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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Giugno, 2017
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In attesa dell’uscita del loro terzo album previsto per novembre, i power metallers danesi Seven Thorns ci concedono un anticipo con questo singolo, intitolato “Black fortress”, composto da tre brani, due dei quali finiranno proprio sul nuovo disco (ancora senza titolo). Rispetto al precedente lavoro di tre anni fa (già recensito sulle pagine di allaroundmetal), bisogna registrare diversi importanti cambiamenti: c’è un nuovo cantante (Björn Asking al posto di Gustav Blide), è cambiato il bassista (Mads Mølbæk ha sostituito Nicolaj Marker) ed infine Gabriel Tuxen è rimasto l’unico chitarrista, dopo l’uscita di Christian Balslev Strøjer. Ma è soprattutto il cambio di cantante che è fondamentale, dato che il nuovo arrivato non sarà un Ralph Scheepers o un Michael Kiske, ma è sicuramente meglio del suo predecessore! Ora parliamo dei tre pezzi. La title-track è il tipico esempio di power neoclassico, con piacevoli parti soliste di chitarra e tastiera, dal ritmo mai troppo sostenuto, sempre orecchiabile, grazie ad una notevole attenzione alle melodie. La velocità cresce notevolmente nella successiva “Last goodbye”, vera e propria cavalcata power con il batterista e leader della band Lars Borup in evidenza, per una canzone che manderà in visibilio i fans della scuola nord-europea di questo specifico genere di musica. La conclusiva “Eye of the storm” è l’unica traccia che risale al precedente disco, anche se è stata ri-registrata con la nuova formazione; abbiamo ancora una canzone di power metal neoclassico, molto veloce e ritmata, con le consuete notevoli parti soliste. “Black fortress” è un singolo davvero piacevole e, con queste premesse, non resta che aspettare l’uscita del nuovo album, certi che avremo davanti un gran disco! C’è solo da sperare che qualche label si accorga del valore dei Seven Thorns....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Giugno, 2017
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Mi ero già imbattuto negli americani Corners of Sanctuary due anni fa, all’epoca del mediocre full-lenght “Metal machine”; quando mi è stata proposta la recensione di questo EP, intitolato “Cut your losses”, dotato di una copertina davvero orribile, ero tentato di rinunciare.... poi la curiosità l’ha avuta vinta, perchè peggio di quell’album era difficile fare! La prolifica band di Philadelphia, attiva dal 2011, arriva al traguardo del settimo E.P. (contando anche il demo giapponese del 2015), oltre ad un best of (!!) e cinque full-lenghts, con un sesto in preparazione.... avevo già notato all’epoca della precedente recensione che una produzione così vasta rischia di avere in sé brani che non funzionano, accanto ad altri più o meno decenti ed avevo suggerito una migliore e più rigida selezione prima di presentare al pubblico il proprio lavoro. Così non è stato nemmeno questa volta per l’E.P. di cui si tratta: abbiamo quattro pezzi e potremmo tranquillamente farne un 50%. Da un lato abbiamo due canzoni hard rock (“Wild card” e “Tonight we roll”), tra Kiss e Survivor, senza avere lo smalto delle predette bands e con circa 30/40 anni di ritardo rispetto a loro, senza contare che entrambi i pezzi sono abbastanza ripetitivi e privi di mordente. Dall’altra parte abbiamo due pezzi più tradizionalmente heavy metal, molto old-style, uno decente ed uno un po’ meno.... se, infatti, “Mind’s eye” si lascia ascoltare, tra qualche richiamo epic e qualche tastiera quasi horror (non se la prendano i tifosi dell’Inter, ma pare che nel coro la band dica sempre “Inda! Inda!” in perfetto cinese!), “My revenge”, invece, sa davvero di poco, è abbastanza monotona ed oltretutto mi pare che la doppia-cassa ogni tanto se ne vada per conto suo.... A tutto questo sfacelo si aggiunge anche una registrazione abbastanza “vintage” che poteva andar bene negli anni ’80, ma proprio non va nel 2017. Mi dispiace, ma con migliaia di bands valide in giro per il mondo, credo che i Corners of Sanctuary abbiano davvero ben poche speranze!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Giugno, 2017
