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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Febbraio, 2019
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Quando ho visto 21 tracce sul fogliettino di biografia allegato al cd inviatoci dalla Fastball Music, ammetto di essere stato preso dal panico; sensazione che è andata aumentando quando ho visto, come definizione del genere musicale suonato, le parole “sophisticated metal”... immediatamente nella mia mente si è prefigurato un ascolto complicato e pressoché infinito... ma per fortuna mi sbagliavo! Intanto il minutaggio della maggior parte dei brani è alquanto limitato, spesso si tratta di veri e propri intermezzi rumoristici, obiettivamente alquanto inutili, come nel caso dell’intro “Vertigo”, di “Tongues of poison” e di una lunga serie di tracce che spero abbiano un senso nell’ottica del concept dell’album (dalla biografia, leggo che si tratta del primo di due capitoli), ma che musicalmente non danno assolutamente nulla e fanno solo perdere tempo; suggerisco quindi di skippare tranquillamente quando il minutaggio scende sotto i 3 minuti. Ma chi c’è dietro questo cd? I M.I.GOD. sono una band di Norimberga in Germania di cui è difficile reperire informazioni in rete (non ci sono nemmeno sulla Encyclopaedia Metallum!) e che dovrebbe essere attiva almeno dal 2004 (anno in cui realizza il proprio primo disco). Il genere suonato dai tedeschi è un elegante prog metal (da qui la definizione di “sophisticated”) con qualche richiamo al power e qualche atmosfera che strizza l’occhio al gothic, grazie anche alla voce calda e bassa del cantante Max Chemnitz che, per questo motivo, può anche far venire in mente il grande Daniel Estrin degli australiani Voyager. Tolta la decina di tracce brevi e superflue, restano altrettanti pezzi su cui basarsi per la recensione, fra i quali c’è anche la cover del pezzo “I feed you my love” dell’artista norvegese electro-pop Margaret Berger che è alquanto avulsa dal contesto e che sinceramente non mi è sembrato un buon modo per suggellare il disco. Nella decina di pezzi veri e propri, trovo che la definizione di “sophisticated” ci stia bene, dato che raramente si ascolta un prog/power così particolare e raffinato; il pezzo migliore del disco è proprio la title-track “Specters on parade”, decisamente trascinante, finanche un po’ misterioso ed inquietante, ricco di atmosfere differenti, suonato e cantato alla grande; si perde solamente nella parte finale in cui la band si incarta in oltre un minuto di rumori che sarebbero stati sufficienti per una decina di secondi e non oltre. Anche gli altri brani sono validi e mettono in mostra musicisti dalla notevole tecnica individuale e dal gran gusto per i componimenti e le melodie (“Tears of today” ne sarebbe un altro ottimo esempio!). Peccato solo per quella quantità enorme di inutili rumori ed orpelli che allungano fastidiosamente l’ascolto, altrimenti questo “Specters on parade” dei M.I.GOD. avrebbe sicuramente meritato un voto maggiore. Abbiamo comunque davanti un buon disco ed una band dalle enormi potenzialità.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Febbraio, 2019
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Giunge pochi giorni fa in redazione la proposta di recensione del terzo album dei cileni Dezaztre Natural, intitolato “Asfixia”, dotato di piacevole artwork ed uscito originariamente come autoproduzione, per essere poi licenziato a fine 2018 per la label cilena Australis Records. Non avevo mai sentito parlare di questa band sudamericana a cui mi sono approcciato con curiosità, scoprendo che suona un furiosissimo thrash/speed metal, con cantato urlato in classico stile hardcore made in USA. Se siete appassionati di questa specie di crossover, probabilmente potrete apprezzare quanto suonato dai Dezaztre Natural; in caso contrario, è necessario chiarire subito che non hanno assolutamente niente di innovativo o che non abbiano suonato miriadi di bands statunitensi prima di loro (molte delle quali anche sicuramente meglio). Non manca una gran dose di energia ed aggressività, oltre che un ritmo forsennato per merito del bravo batterista Pablo Santidrián che picchia come un dannato sulle pelli senza soluzione di continuità; anche il bassista Rene Dizaster si distingue in positivo, con un buon lavoro da protagonista. Ciò nonostante, i vari ascolti dati a questo album non mi hanno lasciato nulla di particolare, nonostante sia uno che apprezza determinate sonorità... sarà per il fastidioso idioma ispanico utilizzato, sarà anche per il fatto che le due voci non hanno niente di eccezionale e non fanno altro che urlare dall’inizio alla fine, sarà per la registrazione non proprio eccelsa (ma non si può pretendere molto da un’autoproduzione), sarà per la quasi totale mancanza di assoli di chitarra o di parti più “pacate” (pare che la band ignori il termine “melodia”)... fatto sta che il full-lenght mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Fortunatamente i pezzi sono molto concisi e non si dilungano inutilmente (almeno a livello di efficacia non ci sono problemi), così che l’album dura poco più di una mezz’ora. C’è ancora molto da lavorare per i Dezaztre Natural per poter sperare di emergere dall’underground e dall’anonimato; al momento “Asfixia” non è in grado di raggiungere la sufficienza.
