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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Dicembre, 2018
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I Dawn Ahead arrivano dalla Germania sono stati fondati nel 2011 ed, oltre a questo E.P. intitolato “Trip of violence”, hanno all’attivo un’altro EP sempre autoprodotto nel 2014. Dopo quindi 4 anni, i Dawn Ahead tornano a farsi sentire con un lavoro di 5 pezzi, della durata di poco meno di mezz’ora. Il loro thrash non è però ispirato alla scuola tedesca di gente come Kreator o Sodom, ma strizza l’occhio alla Bay-Area americana, con le due chitarre in ottima evidenza per le parti soliste ed, in genere, per un lavoro molto tecnico che, in alcuni passaggi, mi ha fatto venire in mente i migliori Megadeth. Ciò che da subito non convince è la voce di “Chrischaan”, discreta ma non eccezionale; quando poi si lascia andare ad un growling degno del più becero brutal death, decisamente andiamo fuori contesto, con danni che sembrerebbero quelli di un treno lanciato a folle velocità che improvvisamente deraglia. Sinceramente ho provato fastidio nell’ascoltare queste urla brutali che davvero non c’entravano niente con il sound della band. E mi dispiace doverlo sottolineare, perchè musicalmente i Dawn Ahead sono davvero validi; se il loro singer si limitasse alle clean vocals, pur non risultando strepitoso, sarebbe sicuramente accettabile, ma in quella maniera così violenta semplicemente non c’azzecca niente; basta ascoltare l’opener “Sinister thoughts” o anche “The betrayal” per rendersi conto dell’evidenza. Tra i lati positivi, riscontriamo l’ottima prestazione del batterista Jan Bechtloff, autore di quel tupa-tupa che fa impazzire ogni thrasher che si rispetti, nonché sempre frizzante e poliedrico. Delle chitarre abbiamo già parlato, mentre forse resta un po’ troppo sacrificato in sottofondo il basso del colombiano “Pocho” ma, trattandosi di un’autoproduzione, non possiamo pretendere la luna nel pozzo, pur se un maggiore protagonismo sarebbe auspicabile in futuro. Con “Trip of violence”, i Dawn Ahead non inventano nulla di nuovo (ma sicuramente non era questo il loro scopo), non passeranno alla storia del thrash, ma comunque hanno realizzato un disco discreto, che avrebbe potuto raccogliere la sufficienza con un cantato differente.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Dicembre, 2018
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Ogni tanto capita che sfugga qualche album nella marea di proposte che arrivano periodicamente ad una webzine come allaroundmetal.com; è questo il caso dell’album solista del chitarrista cirpiota Kikis A. Apostolou, noto per la sua militanza nei grandissimi Arrayan Path, tornatomi sotto mano solo il mese scorso, proprio in occasione dell’uscita del nuovo album della sua band. “Phases of time” è uscito in luglio come autoproduzione ed ha una scaletta composta da 11 tracce, in cui compaiono diversi cantanti ospiti, fra cui anche il grande Nicholas Leptos degli Arrayan Path nell’ottima “Armies of the Cheruvin”, forse il pezzo migliore del disco. Oltre a lui, annoveriamo anche la rocker greca Tania Kikidi, oltre ad alcuni altri cantanti meno noti dalle nostre parti, ma magari più conosciuti in Grecia o Cipro. Fra questi devo citare Jimmy Mavromatis, dotato di un timbro acuto, squillante e potente, che si distingue ottimamente nella piacevole “Living in a carton tent”. Lo stile di questo album solista, nella sua prima metà è fondamentalmente un power-prog, lontanamente accostabile a quanto Apostolou realizza nella sua band principale. Nella seconda parte, invece, lo stile si ammorbidisce di parecchio, adagiandosi su un elegante hard rock, quasi AOR. Ma non troviamo solo questo