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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 2018
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Tornano i sardi (ora a Londra) Negacy, a distanza di tre anni dal precedente disco, con il nuovo album, intitolato “Escape from paradise”, composto da 10 pezzi, più la consueta inutilissima intro. Non conosco i primi due dischi del gruppo che, per le registrazioni di questo lavoro, ha avuto come batterista ospite niente meno che Raphael Saini (a voi citare a scelta qualcuna delle tante bands con cui il brasiliano ha collaborato). I Negacy suonano un piacevole power metal di scuola teutonica, con anche la voce di Leonel Silva che è roca, sporca ed aggressiva, proprio come tanto si apprezza in Germania. Personalmente, lo stile di Silva non mi ha entusiasmato, dato che lo trovo un attimo troppo sporco per il power della band, a cui forse si sarebbe coniugata meglio una voce pulita e squillante, ma facciamo di necessità virtù. I vari ascolti che ho dato a questo disco non sono mai stati sgradevoli, anzi si sono dimostrati abbastanza piacevoli, anche se effettivamente manca una hit, quella canzone di valore superiore che attiri subito la tua attenzione e valga da sola l’acquisto del cd. In alcuni casi, inoltre, avrei prestato maggiore attenzione al songwriting, snellendo un po’ qualche brano, soprattutto nella seconda parte del disco, dove le composizioni si attestano tutte su minutaggi superiori ai 5 minuti, risultando in alcuni casi forse un po’ prolisse o, comunque, poco efficaci. Come detto, comunque, “Escape from paradise” dei Negacy si ascolta gradevolmente e sicuramente potrà andare incontro ai gusti dei fans della band e del power di scuola germanica in genere. C’è di meglio in giro? Sicuramente.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Settembre, 2018
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Settimo album per gli australiani Black Majesty, secondo per la label tedesca Pride & Joy Music, intitolato “Children of the abyss” e con una copertina che, per essere sinceri, non mi entusiasma granché con il solito soggetto incappucciato con mantello e spadone (senza contare i leoni che non mancano mai nelle copertine del gruppo). 10 brani compongono l’album, tutti con durate tra i 4 ed i 5 minuti, che fanno capire quanto gli australiani badino al sodo, senza perdersi in inutili orpelli o “allungare il brodo” inutilmente ed evitando finalmente le banalissime intro che flagellano ormai il mondo metal!. I ¾ d’ora di questo disco si lasciano ascoltare gradevolmente, anche se devo dire che manca una hit che ti faccia saltare dalla sedia e valga da sola l’acquisto del cd. La ricetta dei Black Majesty è pressoché invariata rispetto al passato (seguo la band ormai da oltre un decennio), un bel power roccioso, pieno di assoli e melodia, bello ritmato e veloce. Certamente qui non possiamo trovare un briciolo di innovazione o di originalità e qualcuno potrà anche tacciare la band di immobilismo compositivo, ma loro sono questi, prendere o lasciare! I fans dei Black Majesty, del resto, non si aspettano altro, se non un power metal frizzante e veloce, orecchiabile e, tutto sommato, anche ben realizzato. Forse, dopo tanti anni, mi aspettavo un salto di qualità che potesse distinguere gli australiani dalle altre power metal bands in giro per il globo, ma così non è stato. John Cavaliere & C. proseguono imperterriti sulla loro strada, incuranti di mode o innovazioni di sorta; se vi sono piaciuti i loro precedenti dischi, sicuramente anche questo “Children of the abyss” non vi deluderà... in caso contrario, sicuramente nel mondo del power metal c’è di meglio.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Settembre, 2018
Top 10 opinionisti  -  

