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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Giugno, 2018
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Sono passati quasi 30 anni da quando un mio carissimo amico, metallaro di oltre 2 metri (ciao Enzone!), mi mischiò la passione per il death metal; era il periodo di dischi come “Left hand path” ed “Altars of madness” (due perle che non possono mancare nella collezione di qualsiasi metalhead!), della scena svedese e di quella della Florida; poi arrivarono qualche anno più tardi gente come Dark Tranquillity, In Flames e Children of Bodom a farmi dirottare verso il melodic death.... adesso ascolto molto poco questi generi di metal, ma ogni tanto mi piace ritrovare bands a cui sono affezionato. Fra questi, sicuramente vi sono i giapponesi Gyze, autori di tre albums molto piacevoli... una band che ritengo a cavallo fra il melodic death più canonico ed il power metal più veloce; come se i Victorius o i Dragonforce si mettessero a cantare in growling e cambiassero leggermente il suono delle chitarre. Questa volta la band giapponese si presenta con un singolo intitolato “The rising dragon”, presentato in una duplice veste, una internazionale ed una riservata al mercato del loro paese, con differenti copertine (quella che vedete qui è dell’edizione internazionale); anche la tracklist è diversa, dato che la versione della title-track con ospite Marc Hudson dei Dragonforce è presente solo nell’edizione giapponese, mentre in quella internazionale c’è in esclusiva la traccia live dell’inedito “Dragon calling”. Ma veniamo alla musica. I brani presenti in questo disco sono nel classico stile dei Gyze, descritto in precedenza; in tal senso troviamo l’opener “Japanese elegy”, decisamente ruffiana e che mette voglia da subito di urlare assieme a Ryoji. La title-track è brevissima (nemmeno 3 minuti) ed, oltre al consueto ritmo forsennato, ha anche un piacevole lavoro di chitarra e parti di tastiere davvero indovinate. La traccia live dell’inedito “Dragon calling”, sinceramente lascia un po’ a desiderare; mi sarei aspettato molto di meglio a livello di suoni da parte di una band giapponese, invece la batteria ha un suono abbastanza fastidioso, mentre il basso è pressoché impossibile da ascoltare, scomparso nell’impasto sonoro. Il brano di per sé è anche carino e mi aspetto di ascoltarlo in versione da studio prima o poi. Chiude il disco (nell’edizione internazionale) la versione strumentale della title-track, dilatata di oltre un minuto, in maniera decisamente gradevole. Nella versione giapponese, invece, c’è anche una terza versione di “The rising dragon”, anche questa leggermente allungata, con ospite Marc Hudson che duetta con Ryoji in un piacevole contrasto tra clean vocals e growl. Se siete fans dei Gyze, questo “The rising dragon” non potrà mancare nella vostra collezione, ma anche se non amate la band giapponese, dato un ascolto a questo singolo, perché il loro melodic death è davvero piacevole e frizzante.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Giugno, 2018
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Gli Eufory arrivano dalla Slovacchia ed hanno iniziato la loro carriera nel 2008 come cover band dei Def Leppard; nel 2015 è arrivato il debut album (a me sconosciuto) intitolato “Flying island eufory”, mentre a fine maggio per Sliptrick Records è uscito questo secondo lavoro, intitolato “Higher and higher”. L’attuale sound della band slovacca ha ben poco a che spartire con i Def Leppard, dato che si attesta su un canonico power metal di scuola nord-europea. Tra le peculiarità di questo gruppo vi è quella di avere una batterista donna, Miriama Hodon (che ha sostanzialmente fondato la band assieme al chitarrista Stevo Hodon), che è una vera e propria rarità nel mondo metal. Ma la caratteristica fondamentale credo sia quella di avere un cantante come Lubos Senko che ricorda parecchio il compianto David Bowie; è una sorta di incrocio tra il “Duca bianco” e l’Andi Deris dei primi dischi (10 minuti di vergogna per chi non conosce questo mostro sacro del metal!), basta ascoltarlo nella piacevole “Karmic eyes” per rendersi conto