P.S. Magari per il futuro due righe biografiche allegate non sarebbero male....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Febbraio, 2019
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Dopo l’ottimo debut album “What will prevail” del 2016, tornano a farsi sentire i tedeschi Thornbridge con il loro secondo lavoro intitolato “Theatrical masterpiece”, dotato di artwork ricco di dettagli, realizzato dall’artista Juanjo Castellano Rosado. Evidenziamo anche la presenza di due ospiti illustri, come il cantante dei Brainstorm, Andy B. Frank, sul pezzo “Revelation” ed il chitarrista dei Rhapsody Of Fire, Roberto De Micheli, che cura un assolo in “Journey to the other side”. A livello di tematiche, l’album affronta l’argomento dell’inquisizione e della caccia alle streghe durante il Medio Evo, con relative torture ed uccisioni. Il disco è stato registrato dal mitico Sebastian “Seeb” Levermann degli Orden Ogan nei suoi Greenman Studios, ormai sinonimo di garanzia di qualità assoluta. E proprio gli Orden Ogan sono individuabili tra le maggiori influenze dei Thornbridge, con quel power metal ricco di cori ed epicità che tanto piace ai fans di questo particolare genere musicale. I Thornbridge non saranno obiettivamente originali nella loro proposta, ma è indubbio che sono poche le bands al giorno d’oggi che sanno suonare il power metal così gradevolmente. I vari ascolti che ho dato a questo disco, infatti, sono stati molto semplici, trascinanti e godibili e non nascondo che spesso, una volta terminati i 9 brani (+ intro ed outro), veniva voglia di rimettersi all’ascolto. Sono tante le canzoni davvero valide, dalla title-track, bella veloce e frizzante, passando per “Revelation” che non sfigurerebbe anche nei migliori dischi degli Orden Ogan, o per Journey to the other side” e “Set the sails”, belle orecchiabili e ritmate, fino a “Trace of destruction” che forse è la migliore del disco, inglobando in sé tutto ciò di positivo che c’è nella musica del gruppo teutonico. Non trovo difetti da nessuna parte in questo “Theatrical masterpiece”, in cui i Thornbridge hanno messo tutto il loro notevole talento e la loro passione per queste sonorità. Il power metal è sempre vivo e bands come questa ne sono la linfa vitale! Se siete appassionati di certe sonorità, questo è un disco da non lasciarsi sfuggire assolutamente.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Febbraio, 2019
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Sono orgoglioso di annunciare di essere un membro del cavalierato degli Ancient Bards, avendo contribuito nel mio piccolo alla realizzazione del quarto album della band riminese, intitolato “Origine – The black crystal sword saga part 2”. Ho avuto l’opportunità di prendere la deluxe edition, limitata e numerata (nr. 291 di 500), che contiene anche un secondo cd, con tutti i pezzi in versione orchestrale. A conferma dell’estrema miopia del music business che ci inonda continuamente di immondizie musicali ed ignora gruppi di talento, anche gli Ancient Bards sono stati costretti all’autoproduzione e sono riusciti a realizzare questo gioiello grazie al crowdfunding. Una splendida copertina fantasy (opera di Vincent Lefevre) ci introduce ad “Origine – The black crystal sword saga part 2”, che riprende le tematiche dell’album di esordio, lo splendido “The alliance of the kings” del 2010. E’ anche il primo disco con il nuovo chitarrista Simone Bertozzi, che si occupa anche dei frequenti interventi in growling. Questa volta gli Ancient Bards hanno fatto le cose in grande ed hanno realizzato una bomba di disco, con un symphonic power fresco, emozionante e coinvolgente. Si potrà obiettare che i richiami ai Rhapsody sono evidenti, ma ritengo sia normale ispirarsi a chi questo particolare genere lo ha di fatto inventato. C’è poi la splendida voce di Sara Squadrani a fare la differenza; per chi non la conoscesse ancora, non ci troviamo davanti alla classica voce lirica, ma ad una donna dallo stile versatile, caldo ed espressivo che sa modulare la propria prestazione canora a seconda del climax del singolo pezzo, qualità decisamente fuori dal comune; basta ascoltare e paragonare tra loro due pezzi tanto differenti come l’aggressiva “Impious