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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Febbraio, 2018
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Questo è fottutissimo epic metal! Basterebbe questa definizione per completare la recensione di “Conqueror’s oath” degli americani Visigoth (da Salt Lake City - Utah) i quali, nonostante il nome ispirato ad una tribù barbara, appunto non arrivano dalle Dacia o dalle rive del Danubio. Non hanno Alarico come condottiero, ma un cantante come Jake Rogers, dall’ugola potente ed aggressiva, decisamente adatta al genere suonato dalla band. “Conqueror’s oath” è il secondo album dei Visigoth, dopo l’esordio del 2015, “The revenant king”, a me purtroppo sconosciuto. Prendete la lezione impartita dai maestri storici dell’epic metal, come Omen, Cirith Ungol e Manilla Road o, per citare qualche band di casa nostra, Rosae Crucis o Holy Martyr, metteteci un pizzico di power metal ed avrete il sound dei Visigoth. Capirete che un vecchio metallaro come il sottoscritto che ha vissuto l’apice di questo genere negli anni ’80, non potrà che sbavare per una musica del genere, ricca di cori solenni, maestosa nel suo incedere, finanche pacchiana, ma decisamente trascinante e ricca di energia. Certo i Visigoth non inventano niente di nuovo, non fanno altro che prendere la strada tracciata in passato dai maestri del genere e percorrerla a velocità spedita. Ecco, forse gli unici nei che trovo in questo disco sono riscontrabili quando il ritmo cala un attimo (come nella title-track, posta in chiusura del disco) e la canzone diventa un po’ troppo monolitica, o quando si strizza troppo l’occhio all’hard rock (“Salt city”) e si rischia di diventare alquanto banali. Per il resto, ho ascoltato un gran bel disco, che conquista e convince. I Visigoth, con questo “Conqueror’s oath”, si candidano con ottime credenziali, per entrare nel gotha dell’epic metal mondiale.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Febbraio, 2018
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Sono passati cinque anni dal precedente disco dei power metallers finlandesi Thaurorod, band famosa per aver avuto agli esordi quale cantante il nostro mitico Michele Luppi. La loro proposta musicale è un veloce power metal (anche se non sempre sparato a mille all’ora), a cui si aggiunge un tocco di prog che rende il sound sicuramente più interessante e personale, ma anche di più difficile fruizione. Durante i ripetuti ascolti che ho dato a questo “Coast of gold”, nulla mi è rimasto particolarmente impresso, né in positivo, ma nemmeno in negativo. Non ho trovato insomma quella hit che ti fa saltare dalla sedia, ma neanche qualcosa che formalmente non vada. Potremmo dire che la musica di questa band non è particolarmente originale, questo forse non possiamo negarlo, ma è indubbio che non dispiaccia ascoltare quanto suonano, grazie anche a parti soliste piacevoli dei due chitarristi, Emil Pohjalainen e Lasse Nyman; nella lunga “Illuminati” (forse il brano migliore) c’è pure una parte solista del bassista Pasi Tanskanen. Eppure ogni volta che arrivavo alla conclusione del decimo brano, mi dicevo sempre “non male, ma niente di eccezionale”. Ho ascoltato più e più volte questo “Coast of gold”, ma il risultato era sempre il medesimo: un disco piacevole da ascoltare, ma che non colpisce in maniera particolare. I Thaurorod sono una band esperta, sulla scena da oltre 15 anni e sicuramente hanno una certa schiera di fans; posso immaginare che questo album andrà incontro ai loro gusti, così come a coloro che amano il power metal più veloce; per gli altri, forse è meglio un ascolto preliminare...

