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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Aprile, 2018
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Alcune volte inspiegabilmente, tra le centinaia di proposte che arrivano in redazione, alcuni dischi passano inosservati e spesso è un peccato, perchè magari il lavoro in questione è davvero interessante. E’ questo il caso di “Ad jubilaeum” dei thrashers vicentini Lostair. Giorni fa, cercando altro materiale, mi è capitata davanti la richiesta di recensione di questo full-lenght (il secondo della loro carriera) e sarà che la strana copertina mi ha incuriosito, sarà che le tematiche religiose mi hanno sempre preso, sarà forse anche che alla fine vivo a pochi chilometri da Vicenza anche io (ma non avevo mai sentito parlare di questa band...), così ho deciso di “recuperare” il lavoro e, meglio tardi che mai, mettermi all’ascolto per la recensione. Dopo un’intro, abbastanza lunga quanto inutile, parte il primo brano “At the hands of black inquisition”; subito si fa notare il gran lavoro fatto dalle due chitarre di Teo ed Andrea che ricamano assoli molto piacevoli, trovano melodie interessanti ed affascinanti, diventando i protagonisti nel sound dei Lostair. La sezione ritmica di Gorgi (basso) e Stizza (batteria) è decisamente valida e, quando si tratta di alzare il ritmo, come nella splendida “Where the angels die” (il mio pezzo preferito in assoluto!), mettono in mostra tutte le loro capacità. Leggendo la biografia, ho scoperto che la band in passato ha avuto un altro cantante e sarei stato curioso di ascoltarlo, dato che Teo è molto valido alla chitarra, ma non altrettanto come cantante. Il suo vocione roco e sporco, quasi al limite del growling, trovo che sia un pochino troppo aggressivo per il thrash suonato dai Lostair e mi sarebbe piaciuto ascoltare uno screamer più acuto e meno cupo. Certo, non tutti possono avere un Bobby “Blitz” Ellsworth o un Matthew Barlow in formazione, ma sarei curioso di ascoltare i pezzi dei Lostair cantati diversamente. Ciò nonostante, il disco mi è piaciuto parecchio, anche per via delle atmosfere quasi gotiche che compaiono qua e là, le melodie sono sempre di ottimo gusto ed i pezzi sono decisamente efficaci e mai prolissi o banali, tanto che il paragone con gli Iced Earth più duri non è proprio campato in aria. “Ad jubilaeum” dei Lostair è un ottimo disco thrash metal, uscito ad ottobre 2017 e tra i migliori che ho avuto modo di ascoltare recentemente in questo specifico settore.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Aprile, 2018
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Non avevo mai sentito parlare dei francesi Voight Kampff (nome che richiama al film Blade Runner), fin quando a noi di allaroundmetal.com non è stata proposta la recensione del loro secondo full-lenght, intitolato “Substance Rêve” (titolo francese che significa “la sostanza dei sogni”). Non sono quindi in grado di fare paragoni con il debut album “More human than human” del 2012, a me purtroppo ignoto. La band viene presentata come dedita ad un techno-thrash con influenze progressive e richiami a bands come Enslaved, Death, Voivod, Cynic e King Crimson. Paragoni di gran livello, pur se eterogenei tra loro, che mi hanno parecchio incuriosito. Durante i vari ascolti che ho dato a questi 10 brani, però, non mi sembra di aver riconosciuto alcun riferimento agli Enslaved (se non forse alle più recenti produzioni che conosco molto poco), né tanto meno ai King Crimson. Molto più calzanti i paragoni con i Voivod e soprattutto con Death e Cynic; forse ci avrei aggiunto anche una comparazione con Mekong Delta e Despair, almeno per come la vedo io. Come avrete capito, insomma, il sound dei Voight Kampff è tutt’altro che di semplice assimilazione. La voce di Ramon è un growling sofferente ed acido che spesso richiama al mitico Chuck Schuldiner (pur non avendone lo stesso carisma), mentre le parti strumentali sono un misto tra quelle visionarie e dissonanti dei Cynic ed il thrash iper-tecnico di Voivod e Despair. Il problema principale è che ai francesi manca un po’ di approccio; non hanno la durezza dei Death, non hanno il fascino dei Voivod e dei Despair, né sono allucinati e destabilizzanti come i Cynic. Hanno un po’ di tutte queste bands, ma senza incidere, né eccellere in nessuna parte. Per uno come il sottoscritto che adora i gruppi sopra indicati, la musica dei Voight Kampff non dispiace per nulla, ma mi rendo conto che manca ancora qualcosa, vuoi un po’ di grinta sulle chitarre, vuoi un po’ di energia, oppure un po’ più di contaminazioni per poter sperare di reggere il confronto con simili mostri sacri. “Substance Rêve” rimane comunque un buon album, di un genere musicale molto particolare e sicuramente non per tutti.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Aprile, 2018