dystopia” che apre l’album in maniera esplosiva (da cui è anche stato tratto un video) e la dolcissima “Light”, struggente ballad posta a metà della tracklist, per capire come la singer sappia districarsi bene in entrambe le vesti, dolce ed aggressiva. Per suonare questo genere musicale bisogna avere tecnica da vendere e tutti i musicisti del gruppo si distinguono in tal senso, avendo ognuno una parte fondamentale nell’insieme. Dopo l’intro recitata che dà il titolo all’album, ci sono 9 pezzi uno più bello dell’altro, uno più indovinato dell’altro fino alla suite conclusiva “The great divide” che suggella in maniera eccezionale un lavoro di grande valore. Stupisce decisamente come un disco di simile qualità sia sfuggito all’attenzione delle case discografiche ed abbia costretto la band all’autoproduzione. Nel symphonic power è fondamentale la perfezione nella registrazione; in questo gli Ancient Bards sono andati sul sicuro affidandosi alle mani esperte di Simone Mularoni e dei suoi Domination Studios, ormai una garanzia a livello internazionale. “Origine – The black crystal sword saga part 2” si candida ad essere tra le migliori uscite del 2019 in campo symphonic power e spero che gli Ancient Bards possano trovare così quell’affermazione che sicuramente meritano per il loro enorme talento e per la qualità sopraffina della loro musica.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Febbraio, 2019
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A tre anni circa di distanza da “The orchestral album”, tornano i romani Belladonna con il loro sesto album, intitolato “No star is ever too far”. Sono passati tanti anni dal meraviglioso “Metaphysical attraction” che aveva segnato il debutto di questa band, molto più nota all’estero che a casa nostra. Sono lontani anche i tempi di brani eccezionali come “Black swan” che mi hanno fatto innamorare di questo gruppo e del loro sound “noir”, accostabile all’epoca al gothic metal. I Belladonna del 2019 non hanno praticamente più nulla a che fare con il metal ed il loro sound è più accostabile al rock, anche se mantiene quella componente “noir”, oscura, teatrale ed elegante, agrodolce e melodrammatica che da sempre lo contraddistingue; “The purest of loves” ne è un ottimo esempio, così dark e struggente, quasi sofferta e addolorata. Come dicevo, il gruppo romano è molto più conosciuto all’estero, tanto che spesso le loro canzoni sono state utilizzate in colonne sonore di film o spot televisivi; per fortuna qualcosa sta muovendosi anche qui in Italia ed il brano “The turing sniper” è stato inserito nel film “Ricordati di me” di Gabriele Muccino; un altro pezzo di questo album, “Black beauty”, è finito nel nuovo film di Michael Moore, “Fahrenheit 11/9”. Una parte di “We belong to hell”, inoltre, è stato inserito in uno spot tv americano per il thriller “Mia cugina Rachel”. Come sempre, i Belladonna si autoproducono la loro musica e la registrazione è stata volutamente “vintage”, quasi fuori moda, ma questo è stato l’intento della band, effettuando una registrazione con tutti gli strumenti assieme in presa diretta come si usava tanti anni fa. Una scelta che può essere condivisa, come anche non compresa, ma rispettiamo il punto di vista di Dani Macchi & C., anche se è evidente, soprattutto sulla batteria, che il suono è parecchio “old-style”, forse troppo. La voce di Luana Caraffa, come sempre, è protagonista, calda ed espressiva, sensuale, estremamente versatile, suadente e graffiante quando serve e costituisce il vero punto di forza di questa band. Personalmente, da buon vecchio metalhead, preferivo l’approccio più aggressivo di “Black swan” e degli albori della carriera dei Belladonna, ma prendo atto di questa maturazione ed evoluzione che con questo “No star is ever too far” ci consegna una band che suona una musica ricercata ed estremamente elegante. In questo particolare periodo dell’anno siamo letteralmente sommersi da immondizie musicali che le case discografiche ed il music business italiano in genere ci propinano, proprio in momenti del genere continuo a non comprendere come musicisti di simile talento come i Belladonna non trovino la giusta affermazione e debbano ogni volta autoprodurre la propria musica...

