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Opinione scritta da Rob M

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1.5
Opinione inserita da Rob M    20 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 2019
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Nonostante il titolo, questo disco non arriva dall'Italia, ma bensí dalla Norvegia. Un lavoro che non rappresenta i primi passi del project one man band Minneriket e che, devo ammettere, mi ha lasciato abbastanza spiazzato. Questo senso di incompiuto viene purtroppo dall'unione di idee ed atmosfere davvero ottime con soluzioni che spesso lascian il tempo che trovano e danno una sensazione di superficialità. Credo infatti che in certi momenti la proposta avrebbe potuto godere di scelte migliori e che potessero lasciar da una parte un certo lato pacchiano, per potersi magari avventurare in territori ben diversi.
Questa mancanza di fondo lascia il lavoro abbastanza anonimo ed affossa le idee invece valide che si posson ascoltare nei frangenti migliori. "Tro, håp og kjærlighet", il brano introduttivo, é l'esempio calzante di questo lato immaturo della proposta e secondo me uno tra i brani piú indecisi dell'intero disco. Togliendo il lato drum-machine, che sarebbe potuto essere anch'esso migliorato, ma che comunque ha il suo fascino, il riffing non é sempre tra i migliori e il panning delle voci ha piú un effetto cacofonico che viscerale (un qualcosa che in questo tipo di black metal non apprezzo particolarmente, dato che le atmosfere vengon quasi rovinate dalla caoticitá delle voci). Ci son episodi davvero inutili, come nel caso di "Det lyset jeg ikke kan se", e l'intera parte iniziale che poi viene salvata dalla conclusiva, seppur a mala pena.
L'intero disco va avanti cosí, senza né arte né parte. Se le buone idee fossero state condensate in meno brani, ci si sarebbe potuti trovare davanti ad un buon lavoro, ma davvero non ci siamo. Un disco che non fa la differenza, che non si erge stabilmente sui lavori precedenti e che, al giorno d'oggi, lascia tanto a desiderare. Non perché non sia facilmente catalogabile, ma perché le idee buone non riescono a trovare lo spazio che dovrebbero ed il tutto porta inesorabilmente ad uno stato di noia e consequente cestinaggio. Un peccato.

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4.5
Opinione inserita da Rob M    20 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 2019
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Finalmente riesco ad ascoltare un gruppo che riprenda là dove i primi Borknagar ed i primissimi Arcturus avevan lasciato! Stilla, dalla Svezia, arrivano con "Synviljor" al loro quarto full ed il risultato é assoluto! Ho assaporato questo disco dal primo all'ultimo momento, con un po' di nostalgia, ma anche con grande ammirazione per una band capace di rielaborare delle atmosfere che ho amato per tantissimi anni in maniera fresca ed al contempo genuina. Sin da subito con "Myrmarken" i nostri non tardano nel dar a vedere di cosa sia fatta la loro proposta ed il tutto viene risaltato da una produzione moderna, eppure vintage, con sonorità d'altri tempi.
Il drumming é forse uno dei punti di riferimento sotto questa ottica, come d'altronde lo sono l'utilizzo di tastiere novantiane ed un riffing che non risulta innovativo, ma che gode di un gusto fuori dall'ordinario. Ci son dei passaggi alla Enslaved, altri che ricordano le bands sopra citate, ma il tutto ha un sapore ricco ed intenso, che riporta alla mente alcuni dei motivi per cui amiamo questo genere! Il senso di "no compromise" che non é mai morto, la passione per ciò che é stato che si può ascoltare nota dopo nota. "Synviljor" é per questo un album che va avvalorato e che sorprendentemente non ha raggiunto l'Italia - sino ad ora - come invece avrebbe dovuto! Un lavoro imponente che ci ricorda da dove arriviamo. Per quanto mi riguarda, un disco su cui dovrò mettere mano al piú presto e che risulta essere un classico del genere, nonostante uscito ai giorni nostri.

