood In The Well” è l'esempio lampante delle chiare influenze prog presenti nel disco, mentre “Call Us Insanity” è il brano più diretto, con sonorità che vanno ad abbracciare persino i Black Sabbath ed il risultato è davvero positivo. A chiudere ci pensa “Heresiarch Profane”, song di oltre 13 minuti di durata e capace di cambiare atmosfere di continuo... insomma, che coraggio!

Influenze progressive si uniscono ad una base di chiarissimo Us power per un disco davvero interessante ma non per tutti.

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4.0
Opinione inserita da Federico Orano    29 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

Gli Stormzone non arriveranno mai al successo ma fanno parte di quelle band che non molleranno mai e che delizieranno gli ascoltatori più appassionati con dei dischi di classic metal sempre ben suonati e spinti dalla passione.

“Lucifer’s Factory” non delude le attese. Tredici brani (pure troppi) di heavy metal purissimo con bei riffoni e buone melodie vocali. C'è tanto NWOBHM nel sound della band di Belfast che parte spedita con “Dark Hedges”, prima del bel riffone stoppato della bella title track. Il lato più catchy viene fuori con “Cushy Glen” e “We Are Strong” ottimi brani cpaci di trasmettere una certa dose di carica. Se dobbiamo trovare un difetto agli Stormzone è che non riescono a sorprendere, dopotutto la loro proposta non è per niente innovativa ma è così per molte altre band e la tracklist di questo nuovo lavoro non ammette sbavature. Ogni brano riesce a far muovere la testa canticchiando, non è forse questo ciò che cerchiamo da un disco metal? L'accoppiata “Hallows’ Eve” - “Your Hell Falls Down” mostra il meglio della band, la prima con ritmi alti ed ottime melodie la seconda è un mid tempo molto ispirato. Ci pensa la ballata “ Time to Go” a chiudere il disco tra gli applausi.

Sugli Stromzone si può sempre contare! Se amate l'heavy metal classico “Lucifer’s Factory” non vi potrà deludere, neanche stavolta...

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4.5
Opinione inserita da Federico Orano    28 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 28 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

Attivi fin dal 1984, gli Heir Apparent impersonificano l'idea di cult band. Con solamente due album alle spalle, il debutto "Graceful Inheritance" del 1986 ed il più progressivo "One Small Voice" (1989), entrambi considerati pietre miliari della scena Us Metal, il gruppo di Seattle si è rifatto vivo da qualche anno per qualche apparizione live ed ora arriva a pubblicare "The View From Below", un nuovo disco pieno zeppo di ispirazione che ci riporta una band capace ancora di brillare (un po' come successo di recente con i Fifth Angel).

Heavy metal o prog? Entrambe le cose! La proposta degli Heir Apparent è ricercata e unisce il metal ed il rock più classici, quelli degli anni '80 e di stampo US, ma con un tocco progressive sempre presente, grazie ad ottimi arrangiamenti ed a linee vocali melodiche e ricercate. Ne esce un disco da ascoltare con cura più e più volte, ma in grado di conquistare grazie a pezzi da novanta come “The Door” (che figata anche l'assolo di Terry Gorle) e la spedita “Savior” (ottimo il lavoro al basso alla Steve Harris di Derek Peace), momenti che esaltano l'operato del nuovo singer Will Shaw il quale mostra doti importanti alzando il tiro nei momenti più squillanti, ma con un timbro molto personale. Fates Warning e Queensryche potrebbero venire in mente all'ascolto delle splendide “Here We Aren't” e “Further and Farther”. Ancora tanto progressive sinfonico con l'articolata “Synthetic Lies” e l'intensa “ The Road to Palestine”, prima del finale con la superlativa “Insomnia”.

Un lavoro eccezionale; otto brani, niente più, niente meno. Il necessario per impressionare anche il metaller più restio. Bentornati anche a voi, Heir Apparent.

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5.0
Opinione inserita da Federico Orano    27 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

Il ritorno dei Witherfall era atteso con molto fervore da parte di appassionati ed addetti ai lavori, ma probabilmente non ci si immaginava che questo nuovo secondo disco della band californiana potesse essere così immenso da meritare voti altissimi in ogni critica ricevuta.

Insomma “A Prelude to Sorrow” è uno di quei dischi capaci di lanciare una band nell'Olimpo. Un disco complesso che unisce metal estremo, progressive, heavy, ma anche un lavoro abbastanza melodico da farsi ascoltare con piacere. Il disco arriva a solamente ad un anno di distanza dal debutto, “Nocturnes and Requiems”, ma non mostra alcun cedimento anzi, solamente tanta maturazione in più ed un songwriting degno dei migliori acts mondiali. Dopo l'intro iniziale, è la lunga “We Are Nothing” a mettere sul piatto tutto il talento del quintetto americano. Undici minuti sublimi, caratterizzati da atmosfere malinconiche con cambi di tempo, calde melodie, ottimi arrangiamenti e spunti chitarristici da ricordare, dove escono prepotenti echi di Nevermore ed Evergrey. Più diretta la successiva “Moment Of Silence”, supportata da un riff potente e da un ritornello epico tutto da cantare. L'acustica “Maridian’s Visitation” ci mostra il lato più intenso e inquieto della band che con “Shadow” piazza una super hit ricca di vibrazioni fino ad un refrain melodicissimo. Nel finale si ritorna su binari più tortuosi e progressivi con “Vintage”, dove sono ancora undici i minuti che accompagnano questo gioiellino di brano che sale e scende tra vorticose aperture melodiche, arpeggi ed esplosioni soliste di chitarra.