La prima domanda che mi è venuta in mente quando ho ricevuto il materiale per questa recensione è stata: “Perchè?”. Perchè pubblicare un “best of” di una band non di primaria importanza come i Black Majesty? Ma soprattutto perchè pubblicarlo a pochi giorni dall’uscita del nuovo album degli australiani? Dove sta il senso logico di questa trovata commerciale? Perdonatemi, ma non sono ancora riuscito a dare una risposta sensata a queste domande e dubito ci riuscirò mai... I Black Majesty, per chi non li conoscesse, sono una power metal band di Melbourne (da non confondere con le omonime norvegesi e statunitensi), attiva dal 2001, con all’attivo sette albums, di cui gli ultimi due usciti per una label differente dalla tedesca Limb Music, che pubblica questo "The 10 Years Royal Collection" (10 anni di cosa? Altro particolare non chiaro). Il doppio cd è composto da brani estratti dai primi 5 dischi della carriera dei Black Majesty, appunto quelli usciti sotto l’egida della Limb Music, quelli in cui, per ragioni contrattuali, non poteva comparire nella line-up il bassista Evan Harris, indicato sempre come ospite esterno. Cosa può attirare quindi all’acquisto di questo lavoro? Obiettivamente i Black Majesty non sono una band di punta del movimento power (ce ne sono a bizzeffe di gruppi migliori!), quindi questo è un prodotto riservato ai fans della band. Cosa quindi potranno trovare di interessante questi ultimi per convincerli ad investire il proprio denaro? I brani del primo cd sono fedeli agli originali, ma tutti rimasterizzati; sul secondo cd invece possiamo trovare qualche traccia acustica, qualcuna delle consuete bonus-tracks delle edizioni giapponesi, qualche canzone estratta dai demo della band, un pezzo live ed un solo brano inedito, la ballad intitolata “Everlasting”, romantica e zuccherosa, ma abbastanza canonica. Se siete fans dei Black Majesty, credo di aver illustrato cosa potrete trovare di interessante in questo "The 10 Years Royal Collection" (la cui copertina riprende parti dei cinque dischi a cui si riferisce); se non conoscete questo gruppo, ma siete fans del power metal in generale, potrete avere uno spunto per approcciarvi ai Black Majesty; se non rientrate in nessuna di queste categorie, perdonatemi ma forse avete solo perso tempo a leggere fin qui....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Settembre, 2018
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A metà degli anni ’90, un giovane chitarrista inglese, tale Rich Sherrington, per il suo amore verso gli Xentrix, storica thrash band inglese, decise di formare un gruppo e chiamarlo Solitary. Con la sua band, nel corso degli anni, realizzò qualche demo ed altri lavori, oltre a ben tre full-lenghts, passati sostanzialmente inosservati, se non nell’underground più profondo del proprio paese. Un paio di mesi fa, un’agenzia inglese ci ha proposto la recensione di questo “Nothing Changes 20th Anniversary Edition”, che sarebbe la ristampa del primo album dei Solitary, a 20 anni dalla sua uscita del 1998. Non conoscevo assolutamente questo gruppo, ma il paragone con gli Xentrix e quindi, di conseguenza, con i Metallica (band a cui gli inglesi, all’epoca, venivano accostati), ma anche con i Testament (mia thrash metal band preferita in assoluto!), mi ha stuzzicato parecchio. Ma che delusione in ciò che ho ascoltato! Non c’è assolutamente alcunché di paragonabile con gli Xentrix e nemmeno con i Testament. Il sound dei Solitary è un thrash, stracarico di groove (fin troppo direi!), alquanto mosheggiante (quindi semmai ci starebbe il paragone con la scena newyorkese), mai troppo veloce, con la voce sgraziata ed urlata di Sherrington che non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella del grande Chris Astley, e nemmeno con quella del mitico Chuck Billy o di James Hetfield. Stando alle note dell’agenzia, il lavoro sarebbe stato rivisitato e ri-masterizzato, ma i brani del demo (tra l’altro presenti anche nella tracklist dell’album) fanno abbastanza pena come registrazione (siamo nel 1996, teniamolo ben presente) e mi sorge il dubbio che non siano stati nemmeno sfiorati. I pezzi del full-lenght non sono niente di particolare, molto groove, uno screaming sgraziato, qualche passaggio decente delle due chitarre, si salva solo il basso sull’opener “Within temptation” (forse il brano che, con un po’ di fantasia, si può avvicinare maggiormente alle altre bands precedentemente citate) ed in qualche altro sporadico momento. Mi chiedo per quale ragione qualcuno abbia sentito la necessità di celebrare il ventennale di questo disco, spendendoci tempo e danaro per ristamparlo e rimasterizzarlo. Parafrasando i titoli di alcuni brani, non c’è ragione perchè si possa dare una seconda chance ai Solitary. Ho davvero gettato via del tempo della mia vita che nessuno mi restituirà mai....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Settembre, 2018
