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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Ottobre, 2018
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I Beriedir, che prendono il nome dalla parola “Custode” in lingua Sindarin (e chi ha letto Tolkien, saprà di cosa parliamo), nascono a Bergamo nel 2012; della formazione originale rimane il solo cantante e tastierista Stefano Nusperli, mentre gli altri membri sono entrati nella line-up solo successivamente. Quando ci è stata proposta la recensione ed ho visto il logo della band, mi sono subito chiesto se avessi di fronte la solita black metal band... invece i Beriedir suonano power metal! Un power con qualche sprazzo prog ed un lontano flavour horror ogni tanto (ad esempio, l’attacco di “Third chant” di gobliniana memoria), con le tastiere del leader quale strumento principale e guida nel sound che si lascia ascoltare molto gradevolmente lungo i 12 pezzi (tra cui l’immancabile inutile intro ed un’altra breve strumentale) di questo debut album intitolato “The path beyond the moon”, uscito a giugno di quest’anno come autoproduzione. Da subito mi ha colpito la qualità della registrazione, certo non siamo a livelli di super-costose produzioni ma, avendo ascoltato nel corso del tempo lavori fatti molto peggio di questo, devo fare i miei complimenti alla band ed a chi si è occupato della registrazione del disco perchè, tutto sommato, non ha fatto un lavoro di cattiva qualità; certamente in settori del genere si può sempre migliorare (con budget stratosferici, tutto è possibile!), ma per un debut album autoprodotto siamo già molto avanti. Un’altra cosa migliorabile mi sembra la voce del buon Stefano Nusperli, che mi ha dato l’impressione di essere un po’ in difficoltà sulle note più alte del pentagramma, il che per il power metal non è una buonissima notizia; insomma, se sulle tastiere andiamo alla grande, dietro al microfono non sono rimasto colpito in maniera particolare. Ma qui forse si entra nel territorio minato dei gusti personali e non mi spingo oltre. Molto valido il lavoro del batterista Ciro Salvi che, nonostante una formazione un po’ lontana dal power, dimostra che, se ci sono qualità e capacità, non ci sono problemi di sorta. Da segnalare la presenze di alcune parti cantate in italiano, estratte dalla Divina Commedia, sicuramente molto suggestive ed incastrate molto bene nel climax del singolo brano. Come detto, i vari ascolti che ho dato a questo disco sono stati sempre gradevoli e non mi è sembrato di trovare filler di sorta o particolari fuori posto o di qualità scadente, anzi la musica dei Beriedir è frizzante e decisamente coinvolgente, specie se si apprezza questo genere musicale. Non posso che augurare a questi giovani musicisti che qualche label si accorga della buona qualità del loro debut album intitolato “The path beyond the moon” e proponga loro un contratto conveniente per il prosieguo della loro carriera!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Ottobre, 2018
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Gli austriaci Dragony sono ormai tra le bands di punta del movimento symphonic power europeo, nonostante questo “Masters of the Multiverse” sia solamente il terzo album della loro carriera. Di fatto i viennesi hanno tutto quello che, secondo me, serve per farsi apprezzare in un genere particolare come il symphonic power: in primis una registrazione pressoché perfetta che permette di assaporare degnamente tutti gli strumenti nessuno escluso (i Finnvox Studios, del resto, sono una garanzia assoluta!), poi una voce come quella di Siegfried Samer che è pulita e squillante, oltre che potente e calda a seconda della necessità del climax del singolo brano. A questo si aggiunge un songwriting invidiabile, dato che i Dragony badano al sodo senza dilungarsi con troppi inutili orpelli, mettendo in ogni pezzo esattamente quello che serve per renderlo efficace, godibile e decisamente gradevole all’ascolto. Ciò