della cosa. Con questa marcia in più, gli Eufory, pur suonando come detto un power metal abbastanza canonico, riescono a realizzare 8 brani parecchio gradevoli, cui si aggiunge una cover dei Motorhead che risulta alquanto avulsa dal contesto e che probabilmente si poteva anche evitare, magari scegliendo di coverizzare una band più vicina al loro sound (chi ha detto Helloween?). Tra i pezzi migliori, oltre alla già citata “Karmic eyes”, segnalo le robuste “Louder” ed “I want out” (non quella degli Helloween), la lunga “On a pyre” e la frizzante opener “Dragon hearts”, ricca di indovinate parti soliste di chitarra. Non eccezionale la copertina (specie quel triste gladiatore sulla destra....), buona la produzione di Roland Grapow che, contrariamente a quanto successo con altre bands, questa volta ha lavorato all’altezza della sua fama. Se, insomma, siete fans del power metal di scuola nord-europea, questo “Higher and higher” degli Eufory è sicuramente da tenere in considerazione.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 23 Giugno, 2018
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A distanza di 3 anni dall’ottimo “Maze of antipodes” (album con cui li avevo conosciuti), tornano i vicentini A Tear Beyond, con il loro terzo album, intitolato “Humanitales”. Si tratta anche dell’ultimo disco con Vendra alla batteria il quale, dopo le registrazioni, è stato sostituito da Skano, precedente drummer degli Absenthia. I testi dell’album sono incentrati sull’essere umano, nel suo essere più profondo; ogni brano racconta una storia differente, dal suo inizio al suo epilogo. Per chi non conoscesse la band veneta, il sound degli A Tear Beyond è un gothic metal, con qualche tocco di industrial, ma fortemente debitore alla dark wave degli anni ’80; trovo, in particolare, lo stile della voce del cantante Claude Arcano molto simile a quella del mitico Andrew Eldritch dei Sisters of Mercy. A lui si affiancano poi in sottofondo altre due voci, una femminile ed un’altra in un growling da black metal (realizzata dallo stesso Arcano); entrambe ben completano le profonde clean vocals, creando un suggestivo ensemble; compare persino una inquietante voce di bambina nella lunga "Tale". Ma gli A Tear Beyond non sono solo musica, dato che per loro è anche molto importante l’aspetto e la teatralità. Ed anche questa volta, la band non si è risparmiata, basti vedere il video della splendida “Angels out of grace” (tra l’altro, uno dei migliori pezzi del disco), anche se siamo un gradino al di sotto dell’eccellente video realizzato per il pezzo “Beyond the curtains I’m dying” dello scorso disco. Ecco, rispetto al lavoro precedente, forse la band ha leggermente ridotto il ritmo e le parti più “metalliche”, specie nelle chitarre, al fine di una maggiore presenza delle tastiere. Comunque sia, resta il fatto che anche questa volta gli A Tear Beyond hanno realizzato un gran disco, ricco di atmosfere dark che manderanno in visibilio tutte le anime oscure della notte e tutti coloro che amano queste sonorità romantico-decadenti e melodrammatiche. “Humanitales” conferma quanto di positivo avevo avuto modo di riscontrare in passato e candida gli A Tear Beyond come una delle migliori realtà, non solo a livello nazionale, nel gothic metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Giugno, 2018
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Era un pezzo che avevo voglia di recensire un disco di epic metal, visto che sono diventati ormai una vera e propria rarità, ma non mi aspettavo minimamente potesse arrivarmi addirittura dalla lontana India! Quando ci è stata proposta la recensione di questo debut album dei Falcun, intitolato “Kingdom come”, ho letto tra i vari nomi cui veniva paragonato quello di Manilla Road e Manowar e mi sono detto “vuoi vedere che questi indiani suonano epic metal?”