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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Dicembre, 2018
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Non molto tempo fa mi sono imbattuto in un video dove un gruppetto di cinque scatenate giapponesi, vestite in abiti simil-sposa (anche se il bianco da quelle parti è il colore del lutto), suonavano un piacevole quanto tostissimo power metal... non avevo mai sentito parlare delle Lovebites, fondate solamente nel 2016 dalla bassista Miho (fan sfegatata di Steve Harris), ma con già all’attivo due EP ed un full-lenght, prima dell’uscita di questo secondo album, intitolato “Clockwork immortality”. Pensavo che il nome della band derivasse dall’omonima splendida canzone dei Def Leppard, invece ho scoperto che si ispira ad un pezzo degli americani Halestorm. Non potevo farmi sfuggire questa recensione ed ecco il resoconto di quanto ho avuto il piacere di ascoltare e ri-ascoltare più e più volte. Chi dice che il power metal è morto dovrebbe ascoltare queste Lovebites per rendersi conto del proprio errore! Certo, non si inventano nulla di nuovo e non credo sia questo il loro scopo, ma suonano dannatamente bene, infondono energia e voglia di sbattere su e giù il capoccione fino a far gridare di dolore le vertebre cervicali. In più, alla qualità sonora ed all’energia uniscono (particolare non da poco) il look, così particolare e distante, come solo i giapponesi sanno fare. Sono poche le singer di sesso femminile che nel power metal si sono distinte nel corso degli anni, mi viene in mente la nostra grande Federica De Boni, come anche l’affascinante Marta Gabriel e poche altre... tra queste sicuramente adesso andrà annoverata anche la brava Asami, non tanto perchè abbia un’ugola eccezionale, quanto per la particolarità della sua voce (proviene dal R&B e dal soul). Musicalmente potremmo accostare la band ai Dragonforce ed, in genere, a tutto quel filone di power metal bands che fanno della velocità di esecuzione la propria caratteristica. Anche qui le chitarre macinano riff a velocità supersoniche e la batteria è sparata a mille all’ora; ciò nonostante, le Lovebites riescono a trovare anche melodie zuccherose e convincenti, oltre che decisamente orecchiabili. 10 pezzi compongono l’album e non ho trovato nulla che non vada o che non sia di qualità inferiore all’eccellente; per i miei personalissimi gusti, segnalo l’opener “Addicted”, il singolo da cui è stato tratto un video “Rising”, la quasi symphonic “The final collision” o la neo-classica “We the united” ma, lo ripeto, è tutto l’album a convincere e conquistare. Le Lovebites hanno vinto il Metal Hammer Golden Gods Awards del 2018 come migliore nuova band e dimostrano di avere tutte le carte in regola per farsi un nome nel mondo heavy metal, dato che questo “Clockwork immortality” è davvero un gran disco!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Dicembre, 2018
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E’ da breve tempo iniziata la collaborazione tra allaroundmetal.com e la label greca Alone Records, specializzata in heavy metal classico e generi affini, spesso dal sapore old-style. Nell’ottica di questa collaborazione, ci sono arrivati pochi giorni fa dalla Grecia alcuni dischi pubblicati nel recente passato dall’etichetta, fra cui vi è anche il debutto omonimo dei marchigiani Kalashnikov, uscito originariamente come autoproduzione nel 2015 e poi pubblicato dalla Alone nel 2016. Il gruppo marchigiano usa tematiche di guerra nei testi, come si può ben immaginare dal nome, ed è capitanata da quel Germano Quintabà che i più attenti ricorderanno anche nei Centvrion, fino a circa una decina d’anni addietro. Il falsetto acuto ed isterico di Quintabà ricorda vagamente lo stile del mitico Rob Halford e connota in maniera molto particolare il sound dei Kalashnikov, dando quel tocco quasi epic al tutto; la band, infatti, suona un classicissimo heavy metal, con qualche tocco epic, ma anche speed/thrash, per una musica decisamente old-fashioned che un vecchio true defender come il sottoscritto non può non apprezzare. Lo stile così particolare del cantante potrà anche non far impazzire, ma è indubbio che risulta subito riconoscibile. Una dopo l’altra scorrono vere e proprie mazzate che hanno forse solo il difetto di essere un po’ troppo lunghe (quasi tutti i brani superano i 5 minuti di durata), perdendo un po’ in efficacia. Inutile poi addentrarsi nel discorso originalità; non è questo l’intento dei Kalashnikov ed è chiaro sin dai primi secondi dell’opener omonima. La band marchigiana non ha composto un album che passerà alla storia, ma un disco onesto e massiccio, composto da 11 buoni pezzi di heavy metal adatto a chi ha qualche annetto in più sulle spalle....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Dicembre, 2018