nel disco, dato che vi sono molti pezzi strumentali, alcuni dei quali hanno digressioni in altri generi, persino differenti dal metal (basti ascoltare la bonus-track “Black Orpheus”). Per essere sinceri, alcune delle canzoni della seconda metà non mi hanno particolarmente colpito, come ad esempio “Down on my knees”, un po’ troppo “moscia” per i miei gusti. In questo disco Kikis A. Apostolou si è occupato di suonare tutti gli strumenti, mostrando tutta la sua enorme tecnica; tutti tranne uno: le tastiere, suonate dal grande Bob Katsionis (Firewind, Outloud), amico di vecchia data del buon Kikis. “Phases of time” è il primo disco solista del chitarrista degli Arrayan Path, in cui Apostolou dà sfoggio di tutta la sua tecnica e della sua passione per la musica; se siete fans della band cipriota, potrebbe essere utile dare una chance anche a questo disco autoprodotto.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Dicembre, 2018
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Era il 28 settembre 1998 quando uscì “Legacy of Kings”, capolavoro inarrivabile nella discografia degli Hammerfall e disco entrato di diritto nella storia del power metal e del mondo metal in genere. Dopo il successo riscosso con il debut album “Glory to the brave” dell’anno prima, la band svedese sforna 10 pezzi che sono veri e propri inni power ed andranno a costituire qualcosa, come detto, di mai più eguagliabile da Oscar Dronjack & C.; a partire dalla meravigliosa copertina realizzata dal maestro Andreas Marschall, piena zeppa di particolari, con il guerriero simbolo del gruppo assiso su un trono. Il 7 dicembre 2018, per festeggiare il ventennale di questo meraviglioso disco, la Nuclear Blast ha pensato bene di realizzare una “Legacy of Kings 20-year anniversary edition”, composta da due cd ed un dvd (che purtroppo non abbiamo avuto a disposizione per questa recensione). Il primo cd rispecchia la tracklist originale dell’album, appositamente rimasterizzata per l’occasione. Mi vengono i brividi ascoltando brani come “Heeding the call”, “Legacy of Kings”, “Stronger than all” o la meravigliosa quanto tristissima “The fallen one”; l’opera di ammodernamento del suono ha fatto i suoi effetti, ridando lustro e splendore a questi pezzi storici, di fronte ai quali è letteralmente impossibile rimanere fermi.... ho perso il conto delle volte che ho pigiato il tasto “play” per riascoltare tutto e ritornare magicamente indietro ai miei 26 anni! Ed è difficile trattenere l’emozione quando parte “The fallen one” e vengo investito da una marea di ricordi. Il secondo cd contiene le cover di alcuni pezzi (fra cui spicca la mitica “I want out” degli Helloween) che erano già presenti sui singoli usciti all’epoca. Vi sono poi alcuni pezzi live registrati in giro per il mondo e la versione demo del 1998 (con tutti i difetti dell’epoca di una registrazione “casalinga”) di 6 brani finiti poi sull’album. E’ indubbio che i fans degli Hammerfall andranno in visibilio di fronte a questa pubblicazione, dato che obiettivamente la rimasterizzazione effettuata ha donato ancora più qualità ed efficacia a questo album meraviglioso; ci sono poi le chicche da collezionisti presenti sul secondo cd che indubbiamente potranno ingolosire chi, all’epoca, non riuscì ad esempio a procurarsi quei singoli ormai introvabili (e custoditi gelosamente da chi, come il sottoscritto, vi riuscì!). Non sono in grado purtroppo di fornire informazioni sulla qualità del dvd, ma immagino si tratti di qualcosa comunque valido. Per chi ancora non ha conosciuto gli Hammerfall, questo può essere un ottimo inizio, dato che obiettivamente “Legacy of Kings” resta il capolavoro assoluto della band svedese ed una pietra miliare del power metal a livello mondiale.