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I Sense Of Fear arrivano dalla Grecia e questo “As the ages passing by...” è il loro primo full-lenght, edito dalla label torinese Rockshots Records. La band ha iniziato la propria carriera nel lontano 1998 con il nome di Holy Prophecy, poi modificato nell’attuale, dopo un anno circa. Ha all’attivo solamente un EP autoprodotto nel 2013, a me ignoto. Il gruppo greco suona un roccioso heavy/thrash, gradevole all’ascolto, se non fosse per l’eccessiva lunghezza dei brani che portano l’intero lavoro a superare l’ora di durata in soli 10 pezzi, il che è abbastanza pesante per un genere simile. Ad un disco d’esordio può essere perdonabile la scarsa attenzione alla struttura dei singoli brani ed alla loro efficacia, quindi possiamo anche non gravare molto sul giudizio finale per questo difetto. A titolo esemplificativo, prendete la splendida “Black hole”, forse il pezzo migliore del disco: se fosse finita poco prima del quinto minuto avremmo un brano che sarebbe semplicemente una bomba, invece i Sense Of Fear hanno voluto allungarla inutilmente di un altro minuto che semplicemente zavorra il tutto. Un altro particolare che rivedrei sta nella mancanza di ritmo da parte della batteria; mi spiego meglio: troppo spesso i brani tendono a rallentare, mentre trovo che per questo genere musicale sia importante il ritmo e l’adrenalina, non siamo davanti allo speed metal, ma un po’ di velocità in più non avrebbe guastato. Mi sembra di intravedere buone potenzialità nel batterista Markos Kikis, mi aspetto che le metta in mostra con maggiore protagonismo in futuro. Per il resto nulla da obiettare, le due chitarre della coppia Themis Iakovidis e Ioannis Kikis (fratello del batterista?) sono lo strumento principale, con piacevoli assoli e muri di riff ben sostenuti dal bassista Dimitris Gkatziaris; il gusto per le melodie non è mai banale e la voce sporca ed aggressiva del cantante Ilias Kytidis ben si sposa con il sound della band. Aspetto i Sens Of Fear al prossimo lavoro, con un po’ più di ritmo e brani più brevi ed efficaci, per adesso questo “As the ages passing by...” merita sicuramente la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Aprile, 2018
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Mi ero imbattuto nei greci Emerald Sun agli inizi della loro carriera, quando ancora esisteva powermetal.it ed ebbi l’occasione di recensire il loro secondo album “Escape from twilight” del 2007, rimanendone favorevolmente impressionato, anche se ero ben conscio di non avere davanti un disco che sarebbe passato alla storia della musica metal. Da allora sono passati oltre 10 anni ed, attorno al leader Johnnie Athanasiadis (chitarrista), è cambiata nel corso del tempo l’intera formazione. Ad aprile 2018, con la label tedesca Fastball Music, gli Emerald Sun hanno rilasciato il loro quinto full-lenght, intitolato “Under the curse of silence”, dotato di inquietante quanto affascinante artwork. L’album è composto da 10 pezzi, cui si aggiunge una cover ed inoltre il rifacimento in lingua spagnola di una delle canzoni della tracklist. Partiamo dalla cover, si tratta della mitica “Fame” di Irene Cara che chi, come me, ha vissuto negli anni ’80 forse ricorderà come sigla della serie tv “Saranno famosi”; il rifacimento rende onore all’originale che viene “metallizzato” a dovere e devo dire che la differenza tra voce maschile e femminile non è poi così deficitaria. Nel resto del disco possiamo ascoltare un piacevole power metal che, seppur non particolarmente originale, è suonato bene, cantato altrettanto validamente e si lascia ascoltare molto, ma molto piacevolmente. Alla fin fine è proprio questo che cerco in un disco: poterlo ascoltare con piacere e sicuramente gli Emerald Sun per questo centrano l’obiettivo. Energia, atmosfere, parti soliste fatte bene, una ballad romantica (presentata appunto nella doppia veste in lingua inglese e spagnola), costruzione dei brani efficace, non mi pare si possa chiedere altro a questo disco; da aggiungere anche la presenza del mitico Peavy Wagner come ospite nel pezzo intitolato “Blast” (del quale è anche stato tratto un video). Forse manca nella scaletta quella hit che ti fa saltare dalla sedia, ma è indubbio che “Under the curse of silence” degli Emerald Sun è un ottimo disco di power metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 2018