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A distanza di oltre 5 anni dal precedente e poco convincente disco, tornano a farsi sentire i laziali Infinita Symphonia, band capitanata dal talentuoso polistrumentista Gianmarco Ricasoli e dal singer Luca Micioni, con il terzo album della carriera intitolato “Liberation”. Ho seguito l’evoluzione di questo gruppo con interesse, sin dall’epoca dello splendido (ed ineguagliato) esordio “A mind’s chronicle”, passando dal power sinfonico dell’epoca che è diventato oggi un prog-power molto elegante, più prog che power ad onor del vero. Un sound, come detto, elegante, ricercato, suonato in maniera ineccepibile, non banale, ma anche difficile da assimilare, dato che ci sono voluti diversi e ripetuti ascolti per assaporare come si deve questa proposta. Ad essere sinceri, ho preferito di gran lunga i momenti più power e più tirati, come l’ottima “Never forget” o l’orecchiabile “Don’t fall asleep again”; ma qui entriamo nel campo dei gusti prettamente personali. Una qualità che va riconosciuta da sempre agli Infinita Symphonia è quella di non essere mai prevedibili, mai la copia di qualcun altro, evolvendosi di volta in volta in qualcosa di differente. E se in passato, con il precedente disco, questa malleabilità non aveva dato i frutti sperati, questa volta la band ha centrato il bersaglio con 10 brani (+ la consueta inutile intro) ben costruiti, interessanti e ricchi di atmosfere differenti, pur se, come detto, di non semplice assimilazione (specie per la lunga conclusiva “Q & A”, forse un po’ cervellotica...). Anche la voce del singer Luca Micioni, che in passato non mi aveva mai fatto impazzire, è migliorata notevolmente, anche se personalmente eviterei confronti con mostri sacri come Ralf Scheepers (ospite sulla già citata “Never forget”) ed Alessandro Conti (presente sull’ariosa e quasi hard-rockeggiante “Be wise or be fool”), che sono dotati di ugola semplicemente differente ed inarrivabile per il buon Micioni. Due parole vanno spese sul batterista Ivan Daniele; già nel precedente disco avevo avuto modo di notare il suo ottimo lavoro, questa volta si è davvero distinto alla grande, sia per poliedricità che per fantasia, con un uso della doppia cassa che è semplicemente eccezionale (ascoltatelo in “Coma”!). Gli Infinita Symphonia in questo “Liberation” confermano di essere una band di talento, proseguono il loro personalissimo cammino evolutivo realizzando un disco elegante ed interessante di prog-power metal; spero solo di non dover attendere altri 5 anni per ascoltare il loro prossimo album!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Dicembre, 2018
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Quando ho fatto iniziare l’intro di questo disco la prima reazione che ho avuto è stata: “ma che c***o stanno facendo questi qua?”, un ibrido dance cantato da un ubriaco in una lingua incomprensibile, ma che robaccia hanno realizzato? Se tutto il disco fosse stato a questo livello, avrei penso partorito il voto più basso di tutta la mia carriera di recensore, oltre che avere davanti il disco di gran lunga peggiore della storia del metal. Fortunatamente non è stato così, altrimenti avrei davvero buttato via ¾ d’ora della mia vita. Già trovo sostanzialmente inutile mettere per forza delle intro ad ogni disco metal, mi chiedo poi che senso abbia inserire una robaccia del genere... va bene voler essere spiritosi e goliardi (sono il primo ad esserlo), ma qui davvero il limite del buon gusto è stato valicato. Ma passiamo al resto di questo “Let the soul spread its wings” dei russi Men In Metal (da Yekaterinburg, stessa città dei grandi Concordea); non fatevi ingannare dai titoli in inglese, perchè avrei dovuto scriverli in cirillico, dato che tutti i testi sono in lingua madre. Scelta coraggiosa da parte della band russa, soprattutto perchè il loro idioma non è poi così orecchiabile; aggiungete poi il fatto che il singer Yuriy Sakhnov non fa impazzire in quanto a doti canore e capirete perchè forse era meglio optare per qualcosa di più semplice. Si distingue in positivo invece il bassista – chitarrista e suonatore di ukulele Alexander Rudenko, dato che il suo apporto è sostanzialmente fondamentale, regalando anche piacevoli parti soliste. Il sound dei Men In Metal è un classico heavy metal, con qualche spruzzata power e folk (per via dell’uso