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Mea Culpa! Non avevo mai sentito parlare dei romani This Void Inside, band nata come progetto personale del singer Dave Shadow addirittura nel 2003, con alle spalle solamente un full-lenght intitolato “Dust”, risalente al 2008. Sono trascorsi 10 anni ed a luglio di quest’anno, il gruppo romano è tornato a farsi sentire con un nuovo disco, intitolato “My second birth/My only death”, con in copertina una bella figliola dai capelli rossi che il nostro collega Anthony Weird sicuramente apprezzerebbe. Attorno al leader ed alla bassista Saji Connor, ci sono tre nuovi innesti, i due chitarristi Frank Marrelli ed Alberto Sempreboni ed il batterista Simone Gerbasi. Da segnalare la presenza sul pezzo “Meteora” di Max Aguzzi (chitarrista e vocalist dei Dragonhammer) e Diego Reali (chitarrista e vocalist degli Evidence, ex DGM). Ma che genere di musica suonano i This Void Inside? Su una base di gothic, innestano parecchie contaminazioni elettroniche, qualcosa di industrial, un po’ di dark wave degli anni ‘80 e perfino un pizzico di synth pop, grazie al quale sono più accostabili al rock che al metal; in alcuni passaggi addirittura mi sembra di ascoltare i vecchi Pet Shop Boys incattiviti, anche per la somiglianza del timbro vocale del singer Dave Shadow, con quello del più famoso Neil Tennant. 14 brani fanno parte di questo full-lenght decisamente accattivante e molto piacevole da ascoltare, specie per chi, come il sottoscritto, ha dentro di sé un animo dark. Atmosfere romantico-decadenti in abbondanza, con tutti gli strumenti che si ritagliano la loro parte, in una produzione decisamente ottima. Ho perso il conto delle volte che ho ascoltato e ri-ascoltato questo disco, senza mai stancarmi, ma anzi sentendo quasi il bisogno di tornare a pigiare il tasto “play”, per far evadere la mia mente seguendo le atmosfere create ad arte dai This Void Inside. “My second birth/My only death” è un gran disco, imperdibile per tutti coloro che fanno del gothic più old-fashioned la loro ragione di vita.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Settembre, 2018
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Per chi ancora non conosce i The Unity, occorre sapere che Henjo Richter e Michael Ehre (rispettivamente chitarrista e batterista dei Gamma Ray) portano avanti questo progetto parallelo dal 2016; accanto a loro praticamente c’è quasi tutta la band precedente di Ehre, i Love.Might.Kill (escluso solo il chitarrista Christian Stöver), scioltisi nel 2015 con due album alle spalle. I The Unity, dopo l’omonimo album uscito l’anno scorso, tornano quest’anno con un nuovo full-lenght intitolato “Rise” che sarà edito dalla Steamhammer / SPV anche in vinile limitato (500 copie) e boxset (altri 500 esemplari) con vari oggetti per collezionisti, come adesivi, patch, foto autografate, ecc. Ma veniamo al sound della band che, come immaginabile, molto deve ai Gamma Ray. In questo disco trovo parecchie assonanze al fin troppo vituperato “Sigh no more”, che rappresenta forse il disco di Kai Hansen & C. più melodico della carriera. Ed, infatti, il sound di casa The Unity è più orientato verso il melodic metal, che verso l’happy tipico dei Gamma Ray; a questo, si aggiunge anche un pizzico di hard rock made in USA, tanto per render l’idea di cosa vi aspetta in questi 12 pezzi più intro. Come prevedibile l’ascolto è molto gradevole e semplice ed il disco scorre via per quasi un’ora senza alcun intoppo o filler di sorta. Certo, per un fan dei Gamma Ray come il sottoscritto, forse i pezzi più tipicamente power sono i migliori, ed ecco in tal senso che si segnalano “Last betrayal” (molto teutonica), “Welcome home”, “All that is real”, per arrivare alla migliore in assoluto che è la splendida “Children of the light”, la classica hit che da sola vale l’acquisto del disco; molto bella anche “The storm”, per le sue melodie ruffiane, quasi hard rockeggianti. Tutto sommato, dunque, “Rise” dei The Unity è un ottimo disco, suonato bene e cantato altrettanto bene dal nostro connazionale Gianbattista Manenti; molto probabilmente non passerà alla storia del metal, ma sicuramente andrà incontro ai gusti dei fans del melodic metal in genere.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Settembre, 2018