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Febbraio, 2018
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I Novareign arrivano da Los Angeles e giungono quest’anno al debut album intitolato “Legends”, composto da 9 brani, quasi tutti dal minutaggio importante (spesso ben oltre i 6 minuti), con una copertina che non mi fa impazzire. Il sound della band californiana è un veloce e robusto power metal, ricco di melodia e decisamente catchy, pieno zeppo di parti soliste dei due chitarristi, ma anche con basso e batteria sempre in piacevole evidenza; c’è anche qualche tocco prog che fa venire in mente un po’ gli Angra (fatti i dovuti paragoni di cantante!). Come detto, buona parte dei pezzi hanno durate notevoli e proprio qui sta il “tallone d’Achille” di questo disco; i Novareign, infatti, hanno bisogno di sacrificare un po’ di assoli sull’altare dell’efficienza del singoli componimenti; l’economia dei brani è importante per permettere all’ascoltatore di rimanere interessato a quanto si ascolta e non annoiarsi. In questo caso, invece, ci sono ben quattro pezzi che sfiorano o addirittura superano i 10 minuti, per un totale di oltre un’ora di musica. Cari Novareign, non siete gli Iron Maiden o i Blind Guardian che possono permettersi tanti pezzi dal minutaggio importante senza rischiare di annoiare (ma anche qui, potremmo discuterne...) e fareste bene a non lasciarvi andare in eccessivi protagonismi (specie per le chitarre), per evitare che il singolo pezzo perda di interesse ed efficacia, arrotolandosi su se stesso e diventando eccessivo e prolisso. E’ un peccato che sia così, perchè ogni brano almeno nei 4-5 minuti iniziali è davvero piacevole e coinvolgente, regala energia e gradevoli melodie, oltre ad essere cantato alla fin fine anche bene. E’ evidente che i Novareign hanno talento e tecnica, spero per il futuro che possano essere anche più efficaci; per adesso, questo “Legends” strappa una meritata sufficienza, ma sono certo che si può fare molto meglio!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Febbraio, 2018
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I Neperia sono una band greca attiva sin dal 2009; mi sono stati presentati come “symphonic metal”, ma in realtà ho trovato poco di metal sinfonico, se non qualche parte di tastiera (probabilmente suonata da tale Leonidas Diamantopoulos, ma non indicato nelle linee biografiche inviate per la recensione), oltre alla consueta ed immancabile voce femminile che,ogni tanto, si diletta in qualche liricismo. Per il resto ho ascoltato un sound che strizza l’occhio al death melodico ed ha qualche parte che si potrebbe avvicinare al gothic. Nulla di eclatante quindi, ma comunque una musica anche piacevole da ascoltare, se non fosse per la presenza del cantato di George Tzahristas che spesso letteralmente vomita le proprie corde vocali dietro il microfono, roba che è più adatta ad una band di brutal. In un sound del genere, così attento alle melodie, il growling cavernoso e profondo di Tzahristas semplicemente non ci sta e rovina quando di buono viene fatto a livello strumentale. A ciò si aggiunga che la voce femminile di Stella Tzovara non è questo granché, non male, ma nemmeno nulla di eccezionale; al confronto con quella maschile, ci si immagina un po’ il contrasto di immagini tra la bella e la bestia, il che sinceramente mi ha fatto parecchio sorridere. L’ascolto dei pezzi non è stato particolarmente complesso (se non fosse appunto, per le fastidiose parti canore maschili), anche grazie ad una buona capacità dei vari musicisti della band; di fatto, però, non ho avuto modo di ascoltare qualcosa che mi esaltasse particolarmente ed alla fine dei vari ascolti non mi rimaneva nulla di positivo da ricordare. Credo che i Neperia abbiano ancora molta strada da percorrere per poter emergere dall’anonimato; per ora questo loro debut album, intitolato “Drawing new worlds”, non è in grado di raggiungere la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Febbraio, 2018
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I Rite Of Thalia sono una female fronted symphonic melodic metal laziale, attivi sin dal 2013, arrivano al debut album, intitolato “Discordia” a novembre 2017. Si tratta di un concept album sulla mente bipolare di un assassino, tra i vari stati d’animo che caratterizzano il protagonista. Il disco è composto da ben 12 tracce e connotato da diverse atmosfere all’interno di un metal sinfonico parecchio lento e forse fin troppo melodico. La parte principale è riservata alla voce dell’affascinante Chiara Petrelli che, con la sua impostazione lirica, fa pensare ai nomi più importanti del metal sinfonico nord-europeo; si tratta indubbiamente di una cantante molto preparata, anche se alcune volte si lascia andare troppo a virtuosismi e gorgheggi rischiando di diventare stucchevole. Mi spiego meglio: già la musica dei Rite Of Thalia non è particolarmente ritmata (tranne qualche eccezione, come le prime tre canzoni “Sacrificium”, “Confession” e la title-track “Discordia”, oppure la conclusiva “All that remains” e parte di “I promised”) ed abbastanza carente in energia, quando la cantante esagera un pochino con i liricismi il tutto diventa un po’ pesante da ascoltare. Oltretutto in un settore come il female fronted symphonic melodic metal, in cui si assiste