. L’attacco dell’opener “A bard’s tale” mi ha sinceramente spiazzato, dato che per circa 30 secondi mi è sembrato di avere davanti un brano scopiazzato da Ligabue.... fortunatamente non è così e sono bastati i primi riff convinti di chitarra a togliermi d’impaccio. E così effettivamente ho potuto gustarmi un disco di epic metal. Certo, i Falcun infarciscono il loro sound di richiami al power metal più classico ed alla NWOBHM, ma la ricetta dell’epic metal c’è tutta. Le tematiche dei testi sono quelle, la registrazione parecchio old-style rientra tra gli stilemi dell’epic; ci sono poi la voce acuta, spesso in screaming isterico, del cantante Abhishek Dasgupta, le ritmiche delle due chitarre e tutto quanto un buon album di epic metal deve avere, persino il non eccezionale artwork con guerriero, mago e specie di grifone alato (o forse voleva essere un falco?). Ciò nonostante, il lavoro dei Falcun, pur non dispiacendo, non esalta in maniera particolare. I pezzi sono, infatti, quasi sempre lunghi e farraginosi, fin troppo direi. Gli oltre 8 minuti di “Vixen” e soprattutto “Martyr” si faticano a mandar giù e mi è venuta un po’ troppo spesso la voglia di skippare alla traccia successiva. Credo che i Falcun debbano prestare maggiore attenzione alla struttura dei pezzi, in modo da snellirli un po’ e renderli così più appetibili. Per il resto ci siamo, il sound è compatto e non ci sono variazioni particolari sul tema, come un album epic metal dovrebbe essere. Personalmente apprezzerei una registrazione migliore, ma trattandosi di un debut album è anche comprensibile che il budget a disposizione sia stato alquanto limitato. Per il momento i Falcun, con questo “Kingdom come”, meritano sicuramente la sufficienza; mi aspetto però di meglio in futuro... del resto è purtroppo talmente raro al giorno d’oggi trovare una band che suoni epic metal che bisogna accontentarsi.....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Giugno, 2018
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Gli Elvellon arrivano dalla Germania e si sono formati nel 2010; da allora hanno realizzato un paio di singoli, un EP nel 2015 ed arrivano al debut album, con questo “Until dawn” che, tra l’altro, contiene anche la maggior parte dei brani dell’EP predetto, anche se credo siano stati ri-registrati per l’occasione. La band mi sembra cresciuta a pane e Nightwish, dato che il sound è fortemente debitore a quello della band finnica, quanto meno nell’era in cui c’era la grande Tarja Turunen; persino lo stile della singer Nele Messerschmidt mi sembra fortemente influenzato dallo stile della cantante scandinava. Il rischio di etichettare gli Elvellon come “band-clone” è abbastanza presente ed, evidentemente, non è qui che abita l’originalità. Se questa particolarità non ha rilevanza per voi e siete appassionati del female fronted symphonic metal, allora conviene andare avanti con la lettura. Già perchè comunque la musica degli Elvellon non è assolutamente male ed è anzi abbastanza gradevole da ascoltare; uso il termine “abbastanza” perchè la band mostra ancora alcuni segnali di scarsa esperienza, quanto meno nella struttura dei singoli pezzi. 12 brani (tra cui anche l’inutile breve intermezzo strumentale “Of winds and sand”) per un’ora di durata, lasciano presagire che il minutaggio è spesso elevato... in alcuni casi anche troppo. Mi riferisco soprattutto a “Fallen into a dream”, alla title-track “Until dawn” e soprattutto a “Shore to aeon”, canzoni che obiettivamente avrebbero avuto una miglior resa, se fossero durate almeno 2-3 minuti in meno....confesso che spesso, durante i vari ascolti, la tentazione di skippare alla traccia successiva era molto forte, il che non depone a favore del buon esito del disco. Fortunatamente ci sono diversi pezzi che, invece, funzionano molto bene; mi riferisco al quartetto iniziale, frizzante ed accattivante, ma anche all’ottima e teatrale “Dead-end alley”, forse la canzone migliore dell’intero lavoro. “Until dawn”, tutto sommato, è un buon disco che si lascia ascoltare senza grossi problemi, se vogliamo sorvolare sulla scarsa originalità della proposta; in tal senso, spero che gli Elvellon sappiano trovare una propria strada per migliorarsi e realizzare qualcosa di più particolare, perchè è elevato il rischio di diventare l’ennesima female fronted symphonic metal band di cui ci si dimentica presto. Per i fans sfegatati di questo genere musicale, consiglio comunque un attento ascolto, potrebbe valerne davvero la pena...