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3.5
Opinione inserita da Rob M    20 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 2019
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Unseen Abyss é per me un nome nuovo, ma la sua proposta puzza di vecchio e muffa, di degrado e rancore. A partire da subito con l'evocativo brano iniziale "Ballada Coram Tempestate", si ha come la sensazione di un salto indietro nel tempo, in un mondo fatto d'ombre. La certezza della fine arriva poi con la primitiva ed ammaliante "The Rain", che spezza l'intro con un disagio unico e graffiante, ricordando in parte i primissimi Deinonychus di "After the rain falls.." ed in parte Abyssic Hate (se non fosse che qui il suono non é così deteriorato).
"Blackbird", questo il titolo del disco, si spinge in cuffia strisciante e morente, eppur sicuro di sé e della proposta che, nella sua malattia, mostra un malsano e morboso senso di morte che riveste il tutto. Sarà merito della produzione, o del genio contorto che ha dato vita a questa musica maledetta ed evocata dai più disastrati recessi del purgatorio.
Il lato forte di questa proposta é da trovarsi nelle atmosfere che é in grado di generare. Il lato meno valido é la qualità infima della musica, ma anche la totale carenza di volontà nel creare un qualcosa che possa lontanamente essere piacevole. Quest'ultima idea é chiaramente, a seconda dei gusti, una totale meraviglia o meno. Se avete voglia di fare un viaggio nel buio e perdervi in esso, questo disco é assolutamente riuscito e meritevole sotto tanti punti di vista. Se invece non siete propensi ad una proposta grezza ed a suo modo "acerba", allora state alla larga da esso. A voi la scelta.

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Opinione inserita da Rob M    20 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 2019
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Complesso ma dannatamente interessante e vario e inebriante. Questo ultimissimo lavoro degli americani Veilburner, usciti l'anno scorso per Transcending Obscurity, potrebbe essere paragonato ad un vino dai toni e note fuori dall'ordinario, o più semplicemente ad un minestrone in cui tutti gli ingredienti son mescolati, pur mantenendo il proprio sapore distinto e profondo. "A Sire To The Ghouls Of Lunacy" é un disco che sfiora il capolavoro e che potrebbe essere paragonato a fatiche di bands come i The Faceless ed affini. Un granitico e spettacolare affresco che vive tra black e death, pur mantenendo la sua identità grazie a pregevoli inserti prog e metal che lo rendono variegato ed intenso. L'utilizzo di un vasto assetto vocale ha inoltre il suo fascino ed il tutto gioca tra luci ed ombre in cui si assapora il genio compositivo di Mephisto Deleterio, grazie all'esaltazione dei brani proprio da parte di quella voce che li rende schizofrenici, mantenendo altissima l'attenzione e muovendosi mutevole tra parti veloci e lente, come un altalenante richiamo ad un mondo di pazzia ed incubo.
Il susseguirsi di parti e mood rende difficile la digestione e solo tramite molteplici ascolti si riuscirá a carpire appena la metà dell'opera tutta. Eppure, in questo caleidoscopico incedere di riff e synth in cui il drumming gioca un ruolo di totale rilievo, si trova la chiave di lettura di un disco che non ha voglia di suonare come un semplice ascolto, ma che anzi, senza timore, estende la sua volontà nell'intento di essere quanto più intricato possibile. Non certamente nello stesso modo in cui gruppi come Beneath The Massacre o Braindrill si son evoluti, ma piuttosto con un gusto che traspare dagli assoli - bellissimi - che mostran talento da vendere e un prodotto che si estende ben oltre le soglie o la media mondiale.
É impossibile trovare un brano che possa spiccare sopra altri, data la qualità indiscussa dell'album nella sua totalità, eppur ci son episodi che ad ogni ascolto rimangon ancorati tra udito e cervello e difficilmente si cancellano. Una tra le migliori uscite dell'anno passato per ciò che la label ha stampato, ma anche in maniera più ampia in ambito estremo, per palati delicati, ma anche avvezzi a generi nei generi e soluzioni non convenzionali tanto nel black metal, quanto nel death. Estremismo puro, nella monotonia di generi ormai "antichi", riscoperti in chiave ultra-moderna, fresca ed assuefacente.