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Febbraio, 2019
Ultimo aggiornamento: 03 Febbraio, 2019
Top 10 opinionisti  -  

I Vandor si formano nel 2015 nella patria del melodic death metal, Gothenburg in Svezia, ma, contrariamente alla maggioranza dei loro compaesani, decidono di suonare altro: power metal! “In the land of Vandor” è il loro debut album, uscito a fine gennaio in autoproduzione, composto da 8 pezzi, cui si aggiungono le solite (quanto inutili) intro ed outro, e dotato di un artwork fra i più brutti che mi siano capitati negli ultimi anni, con il solito dragone (tra l’altro proprio poco affascinante) ed il solito guerriero incappucciato con spadone... insomma, se uno si fermasse a giudicare il prodotto solo dall’immagine con cui viene presentato, sarebbe da stroncarlo immediatamente! Ma non ci fermiamo qui ed andiamo ad ascoltare la musica dei Vandor. Da appassionato di tali sonorità, mi sono messo molto ben propenso all’ascolto ed i primi 4 pezzi, pur non brillando per originalità e freschezza (la band si ispira chiaramente alla scena power scandinava), lasciavano ben sperare; è stato con l’arrivo della lunga, troppo lunga suite “Uncover the Earth” che sono iniziati i problemi. Parliamoci chiaro, se questo brano avesse una durata di 4-5 minuti sarebbe anche piacevole, ma 14 minuti sono un’infinità in un pezzo che non sa essere interessante per tutta la sua durata e che spesso fa venire la tentazione di skippare oltre. La restante parte dell’album si mantiene su questo livello mediocre (fatta eccezione per la valida title-track), senza particolari spunti interessanti e senza canzoni che siano in grado di destare l’attenzione. Aggiungete che il singer Vide Bjerde non ha una voce eccezionale e non entusiasma praticamente mai, tanto che mi sono spesso ritrovato a domandarmi come sarebbero stati questi pezzi con un cantante migliore... ecco, forse il buon Vide farebbe bene a concentrarsi solo sulla sua chitarra e cercare un’ugola più squillante ed espressiva, al fine di migliorare le sorti delle composizioni della band. Da segnalare che, tra i files ricevuti, vi è anche un’undicesima traccia che è la versione acustica del pezzo “Possessive eyes”, che però non compare nelle varie tracklists trovate in rete. “In the land of Vandor” è un debut album, con diverse ingenuità e banalità, ma le doti non mi sembra che manchino a questi cinque musicisti (specie al bassista Alve Bjerde) che, a patto di trovare un cantante più capace, potranno sicuramente migliorare in futuro. Al momento, complice anche lo scadente artwork, non sono in grado di raggiungere la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Febbraio, 2019
Ultimo aggiornamento: 02 Febbraio, 2019
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In molti dischi, specie di alcuni generi di metal, viene applicata un’etichetta con scritto “Parental advisory - Explicit lyrics”; su questo disco dovrebbero scrivere invece “Attenzione – crea dipendenza”... Se, infatti, siete dei fans del power metal dovrete approcciarvi al nuovo disco degli Skeletoon, intitolato “They never say die” con estrema cautela, perchè il rischio di non poterne fare più a meno è davvero elevato! Personalmente è un po’ che ho i files che compongono questo terzo album della band ligure ed ho grandi difficoltà ad evitare di metterli su quando sono in giro in auto, o quando mi ritrovo per casa... insomma in ogni occasione ed in ogni momento utile. Mentre preparavo un’altra recensione, mi sono addirittura reso conto che stavo impietosamente (ed anche ingiustamente in fondo) paragonando i due lavori... e questo non va assolutamente bene, dato che un recensore dovrebbe essere sempre distaccato. Ma purtroppo, senza rendermene conto, questo è stato il risultato: “The never say die” è come una droga, si insinua subdolamente nella tua mente e la devasta... forse solo la gnocca ha creato una dipendenza peggiore sulla mia mente! Pezzi come la title-track, o “The truffle shuffle army: bizardly bizarre” (in cui c’è Alessandro Conti come ospite), ma anche “I have the key” (in cui c’è il grande Morby) dovrebbero essere materia di studio per come si deve realizzare un brano di power metal! Persino la cover di “Farewell” degli Avantasia, senza peccare di eresia, quasi quasi è migliore dell’originale... insomma, qui c’è davvero di che bearsi per qualsiasi fan del power metal, ma anche per tutti coloro che ritengono di ascoltare buona musica. Enrico Sidoti è una bestia alla batteria, le due