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Giugno, 2018
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Ogni tanto arrivano in redazione richieste di recensioni anche a parecchi mesi di distanza dall’uscita ufficiale; è questo il caso, ad esempio, di “Machine men”, disco d’esordio degli americani Immortal Sÿnn, uscito ad inizio agosto 2017, ma inviatoci solo pochi giorni fa. La band di Denver viene presentata come influenzata dall’heavy metal di nomi storici come Judas Priest, Iron Maiden e Motörhead, ma anche dal thrash di Exodus, Megadeth e Slayer; paragoni ambiziosi che, come spesso accade, non c’entrano sostanzialmente niente. Il gruppo del Colorado, infatti, spazia in maniera forse un po’ esagerata fra il thrash dei primi pezzi (in cui lo stile del singer Chase McClellan può ricordare lontanamente quello di Dave Mustaine, il che non è un complimento...) e l’heavy metal più classico (ma niente a che fare con Judas Priest o Iron Maiden!) della seconda parte del disco. Come detto, il cantante può ricordare una copia sbiadita di Dave Mustaine, ma si distingue anche per parti più aggressive in screaming (anche qui, con risultati solo discreti) ed in parti più pulite, in cui forse avrebbe la sua giusta dimensione, visto che dimostra di essere abbastanza espressivo. I brani più thrash-oriented hanno qualcosa dell’incedere mosh tipico della zona di New York e possono anche piacere, pur non presentando assolutamente nulla che non sia già stato sentito da miriadi di bands in precedenza. In tal senso forse il pezzo migliore è “Dark abyss”, il brano più speed e più breve in assoluto, con buone parti di basso. Nella seconda parte del disco, invece, il sound si fa più moderato e ci si avvicina alla classica NWOBHM. A livello strumentale non trovo particolari difetti nella prestazione dei vari musicisti i quali, pur non esaltando in maniera particolare, svolgono il compito loro assegnato in maniera decente. Il problema principale degli Immortal Sÿnn risiede nel songwriting; da una parte composizioni troppo eterogenee tra loro possono spiazzare e non convincere né chi ascolta thrash, né chi preferisce il più classico heavy; dall’altra un minutaggio troppo elevato rischia di annoiare presto. In tal senso la lunga “Strenght!” sembra infinita, mentre la conclusiva title-track poteva tranquillamente durare la metà ed essere sicuramente più efficace, senza quel lungo discorso conclusivo che sa tanto di proclama politico. Sarebbe quindi auspicabile che, per il futuro, la band segua una linea più coerente (o heavy o thrash, decidete!) e soprattutto si concentri su una migliore efficacia dei propri componimenti, evitando di “allungare il brodo” inutilmente. Aggiungiamo anche un po’ di monotonia e ripetitività (“Hatred nation” è la peggiore in tal senso) e capirete perchè “Machine men” degli Immortal Sÿnn per me non è in grado di raggiungere la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Giugno, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Tra fine anni ’80 e negli anni ’90, mentre gli Artillery si prendevano una pausa, i fratelli Stutzer, Morten e Michael, formarono e si dedicarono ad un’altra band denominata Missing Link. Con questo nome tra il 1991 ed il 1997, registrarono due demos, un EP e due albums. A maggio 2018, la label olandese Vic Records ha deciso di ristampare l’ultimo disco dei Missing Link, intitolato “Lobotomized”, disco che era stato registrato nei famosi Sweet Silence Studios in Danimarca con il mitico Flemming Rasmussen (Metallica, Morbid Angel, Blind Guardian, Artillery) nel 1997, prima che tornassero in scena gli Artillery. Il sound della band è un canonico thrash metal di scuola europea, abbastanza differente da quello più tecnico dell’altra band dei fratelli Stutzer, anche se comunque ricca di quelli stop’n’go e di quelle splendide parti soliste di chitarra che da sempre contraddistinguono lo stile degli Artillery. Sono passati oltre 20 anni da quando questo disco è stato registrato ed è sorprendente come il suo sound sia comunque attuale e viene da dire che tante giovani bands dovrebbero prendere esempio da questo progetto per poter suonare con la stessa qualità e classe, dato che la ricetta vincente del thrash è comunque sempre la medesima. “Lobotomized” è composto da 9 pezzi più che validi, anche con una notevole attenzione alle melodie, segno che nel thrash, oltre all’atteggiamento “in your face” ed all’aggressività, serve anche saper suonare come si deve e