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Ho optato per questa recensione perchè ero sinceramente incuriosito dal termine “melodic thrash metal”, con cui ci era stato presentato questo debut album dei polacchi Killsorrow, dal titolo “Little something for you to choke”. In realtà di thrash, sia pure “melodico”, qui ne ho ascoltato davvero poco; il sound dei Killsorrow è un mix tra il gothic/death dei Sentenced del capolavoro “Amok” ed il melodic death dei Dark Tranquillity; non a caso la voce di Marci Parandyk è una sorta di incrocio tra Taneli Jarva ed il grande Mikael Stanne, quando non si mette ad esagerare con il growling da brutal death (come nella title-track o in “Buried hopes” ad esempio). Ma oltre alla voce, anche la musica è una specie di incrocio tra le sonorità di “Amok” e quelle di “The gallery” o “The mind’s I”. Chi, come me, ha vissuto quello splendido periodo della seconda metà degli anni ’90, non potrà rimanere indifferente davanti a queste sonorità che, ascolto dopo ascolto, acquistano forza ed energia, conquistando definitivamente. Certo, qualche ingenuità dovuta al fatto che comunque si tratta di un debut album non manca (come, ad esempio, quando il singer tende ad esagerare con il growling) e forse non sarebbe male concedere un minimo di spazio in più all’altra cantante, Agnieszka Sokołowska, che sembra anche piacevole, tanto per donare quel tocco di female vocals atte a contrastare il vocione maschile (come avviene nella già citata “Buried hopes”). Se questo disco fosse uscito 20 anni fa, avrebbe venduto in quantità industriale dato che questo tipo di sound era esploso proprio allora; è invece uscito a novembre 2016 ed è riservato a chi ascolta ancora determinate sonorità. Resta il dato di fatto incontrovertibile che i Killsorrow con questo “Little something for you to choke” hanno realizzato un debut album con i controfiocchi!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Giugno, 2017
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Il 24 ottobre del 1988 la Noise Records mise in commercio il secondo capolavoro dei Vendetta, intitolato “Brain damage”. Adesso la Massacre Records ha deciso di ristampare e rimasterizzare quello storico disco, aggiungendo una bonus track: una versione live dell’opener “War” (già presente nella ristampa del 2007 effettuata dalla Metal Axe Records). L’anno prima era uscito il loro fantastico debut (di cui abbiamo parlato su queste pagine nel mese scorso) e con questa uscita i Vendetta continuano la loro opera di contaminazione del thrash, innestando parti sempre più tecniche e sempre più eterogenee. Già l’opener è emblematica con quell’attacco basso e batteria quasi funky che ricorda un po’ i Red Hot Chili Peppers (che all’epoca nessuno si filava!), ma è tutto il disco che è pieno di sperimentazioni, cambi di tempo e trovate geniali. Il thrash dell’epoca cominciava ad essere stantio, riproponendo sempre le stesse soluzioni ed i Vendetta furono tra i primi a comprenderlo, cercando nuove soluzioni ed entrando come una ventata d’aria fresca nella scena tedesca ed europea in genere. Ecco quindi che canzoni splendide come la già citata “War”, oppure “Precious existence” (come un gusto eccellente per le melodie ed assoli eccellenti!), la stranissima e brevissima “Love song” possono essere considerate dei veri e propri manifesti in tal senso. Accanto a queste, comunque, ci sono canzoni più tipicamente thrash, come la title-track “Brain damage”, “Conversation”, “Metal law” o la breve e concisa “Never die” (Nuclear Assault docet). La vetta compositiva dell’album, ma anche dell’intera discografia dei Vendetta, la si raggiunge con “Fade to insanity”, canzone strumentale aperta da un assolo di basso in cui si può ascoltare anche una parte dell’Inno alla Gioia di Beethoven, una traccia che forse è tra le più belle dell’intera storia del thrash metal mondiale. Sono passati quasi 30 anni da quando una band geniale come i Vendetta compose questo album fantastico, ma ancora oggi “Brain damage” può essere considerato tra i maggiormente rappresentativi della storia del thrash più tecnico. Peccato solo che, dopo questo disco, il gruppo tedesco non sia mai più stato in grado di comporre musica di simile qualità! E se qualcuno di voi ancora non ha questa gemma nella propria collezione, ha l’obbligo morale di procurarsela.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Giugno, 2017