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Ci sono dischi per i quali basta ascoltare qualche nota per rendersi conto di avere davanti una potenziale bomba; fra questi bisogna sicuramente contemplare i vari albums dei piemontesi Ultra-Violence che seguo sin dal primo EP “Wildcrash” del 2012. Ho avuto così occasione di ascoltare in questo lavoro anche i due nuovi membri, Andrea Lorenti al basso e Francesco “Frullo” La Rosa alla batteria (già con Extrema, Athlantis e M'pire of Evil, tra gli altri), constatando che non fanno certo rimpiangere i loro predecessori; il batterista, in particolare, ha un uso della doppia-cassa che mi ha letteralmente fatto innamorare. “Operation misdirection”, questo il titolo, forse mutuato dal mitico disco dei Queensrÿche, ha la copertina realizzata dal mitico Ed Repka (5 minuti di vergogna per chi non conosce questo artista!) ed è composto da 8 pezzi, fra cui è anche compresa una breve strumentale (“The stain on my soul remains”) ed una cover della splendida “Money for nothing” dei Dire Straits, thrashizzata a dovere, ma dando comunque il giusto tributo al lavoro del maestro Mark Knopfler. Il thrash degli Ultra-Violence è ormai maturo e ben costruito, robusto e massiccio ed i pezzi, seppur in alcuni casi superano i 6 minuti di durata, non sono mai prolissi o esagerati, segno che il songwriting è comunque ben fatto e fluido. Mi ero fermato con questa band allo splendido “Privilege to overcome” (il secondo full-lenght, infatti, mi era sfuggito), ma ho avuto ancora una volta conferma del loro grande valore, dato che questo “Operation misdirection”, uscito a fine luglio 2018 su Candlelight Records, si candida per essere uno dei migliori dischi thrash metal dell’anno. Sono italiani, dobbiamo andarne fieri, dato che non hanno nulla in meno dei big di oltreoceano!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Settembre, 2018
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Mi chiedo per quale motivo nelle note accompagnatorie di un disco si debba per forza mettere dei paragoni e soprattutto perchè andare sempre a scomodare gli Iron Maiden? Per il quarto disco dei finlandesi SoulHealer, intitolato “Up from the ashes”, ho potuto trovare paragoni con Iron Maiden, Sabaton, Hammerfall, Powerwolf e Blind Guardian. Cosa c’entrino gli Irons, ma anche Sabaton e Blind Guardian con il sound dei SoulHealer, sinceramente mi sfugge. Passi per Hammerfall e Powerwolf (soprattutto questi ultimi), oserei dire che il paragone più calzante non è stato fatto: quello con i Gamma Ray. Lo stile delle due chitarre di Teemu Kuosmanen e del nuovo entrato JiiPee Haikola, infatti, ricalca molto da vicino quello di Kai Hansen & Henjo Richter; così come l’abbondanza di coretti ruffiani, non può non far venire in mente la band tedesca. Fin qui tutto bene. Il tallone d’Achille della band finnica sta nella voce del singer Jori Kärki, abbastanza stridula quando cerca di arrivare su note troppo alte del pentagramma; va già meglio quando si limita su armonie più basse e più consone alle sue potenzialità, ma quando cerca di andare troppo in alto o si avventura in improponibili acuti (come alla fine del brano “Fly away”) rischia di diventare finanche fastidioso all’ascolto, rovinando quanto di buono fatto dagli altri musicisti. Un peccato, perchè con un cantante differente molto probabilmente la musica dei SoulHealer sarebbe anche più che piacevole. Certamente, qui non bisogna mettersi alla ricerca di originalità, dato che la band scandinava ripropone pedissequamente la lezione del power metal teutonico ma, se siete fans di queste sonorità, sicuramente rimarrete affascinati dalle musiche realizzate in questi 10 brani, tutti comunque ben strutturati e ben suonati. Sempre se riuscirete a sopportare il cantante....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Settembre, 2018