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1.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Dicembre, 2018
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Proseguiamo l’analisi dei dischi pervenutici recentemente dalla Alone Records e parliamo questa volta di “Evilibrium”, debut album degli americani ScreamKing uscito inizialmente nel 2013, come autoproduzione, poi licenziato dalla label greca nel 2017. Dal logo non facilmente comprensibile della band, mi sarei aspettato un metal tendente all’estremo (genere inusuale per l’etichetta greca), invece mi sono trovato ad ascoltare un heavy metal molto old-style, con qualche spruzzata thrash e qualche digressione nel power. Nulla di originale o che non abbiano suonato in tanti altri prima di questi statunitensi; spesso però mi sono ritrovato ad affermare che si può anche passare sopra la mancanza di originalità, se unita ad un sound godibile, ma purtroppo non è questo il caso degli ScreamKing. Già la registrazione non eccezionale (un po’ troppo “vintage”) non predispone positivamente, poi la voce in falsetto urlato dello screamer Joe Lawson non affascina per niente, anzi spesso tende ad essere di disturbo, in quanto abbastanza esagerata. Unite a questo delle parti strumentali che sembrano alcune volte buttate a casaccio, con gli strumenti che se ne vanno ognuno per conto proprio e che creano un amalgama sonoro tutt’altro che coinvolgente ed affascinante e capirete il motivo della stroncatura. Mi sono costretto a ripetuti ascolti, con la speranza di trovare qualcosa che magari mi fosse sfuggito in precedenza, ma ogni volta arrivavo alla fine del disco con enorme fatica, complice anche il fatto che alcuni pezzi durano anche eccessivamente e sembrano non finire mai (nonostante sfondino solo i 6 minuti...). C’è poco da salvare in questo disco e mi sorprende come la Alone Records abbia deciso di licenziarlo, dato che obiettivamente di qualità parecchio inferiore alla media dello loro uscite. Nel 2017 gli ScreamKing hanno realizzato anche un secondo album autoprodotto, dal titolo “Tiranny of the sea”... mi auguro migliore di questo loro debutto!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Dicembre, 2018
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Non molto tempo fa mi sono imbattuto in un video dove un gruppetto di cinque scatenate giapponesi, vestite in abiti simil-sposa (anche se il bianco da quelle parti è il colore del lutto), suonavano un piacevole quanto tostissimo power metal... non avevo mai sentito parlare delle Lovebites, fondate solamente nel 2016 dalla bassista Miho (fan sfegatata di Steve Harris), ma con già all’attivo due EP ed un full-lenght, prima dell’uscita di questo secondo album, intitolato “Clockwork immortality”. Pensavo che il nome della band derivasse dall’omonima splendida canzone dei Def Leppard, invece ho scoperto che si ispira ad un pezzo degli americani Halestorm. Non potevo farmi sfuggire questa recensione ed ecco il resoconto di quanto ho avuto il piacere di ascoltare e ri-ascoltare più e più volte. Chi dice che il power metal è morto dovrebbe ascoltare queste Lovebites per rendersi conto del proprio errore! Certo, non si inventano nulla di nuovo e non credo sia questo il loro scopo, ma suonano dannatamente bene, infondono energia e voglia di sbattere su e giù il capoccione fino a far gridare di dolore le vertebre cervicali. In più, alla qualità sonora ed all’energia uniscono (particolare non da poco) il look, così particolare e distante, come solo i giapponesi sanno fare. Sono poche le singer di sesso femminile che nel power metal si sono distinte nel corso degli anni, mi viene in mente la nostra grande Federica De Boni, come anche l’affascinante Marta Gabriel e poche altre... tra queste sicuramente adesso andrà annoverata anche la brava Asami, non tanto perchè abbia un’ugola eccezionale, quanto per la particolarità della sua voce (proviene dal R&B e dal soul). Musicalmente potremmo accostare la band ai Dragonforce ed, in genere, a tutto quel filone di power metal bands che fanno della velocità di esecuzione la propria caratteristica. Anche qui le chitarre macinano riff a velocità supersoniche e la batteria è sparata a mille all’ora; ciò nonostante, le Lovebites riescono a trovare anche melodie zuccherose e convincenti, oltre che decisamente orecchiabili. 