dell’ukulele), ma anche qualche digressione più soft, come nella ballad “The same way”, in cui compaiono coretti femminili e parti di chitarra dal sapore vintage, quasi jazz-blueseggianti. Tutto sommato, l’ascolto degli altri 9 pezzi dell’album non è difficoltoso e diventa man mano anche piacevole, con brani ben costruiti e mai esagerati. Si tratta del debut album per i Мужчины в Металле (questo il nome in russo dei Men In Metal) e tempo per migliorare e trovare una strada più personale, magari aumentando la presenza dell’ukulele (come nell’ottima “Secrets of the north”), ne hanno; al momento questo “Let the soul spread its wings” (in russo “Пусть душа расправит крылья”) raggiunge solo una sufficienza di incoraggiamento, con la speranza di non dover mai più ascoltare una cosa immonda come il primo brano!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Dicembre, 2018
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A distanza di due anni dall’ottimo “Into the void”, tornano gli svedesi Veonity con il loro terzo full-lenght, intitolato “Legend of the Starborn”, concept album fantascientifico che prosegue la storia già scritta per il precedente lavoro. Questa volta abbiamo un’opera maestosa, con addirittura 13 pezzi più una bonus track (sulla quale abbiamo informazioni pressoché nulle), della durata di quasi un’ora e mezza. Ascoltare e riascoltare tutto quanto richiede quindi una congrua disponibilità di tempo ed obiettivamente la band forse avrebbe fatto meglio a snellire un po’ il proprio lavoro, al fine di favorire una più facile fruibilità del prodotto; molte canzoni, infatti, si attestano ben oltre i 6-7 minuti di durata, il che non sempre è un fattore positivo. Ciò nonostante, il power metal dei Veonity si lascia ascoltare molto gradevolmente, grazie ad un ottimo gusto per le melodie (sempre ruffiane ed orecchiabili) e per la quantità notevole di cori e coretti trascinanti. Si potrà loro obiettare di assomigliare sempre a Freedom Call e Gamma Ray, ma lascio a voi decidere se questo possa essere considerato un difetto o meno; per quanto mi riguarda, è sempre un piacere scovare gruppi che suonano a questa maniera, vengano essi dalla Germania o, come in questo caso, dalla Svezia. Un punto a favore dei Veonity, inoltre, è la compattezza della line-up; sin dal loro esordio il quartetto è sempre coeso ed il risultato di questa unione e coerenza è sotto gli occhi di tutti. “Legend of the Starborn” è un disco decisamente piacevole, suonato ottimamente (nota di plauso al poliedrico batterista Joel Kollberg), registrato altrettanto egregiamente (del resto Ronny Milianowicz è una garanzia in tal senso!)... insomma, a parte l’eccessiva lunghezza, non riesco a trovare nulla che non vada in questo disco e che non possa conquistare i favori di chi ascolta power metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Dicembre, 2018
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Novembre è evidentemente il mese dei ciprioti (ora negli USA) Arrayan Path; dopo lo splendido “Dawn of Aquarius” dello scorso anno, ad un anno esatto di distanza si presentano con un nuovo lavoro, addirittura un doppio-cd, intitolato “Archegonoi”. Tematiche dal chiaro sapore mitologico, visto che si parla di miti greci come Menelao, Bellerofonte, della battaglia delle Termopili, di città come Tebe ed Argo ecc. Con testi del genere, naturalmente lo stile non poteva che essere più vicino all’epic metal, piuttosto che al power cui ci aveva abituati la band in passato. L’opera è colossale, quasi 85 minuti di musica divisa in 14 pezzi e 2 cd, e qui c’è davvero tanta, ma tanta roba, forse anche troppa, visto che alcuni brani potevano funzionare meglio con qualche sforbiciata qua e là. In effetti, a fronte di un lavoro immane, non sempre i risultati sono convincenti ed affascinanti, anche a causa di un ritmo non sempre particolarmente frizzante e serrato. Certo, si tratta di drammatizzare la musica per rendere al meglio le atmosfere, ma in alcuni casi mi è sembrato quasi il gruppo abbia esagerato, rischiando di annoiare, forse per la voglia di strafare; mi riferisco ai quasi 10 minuti finali di “Thermopylae 480BC”, ma anche a “Rod of Asclepius” (altra mazzata lunga oltre 7 minuti) ed alla successiva “Seven against Thebes” (che si salva solo nella seconda parte grazie a degli assoli di gran gusto ed a qualche passaggio di batteria un po’ più ritmata del solito), nonché a “The words of Menelaus”, altro pezzo che risulta fin troppo pesante e melodrammatico. Di contro, ci sono veri e propri capolavori di fronte ai quali c’è solo da mettersi in religioso