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Gli Inner Core arrivano dalla Germania e si sono formati nel 2013; quest’anno tagliano il traguardo del debut album, con questo “Soultaker”, completamente autoprodotto nel 2017 e recentemente pubblicato dalla label tedesca Echozone. Il genere musicale suonato dagli Inner Core è un piacevole female fronted melodic metal, con qualche tocco di symphonic; naturalmente in un genere simile, protagonista è la voce della bionda Anna Rogg che non ha la classica impostazione lirica e che non si lascia andare ad inutili sfoggi delle sue doti, ma è sempre “sul pezzo”, interpretando molto bene le varie atmosfere e le esigenze espressive dei componimenti. Accanto a lei, la chitarra di Massimo Giardiello regala piacevoli assoli, ben sostenuta dalla parte ritmica di basso e batteria, nonché dalle tastiere. Ho trovato molto piacevole ascoltare “Soultaker”, ma avremmo avuto davanti una vera e propria bomba di disco se solo gli Inner Core avessero prestato maggiore attenzione all’efficacia dei singoli pezzi; in molti casi, infatti, forse anche per inesperienza o per non avere avuto una guida da parte di un producer esperto, la band esagera e si perde in inutili orpelli ed “allunga il brodo” in maniera eccessiva. Canzoni che durano un’eternità (“Monsters” e la title-track durano ben oltre gli 8 minuti), con una durata totale che si attesta in quasi un’ora, non rendono facile l’approccio alla musica proposta; alcuni pezzi, infatti, sarebbero sicuramente stati più efficaci con un paio di minuti di sforbiciate qua e là. In fin dei conti, miei cari Inner Core non siete gli Iron Maiden che possono permettersi (ed anche qui potremmo parlarne...) di comporre canzoni "esagerate". Non a caso, la parte migliore dell’album è la centrale, in cui si alternano i pezzi più brevi, da “Crucified” a “Blame”, passando per “Screw that” e per la romantica “Keep the distance”, in cui il violino regala un tocco quasi folkeggiante. Ripeto, se non ci fosse questo problema dell’eccessiva durata di alcuni pezzi, avremmo davanti un grandissimo disco! “Soultaker” è comunque un ottimo esordio e sono sicuro che sentiremo parlare ancora molto bene di questi Inner Core.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Aprile, 2018
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I Code Noir nascono tra Grecia e Svezia nel 2015, grazie all’incontro di due fans degli Iron Maiden, Michael T. (voce e chitarra) ed Adam Chapman (bassista). Dopo aver reclutato per breve tempo un altro chitarrista ed un batterista, poi usciti dal gruppo, registrano il loro lavoro di debutto, una sorta di mini-lp di poco più di 26 minuti di durata, con 6 pezzi originali e 2 cover, intitolato “Burn card” ed uscito per Metal Scrap Records a dicembre 2017 in formato digitale. Tutti i pezzi hanno durate molto brevi e concise, ma non per questo non sono efficaci; una delle virtù dei Code Noir, infatti, è proprio quella di saper comporre pezzi ben strutturati ed orecchiabili. Il problema principale che ho riscontrato sta nella eccessiva eterogeneità della proposta sonora. Se, infatti, i primi pezzi sono classicamente heavy metal (ma l’influenza degli Irons si sente poco o niente), già con il terzo brano “The things that you hated” si comincia a variare, in un brano che fa pensare ad un incrocio tra i Faith No More ed i Red Hot Chili Peppers. Dopo la piacevole “Nowhere” che prosegue sulla falsa riga del precedente brano, arriva “Make it happen” che spiazza notevolmente, dato che non è altro che un brano di musica punk, un pizzico di Sex Pistols mescolato con i Green Day e viene da chiedersi cosa abbia a che fare una canzone del genere con il metal dei primi due pezzi. L’ultimo pezzo originale è “Under the august sun”, placido e quasi hard rockeggiante, forse anche leggermente moscio. A chiudere il lavoro ci sono due cover, una dei Ramones (“I wanna be sedated”) e l’altra degli Iron Maiden, del cui repertorio è stato scelto uno dei brani più vecchi: “Sanctuary”. A questa maniera credo che i Code Noir abbiano poche possibilità di conquistare fans tra coloro che ascoltano il buon vecchio e classico heavy metal, così come ne hanno molto poche per convincere chi ascolta la musica punk. L’eccessiva eterogeneità in questo caso si è rivelata un’arma a doppio taglio e la band ha bisogno di trovare una propria direzione definitiva, indurendo maggiormente il sound e quindi virando verso l’heavy metal definitivamente, oppure ammorbidendolo ancora per dirigersi verso il punk rock. A questa maniera, i Code Noir con il loro “Burn card” non riescono a strappare la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 17 Aprile, 2018