è anche facilitato dall’ottimo gusto per le melodie, da una notevole dose di cori e per le parti soliste di chitarra e tastiere, decisamente indovinate. Se qualcuno volesse insomma un esempio di come deve essere un disco di symphonic power, basterebbe ascoltare questo “Masters of the Multiverse” dei Dragony ed imparare la lezione da loro impartita. Il disco è composto da 10 pezzi (finalmente un album senza inutilissime intro!!), cui si aggiunge una cover di una canzone di Stan Bush (musicista AOR americano) metallizata a dovere, come bonus-track compresa solo nell’edizione in cd. Tutti i brani funzionano alla grande, tra melodie azzeccate e coretti decisamente orecchiabili e trascinanti, ed è difficile, se non impossibile, trovare un difetto a questo splendido lavoro che si candida prepotentemente ad essere tra le migliori uscite del 2018. Da segnalare infine la presenza di alcuni ospiti come il chitarrista dei Sabaton - Tommy Johansson -, una delle voci dei Van Canto - Ross Thompson -, nonché la cantante tedesca Nora Bendzko. Spero di avere l’occasione di vedere la band dal vivo alla Symphonic Metal Nights di Mantova, assieme a Serenity, Temperance e Visions of Atlantis, perchè con queste premesse sarà un concerto memorabile!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Ottobre, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Ottobre, 2018
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Avevo conosciuto il progetto Arcane Tales del polistrumentista Luigi Soranno lo scorso anno, in occasione del disco “Sapphire stone saga” e già all’epoca avevo notato che, nonostante le ottime potenzialità a livello musicale, il symphonic power suonato da Soranno aveva bisogno come il pane di diverse cose: in primis aveva bisogno assolutamente di una registrazione adeguata, poi c’era necessità di un batterista vero e proprio e di un cantante migliore. Purtroppo la situazione in questo nuovo disco “Legacy of the Gods” non è cambiata, anzi forse è persino peggiorata. La registrazione rende praticamente inascoltabile tutto: le chitarre sono un fastidioso zanzaroso che nemmeno il peggior black metal registrato in cantina arriva a questo punto; il volume della batteria (penso elettronica) sovrasta tutto quanto, con la doppia-cassa che lascia davvero a desiderare; il basso si fatica parecchio a sentirlo nell’impasto sonoro; le tastiere infine sono troppo in sottofondo. E’ imbarazzante, ma non c’è niente, assolutamente niente da salvare nella produzione di questo disco. Ed è davvero un peccato, perchè la musica composta da Luigi Soranno, seppur poco originale, sarebbe davvero piacevole da ascoltare se fosse registrata decentemente e suonata da una vera e propria band, soprattutto la batteria registrata a questa maniera fa piangere il cuore. Sarei davvero curioso di ascoltare la musica del progetto Arcane Tales con un batterista vero, un cantante migliore (capisco che non tutti possono essere Fabio Lione, ma per il symphonic power serve come il pane avere una voce potente e squillante) ed una registrazione professionale. Mi rendo conto che, con un budget economico risicato, ci si deve accontentare e non si può pretendere di avere il sound cinematico di Turilli & C., ma qui davvero siamo sul limite dell’inascoltabile. Peccato, davvero mi dispiace tantissimo stroncare a questa maniera, ma non riesco ad accettare una registrazione di così bassa qualità nel symphonic power e dispiace ancora di più perchè, come detto, la musica creata da Luigi Soranno sarebbe davvero molto piacevole ed interessante se la si potesse ascoltare degnamente.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Ottobre, 2018