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Rithiya Henry Khiev è il nome di un chitarrista americano che ha esordito lo scorso anno con un EP intitolato “The finite cycle”, purtroppo non notato in tempo tra le varie proposte che arrivano periodicamente in redazione; ad inizio di settembre il musicista statunitense ha pubblicato un secondo EP autoprodotto, intitolato “Eviscerated realm”, che ha subito attirato la mia attenzione. E’ raro, infatti, avere un disco metal strumentale a base neo-classica e sinfonica. Almeno così era presentato questo lavoro, ma probabilmente le note accompagnatorie non erano complete, perchè oltre al metal sinfonico e neo-classico (per via dei barocchismi della chitarra), vi è anche un po’ di electro (specie all’inizio), qualcosa di prog, perfino qualcosa di metal estremo quando la batteria (purtroppo realizzata al computer) si lascia andare al blast-beat più sfrenato nelle ultime due tracce. Sembrerebbe quasi di ascoltare una versione strumentale dei Cynic, mischiati ai Mekong Delta. Oltre ad essere eterogenea, la musica di Rithiya Henry Khiev è indubbiamente ardita ed originale e si presterebbe, qualora ci fosse un singer, a diverse interpretazioni canore, siano esse estreme, che pulite ed acute. Normalmente faccio fatica ad ascoltare un intero disco strumentale, specie se poi così particolare ed originale, ma questa volta devo fare i miei complimenti a Rithiya Henry Khiev perchè ogni ascolto aveva poi necessità alla fine di premere nuovamente il tasto “play”. Se siete alla ricerca di qualcosa di originale nel metal, date un ascolto a questo “Eviscerated realm”, perchè potreste rimanerne ammaliati, come è successo al sottoscritto. Per il futuro spero che Rithiya Henry Khiev trovi un vero batterista (ne ha davvero bisogno) e continui a regalarci simili perle!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    09 Settembre, 2018
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Tornano a farsi sentire gli svedesi Manimal, con il loro terzo lavoro, intitolato “Purgatorio” e dotato di una copertina davvero notevole. La line-up, rispetto al precedente disco “Trapped in the shadows” con cui li avevo conosciuti, è rimasta stabile e la coesione, si sa, da sempre è un fattore positivo. Fa strano ascoltare una power metal band che viene da Gothenburg, la patria del melodic death europeo, ma i Manimal sono un’eccezione e che eccezione! Il power della band svedese è bello tosto, roccioso, ma sempre con un’attenzione notevole alle melodie, con la chitarra di “Hank” Stenroos sempre splendida protagonista, ma anche con il basso del grande Kenny Boufadene e la batteria dell’ottimo André Holmqvist che non sono assolutamente da meno. C’è poi la voce di “Sam” Nyman che sembra creata appositamente per il power metal, dato che ha tutte le caratteristiche necessarie per questo genere: pulizia, potenza, espressività ed estensione vocale. Ho commesso l’errore di ascoltare per la prima volta questo disco distrattamente e non a volume adeguato, non rimanendone particolarmente colpito; poi mi sono chiesto se, visto l’ottimo predecessore, fosse possibile che i Manimal avessero “cannato” disco, così mi sono messo con attenzione e, pompando adeguatamente sul volume, “Purgatorio” si è disvelato in tutte le sue grandi potenzialità. Nove brani che sono uno meglio dell’altro, con l’iniziale “Black plague” che ricorda un po’ i Rage più duri, la splendida “Denial” che vale da sola l’acquisto del cd, ma anche tanti altri pezzi estremamente validi come la title-track (scelta per un video) e la veloce “Traitor”, per finire alla conclusiva “The fear within” che suggella un lavoro davvero valido. Che aspettate ancora fans del power? Fate vostro questo “Purgatorio” dei Manimal, ne vale davvero la pena!

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