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L’epic metal è purtroppo un genere musicale diventato abbastanza “di nicchia”, almeno di recente infatti sono davvero poche le uscite discografiche nel settore. Nell’underground dell’epic metal, c’è una band brasiliana di nome Grey Wolf,di cui il leader è il bassista e cantante Fabio Paulinelli. Il gruppo sudamericano ha alle spalle 3 full-lenght (uno dei quali anche recensito sul nostro sito) e numerosi demo. A settembre 2017 la Arthorium Records ha pubblicato un disco intitolato “The beginning”, che contiene le versioni demo di ben 15 brani, registrate tra il 2002 ed il 2003 e restaurate e rimasterizzate per l’occasione. Ciò nonostante, la resa sonora di questi pezzi è davvero mediocre per gli standard attuali. Ci sono inoltre altre 5 canzoni registrate in sede live durante 3 differenti concerti, anche se non ci sono informazioni sul luogo e la data degli eventi. Anche queste sarebbero state restaurate e rimasterizzate, ma purtroppo con il mediocre esito predetto. Completano il disco due nuove tracce, poste rispettivamente in apertura e chiusura del disco, “The beginning” e “Defenders of steel”. Anche qui la registrazione è abbastanza mediocre e mi sorge forte il dubbio che sia volutamente stata realizzata a questa maniera, con il basso in grande risalto (naturale se il leader è il bassista!), la batteria troppo bassa e la chitarra abbastanza penalizzata. C’è poi il vocione roco di Paulinelli a cantare; a me personalmente non piace questo stile di screamer così rudi e sporchi per l’epic metal. Mi rendo perfettamente conto che non tutti possono essere come Eric Adams, ma forse sarebbe bene che Paulinelli metta un po’ in disparte il proprio ego, si dedichi solo al suo basso e si trovi un cantante migliore. Tornando ai due pezzi, l’opener è ricca di cori epici, mentre la conclusiva è più frizzante e c’è un piacevole rifframa della chitarra. Entrambe, comunque, seguono gli stilemi classici dell’epic metal e non presentano alcun genere di novità. Mi dispiace sempre bocciare un lavoro ma, detta sinceramente, non si sentiva alcuna necessità di una raccolta di pezzi estratti da demo e brani live, tra l’altro con una resa sonora così vintage e non al passo con i tempi. Se siete fans sfegatati dei Grey Wolf, probabilmente questo “The beginning” è adatto solo e soltanto a voi.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 13 Aprile, 2018
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I power metallers Graveshadow arrivano da Sacramento in California e tagliano il traguardo del secondo album, con questo “Ambition’s price”, dotato di bellissimo artwork realizzato dall’artista serbo Dusan Markovic, e composto da 11 brani per poco meno di 55 minuti di durata. Non conoscevo il precedente lavoro “Nocturnal resurrection”, ma sul nostro stesso sito aveva strappato un resoconto lusinghiero 3 anni fa, ragion per cui ero ben predisposto all’ascolto di questo nuovo lavoro. Da subito ho riconosciuto la voce splendida della cantante Heather Michele che mi aveva colpito molto positivamente nel debut omonimo degli Helion Prime (da cui è poi uscita) e che ricorda anche abbastanza lo stile della grande Giada “Jade” Etro dei promettenti Frozen Crown. Purtroppo accanto a lei si esibisce anche Ben Armstrong (anche bassista) con un growling degno della più becera band di metalcore, che non c’entra assolutamente niente con il power dal tocco sinfonico dei Graveshadow e rovina tutto, rendendo quasi inascoltabili le varie composizioni che, senza di lui, sarebbero sicuramente molto, ma molto piacevoli. Capisco il volersi distinguere dalla massa (e la presenza di una voce così aggressiva potrebbe favorirlo), ma bisogna anche guardare al risultato finale con obiettività ed, in questo caso, gli urlacci gutturali del bassista decisamente affossano tutto. Sarebbero tollerabili come backing vocals, giusto qualche apparizione di qualche secondo in pochi pezzi (come accade nell’ottima conclusiva “Eden ablaze”, tra i pezzi migliori del disco proprio per questo), ma a questa maniera sono semplicemente fastidiosi, oltre che eccessivi e spesso fuori contesto con le melodie dei brani. Mi divertono molto, invece, le definizioni che si cerca di dare al