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Il vantaggio di far parte di una webzine come allaroundmetal.com, lo sostengo da sempre, è quello che ti permette di scoprire validissime bands di cui altrimenti probabilmente non avresti mai sentito parlare. E’ questo il caso per me dei tedeschi Hammer King, autori finora di due dischi usciti per Cruz del Sur Music nel 2015 e 2016, giunti con questo “Poseidon will carry us home” al traguardo del terzo album. Già il nome potrebbe far venire in mente gli Hammerfall (sempre di martelli si tratta....), ma sono bastate le prime note di questo lavoro per convincermi che questo parallelismo non è così campato in aria; direi anzi che questi tedeschi sono molto ispirati dal sound creato da Oscar Dronjak e C., ma con una differenza fondamentale: sono anni che gli Hammerfall non sono più capaci di suonare a questa maniera! Magari fossero ancora così ispirati!! Gli Hammer King fanno loro la lezione di dischi storici come “Glory to the brave” e “Legacy of kings” e la portano nel 2018, con un power metal fresco, ricco di energia, suonato divinamente, pieno di assoli e ritmo, nonché cantato anche molto bene. Il singer Titan Fox non ha la voce acuta di Joacim Cans e non commette l’errore di cercare di arrivare a note che la natura non gli consente, ma anzi riesce anche ad essere caldo ed espressivo, quando il climax del brano lo richiede. A differenza della band svedese, questi tedeschi nei loro testi si ispirano alle avventure epiche di un re, creando un vero e proprio concept intitolato “La trilogia nautica”, anche se, non conoscendo i precedenti dischi, non mi è noto quale capitolo della trilogia sia qui rappresentato. Tornando alla musica, devo dire che in questo disco non riesco a trovare difetti; ogni ascolto è decisamente gradevole ed ogni volta la voglia di ricominciare è sempre forte. Canzoni valide ce ne sono in quantità; dalla suite maideniana “We sai Cape Horn”, fino alle veloci “The king is a deadly machine”, “Where the hammer hangs” e “Locust plague”, passando per le orecchiabili “7 days and 7 Kings” e “Glorious night of glory”; è comunque tutto il disco a conquistare e convincere nella sua interezza. Personalmente andrò immediatamente a procurarmi anche la passata discografia degli Hammer King, perchè questo “Poseidon will carry us home”, dotato tra l’altro di artwork molto valido, è indubbiamente tra i dischi migliori che abbia ascoltato finora nel 2018 e finirà di sicuro nella mia personale top10 dell’anno!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Ottobre, 2018
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I Mongol arrivano dall’Alberta in Canada (e chi gioca a Risiko sa dove si trova) e ci presentano il loro terzo album, intitolato “The return”, concept album basato sulla profezia mongola che prevede la resurrezione di Genghis Khan per completare la sua conquista del mondo. Ammetto che non avevo mai sentito parlare prima di questa band che mi è stata presentata come dedita al folk metal; mi aspettavo quindi qualcosa che potesse ricordare gli Elvenking o il folk tedesco di Saltatio Mortis et similia (specie guardando al fatto che vi è un musicista nella line-up dedito a non meglio specificati “folk instruments”) e non mi sbagliavo nemmeno di molto, se non fosse stato per la stile canoro del singer Tev Tengri che spesso e volentieri si lascia andare ad un growling cavernoso, che ci poteva star bene ad una brutal death metal band, oppure in un gruppo viking scandinavo, ma non certo (almeno secondo i miei canoni di gusto) per un sound come questo. Il folk metal, a mio parere, deve infondere allegria, voglia di far baldoria ed energia in quantità ed il sound dei Mongol si avvicinerebbe anche a questi dettami, se non ci fosse questo vocione belluino a rendere oscuro e violento l’ascolto. Passi per qualche digressione come backing vocals, ma a questa maniera mi sembra davvero esagerato, diventando una presenza eccessiva ed ingombrante. Sforzandomi di non ascoltare il growling brutale del cantante, mi sono concentrato sugli strumenti e devo evidenziare che la band ci sa fare e, pur non essendo particolarmente originale, l’ascolto non è spiacevole. Non so se dipenda dai miei gusti, probabilmente un appassionato di viking o di death metal giudicherebbe diversamente da me, ma non riesco ad accordare più di una sufficienza di stima a questo “The return” dei canadesi Mongol.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    12 Ottobre, 2018