non basta energia a profusione. Forse il cantante René Struch non passerà alla storia come il miglior cantante della storia del thrash, ma alla fin fine la sua voce si ascolta senza particolari problemi. La Vic Records è ormai pressoché dedita a ristampe di vecchi dischi ed ogni tanto tira fuori qualche chicca che merita di essere rispolverata e tirata a lucido, questa volta con “Lobotomized” dei Missing Link ha fatto un buon lavoro, ridando lustro ad un disco piacevole di un progetto parallelo ai ben più famosi Artillery. Tra l’altro, è anche un’occasione per risentire all’opera il batterista Sven Olsen, deceduto prematuramente nel 2013 per un male incurabile. Se siete appassionati del thrash di scuola europea, direi che questo disco merita sicuramente la vostra attenzione.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Giugno, 2018
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L’ho ribadito tante volte e torno a confermarlo, il bello di collaborare con una webzine come allaroundmetal.com è che ti permette di scoprire miriadi di bands di cui, altrimenti, molto probabilmente non avresti mai sentito parlare. Nonostante ascolti musica metal da oltre 30 anni, non avevo mai sentito nominare i finlandesi Dyecrest, band attiva addirittura dal 1993 (prima con il nome di Fairytale e poi, dal 2001 al 2003, come Dyecast), con alle spalle due albums registrati tra il 2004 e 2005. Sono trascorsi 13 anni ed i finlandesi, rintracciato su YouTube il nuovo singer Mikael Salo (parente dell’ex-pilota della Ferrari? Chissà....), pubblicano su Inverse Records il terzo full-lenght della loro carriera, intitolato “Are you entertained?”, dotato anche di discreta copertina. Ma che musica suonano i Dyecrest? La band finnica è dedita ad un power metal ricco di melodie, suonato molto ma molto bene e prodotto in maniera altrettanto eccellente. Non temo smentite, se affermo che i Dyecrest possono essere una delle risposte a chi crede che il power metal nel 2018 non abbia ancora molto da dire (solfa che sento ripetere inutilmente da anni ormai....). Questa band, infatti, ci regala un dischetto bello compatto, composto da 13 tracce (comprendendo il breve intermezzo “Breaking news” e l’outro strumentale “The time has come”) che si lasciano ascoltare molto, ma molto gradevolmente. Chi, come il sottoscritto, adora certe sonorità, in questo lavoro troverà un qualcosa che, sin dal primo ascolto, non potrà non apprezzare; una delle caratteristiche del sound dei Dyecrest è infatti proprio l’orecchiabilità. Ma, attenzione, non ci troviamo davanti al classico “happy metal”, il sound dei finlandesi è infatti più oscuro ed anche abbastanza moderno; basta ascoltare un brano come “Devil dance”, bello tosto e robusto, per capire cosa intendo. Tutti gli strumenti hanno il loro ruolo fondamentale all’interno dell’economia dei singoli brani, dalle chitarre che spesso ci deliziano con ottime parti soliste, alle tastiere (ma Pirkka Ohlis suona anche una terza chitarra), passando per il basso che dona profondità al sound e si ritaglia qualche momento da protagonista, per finire con la batteria dell’ottimo Niko Takala, altro strumento fondamentale in questo tipo di power. Le parti cantate da Mikael Salo sono poi molto piacevoli, visto che il singer è dotato di un’ugola calda ed acuta, che sa usare in maniera molto espressiva. Da segnalare, infine, la presenza di una voce femminile di tale Elisa de Boer, nella ballad “Nuku Vaan”, cantata in una lingua che non conosco (forse finlandese). Non mi pare di trovare difetti in questo “Are you entertained?”, forse una seconda parte dell’album leggermente meno frizzante della prima, ma sono piccoli dettagli che non inficiano la qualità elevata del lavoro dei Dyecrest, un disco che non può mancare nella collezione di tutti gli amanti del power metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Giugno, 2018