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Avevo scoperto gli Ancient Dome all’epoca delle gloriose pagine di powermetal.it, quando mi capitò di recensire il loro secondo album “Perception of this world”. Da allora sono cambiate parecchie cose e della line-up restano solo il leader e chitarrista Paolo “Pol” Porro, assieme al batterista Giorgio “Joe” Alberti. Nel nuovo album “The void unending” (splendida la copertina!), anche il sound si è evoluto, aggiungendo al thrash in stile Bay-Area degli inizi, un tocco di tecnica in più che lo avvicina a qualche produzione europea (chi ha detto Vendetta o Despair?), con l’aggiunta di qualche passaggio chitarristico ispirato dal grande Chuck Schuldiner (10 minuti di vergogna per chi non conosce questo mostro sacro!), come nell’ottima “Panic generator” ed addirittura qualche accenno qua e là al mosh newyorkese dei vecchi Anthrax. Un grande lavoro in questo disco lo fa il basso di Giorgio “Gio” Mina, finalmente splendido protagonista alla pari degli altri strumenti (una rarità nel thrash!). Saltata la consueta inutile intro “Target: unknown”, il disco parte a mille con l’ottima “Black passage” e si sviluppa con altri 7 brani uno meglio dell’altro. L’unico che non mi ha convinto particolarmente, ma forse solo per gusti personali, è “The rules of hate”, dotato di parti canore quasi al limite del metalcore che ho trovato un attimo esagerate; ma ripeto, probabilmente questa mia considerazione è dettata di gusti puramente soggettivi che mi portano a non amare particolarmente il classico screaming tanto in voga in produzioni modern o metalcore. Trovo, invece, splendida la strumentale “Fifth dimension”, in cui gli Ancient Dome si aprono anche a certe sperimentazioni un po’ alienanti, sulla scia di bands storiche del thrash tedesco. Appare evidente che gli Ancient Dome, in questo loro “The void unending”, abbiano compiuto un enorme passo avanti, realizzando un disco davvero notevole, tosto e massiccio, sicuramente tra le migliori uscite in campo thrash metal ascoltate quest’anno!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 17 Giugno, 2017
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Ci sono delle volte in cui puoi ascoltare un disco anche all’infinito, ma la sensazione rimarrà sempre uguale: insoddisfazione. E’ questo il caso per quanto mi riguarda del secondo full-lenght dei finlandesi Perpetual Rage, intitolato “Empress of the cold stars”, dotato di una copertina anche alquanto bruttarella. La band suona un onesto heavy metal, con qualche digressione nello speed (le parti migliori) e qualche spruzzatina di epic; un sound che non mi è dispiaciuto, ma non mi ha conquistato ed anzi spesso mi sono reso conto che, durante alcuni pezzi, mi ritrovavo a pensare ad altro, mentre la musica scorreva via senza lasciarmi niente, se non quella sensazione di già sentito che non è proprio positiva. Ho da sempre sostenuto che un’eventuale mancanza di originalità può diventare un futile dettaglio se la musica suonata ci prende e ci convince, in questo caso purtroppo non è stato così. Ho provato più e più volte ad ascoltare questi 10 brani, credendo che potesse essere la mia scarsa predisposizione a compromettere tutto, sperando in qualcosa che potesse dare la svolta, magari sfuggitami in precedenza.... ma l’esito era sempre uguale: la musica dei Perpetual Rage non dispiace, ma non mi convince. C’è qualche brano migliore di altri, fondamentalmente quelli con più ritmo, come “The Empress”, o “The creation”, come anche “Privilege”, ma non sono sufficienti a salvare l’esito di questa recensione. Non che Tomi Villtola canti male (i più attenti si ricorderanno di lui all’epoca di “Ocean’s heart” dei Dreamtale), anche i tre musicisti che completano la line-up ci sanno fare, ma le loro composizioni non hanno fatto breccia nel mio cuore e mi trovo costretto a bocciare questo “Empress of the cold stars”, sperando che in futuro i Perpetual Rage riescano a realizzare qualcosa di meglio, visto che sicuramente non mancano loro le capacità.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    12 Giugno, 2017