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Una band proveniente dall’Egitto? Perchè lasciarsela scappar via? E’ talmente raro avere gruppi metal che arrivano dal continente africano che la curiosità è stata davvero grande. Aggiungiamo poi che nella presentazione si parla di influenze di musica classica e di musica egiziana ed ecco che la mia curiosità è aumentata a dismisura. I Massive Scar Era si sono formati ad Alessandria d’Egitto nel 2005, per poi spostarsi tra Il Cairo e Vancouver in Canada. Questo “Color blind”, E.P. di 5 brani per poco più di un quarto d’ora, credo sia il loro primo disco, scrivo “credo” a causa delle poche note biografiche inviateci e per l’assenza di una pagina a loro dedicata sull’Encyclopaedia Metallum (metal-archives.com). Ma veniamo alla musica. La title-track è posta in apertura e si dimostra interessante fino al secondo minuto circa, dove compare ed inizia ad imperversare una voce in becero growling (probabilmente della stessa singer Cherine Amr) che letteralmente non c’entra assolutamente niente con lo stile musicale del gruppo. Probabilmente i Massive Scar Era volevano dare un tocco di violenza al loro sound melodico, ma questo stile di cantato ci sta bene in un gruppo metalcore, non di certo con un sound come quello di questi egiziani! Davvero il contrasto è talmente stridente che sembra di fare colazione con una peperonata bevendo un cappuccino! Un altro tassello che non sempre combacia con il resto è il violino di Nancy Mounir che spesso sembra piazzato un po’ a caso, senza un particolare senso logico, come se si volesse per forza metterlo dentro. Magari sarò io a non averne compreso il senso, ma l’impressione che ho avuto è questa. Dispiace, perchè senza questo cantato così aggressivo e magari puntando maggiormente sulle influenze della musica etnica egiziana, la proposta dei Massive Scar Era sarebbe stata più interessante ma, a questa maniera, mi sono dovuto sforzare parecchio per portare a termine i vari ascolti che ho dato a questo “Color blind”, facendomi coraggio ogni volta pensando che “per fortuna, dura solo un quarto d’ora”... spero di ritrovare i Massive Scar Era in futuro con le sole clean vocals della pur valida Cherine Amr, magari con un vero e proprio batterista nella line-up e con maggiore presenza della chitarra (nemmeno un assolo in tutto il disco!) e delle influenze etniche nel sound.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Ottobre, 2018
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E’ vero, mi ci è voluto un bel po’ per recensire questo “Long night’s journey into day”, settimo album dei californiani Redemption (da non confondere con gli omonimi da New Orleans), disco arrivatomi a metà agosto ed uscito a fine luglio 2018 per Metal Blade Records, ma si tratta di un disco complesso e difficile, della durata di oltre 65 minuti. Non conoscevo la band in cui milita il mitico Bernie Versailles, chitarrista degli indimenticabili Agent Steel (5 minuti di vergogna per chi non conosce questo gruppo storico dello speed metal!), nonché da poco tempo il cantante degli Evergrey, Tom Englund, così mi sono incuriosito e mi sono messo all’ascolto di questo album, ben sapendo che il power/prog non è uno dei generi musicali più semplici da ascoltare, nonostante sia uno dei miei preferiti da sempre. Ecco il problema di questo disco, nonostante gli abbia dedicato un gran numero di ascolti, è proprio che non è per niente facile da assimilare; i pezzi sono troppo lunghi (solo in un caso si scende sotto i 5 minuti abbondanti), andando ben oltre i 10 minuti con la noiosetta title-track, posta in chiusura del disco come la classica mazzata finale. I vari musicisti sono, come d’uopo in questo genere, mostruosi dal punto di vista