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Opinione inserita da Rob M    20 Gennaio, 2019
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Aspettavo di dare un buon ascolto a questo nuovo capitolo della saga Acheronte, progetto nazionale attivo dal 2010 che ha portato con questo "Son Of No God" un vero e proprio macigno al pubblico black metal in Italia ed all'estero, grazie alla collaborazione di Grimm Records e la neonata The Triad Records.
Ci son moltissimi punti a favore di questo lavoro ed alcuni aspetti che potrebbero senza ombra di dubbio esser migliorati. Tuttavia, inizio a dire sin da subito che questo é un disco da promuovere a pieni voti. La parte iniziale dell'album offre secondo me il lato migliore della band con piú variazioni sul tema e, specialmente nell'opener, una sessione piú lenta che da spazio a potenziali e futuri miglioramenti sul lato atmosferico, mentre la violenza gioca forza sull'intero lavoro. Un riffing canonico e tirato ma vario e capace di mutare tra partiture black e tendenti al death/thrash, con un drumming martellante e preciso ad accompagnare il tutto, son i pilastri su cui si erge una prestazione vocale sopra le righe, vero e proprio passo in avanti rispetto alla media nel genere, che rende il tutto decisamente malvagio ed interessante. L'espressivitá del cantante é infatti un qualcosa che non si ascolta spesso e mi é particolarmente piaciuto il modo in cui le voci son state distribuite sull'intero LP senza tuttavia perdere il tiro o perdersi in soluzioni poco convincenti. Uno strumento che purtroppo non é messo in risalto tecnicamente ed a livello di suoni é il basso. Questo si perde sovente tra cassa e chitarra e funge da riempimento non dimostrandosi un vero e proprio protagonista come le altre parti coinvolte riescon invece ad essere. Non un male ma se tanto mi da tanto avrei preferito una partecipazione maggiore e che potesse andare oltre il classicismo della proposta.
Ci son dei frangenti in cui il riffing sembra prolisso ("Babylon Bloody Hammer" viene alla mente sopra tutti i brani) ed effettivamente su brani mediamente lunghi alcuni momenti sarebbero potuti esser stati smorzati per cercare conclusioni piuttosto che aperture. Tuttavia, questo é un punto che in tanti invece apprezzeranno e che fa comunque parte di quel modo di intendere un genere come il black metal.
Non esiston highlights veri e propri dato che il disco in se funziona magistralmente come un blocco unico quanto i brani a se stanti potrebbero individualmente rappresentare la potenza del progetto senza timore alcuno! Gli Acheronte dimostrano con questo disco di avare raggiunto una maturitá compositiva totale e da quí in poi le cose potranno solo migliorare!

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Opinione inserita da Rob M    20 Gennaio, 2019
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É arrivato l'anno scorso l'omonimo EP di debutto degli italiani Thørn, ma allo stesso tempo, nonostante la violenza di cui dispone, é passato abbastanza inosservato. Forse colpa del minutaggio, forse colpa del fatto che in Italia sonoritá simili son arrivate solo ed esclusivamente tramite i The Secret e non han mai preso piede come in altri paesi.
Questi ragazzi mi riportano alla mente bands come Église e compagnia danese, ed in loro esiste del potenziale per cui la band possa effettivamente salire all'apice della scena blackened hardcore che nonostante il recente boom é rimasta nascosta sotto montagne di gruppi sludge e doomy tutti uguali. Ci son altri gruppi in Italia che presentano sonoritá simili ai Thørn, bands come Rust e Nulla+. Peró i nostri riescono con un minutaggio abbastanza ristretto ad ergersi alla pari di nomi ben piú noti, con cinque traccie (di cui un intro) in cui si lanciano a testa bassa nella mischia, scalciando e pestando i pugni per dire "ci siamo anche noi!".
I presupposti per un futuro disco da headbanging violento ci sono, e spero - vivamente - che non tardi ad essere registrato e prodotto. Per ora mi godo quest'omonimo come una delle sorprese del 2018, a lato di alcune altre band piú o meno underground che han investito la scena con un sound intransigente che non si limita alle barriere black metal ma che ha trovato in altre diramazioni una nuova linfa vitale!