ad un esagerato proliferare di bands, bisogna evitare il rischio di annoiare l’ascoltatore. Anche un appassionato del metal sinfonico come il sottoscritto, infatti, ogni tanto ha bisogno di una ventata di energia e diverse canzoni di questo album non sono purtroppo in grado di fornirla. In questo potrebbe sicuramente aiutare un maggiore protagonismo della chitarra di Francesco Forlano, che ritengo un po’ troppo relegata in secondo piano e soprattutto poco presente a livello di parti soliste che, invece, sono appannaggio pressoché esclusivamente delle tastiere del fondatore della band Riccardo Dionisi. Siamo solo all’esordio discografico e qualche passaggio non proprio convincente o qualche ingenuità sono perdonabili, soprattutto considerando che i Rite Of Thalia mettono in mostra buone potenzialità; con un po’ più di energia e grinta sono infatti convinto che il prossimo disco sarà migliore di questo “Discordia”.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Febbraio, 2018
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Devo ammettere che raramente, molto raramente nelle svariate decadi che ascolto musica metal (portate pazienza se sono prossimo alla mezza età...), mi sono trovato a sobbalzare a questa maniera ascoltando il debut album di una band. Ebbene si, “The fallen king” degli italiani Frozen Crown è un gran disco, uno di quelli che ti rimangono impressi a lungo e che, da fan del power metal, non ti stancheresti mai di ascoltare e riascoltare. I Frozen Crown si formano nemmeno un anno fa in Lombardia, per iniziativa del talentuoso polistrumentista Federico Mondelli ed in cosi poco tempo realizzano un disco che, se fosse giudicato solo per la copertina, non credo avrebbe un giudizio lusinghiero; ma per fortuna è la musica che conta! 10 brani che sono 10 gemme di power metal vanno a comporre l’album che potrebbe essere fonte di ispirazione per spiegare come si suona questo genere musicale nel 2018, sia ai tanto osannati big del settore (più o meno ispirati, ad essere realisti), che anche a qualche giovane virgulto che decide di intraprendere l’avventura con la sua band di amici. Sono bastati i primi secondi dell’opener “Fail no more”, con quella sfuriata dell’ottimo batterista Alberto Mezzanotte per convincermi di essere di fronte ad un disco di ottimo livello! E la restante parte dei pezzi non hanno fatto che convincermi e conquistarmi definitivamente. Davvero non mi stancherei mai di ascoltare pezzi come la già citata “Fail no more”, ma anche “I am the tyrant”, le velocissime “Everwinter” e “The shieldmaiden”, per non parlare di “Kings” (scelta per un video), o dell’orecchiabile “Across the sea”... non c’è un solo momento fuori posto in tutto il lavoro o qualcosa che non sia di qualità inferiore all’eccellente. Persino quando ci si avvicina al death metal melodico con “Netherstorm”, viaggiamo su livelli notevoli. I musicisti svolgono il proprio compito tutti quanti in maniera eccellente; la cantante Giada Etro (anche nei Tystnaden) ci sa fare eccome ed anche le parti cantate maschili, siano esse aggressive o meno, di Federico Mondelli ci stanno proprio bene. Come detto all’inizio, “The fallen king” dei Frozen Crown è un gran disco e, per quanto mi riguarda, credo di aver trovato già ad inizio febbraio, uno dei più seri candidati al mio personale podio dei dischi migliori dell’anno.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Febbraio, 2018
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Dopo le più recenti uscite, ammetto che avevo il timore di imbattermi in un nuovo disco dei Dark Horizon deludente ed hard rockeggiante; mi sono approcciato a questa recensione con un misto di curiosità e disillusione, ma fortunatamente sono bastate le prime note dell’opener “Back to the real” a spazzare ogni dubbio. I Dark Horizon sono tornati alla grande ed “Aenigma” (questo il titolo del disco, dotato di piacevole artwork) è un ottimo album! Abbandonate le tentazioni più leggere che avevano contraddistinto le produzioni più recenti; la band è tornata a suonare un power metal molto elegante, con diverse parti che si avvicinano al symphonic, grazie all’ottimo uso delle tastiere da parte del mitico Alessandro Battini, nonché qualche piccolo tocco di prog che contribuisce a rendere il sound più particolare ed elegante. Mi ha colpito in particolare la prestazione vocale del singer Roberto Quassolo, che mi ha ricordato più volte il grande Georg Neuhauser dei Serenity. “Aenigma” è composto da 10 brani, uno più bello dell’altro, senza nemmeno un attimo di calo qualitativo; ho ascoltato e riascoltato sempre con piacere questo lavoro, conscio di avere davanti forse già a metà gennaio un disco che potrà candidarsi a far parte della mia personale top 10 delle migliori uscite del 2018. Ed anzi, ogni volta la tentazione di pigiare ancora il tasto “play” era davvero forte che spesso mi ci sono abbandonato. Non ho dei brani preferiti, perchè tutti sono di ottima qualità; a voler essere pignoli, citerei le trascinanti “Future world” ed “Ace of hearts”, la già nota “Sea sirens voices” (comparsa nell’EP “Metalhead”, ma in versione differente), nonché la complessa “Hell’s fire wheels”. In tanti, non so perchè, hanno spesso criticato la scena power metal italiana, ritenendola inferiore qualitativamente a quella di altri paesi con maggiore tradizione, eppure sono stato sempre del parere che abbiamo anche qui validissime bands che andrebbero scoperte e valorizzate a dovere! Fra queste è indubbio che ci siano i Dark Horizon e questo eccezionale “Aenigma” ne è la prova concreta ed irrefutabile.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Febbraio, 2018