chitarre ricamano ottime melodie, ben supportate dal basso, poi Tomi Fooler è ormai una garanzia di qualità. A livello di tematiche, l’album è ispirato al film degli anni ’80 di Spielberg, intitolato “The Goonies” (da cui anche la simpaticissima cover di Cindy Lauper per il pezzo “Goonies r good enough”). Da segnalare la presenza del nuovo bassista Jack Stiaccini, nonché di una lunga serie di ospiti, numerosi cantanti differenti che hanno duettato con il mitico Tomi Fooler sui vari brani, ma anche musicisti di esperienza come Guido Benedetti (Trick Or Treat), Alessio Lucatti (Vision Divine, Deathless Legacy) e Simone Mularoni (DGM) che ha anche curato le registrazioni nei suoi Domination Studios, ormai una garanzia a livello internazionale. Gli Skeletoon con questo “Never say die” hanno realizzato un disco praticamente perfetto sotto ogni punto di vista che sono certo consentirà loro di spiccare il volo verso la consacrazione a livello internazionale, probabilmente abbiamo davanti il miglior disco power del 2019 e sarà arduo per chiunque, big compresi, fare meglio di così! Ed ora, scusatemi, ma il tasto “play” torna a chiamarmi prepotentemente....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Gennaio, 2019
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Avevo lasciato i laziali Secret Rule all’epoca del loro secondo disco “Machination” e non avevo avuto modo di ascoltare il loro precedente lavoro “The key to the world”, uscito verso la fine del 2017; a distanza quindi di circa un anno e mezzo eccoci a parlare del quarto disco della band, dal titolo “The 7 endless”, uscito ancora una volta per l’attiva label tedesca Pride & Joy. Lo stile della band è leggermente cambiato, rispetto al passato; ho notato, infatti, un sostanziale abbandono delle sonorità più gothic, per sbarcare su lidi più melodici e sinfonici, senza però cadere nel più canonico e vituperato female fronted symphonic melodic metal, aiutati in questo anche da qualche inserto electro (grazie al sapiente uso delle tastiere ed ad alcuni effetti sulla voce) e persino da un flavour folk nella conclusiva e splendida “The awakening”. Ciò che non è cambiato è il fatto che il sound non è così immediato; al primo ascolto, infatti, non sono rimasto particolarmente colpito, è stato solo con i successivi ascolti che il valore di questo disco mi si è dispiegato davanti. Ed ogni ascolto aveva la rara virtù di svelarmi nuovi particolari interessanti e convincenti, magari non notati in precedenza. 11 brani ben costruiti ed efficaci, mai troppo lunghi, né concisi, ma con esattamente quello che ci vuole per convincere e rendere i vari ascolti sempre interessanti e coinvolgenti. La voce di Angela Di Vincenzo è indubbiamente di gran valore (del resto se quel volpone di Alex Mele, la volle tempo fa a collaborare con i Kaledon, un motivo ci doveva essere!) e la singer dimostra di sapere essere poliedrica ed espressiva, dando colore e calore alla propria prestazione quando e quanto serve, senza lasciarsi mai tentare da inutili sfoggi di tecnica (che spesso nello specifico settore diventano stucchevoli). Non sottovaluterei anche il lavoro di Nicola Corrente alla batteria, davvero valido come musicista e dallo stile fantasioso e potente, che detta un ritmo sempre frizzante alla musica della band. Se siete fans di gente come Within Temptation, Delain, Epica, Xandria e C., direi che questi Secret Rule sono sicuramente accostabili alle predette bands straniere ed il loro “The 7 endless” è davvero un bel disco, da non lasciarsi assolutamente sfuggire!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Gennaio, 2019
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I Fusion Bomb, visto il tipo di thrash metal che suonano, sembrerebbero provenire da New York o, in genere, dalla east coast americana, ma invece arrivano dal Lussemburgo! Credo sia la prima volta in tanti anni che mi capita di recensire una band proveniente dal piccolo stato centro-europeo e mi fa piacere farlo con una band che suona un thrash così potente e carico di groove. Il loro amore per la scena di fine anni ‘80/primi anni ’90 è abbastanza evidente ma, contrariamente ad altri, il loro sound riesce anche ad essere al passo con i tempi, grazie ad una registrazione pressoché perfetta che esalta come si deve ogni strumento, senza sacrificare nulla. Questo “Concrete jungle” è il loro debut album, dopo un E.P. (a me purtroppo sconosciuto) uscito nel 2016; il disco, dotato di piacevole artwork, è composto da 10 