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Opinione inserita da Rob M    20 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 2019
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Arriva per Purity Through Fire il nuovo lavoro del progetto tedesco Mavorim "Silent Leges Inter Arma", un disco canonico che in nove tracce si muove tra classicismo black e pacchiano, in un connubio che non riesce a tenere la tensione alta a livello costante, ma che comunque non ha niente da invidiare a nomi ben piú noti nel settore (qualcuno ha detto Sargeist???).
Basti pensare al riffing portante dell'iniziale, seconda traccia, "Das Fleisch der Engel" per capire di cosa sto parlando. Con quel frivolo drumming "tupa-tupa" che sembra inserito lì per coprire il buco, piuttosto che amalgamare perfettamente in maniera convincente il risultato finale.
In parte i nostri mi riportano alla mente gli Impending Doom, ma anche i Ragnarok di "Arising Realm" in una miscela che, come giá detto, risulta abusata, ma non per questo poco consona al genere proposto. Il tutto peró, quando paragonato a lavori piú contemporanei, perde di credibilitá, non riesce a trovare il giusto angolo per inserirsi in un ambiente saturo di realtá simili a questa proposta. Inoltre, il costante altalenare ritmico che usa spesso e volentieri parti lente ed epiche per dare una certa connotazione all'album, inserendolo in un contesto pagan, lascia il tempo che trova e scade anche in questo caso nel giá sentito. Ci son episodi che senz'altro convincono piú di altri, come nel caso di "Feind Geworden" che porta sul tavolo uno spaccato degno dei migliori Armagedda, ma questi son davvero limitati a pochi momenti.
Il tutto non riesce a trovare in me il giusto appiglio e, seppur nel complesso non si tratti di un lavoro pessimo, l'epicitá fine a se stessa, il costante intercalare di riff melodici ma monotoni, il costante primo piano della chitarra e della voce, fanno di questo disco un lavoro che non va oltre la media e che, a suo modo, lascia insoddisfatti. Si poteva fare molto di piú e si poteva senza ombra di dubbio spendere piú tempo a rifinire diversi particolari che fanno abbassare la qualitá compositiva di un album che tecnicamente é valido, ma musicalmente non colpisce come magari avrebbe voluto o decisamente dovrebbe.

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Opinione inserita da Rob M    20 Gennaio, 2019
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Arriva il debutto di Amataster, progetto parallelo a Eyelids, che é appena uscito questo mese per Masked Dead Records. Visti i pareri positivi in rete, non potevo evitare di lanciarmi all'ascolto di questo EP! Il lavoro in sé suona interessante, abbastanza marcio per certi aspetti ma anche toccante e a suo modo diverso. Se infatti sin dall'inizio i nostri propongono un black abbastanza canonico, con "L'Anima É In Fiamme", ci troviamo spiazzati dopo appena pochi minuti con aperture melodiche che riportano alla mente Arimonium Rex ma anche una vena piú depressive in stile Nyktalgia/Hypothermia che rimarrá costante durante l'intero mini. Il tutto viene amalgamato in maniera pressoché perfetta per il (sotto)genere/i proposto/i ed il risultato convince, senza timore, giá ad un primo ascolto. Con "Perché" il riffing gioca sicuro su giri abbastanza orecchiabili e la voce gracchiante riesce a mantenere alta la tensione. L'album scorre piacevolmente e con la conclusiva "A.T. The Heart" (traccia che non apparve nella prima versione in digitale dell'EP) ci si ritrova a voler dare play un'altra volta. Le venature al limite del blackgaze, specialmente in quest'ultima traccia, rendono tutto molto interessante e a suo modo fresco, nonostante di fresco a livello stilistico ci sia ben poco. Il lato buono di questa produzione é senz'altro l'orecchiabilitá del riffing portante, alimentata piacevolmente da una seconda linea di chitarra che tesse decisivi ed avvincenti sottofondi, dando al tutto volume e spessore. Se pur il drumming rimane minimale - questo un elemento che magari andrebbe rivisto per una prossima release - nel complesso ci si ritrova ad ascoltare un album che da voglia di seguire questo progetto e che a suo modo ha il potenziale per essere tra gli EP piú interessanti, a livello nazionale, per questo inizio anno.