10 pezzi compongono l’album e non ho trovato nulla che non vada o che non sia di qualità inferiore all’eccellente; per i miei personalissimi gusti, segnalo l’opener “Addicted”, il singolo da cui è stato tratto un video “Rising”, la quasi symphonic “The final collision” o la neo-classica “We the united” ma, lo ripeto, è tutto l’album a convincere e conquistare. Le Lovebites hanno vinto il Metal Hammer Golden Gods Awards del 2018 come migliore nuova band e dimostrano di avere tutte le carte in regola per farsi un nome nel mondo heavy metal, dato che questo “Clockwork immortality” è davvero un gran disco!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Dicembre, 2018
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E’ da breve tempo iniziata la collaborazione tra allaroundmetal.com e la label greca Alone Records, specializzata in heavy metal classico e generi affini, spesso dal sapore old-style. Nell’ottica di questa collaborazione, ci sono arrivati pochi giorni fa dalla Grecia alcuni dischi pubblicati nel recente passato dall’etichetta, fra cui vi è anche il debutto omonimo dei marchigiani Kalashnikov, uscito originariamente come autoproduzione nel 2015 e poi pubblicato dalla Alone nel 2016. Il gruppo marchigiano usa tematiche di guerra nei testi, come si può ben immaginare dal nome, ed è capitanata da quel Germano Quintabà che i più attenti ricorderanno anche nei Centvrion, fino a circa una decina d’anni addietro. Il falsetto acuto ed isterico di Quintabà ricorda vagamente lo stile del mitico Rob Halford e connota in maniera molto particolare il sound dei Kalashnikov, dando quel tocco quasi epic al tutto; la band, infatti, suona un classicissimo heavy metal, con qualche tocco epic, ma anche speed/thrash, per una musica decisamente old-fashioned che un vecchio true defender come il sottoscritto non può non apprezzare. Lo stile così particolare del cantante potrà anche non far impazzire, ma è indubbio che risulta subito riconoscibile. Una dopo l’altra scorrono vere e proprie mazzate che hanno forse solo il difetto di essere un po’ troppo lunghe (quasi tutti i brani superano i 5 minuti di durata), perdendo un po’ in efficacia. Inutile poi addentrarsi nel discorso originalità; non è questo l’intento dei Kalashnikov ed è chiaro sin dai primi secondi dell’opener omonima. La band marchigiana non ha composto un album che passerà alla storia, ma un disco onesto e massiccio, composto da 11 buoni pezzi di heavy metal adatto a chi ha qualche annetto in più sulle spalle....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Dicembre, 2018
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A distanza di oltre 5 anni dal precedente e poco convincente disco, tornano a farsi sentire i laziali Infinita Symphonia, band capitanata dal talentuoso polistrumentista Gianmarco Ricasoli e dal singer Luca Micioni, con il terzo album della carriera intitolato “Liberation”. Ho seguito l’evoluzione di questo gruppo con interesse, sin dall’epoca dello splendido (ed ineguagliato) esordio “A mind’s chronicle”, passando dal power sinfonico dell’epoca che è diventato oggi un prog-power molto elegante, più prog che power ad onor del vero. Un sound, come detto, elegante, ricercato, suonato in maniera ineccepibile, non banale, ma anche difficile da assimilare, dato che ci sono voluti diversi e ripetuti ascolti per assaporare come si deve questa proposta. Ad essere sinceri, ho preferito di gran lunga i momenti più power e più tirati, come l’ottima “Never forget” o l’orecchiabile “Don’t fall asleep again”; ma qui entriamo nel campo dei gusti prettamente personali. Una qualità che va riconosciuta da sempre agli Infinita Symphonia è quella di non essere mai prevedibili, mai la copia di qualcun altro, evolvendosi di volta in volta in qualcosa di differente. E se in passato, con il precedente disco, questa malleabilità non aveva dato i frutti sperati, questa volta la band ha centrato il bersaglio con 10 brani (+ la consueta inutile intro) ben costruiti, interessanti e ricchi di atmosfere differenti, pur se, come detto, di non