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E’ la prima volta che mi approccio per una recensione ai Soulspell, progetto del talentuoso batterista Heleno Vale; conoscevo superficialmente gli altri tre dischi realizzati tra il 2008 ed il 2012, così la curiosità di ascoltare questo nuovo lavoro era per me notevole.... e non sono rimasto deluso, anzi! Già il cast degli ospiti è semplicemente da lasciare a bocca aperta; tra i cantanti annotiamo gente come Fabio Lione, Timo Kotipelto, Andre Matos, Blaze Bayley, Tim Ripper Owens, Ralph Scheepers, Oliver Hartmann ed Arjen Lucassen... tutti mostri sacri che non hanno bisogno di presentazione! Ma anche tra i musicisti troviamo gente parecchio nota, oltre al predetto Arjen Lucassen (tastiere), anche l’ex-Sonata Arctica Jani Liimatainen (chitarra), Markus Grösskopf degli Helloween (basso) e le due sorelle delle The Harp Twins. Il sound della band è un power sinfonico con qualche tocco prog, magniloquente, teatrale e molto elegante, ricco di cambi di ritmo ed atmosfere differenti, dovute soprattutto all’alternarsi dei vari cantanti; musica da ascoltare tutta d’un fiato in religioso silenzio, lasciandosi rapire e conquistare. “The second big bang”, questo il titolo, è dotato di una piacevole copertina (con una inconsueta statua della libertà...) e composto da 12 tracce una più bella dell’altra, in cui è semplicemente arduo trovare difetti, né tanto meno ha senso parlare di tecnica individuale, visto l’ensemble riunitosi per questo full-lenght. Qui c’è solo da ascoltare e riascoltare questi brani che convincono pressoché immediatamente con la rara capacità di non annoiare mai, ma anzi di essere sempre gradevoli. Heleno Vale, come un grande pittore, ha sulla sua tavolozza tanti colori e riesce ad amalgamarli alla grande in questo nuovo lavoro targato Soulspell.... “The second big bang” è chiaramente un disco che non può mancare nella collezione di qualsiasi appassionato di power sinfonico, ma anche di tutti coloro che ritengono di ascoltare musica di gran classe e qualità.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Giugno, 2017
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Ritrovare i White Skull è per me come ritrovare un vecchio amico che non tradisce mai... era circa 20 anni fa quando un amico mi fece ascoltare “Embittered”, secondo album della band veneta... da allora di acqua sotto i ponti ne è passata davvero tanta ed è con immenso piacere che mi accingo a parlarvi di questo splendido “Will of the strong”, decimo album della carriera del gruppo capitanato da Tony “Mad” Fontò. Sono rimasto rapito sin dalle prime note di questo disco che credo sia il migliore in assoluto fin qui realizzato dai White Skull; saltata l’intro “Endless rage”, ci aspetta l’infuocata “Holy warrior” che già immagino diventerà uno dei cavalli di battaglia dal vivo! Un Alex Mantiero semplicemente mostruoso che picchia come un fabbro sulla sua batteria, la grande Federica “Sister” De Boni a dare tutta la sua grinta ed energia, per poi arrivare alle splendide melodie della chitarra solista del magico Danilo Bar, il tutto sorretto alla grande dall’oscuro lavoro di Tony alla chitarra ritmica e Gio Raddi al basso... questo è il manifesto del sound dei White Skull odierni e questa è la ricetta vincente e convincente che andrà a ripetersi brano per brano, in un crescendo di emozioni ed energia, dall’inizio alla fine. Pezzi come la title-track (splendido l’assolo di chitarra!), le velocissime “Lady of hope” o “Hope has wings” (con un Alex Mantiero disumano!), le tostissime “Grace O’Malley”, “Shieldmaiden” o “Matilda”, fino alla conclusiva “Warrior spirit”, qui davvero non c’è spazio per niente che sia differente dall’eccezionale. Ho ascoltato e riascoltato non so quante volte questo disco, arrivando al rischio di diventarne dipendente, ed ogni volta mi dava energia ed emozione, tanto che non vedo l’ora di andare ad un concerto della band per potermi scatenare, nonostante le mie ginocchia scricchiolanti e le mie cervicali disintegrate dal troppo headbanging! Ritengo che “Will of the strong” possa essere l’album della consacrazione a livello internazionale dei White Skull; già, perchè è bene ficcarselo in testa che questa band non ha assolutamente niente in meno di tutte le osannate bands straniere, anzi sono di parecchio migliori di molti, ma molti big arenatisi sugli allori da tempo. Credo di aver trovato il mio personale disco migliore del 2017!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 10 Giugno, 2017
Top 10 opinionisti  -  