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Il progetto MazeBrain nasce nel 2008 grazie all’iniziativa del batterista Matteo Vari e del bassista Francesco Mazzone i quali, assieme ad un altro chitarrista, hanno iniziato un percorso che, dopo vari cambi di line-up, li ha portati nel marzo 2018 a realizzare il loro primo lavoro, intitolato “Magnolia” (che, se non erro, in inglese si pronuncia diversamente da come fa la cantante). La band si è presentata come dedita ad un “melodic thrash metal”, genere da me molto amato; di fatto nei 5 pezzi che compongono questo demo non ho sentito sostanzialmente alcunché che possa far venire in mente il thrash, nulla nel ritmo di batteria, nulla nello stile della chitarra ed assolutamente niente di grintoso nella voce della cantante. Mi pare, invece, che i MazeBrain suonino un più canonico female fronted melodic metal, forse un po’ più duro della media, ma sicuramente più vicino a questo genere che al thrash. “Magnolia”, la cui copertina è nel formato classico dei vecchi demo-tape, è composto da 5 pezzi non particolarmente ritmati (obiettivamente la batteria mi ha deluso alquanto), molto melodici, anche se con un grosso problema che nel 2018 si fatica ad accettare: la registrazione scadente. La voce della cantante Elisa Camodeca è registrata a volume superiore rispetto agli strumenti che vengono messi troppo in secondo piano; il tutto, inoltre, è registrato ad un volume abbastanza basso, tanto che ho dovuto alzare quello delle cuffie parecchio in alto per ascoltare meglio. Ma i problemi non finiscono qua purtroppo. Se il basso di Francesco Mazzone è ottimo protagonista, altrettanto non si può dire della chitarra di Francesco Serratore che non esalta né nei riff e nemmeno nelle brevi parti soliste. Del poco ritmo della batteria abbiamo già parlato, resta da spendere due parole sulla vocalist che, sebbene abbia una discreta ugola, mi sembra un po’ poco espressiva e soprattutto per niente aggressiva. Se si vuole suonare thrash metal, sia pure nella parte più melodica, ci vuole un atteggiamento più “in your face” e sfrontato, come si intravede solamente nella parte iniziale della conclusiva “Kentucky bridge”, canzone che se solo fosse stata un po’ più veloce ed avesse un paio di minuti in meno di durata, sarebbe davvero interessante. Credo che i MazeBrain debbano fare delle scelte, se vogliono suonare thrash metal devono cambiare parecchie cose (ritmo, aggressività, approccio); se invece opteranno per un più consono female fronted melodic metal, con una maggiore attenzione alle strutture dei pezzi, una registrazione al passo con i tempi e qualche altro accorgimento sui singoli strumenti, potranno sicuramente migliorare. Per ora, mi dispiace, ma questo “Magnolia” non è in grado di ottenere nemmeno la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Giugno, 2018
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Gli High Council arrivano dal New Jersey e sono attivi da oltre un decennio (il loro primo EP risale al 2005); nell’aprile 2018 hanno rilasciato questo “Held in contempt”, quinto EP della loro carriera, dotato di un artwork non proprio esaltante. Il sound della band americana è un discreto heavy metal, facile da ascoltare e godibile soprattutto per le parti delle due chitarre di Bob Saunders e Steve Donahue. Entrambi si spartiscono il ruolo di vocalist, purtroppo non con risultati lusinghieri, tanto che sono convinto che la band avrebbe bisogno come il pane di un vero e proprio cantante; sia chiaro, non che i due siano scadenti come singer, ma nemmeno convincono più di tanto, anche perchè madre natura non ha dato loro ugole particolarmente dotate in potenza ed estensione. Accanto ai due si muovono bene il bassista Lou Di Domenico (protagonista della piacevole “Congress with the beast”) ed il batterista Greg “Wolfman Vegas” McKeever che dà sempre un ritmo frizzante alle composizioni. Non è il massimo la resa sonora (specie per la batteria), il che nel 2018 non è più così tollerabile... va bene voler essere “vintage”, ma con una produzione al passo con i tempi tutto l’esito sarebbe stato migliore. Meglio, infine, non addentrarsi in discorsi sull’originalità perchè non credo rientri tra gli obiettivi della band. I poco più di 30 minuti di questo “Held in contempt” scorrono via gradevolmente, anche se senza impressionare più di tanto, forse anche a causa della mancanza di una hit che possa trascinare e colpire immediatamente l’ascoltatore. La conclusiva “Stormchaser”, ad esempio, sarebbe stato una canzone più che piacevole se si fosse conclusa attorno ai 5’; allungarla fino ad oltre 9’ non credo sia stata una buona idea, dato che nell’ultima parte si rasenta pericolosamente la noia. Gli High Council hanno bisogno di un buon cantante, di una migliore registrazione e soprattutto di rendere più interessante il loro sound, se non vogliono essere ricordati come l’ennesima heavy metal band senza infamia e senza lode. Per ora ci si avvicina solamente alla sufficienza, senza però raggiungerla.

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