tecnico, ma per mettere in mostra le loro capacità sembra quasi che ogni tanto perdano il filo conduttore del brano che, a questa maniera, rischia di diventare un mero esercizio tecnico e non una canzone che possa regalare sensazioni o comunicare qualcosa. Indubbiamente ci sarà chi apprezza queste caratteristiche in un disco, ma un simile songwriting non è mai stato in grado di soddisfarmi, né di esaltarmi particolarmente. Due note prima di concludere: in primis la presenza di una cover, la splendida “New year’s day” degli U2, resa abbastanza bene e “metallizzata” a dovere; infine, purtroppo bisogna segnalare gravi problemi di salute del chitarrista Bernie Versailles che lasciano seri dubbi sulla sua permanenza futura nella band. Concludo ripetendo che “Long night’s journey into day” dei Redemption è ineccepibile per come è suonato e cantato, ma è troppo freddo e asettico per i miei gusti (direi troppo prog e troppo poco power), tanto che non sono in grado di concedere più che una sufficienza di stima.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Settembre, 2018
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Gli Immortal Guardian si sono formati 10 ani fa in Texas, ma arrivano solo quest’anno, dopo un paio di demo ed altrettanti EP, al loro primo full-lenght, intitolato “Age of revolution” e dotato anche di discreta copertina (realizzata dal cantante). Il loro sound è un robusto power metal, spesso molto veloce, con frequenti contaminazioni di.... death melodico! Sono diversi, infatti i punti, in cui il batterista Cody Gilliand si cimenta con il blast-beat, mentre compare una voce in growling che sposta inevitabilmente l’asticella verso appunto il death melodico, ricordandomi in questo un po’ i giapponesi Gyze. Ora, nulla da dire sui due generi musicali, ma credo che vi sia troppa eterogeneità nella proposta musicale degli Immortal Guardian; mi spiego meglio: un fan del power metal difficilmente apprezzerà pezzi come “Hunters” o “Zephon”, i due più vicini ai lidi melodic death; di contro un fan del death, sia pure nella sua veste più pacata, sicuramente non potrà gustare pezzi come l'accoppiata “Never to return”-”Stardust”, che invece sono puro power metal. Questa alternanza ritengo possa essere deleteria e gli Immortal Guardian hanno bisogno di maggiore coerenza nel songwriting. Pezzi indovinati ce ne sono in quantità su questo disco; “Aeolian”, ad esempio, ricorda gli Orden Ogan ed è sicuramente molto bella; in “State of emergency” c’è un lavoro notevole del chitarrista e tastierista Gabriel Guardian (nome d’arte?). “Age of revolution” è comunque un buon debutto per gli Immortal Guardian, è suonato molto bene, cantato altrettanto validamente dal brasiliano Carlos Zema, prodotto egregiamente... insomma, se le singole composizioni non fossero così altalenanti e diverse tra loro, sicuramente il voto sarebbe stato più alto. Non ci resta che sperare che nel prossimo album la band americana trovi maggiore coerenza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    29 Settembre, 2018
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Nel Salento (“lu mare, lu sule, lu ientu”), in quel di Gallipoli c’è una band che si chiama Serial Vice, formatasi nel 2011, che ha registrato il proprio debut album nei NewStars Rec. Studios di Torre Lapillo (a pochi km da dove spesso trascorro le mie ferie estive...). il disco si intitola “Nightmares come true” ed è uscito per Sliptrick Records nell’ottobre 2017. Purtroppo è arrivato a noi di allaroundmetal.com solamente pochi giorni fa, quindi siamo in ritardo di quasi un’anno con questa recensione, ma spero che la band ed i fans potranno perdonarci per non aver saputo nulla della loro esistenza fino sostanzialmente a metà settembre 2018. Ma cosa suonano i Serial Vice? Guardando le foto e la loro giovane età, non mi sarei aspettato che sarei andato a finire per ascoltare la colonna sonora della mia adolescenza negli anni ’80, quella meravigliosa NWOBHM