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"Dinosaur warfare - Legend of the power saurus" è la quinta release dei tedeschi (di Lipsia) Victorius, nonché il loro primo concept album che, come facilmente intuibile da titolo e piacevole artwork, è basato sui dinosauri. Si tratta di una storia fantasy, in base alla quale la terra milioni di anni fa era dominata da queste creature che hanno poi combattuto (in special modo gli “Holy Dinoforce”, una task force speciale) contro alcuni alieni che erano venuti qui per conquistare il pianeta. L’E.P. è composto da sei brani, nel classico stile dei Victorius, quindi pezzi belli tirati, con la batteria di Frank Koppe lanciata a velocità disumane; assoli in quantità e la voce acuta di David Baßin in bella evidenza. Se quindi avete apprezzato i lavori passati di questa band, è indubbio che anche questo disco farà al caso vostro; al contrario, se avete ritenuto poco apprezzabili o non particolarmente originali i precedenti lavori, sarà chiaro che continuerete a pensarla così sui Victorius. Per quanto mi riguarda, pur conscio che non si tratta di una band che passerà alla storia del metal, o del power metal in particolare, sia pure nella sua versione più veloce, ho sempre apprezzato la musica dei Victorius ed anche questo "Dinosaur warfare - Legend of the power saurus" supera l’esame con ottimo responso.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Febbraio, 2018
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E’ particolare come alcune bands, nate da dissidi interni ad altri gruppi o come semplici progetti paralleli di qualcuno, abbiano poi proseguito (con alterne fortune) la propria strada parallelamente, ma non sempre vicini alla formazione da cui si erano distaccate. Ricordo gli X-Wild (con membri usciti dai Running Wild), potremmo includere in questa lista nomi altisonanti come Megadeth, Gamma Ray, Vision Divine e la lista potrebbe essere lunga... fra questi ci sono sicuramente i tedeschi Rebellion, nati da una costola dei Grave Digger, da cui ad inizio millennio uscirono il bassista Tomi Göttlich ed il chitarrista Uwe Lulis. Adesso è rimasto il solo Tomi Göttlich che, assieme al fido Michael Seifert, ha reclutato altri musicisti e prosegue la strada dei Rebellion. Anche questa volta si tratta di un concept album, come tradizione della band teutonica; per l’occasione, viene ripreso il concept su Shakespeare del primo album ed anche questa volta alcuni passaggi di testi del grande scrittore inglese vengono riportati fedelmente nelle canzoni della band. L’ottavo album della carriera dei Rebellion, intitolato “A tragedy in steel part II: Shakespeare's King Lear”, è differente rispetto al passato, pur mantenendo saldi i legami con il classico power teutonico della band; c’è infatti molta più drammaticità nella musica, rafforzata dal cantato quasi da basso di Michael Seifert che mette in mostra buone capacità in tal senso; le atmosfere sono quasi plumbee e, contrariamente ai classici canoni del power metal, qui non c’è allegria o spensieratezza, ma i brani spesso pesano come magli. E’ indubbio che i Rebellion abbiano ormai tagliato da tempo il cordone ombelicale che li teneva legati agli inizi ai Grave Digger, “A tragedy in steel part II: Shakespeare's King Lear” è un lavoro maturo ed efficace che sicuramente andrà incontro ai favori dei fans della band e del power metal più duro di scuola tedesca.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Febbraio, 2018
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L’album degli australiani Trigger dal titolo “Cryogenesis” era già uscito a luglio 2017 per il solo mercato australiano; adesso la Hellfire Records ha deciso di diffonderlo a livello planetario, dandoci così modo di ascoltare 10 pezzi di un piacevolissimo thrash metal. A livello testuale, si tratta di un concept sci-fi su mitologia, dei e semidei. Musicalmente parlando, invece, i Trigger ci propongono un bel thrash arrabbiato, grazie anche allo stile, spesso in screaming, del cantante Tim Leopold; anche il ritmo e la velocità non difettano, dato che il batterista Tim Joyce picchia come un forsennato. Alla fine ci troviamo ad aver trascorso 53 minuti della nostra vita seguendo un assalto sonoro che è come un bella legnata sulle gengive e che ricorda lo stile in voga negli USA tra fine anni ’80 e primi anni ‘90. I brani sono tutti abbastanza compatti ed efficaci e la band non si perde in inutili virtuosismi o prolissità varie. Forse un pizzico più di melodia, quanto meno negli assoli di chitarra, non avrebbero guastato, ma lo stile dei Trigger è questo, prendere o lasciare. Nulla di nuovo sotto questo cielo (ed obiettivamente in campo thrash è davvero arduo riuscirci) e, se non cercate originalità a tutti i costi, effettivamente la musica di questi australiani è piacevole e non delude le attese! Se siete appassionati del thrash più aggressivo, “Cryogenesis” dei Trigger può fare al caso vostro.

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