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Opinione inserita da Rob M    20 Gennaio, 2019
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Questa release ha per me un valore affettivo non indifferente. Dopo la scomparsa di M the Bard (amico nella scena per il sottoscritto come per mezza Italia) queste son tra le ultime registrazioni che il pubblico, e chi era vicino ai suoi progetti, potrá ascoltare. Come da consuetudine con Darkness non ci si poteva aspettare niente di pulito o lontanamente sopra le righe. Nella tradizione Darkness é sempre stato un progetto che non ha avuto problemi nel registrare in presa diretta o utilizzare soluzioni anarchiche per sopravvivere. Sempre contro corrente, come M ci ha insegnato, Darkness viveva con uno spirito selvaggio e quasi bestiale e quest'ultimo lavoro, questo lato dello split a due, ci da da vedere ció che giá era in aspettativa. Uno spaccato malsano in cui l'unica ombra di melodia é l'intro della prima traccia "Endless Wrath" che scaraventa tutto l'odio per le religioni monoteistiche su un cantato rauco ed un drumming poderoso, quasi vicino a ció a cui ci avevano presentato gli Endless (altro progetto storico di M) alcuni anni fá. I primi due brani son all'insegna della violenza con una produzione cupa ma che mette in risalto alcuni sbocchi che in parte rappresentano il meglio che i Darkness han sfornato negli anni, con una registrazione in studio che accentua la ruviditá della proposta - quasi sempre scarna nei lavori precedenti - e la sua vena assassina. Alla terza traccia, un arrivederci a Claudio della storica Aemethien Distro. Alla quarta traccia "Let The Napalm Rain", ricordo ancora quando personalmente stampai "Flag Of Monotheistic Destruction" su cassetta nel lontano 2003 ed il come conobbi la leggenda quasi un ventennio orsono. Si chiude cosí una era, un capitolo di storia per il black metal italiano.
Sul lato B dello split un'altra realtá importante, quella degli Oltretomba, portata avanti da Lucas degli Athanor con il socio ed ex Frentrum M. Falco alla batteria. Anche qui, non aspettiamoci un lavoro pulito ma anzi, godiamo di un velenoso black dalle venature thrash come non ne capitano spesso!
Un lavoro, quello degli Oltretomba, che riporta alla mente il metal old school, non necessariamente ancorato esclusivamente al black metal ma ad una serie di generi e sottogeneri che vanno dallo speed al sopracitato thrash e perché no, all'heavy! I nostri son bravi nel mescolare il tutto in maniera abrasiva con rallentamenti e sfuriate che mantengono alta la tensione in cinque brani macabri e di totale impatto che son una raccolta di vecchie canzoni e nuove registrazioni, con la conclusiva cover dei Death SS "Black Profanation Of Death" che mette la ciliegina sulla torta. Anche qui, i ricordi volano ad un passato lontano, ed il tutto riaffiora come fosse stato ieri.
Uno split, il quí presente, che ha il sapore del marciume sonoro che ha appassionato generazioni di seguaci della nera fiamma ma anche un triste addio ad un amico e compagno di mille battaglie. Son sicuro che se un giorno M avesse deciso di mettere un freno alla valvola di sfogo Darkness - e sinceramente ne dubito - questa sarebbe stata la maniera migliore. Uno split con un gruppo amico, per un lavoro che ha il potere di una celebrazione come di un doveroso rituale di passaggio. Un testamento, un arrivederci, una nuova alba tra le nebbie del novarese.

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Opinione inserita da Rob M    16 Dicembre, 2018
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"Negativisme" dei Myrd puzza di zolfo talmente tanto da far girare la testa. Pensate ad un mix tra primi Krieg, Goatfire, e Katharsis! Ancora non avete capito di cosa si tratta? Pensate ad una lapidazione.. voi siete il bersaglio.
Un lavoro violento e primitivo che non da il tempo di respirare ed anzi, cerca di soffocarci a piú riprese. Il risultato come potrete immaginare é terrore puro in musica. Eppure i nostri son bravi nel mescolare nel loro sound elementi che con questa violenza han poco a che fare se non la parvenza di un paesaggio desolato dopo un bombardamento a tappeto. Un insieme di emozioni di angoscia e paura che arricchiscono i passaggi piú lenti ed introspettivi.
Cosí facendo, la dove i nostri si pongono ad elargire momenti lenti e dilanianti, il risultato é accattivante.
Si passa cosí dall'opener "Blod Pis Og Braek" (furiosa e maleodorante) alla successiva "Doeden Kalder" (violenta eppur mistica nelle sue aperture al limite del DSBM) in cui i nostri riescon a congiungere estremi. Ma le sorprese non finiscono qui, ed infatti con la terza "Knivdraebt" il tutto prende connotati ancora una volta diversi. Con un approccio quasi rock al tutto in maniera disarmante. Tanta la differenza tra il mood di questo brano ed i precedenti che l'ascoltatore rimane davvero spiazzato ed incuriosito su cosa i nostri proporranno a seguire. Il disco va avanti con brani velenosi e sanguinolenti ed il sound retró la fa da padrone in un connubio di emozioni che davvero fará la felicitá di chi ama sonoritá ruvide e taglienti. Un dischetto davvero interessante che merita assolutamente un ascolto!

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