silenzio all’ascolto. Se tutto il disco fosse a questo livello, avremmo davanti un qualcosa di epocale. Un esempio in tal senso è “Bellerophon (Forged by the blacksmith)”, epica e maestosa, con parti corali che si ficcano in testa ed infondono energia in quantità, canzone affascinante e sinuosa, coinvolgente e trascinante, sicuramente tra le migliori che gli Arrayan Path abbiano mai composto nella loro carriera. Altrettanto ottime sono le due canzoni iniziali dei cd “Weaving the web of destiny” e “Lion of Amphipolis”, come anche “Sins of Pandora”, “Eastern sands” e la seguente “Where the Hydra hides”. Gli Arrayan Path con questo “Archegonoi” hanno spostato un po’ il loro sound verso l’epic metal, creando un’opera mastodontica e teatrale con molte cose positive, ma anche qualcosa che poteva essere migliorata; ciò nonostante, superano abbondantemente l’esame.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Novembre, 2018
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I Torian sono una delle tante bands tedesche che suonano power metal e lo fanno da oltre 15 anni, con all’attivo finora 3 full-lenghts ed un EP, il cui debut fu addirittura rilasciato dalla nostra mitica Underground Symphony nell’ormai lontano 2005. Non avevo mai sentito parlare di loro, prima che la neonata label Ram It Down Records ci proponesse la recensione del quarto album di questo gruppo, intitolato “God of storms”, dotato di piacevole copertina realizzata dall’artista Claudio Bergamin. Pur arrivando dalla North Rhine-Westphalia, i nostri non si ispirano alla classica scena power tedesca di Grave Digger, Rage, Running Wild o Helloween e Gamma Ray, quanto piuttosto ai loro corregionali Orden Ogan (anche loro della North Rhine-Westphalia) ed agli Hammerfall, aggiungendoci raramente anche un pizzico di folk. Ci troviamo quindi ad ascoltare cori in quantità che danno quel tocco di epicità tanto cari agli Orden Ogan (non a caso il produttore di questo disco è Seeb Levermann), una voce acuta e potente del buon Marc Hohlweck, ritmi sempre belli sostenuti (ottimo il batterista Manuel Gonstalla!), chitarre che ricamano assoli di gran gusto ed un basso che pulsa a dovere. I 10 pezzi dell’album sono tutti ben costruiti ed efficaci, con un occhio sempre attento alle melodie; il disco dura poco meno di 50 minuti e si lascia ascoltare e ri-ascoltare molto gradevolmente. Personalmente non conoscevo i Torian e sono grato alla Ram It Down di avermeli fatti scoprire. Se amate il power degli Orden Ogan, date una chance a questo “God of storms” dei Torian, non ne rimarrete delusi!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Novembre, 2018
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Gli Skull Pit sono una band di recentissima formazione, dato che l’incontro tra lo statunitense Mem Von Stein (Exumer) ed il giapponese Tatsu Mikami (Church Of Misery) risale a quest’anno. Pur rimanendo ognuno nel suo paese, i due grazie al cyber-spazio hanno potuto realizzare questo debut album omonimo. Purtroppo la Metal Blade non ha fornito informazioni su chi si sia occupato di suonare batteria e chitarre, né siamo stati in grado di trovare informazioni in rete, ragion per cui sorvoliamo su questo particolare. Ma cosa accomuna un giapponese ed uno statunitense? L’amore per l’heavy metal degli anni ’80, specialmente quello dei Motorhead del mitico Lemmy Kilmister. A ciò si unisce un sound che strizza a volte l’occhio al punk/hardcore tanto in voga nella scena newyorkese, città in cui vive il singer. Cercate originalità? Qui non ne troverete traccia, perchè non è di certo questa l’intenzione degli Skull Pit. Loro due vogliono suonare la musica che amano e tributare una delle band che ne ha scritto la storia, come appunto i Motorhead. Purtroppo Von Stein non ha l’ugola abrasiva, né la classe del compianto Lemmy ed un paragone tra i due è semplicemente improponibile. Il disco è composto da 10 pezzi, tutti molto simili tra loro, per una durata totale di poco inferiore ai 40 minuti. Tutto sommato l’ascolto non dispiace, specie se si ha qualche annetto sulle spalle e magari si è potuto crescere, come il sottoscritto, durante la NWOBHM. Resta comunque l’interrogativo di come una label importante come la Metal Blade abbia potuto mettere sotto contratto un progetto del genere che, per amore di obiettività, non ha assolutamente nulla di nuovo o che non abbiano suonato (e continuino a suonare) miriadi di bands, anche migliori di questa, in giro per il mondo. Se siete fans sfegatati dei Motorhead, suggerisco un ascolto a questi Skull Pit che molto probabilmente potrebbero andare incontro ai vostri gusti; in caso contrario, pur rimanendo su una sufficienza ampiamente meritata, è indubbio che c’è molto di meglio in giro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Novembre, 2018