semplice assimilazione (specie per la lunga conclusiva “Q & A”, forse un po’ cervellotica...). Anche la voce del singer Luca Micioni, che in passato non mi aveva mai fatto impazzire, è migliorata notevolmente, anche se personalmente eviterei confronti con mostri sacri come Ralf Scheepers (ospite sulla già citata “Never forget”) ed Alessandro Conti (presente sull’ariosa e quasi hard-rockeggiante “Be wise or be fool”), che sono dotati di ugola semplicemente differente ed inarrivabile per il buon Micioni. Due parole vanno spese sul batterista Ivan Daniele; già nel precedente disco avevo avuto modo di notare il suo ottimo lavoro, questa volta si è davvero distinto alla grande, sia per poliedricità che per fantasia, con un uso della doppia cassa che è semplicemente eccezionale (ascoltatelo in “Coma”!). Gli Infinita Symphonia in questo “Liberation” confermano di essere una band di talento, proseguono il loro personalissimo cammino evolutivo realizzando un disco elegante ed interessante di prog-power metal; spero solo di non dover attendere altri 5 anni per ascoltare il loro prossimo album!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Dicembre, 2018
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Quando ho fatto iniziare l’intro di questo disco la prima reazione che ho avuto è stata: “ma che c***o stanno facendo questi qua?”, un ibrido dance cantato da un ubriaco in una lingua incomprensibile, ma che robaccia hanno realizzato? Se tutto il disco fosse stato a questo livello, avrei penso partorito il voto più basso di tutta la mia carriera di recensore, oltre che avere davanti il disco di gran lunga peggiore della storia del metal. Fortunatamente non è stato così, altrimenti avrei davvero buttato via ¾ d’ora della mia vita. Già trovo sostanzialmente inutile mettere per forza delle intro ad ogni disco metal, mi chiedo poi che senso abbia inserire una robaccia del genere... va bene voler essere spiritosi e goliardi (sono il primo ad esserlo), ma qui davvero il limite del buon gusto è stato valicato. Ma passiamo al resto di questo “Let the soul spread its wings” dei russi Men In Metal (da Yekaterinburg, stessa città dei grandi Concordea); non fatevi ingannare dai titoli in inglese, perchè avrei dovuto scriverli in cirillico, dato che tutti i testi sono in lingua madre. Scelta coraggiosa da parte della band russa, soprattutto perchè il loro idioma non è poi così orecchiabile; aggiungete poi il fatto che il singer Yuriy Sakhnov non fa impazzire in quanto a doti canore e capirete perchè forse era meglio optare per qualcosa di più semplice. Si distingue in positivo invece il bassista – chitarrista e suonatore di ukulele Alexander Rudenko, dato che il suo apporto è sostanzialmente fondamentale, regalando anche piacevoli parti soliste. Il sound dei Men In Metal è un classico heavy metal, con qualche spruzzata power e folk (per via dell’uso dell’ukulele), ma anche qualche digressione più soft, come nella ballad “The same way”, in cui compaiono coretti femminili e parti di chitarra dal sapore vintage, quasi jazz-blueseggianti. Tutto sommato, l’ascolto degli altri 9 pezzi dell’album non è difficoltoso e diventa man mano anche piacevole, con brani ben costruiti e mai esagerati. Si tratta del debut album per i Мужчины в Металле (questo il nome in russo dei Men In Metal) e tempo per migliorare e trovare una strada più personale, magari aumentando la presenza dell’ukulele (come nell’ottima “Secrets of the north”), ne hanno; al momento questo “Let the soul spread its wings” (in russo “Пусть душа расправит крылья”) raggiunge solo una sufficienza di incoraggiamento, con la speranza di non dover mai più ascoltare una cosa immonda come il primo brano!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Dicembre, 2018