Un disco che finirà nel podio di fine anno per molti di noi. Se vi piace il metal sofisticato, ricco di molte sfacettature e capace di appassionare ascolto dopo ascolto allora “A Prelude to Sorrow” non deve mancare nella vostra letterina per Babbo Natale.

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2.5
Opinione inserita da Federico Orano    24 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

E' davvero difficile commentare un disco dei Virgin Steele ai giorni nostri. Parliamo di una band che ha scritto pagine gloriose della storia dell'heavy metal epico e teatrale, un gruppo capace di creare un sound unico grazie ad atmosfere romantiche, vittoriose ed alla voce del loro carismatico leader David DeFeis. Ma all'ascolto dei brani presenti in questa infinita collezione si fa davvero fatica a riconoscere quella band. Tutto parte dalle ristampe che il gruppo americano doveva ancora pubblicare, ovvero quelle di “Hymns To Victory” e “The Book Of Burning”. Ma il buon David si è accorto che aveva fin troppo materiale rimasto sotto il letto e mai pubblicato tra cover, nuovi pezzi, vecchie bonus tracks etc e così ha deciso, in accordo con l'etichetta, di aggiungere del materiale inedito. Peccato che alla fine da questo database siano usciti ben tre dischi bonus pieni zeppi di musica. Ora capite che difficilmente si può curare alla perfezione tutto questo insieme di pezzi ed in effetti, molte cose sembrano un po' buttate li. Quindi se sommiamo il fatto che non tutto quello che trovate in questi dischi è di livello accettabile (anche perchè la vena compositiva della band ultimamente non è che sia al top) e che alcune idee interessanti non sembrano curate al meglio in fatto di produzione, arrangiamenti e ritocchi, capite che il risultato è un po' deludente. A questi pezzi manca mordente, spesso si rischia di ascoltare pezzi scarichi, spompati. Certo qualcosa di interessate c'è come la bella “Seven Dead Within” che apre il disco, ma è davvero difficile arrivare alla fine dell'ascolto perchè molti pezzi sono pesanti, vedi “Green Dusk Blues” che ha anche qualche buono spunto ma che sembra non finire mai. Insomma le sonorità di questi dischi sembrano passate ad un hard rock sinfonico con qualche tocco blues come dimostra “Child Of The Morning Star”, peraltro pezzo neanche malvagio. Le chitarre di Eddy Pursino sono messe molto in secondo piano per lasciare spazio alle orchestrazioni e anche di solos se ne sentono davvero pochi. E dell'ugola del buon DeFeis che dire? Anche lui a volte abusa dei suoi ruggiti e dei suoi urletti, ma nel complesso la sua prova è positiva. Sicuramente meglio della batteria, probabilmente elettronica, che troviamo in situazioni fastidiose come in “Psychic Slaughter” o in altri momenti del disco.

Forse i fans saranno felici di avere a disposizione tre dischi di inediti per ben 4 ore di musica oltre alle due ristampe così potranno trascorrere le vacanze di natale ad ascoltare questa accozzaglia di idee che sono passate per la testa di DeFeis negli ultimi mesi. Ma caro David potevi un po' filtrare, magari se invece che tre dischi ne facevi uno con il meglio di tutto questo, avresti fatto più bella figura. Speriamo che tutto il peggio sia stato messo qui dentro e che nei prossimi dischi dei Virgin Steele ci si possa divertire un po' di più.

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Opinione inserita da Federico Orano    24 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

I De-Arrow sono un quintetto australiano di melodic hard rock che è stato attivo negli anni ottanta dal 1983 al 1989. Il loro sound è quello classico dell'aor con tastiere in evidenza e melodie celestiali con la voce angelica di Lou Yarevski e solos di chitarra che potrebbero portare alla mente i vecchi Europe.

La band di Melbourne ha cambiato diversi componenti negli anni e qui troviamo una raccolta dei loro migliori brani per la prima volta in cd. Il livello è sicuramente elevato come dimostra l'opener “Rock N' Roll Nights”, davvero magica o la più grintosa “We've Got The Wings”, Ma è tutta la trcklist a rivelarsi piacevole e capace di scorrere via con facilità grazie a brani intensi come “First Break Of The Heart” e la ballatona “All Alone”.

Gli amanti dell'aor e del melodic hard rock che, come il sottoscritto, non erano a conoscenza di questa band australiana, farebbero bene a farci un pensierino perchè questa raccolta è davvero interessante se si vuole riassaporare quel sound targato Eighties.

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