pezzi decisamente arrabbiati, 10 sfuriate thrash metal di fronte alle quali vi sarà impossibile non spezzarvi le cervicali in furiosi headbanging... senza contare la voglia di mettersi a pogare! Davvero, queste canzoni infondono tutte un’energia incredibile ed anche io, da attempato metalhead, ne sono stato contagiato, tanto che mi sarei messo a zompettare qua e là se avessi avuto qualcuno contro cui mettermi a pogare. Lo strumento protagonista sono le due chitarre di Miguel Texasranger e Luc “Lanthanoid Lazer-Dazer” Bohr, cariche di groove, che intessono veri e propri muri di riff; il basso di Michel Nippel si fa sentire eccome, qualche volta anche in veste di solista, mentre Scott Thrash pesta sulla batteria come si deve. Al microfono poi si alternano Texasranger e Nippel (anche se non so in quali misure) con buoni risultati, nessuno dei due è un singer di spessore ma, lasciandosi andare spesso e volentieri allo screaming, alla fin fine questo non è un problema particolare. Come detto, i 10 brani sono davvero tosti e non trovo nulla che non vada o di particolarmente negativo, dato che i vari ascolti che ho dato a questo disco mi hanno sempre lasciato soddisfatto ampiamente. Mi sono piaciute particolarmente l’aggressiva opener “Zest of scorn”, la title-track chiaramente ispirata ai migliori Anthrax, le roventi “Blazing heat” e “Nyctophobia”, ma tutte quante le canzoni sono decisamente valide, compresa la cover finale degli americani Excel (thrash/crossover band californiana, molto attiva tra anni ’80 e ’90). I quattro musicisti (che usano evidentemente pseudonimi di fantasia) sono tutti giovani ventenni ed hanno ottime potenzialità, sono sicuro che sentiremo ancora parlare dei Fusion Bomb, perchè questo loro “Concrete jungle” è davvero un signor disco.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Gennaio, 2019
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Quando ho visto la bellezza di 21 brani, mi stava prendendo un colpo ed ho pensato subito ad un disco infinito da recensire; fortunatamente mi sono ricordato che avevo già incontrato lo scorso anno i tirolesi Insanity Alert e, di conseguenza, avrei avuto davanti brani di breve durata e così è stato, dato che questo nuovo album, intitolato “666-pack” dura poco più di mezz’ora. Con una copertina parecchio bruttina (non che le precedenti fossero tanto migliori....), degna del più marcio black metal, gli austriaci ci presentano il terzo album della loro carriera, non spostando di una virgola quanto già realizzato in passato, ma con un nuovo bassista avente lo pseudonimo “Marcy Brownnose” (anche noto come “Green-T”), al secolo Mark Brownstone, che però non ha partecipato alla registrazione dei pezzi. Ecco, quindi, un veloce e violento thrash/crossover che si ispira a gente come Suicidal Tendencies, Nuclear Assault, S.O.D. e via discorrendo. Un bel tuffo indietro di 30 anni, allo stile tanto in voga nella east coast americana, tra fine anni ’80 e primi ’90; sono poche le bands che al giorno d’oggi propongono simili sonorità (ricordo i Municipal Waste, americani della Virginia) e riescono a farlo in maniera credibile, fra queste sicuramente vi sono gli Insanity Alert che, tra l’altro, propongono anche un approccio decisamente scanzonato ed ironico alla musica. Già il fatto di usare degli pseudonimi ridicoli (il batterista però li batte tutti!) è signigicativo per comprendere quali personaggi siano questi austriaci. Se poi andiamo a leggere i titoli, troviamo “Windimilli Vanilli” (ispirata al gruppo dance tedesco Milli Vanilli), “The ballad of Slayer” (5 secondi di Slayer), “Saturday grind fever” (da “Stayin’ alive” dei Bee Gees) e sicuramente mi sfugge qualche altro richiamo nascosto qua e là. Il thrash/crossover degli Insanity Alert non fa dell’originalità la sua arma vincente, ma sicuramente non è questo l’intento della band tirolese, quanto piuttosto quella di scaricare la propria rabbia nella musica, decisamente aiutata dalla furia del cantante Heavy Kevy che urla senza soluzione di continuità dall’inizio alla fine del disco. Se non cercate melodie zuccherose o particolari esibizioni tecniche, ma avete solo e soltanto voglia di sfogare la vostra energia in uno sfrenato mosh, questo “666-pack” degli Insanity Alert potrebbe fare al caso vostro, basta solo non prendersi troppo sul serio...

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1029 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 103 »
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