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A distanza di due anni dall’ottimo “Into the void”, tornano gli svedesi Veonity con il loro terzo full-lenght, intitolato “Legend of the Starborn”, concept album fantascientifico che prosegue la storia già scritta per il precedente lavoro. Questa volta abbiamo un’opera maestosa, con addirittura 13 pezzi più una bonus track (sulla quale abbiamo informazioni pressoché nulle), della durata di quasi un’ora e mezza. Ascoltare e riascoltare tutto quanto richiede quindi una congrua disponibilità di tempo ed obiettivamente la band forse avrebbe fatto meglio a snellire un po’ il proprio lavoro, al fine di favorire una più facile fruibilità del prodotto; molte canzoni, infatti, si attestano ben oltre i 6-7 minuti di durata, il che non sempre è un fattore positivo. Ciò nonostante, il power metal dei Veonity si lascia ascoltare molto gradevolmente, grazie ad un ottimo gusto per le melodie (sempre ruffiane ed orecchiabili) e per la quantità notevole di cori e coretti trascinanti. Si potrà loro obiettare di assomigliare sempre a Freedom Call e Gamma Ray, ma lascio a voi decidere se questo possa essere considerato un difetto o meno; per quanto mi riguarda, è sempre un piacere scovare gruppi che suonano a questa maniera, vengano essi dalla Germania o, come in questo caso, dalla Svezia. Un punto a favore dei Veonity, inoltre, è la compattezza della line-up; sin dal loro esordio il quartetto è sempre coeso ed il risultato di questa unione e coerenza è sotto gli occhi di tutti. “Legend of the Starborn” è un disco decisamente piacevole, suonato ottimamente (nota di plauso al poliedrico batterista Joel Kollberg), registrato altrettanto egregiamente (del resto Ronny Milianowicz è una garanzia in tal senso!)... insomma, a parte l’eccessiva lunghezza, non riesco a trovare nulla che non vada in questo disco e che non possa conquistare i favori di chi ascolta power metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Dicembre, 2018
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Novembre è evidentemente il mese dei ciprioti (ora negli USA) Arrayan Path; dopo lo splendido “Dawn of Aquarius” dello scorso anno, ad un anno esatto di distanza si presentano con un nuovo lavoro, addirittura un doppio-cd, intitolato “Archegonoi”. Tematiche dal chiaro sapore mitologico, visto che si parla di miti greci come Menelao, Bellerofonte, della battaglia delle Termopili, di città come Tebe ed Argo ecc. Con testi del genere, naturalmente lo stile non poteva che essere più vicino all’epic metal, piuttosto che al power cui ci aveva abituati la band in passato. L’opera è colossale, quasi 85 minuti di musica divisa in 14 pezzi e 2 cd, e qui c’è davvero tanta, ma tanta roba, forse anche troppa, visto che alcuni brani potevano funzionare meglio con qualche sforbiciata qua e là. In effetti, a fronte di un lavoro immane, non sempre i risultati sono convincenti ed affascinanti, anche a causa di un ritmo non sempre particolarmente frizzante e serrato. Certo, si tratta di drammatizzare la musica per rendere al meglio le atmosfere, ma in alcuni casi mi è sembrato quasi il gruppo abbia esagerato, rischiando di annoiare, forse per la voglia di strafare; mi riferisco ai quasi 10 minuti finali di “Thermopylae 480BC”, ma anche a “Rod of Asclepius” (altra mazzata lunga oltre 7 minuti) ed alla successiva “Seven against Thebes” (che si salva solo nella seconda parte grazie a degli assoli di gran gusto ed a qualche passaggio di batteria un po’ più ritmata del solito), nonché a “The words of Menelaus”, altro pezzo che risulta fin troppo pesante e melodrammatico. Di contro, ci sono veri e propri capolavori di fronte ai quali c’è solo da mettersi in religioso silenzio all’ascolto. Se tutto il disco fosse a questo livello, avremmo davanti un qualcosa di epocale. Un esempio in tal senso è “Bellerophon (Forged by the blacksmith)”, epica e maestosa, con parti corali che si ficcano in testa ed infondono energia in quantità, canzone affascinante e sinuosa, coinvolgente e trascinante, sicuramente tra le migliori che gli Arrayan Path abbiano mai composto nella loro carriera. Altrettanto ottime sono le due canzoni iniziali dei cd “Weaving the web of destiny” e “Lion of Amphipolis”, come anche “Sins of Pandora”, “Eastern sands” e la seguente “Where the Hydra hides”. Gli Arrayan Path con questo “Archegonoi” hanno spostato un po’ il loro sound verso l’epic metal, creando un’opera mastodontica e teatrale con molte cose positive, ma anche qualcosa che poteva essere migliorata; ciò nonostante, superano abbondantemente l’esame.

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