trasportata in Puglia, con particolare riferimento alla lezione impartita dai maestri Iron Maiden. E’ raro nel 2018 che una band si metta a suonare qualcosa di così old-fashioned; oggi tutti suonano black o death metal ed in redazione arriverà purtroppo solo un disco su 100 suonato a questa maniera! I maniaci dell’originalità saranno subito pronti a dettar sentenze, affermando che in quasi 40 anni miriadi di bands hanno suonato a questa maniera, ma la mia risposta è semplice: NON ME NE FREGA NIENTE! La musica dei Serial Vice è bella tosta, energica, fa scorrere adrenalina, coinvolge e... che cosa volete di più? Quando ci sono caratteristiche del genere, cosa ce ne può fregare se non abbiamo originalità? E’ vero, in tantissimi hanno suonato a questa maniera prima dei Serial Vice, ma allora? In quanti ne sono capaci oggi nel 2018? Pochi, pochissimi! Ed allora pollice su per questi ragazzi pugliesi! Certamente “Nightmares come true” non passerà alla storia dell’heavy metal, sicuramente ci sono cantanti migliori del pur valido e grintoso Giacomo Albanese (non tutti possiamo essere Bruce Dickinson!), probabilmente sarebbe stato meglio un po’ più di protagonismo del basso (sua maestà Steve Harris insegna) sacrificato dalla registrazione che ha esaltato le chitarre (comunque eccellenti), ma sono dettagli che non inficiano la qualità dell’heavy metal suonato da questa band che spero presto di ascoltare in un nuovo disco! Magari, con l’augurio di non averlo un anno dopo dalla sua uscita....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    28 Settembre, 2018
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Gli Hamadria arrivano dal Perù e si sono formati addirittura nel 2004; ci sono voluti però tanti anni per arrivare al debut album, “Reina azul”, uscito a fine aprile 2018 e dotato di una gran bella copertina, di cui purtroppo non sappiamo l’autore. Il disco, interamente cantato in spagnolo, è composto da 10 brani, con una tracklist che alterna quasi interamente pezzi frizzanti e veloci ad altri lenti, quasi al livello di ballad o che, comunque, hanno al suo interno importanti parti lente ed iper-melodiche. Ecco, questa tendenza ad esagerare con le melodie è un’arma a doppio taglio per gli Hamadria; per la serie “il troppo storpia”. Cerco di spiegarmi meglio: se tutte la canzoni fossero al livello dell’opener “Reina azul” o della conclusiva Cabalgata a la última batalla, avremmo una bomba di disco! Purtroppo la sovrabbondanza di brani lenti (“Sonata soledad”, “Gritos”, “Susurro” e “Crepúsculo”) o troppo lunghi (“Gotas de hiel” e “Puertas al sol”, oltre alla già citata “Gritos”), tra l’altro piazzati uno dopo l’altro nella tracklist, minano pericolosamente l’esito di questo lavoro. In questo gli Hamadria dimostrano ancora una certa inesperienza nel songwriting (sicuramente migliorabile) e la mancanza di una guida esperta nella produzione (è bene ricordare che si tratta di un disco autoprodotto). A voler essere pignoli, non mi ha convinto particolarmente la voce della singer Kassandra Sinche, probabilmente un approfondimento dello studio delle tecniche canore potrebbe giovare a renderla più convincente ed espressiva. Quello che invece convince e pure parecchio è lo stile dei vari musicisti; le due chitarre, assieme alle tastiere ricamano parti soliste di gran gusto, la batteria pesta a dovere e dona brillantezza a molti brani, forse un po’ più di protagonismo del basso non avrebbe guastato, ma siamo già a buon punto. Il power metal degli Hamadria ricorda non poco quello dei migliori Tierra Santa (quindi i primi dischi della band iberica) ed, in genere, lo stile del power spagnolo, bello tosto e frizzante. Ogni ascolto di “Reina azul” è sempre stato gradevole e, con i dovuti accorgimenti, sono sicuro che gli Hamadria sapranno regalarci in futuro un nuovo album ancora migliore di questo! Spero solo di non dover attendere ancora altri 14 anni....

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