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Importanti novità in casa Sinbreed, dato che è cambiato il cantante (aggiungo “finalmente”!), con l’ingresso del nuovo singer olandese Nick Holleman, che ha militato anche nei Vicious Rumors, a cui si aggiunge la seconda chitarra dello spagnolo Manuel Seoane (ex-Mago de Oz). Con questa nuova formazione, il gruppo tedesco rilascia il quarto album, intitolato semplicemente “IV” (che fantasia!), composto da 10 brani e dotato di una copertina tra le peggiori viste quest’anno. Per fortuna è la musica che conta ed i Sinbreed confermano quanto di buono avevano realizzato in passato e, per quanto possibile, lo migliorano, con pezzi davvero piacevoli e coinvolgenti, nessuno escluso. Protagonisti del sound sono le due chitarre del già citato Seoane e del grande Flo Laurin (che si occupa anche delle tastiere) che macinano riff e parti soliste di gran gusto, ben sostenute dal pulsare del basso di Alexander Schulz; dietro le pelli troviamo un certo Frederik Ehmke che non ha bisogno di presentazioni (10 minuti di vergogna per chi non lo conosce!) e si conferma ancora una volta uno dei migliori batteristi al mondo nel power metal, imponendo un ritmo sempre frizzante e sostenuto. Finalmente adesso la band ha anche un cantante che mi convince pienamente (con tutto il rispetto dovuto al suo predecessore!), dato che Holleman sembra un Bobby “Blitz” Ellsworth con un’ugola meno aggressiva e più educata, direi da power metal; il suo contributo è notevole e la fruibilità della proposta musicale dei Sinbreed ne guadagna di parecchio. Aggiungiamo che, vista l’esperienza dei musicisti coinvolti, anche la fase di songwriting ha la sua importanza, dato che tutti i pezzi sono efficaci e ben costruiti, oltre che registrati perfettamente. A cavallo tra il l’happy metal dei Freedom Call ed il power più classico della tradizione teutonica, i Sinbreed con questo “IV” hanno realizzato sicuramente il miglior disco della loro carriera, nonché una delle migliori uscite nello specifico settore del 2018.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Novembre, 2018
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I Frozen Land nascono nel 2017 per iniziativa del chitarrista Tuomas Hirvonen e per il suo amore verso il power metal scandinavo degli anni ’90/2000; dopo aver trovato il resto della band nel suo paese (fra cui figura anche il batterista degli Astralion, Aki Kuokkanen), scova su YouTube un talentuoso cantante italiano, Tony Meloni, e decide di farlo entrare in formazione. Nasce così questo interessantissimo debut album omonimo, con una copertina che raffigura, come tradizione richiede, il classico paesaggio dell’inverno scandinavo ed un guerriero vichingo, realizzata dall’artista russo Andrey Vasilchenko. Il sound è naturalmente ispirato dalla scena power scandinava di 15/20 anni addietro, quindi nomi come Stratovarius e primi Sonata Arctica, ma anche Celesty, Dreamtale, Insania ed altre bands minori che hanno costellato quel movimento di ottimi dischi. Fra quelli, anche se con qualche anno di ritardo, va sicuramente annoverato anche questo “Frozen land” a cui obiettivamente, tralasciando il discorso sulla mancanza di originalità, non manca assolutamente niente per far breccia nel cuore di chi ha amato quelle sonorità in passato. Chitarra che macina riff ed assoli neoclassici di gran gusto, tastieroni alla Jens Johansson, batteria che detta un ritmo indiavolato e sempre frizzante ed il basso che pulsa; su tutto poi la voce squillante ed acuta del nostro connazionale Tony Meloni, per il sottoscritto vera e propria scoperta, dato che non avevo mai sentito parlare prima di lui. Aggiungete che il disco è stato masterizzato dal mitico Mika Jussila negli storici Finnvox Studios e capirete che sostanzialmente questo disco non ha nemmeno una virgola fuori posto. Nove pezzi (cui si aggiunge, come decima traccia, la cover di un brano di tali E-Type, a me sconosciuti) che sono nove gemme di power metal, estremamente efficaci, realizzate senza fronzoli ed anzi con una notevole attenzione per il songwriting e le melodie... per essere un debut album qui siamo decisamente avanti! Se siete nostalgici e vi mancano gli Stratovarius dei bei tempi, quelli di capolavori come “Episode” e “Visions”, i Frozen Land sono qui per colmare questa lacuna.

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