L’ho sempre detto che investire il proprio tempo libero in una webzine ha i suoi notevoli vantaggi! Uno di questi è la possibilità di scoprire bands sconosciute di notevole valore che, altrimenti, non si avrebbe mai avuto l’occasione nemmeno di sentire nominare... è questo il caso per me dei greci Valor, band ateniese attiva addirittura dal 2002, con alle spalle due dischi tra il 2008 ed il 2013 (a me purtroppo ancora sconosciuti) e finiti sotto contratto con la cipriota Pitch Black Records per questo loro terzo splendido album intitolato “Arrogance: the fall”. Chiariamo subito che qui non abbiamo nulla di nuovo in campo power metal europeo, già la bella copertina con il solito guerriero incappucciato dovrebbe farlo capire; fatto sta che quanto suonano questi sei greci è semplicemente strepitoso... pur non essendo originale, il sound dei Valor ha tutto per far breccia nei cuori di ogni appassionato di power metal: melodie di gran gusto, ritmo sostenuto, assoli di chitarre e tastiere a profusione, una voce pulita, acuta ed espressiva... insomma non manca loro davvero nulla per farsi apprezzare da ogni power metaller che si rispetti. Da “Arrogant fall”, passando per “In the name of Valor”, “Dark are the eyes of the night” e “Pandora’s gift”, fino alla conclusiva “No angel’s face”, sono tutte canzoni una più bella dell’altra e davvero non c’è spazio per filler o qualsiasi altro pezzo fuori posto. Il maggior pregio dei Valor è quello di saper comporre brani efficaci, concreti, quadrati e senza niente di eccessivo, prolisso o che non funzioni egregiamente, persino l’iniziale strumentale “Uprising” non è la solita inutile intro, ma un vero e proprio pezzo di oltre 3 minuti. Come detto, mi ritengo fortunato perchè ho scoperto l’ennesima validissima band, di cui adesso andrò a cercare anche la precedente produzione; se siete fans del power metal, sono sicuro che questo “Arrogance: the fall” dei Valor non potrà mancare alla vostra collezione di dischi!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    04 Giugno, 2017
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Sono passati cinque lunghi anni da quello splendido debut album intitolato “A legend to believe in”, ma l’attesa non è stata vana dato che i Fogalord sono tornati con un altro disco eccezionale, intitolato “Masters of war”, dotato anche di una copertina molto bella, opera del mitico Felipe Machado Franco (ormai il suo stile è inconfondibile!). Annotati due cambi di line-up da qualche anno, con una nostra vecchia conoscenza, Giuseppe Lombardo dei Myriad Lights al basso al posto di Lorenzo Costi, nonché con il talentuoso Nicolò Bernini (anche negli Icethrone e Blaze of Sorrow, fra gli altri) alla batteria al posto di Francesco Zanarelli, i Fogalord hanno sfornato un concept album, basato sulla “Leggenda della morte e della gloria di una spada” (dal testo dell’intro iniziale). Il sound è sempre legato al power sinfonico, ma è molto più epico che in passato, ricco di cori e passaggi cadenzati e teatrali; c’è anche qualche strizzatina d’occhio al folk in stile Spellblast (“The storm of steel” e la melanconica “Daughter of the morning light”) ed al pirate metal, come nella splendida “Rising through the mist of time”, i cui riff sono decisamente ispirati alla scuola di Running Wild & C. L’album è composto da 8 brani, cui si aggiungono 3 brevi intro strumentali che, per una volta tanto, sono utili, decisamente amalgamate al resto e per niente fuori contesto. Mi sono piaciuti davvero tutti i pezzi e fatico a trovare qualcosa che sia fuori posto o semplicemente di livello qualitativo sotto l’eccellente. Nicolò Bernini mette a disposizione il suo bagaglio derivante dal metal estremo delle altre bands in cui suona e picchia come un dannato per tutto il disco; il lavoro al basso di Giuseppe Lombardo è come sempre molto prezioso a sostenere i duetti tra chitarra e tastiera di Stefano Paolini e Daniele Bisi (o Dany All che dir si voglia). Quest’ultimo non sarà mai un cantante come Fabio Lione o Alessandro Conti (tanto per citare i primi nomi che mi vengono in mente), ma se la cava egregiamente anche come vocalist della band ed, oltretutto, da musicista esperto qual è, evita di strafare. Alla Limb Music sanno il fatto loro e si tengono ben strette bands di valore come lo sono i Fogalord; questo “Masters of war” dimostra il loro valore e si candida tra le migliori uscite in campo power del 2017.

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