sound di questa band; nella presentazione ho letto “Female fronted symphonic/gothic metal with elements of doom, thrash and epic progressive power metal”; orbene di doom, thrash ed epic metal non vi è assolutamente traccia alcuna; giusto qualche lontano accenno al gothic ed al progressive metal potremmo anche trovarlo a voler essere magnanimi, ma mi chiedo per quale diavolo di motivo si vanno a cercare certe definizioni (oltremodo ridicole!) che semplicemente non c’entrano niente, ma proprio un bel niente con il sound della band? Mi sfugge la risposta, davvero! Tirando le somme, musicalmente parlando il power metal dei Graveshadow è davvero piacevole; sarebbe eccellente se non ci fosse l’eccessiva ed ingombrante voce maschile a rovinare tutto (ma suona il basso e basta! Ci vuole tanto a capirlo? Mi verrebbe da bestemmiare!); date un ascolto a questo “Ambition’s price”, magari riuscite anche a giudicare diversamente da me....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Aprile, 2018
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Ad ottobre 2017, la Massacre Records ha pubblicato il debut album omonimo degli australiani Night Legion, band formatasi nel 2016 con membri di altri gruppi locali (sconosciuti al sottoscritto) come Darker Half, Death Dealer eDungeon. Il genere suonato da questi 4 australiani è un canonico power metal, con assolutamente niente di innovativo, ispirato sia a gruppi locali più famosi (mi vengono in mente i Black Majesty), ma anche un po’ alla scuola tedesca. Come detto non c’è nulla di nuovo nella musica dei Night Legion, eppure un fan del power metal come il sottoscritto ha in questo disco comunque un ascolto gradevole. Obiettivamente non manca nulla nel loro sound dei classici stilemi del power: una voce acuta (anche decentemente espressiva, per il buon Vo Simpson), tanti assoli di chitarra (bravo questo Stu Marshall!), ben sorretti da un basso protagonista e soprattutto dalla batteria con spesso e volentieri la doppia cassa a manetta (Clay T ha doti valide, anche se avrei preferito maggiore risalto al suo strumento). Non c’è una hit che ti fa saltare dalla sedia e risalta in maniera notevole rispetto alla massa, ma 9 pezzi che si fanno ascoltare piacevolmente per poco più di 37 minuti. Anche la struttura dei brani è valida ed efficace, dato che non abbiamo componimenti prolissi o esagerati, né al contrario troppo stringati. Se, quindi, in conclusione, non siete maniaci dell’innovazione e siete fans del power metal più canonico, questo debutto omonimo dei Night Legion può essere un disco che non vi dispiacerà ascoltare, tenendo comunque ben presente che non si tratta di un lavoro che passerà alla storia dello specifico settore musicale.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 08 Aprile, 2018
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Avevo avuto modo di ascoltare i brasiliani Wild Witch nel 2014, all’epoca del loro E.P. “Burning chains”, constatando quanto fosse grande la loro passione per le sonorità dell’heavy metal più “old-fashioned”; anche questa volta ne ho avuto conferma. Il full-lenght “The offering”, uscito a settembre 2017, infatti è infarcito di tutti quegli stilemi classici dell’heavy metal degli anni ’80. Se si può anche tollerare la totale mancanza di originalità, l’orrenda copertina e quella puzza di “già sentito” che permea l’intero album, quello che non riesco a mandar giù è la registrazione; la batteria ancora una volta è registrata davvero male (era già successo nell’E.P. di debutto), mentre il basso si fa a volte fatica a trovarlo nell’impasto sonoro; la voce, infine, già di per sé non esaltante, è troppo più alta rispetto al resto degli strumenti. Ed è un peccato perchè qualche pezzo valido nella tracklist c’è; l’opener “Heavy metal inferno”, o anche “Diabolic jaws” sono esempi di energico heavy metal che si ascolta molto gradevolmente. Dopo aver cambiato l’intera line-up (dopo la registrazione dell’album sono stati sostituiti sia il chitarrista che il batterista), il leader e bassista Felipe “Rippervert” farebbe bene a tornare ad occuparsi solo del suo strumento e mettersi anche a cercare un cantante decente, adatto più di lui a queste sonorità. Come detto in occasione della precedente recensione, è evidente la passione verso la NWOBHM ed in genere verso l’heavy metal degli anni ’80 che hanno questi brasiliani, ma ci sono parecchie cose da migliorare ed ancora una volta non mi è possibile concedere loro nemmeno la sufficienza.

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