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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Giugno, 2018
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Ammetto di non aver mai sentito assolutamente niente prima d'ora degli americani Dischordia. Eppure la band proveniente da Oklahoma City è attiva dal 2010 e, prima di questo EP intitolato "Binge/Purge", ha già realizzato altri due EP ("Creator, Destroyer" nel 2011 e "Sources" nel 2015) e due album ("Project 19" nel 2013 e "Thanatopsis" nel 2016). Tornati ad autoprodursi dopo la doppia esperienza con Rogue Records America - le produzioni del 2013 e 2015 -, i Dischordia sono uno di quei gruppi che potremmo definire unici nel loro genere. Non quello di referenza, visto che il trio statunitense opta per un Progressive/Technical Death Metal alquanto "canonico", con suoni altamente dissonanti provenienti dagli insegnamenti di gruppi quali Gorguts e The Dillinger Escape Plan, ma quanto per l'uso di strumenti totalmente avulsi al Metal come ukulele e marimba (!!!). Strumenti che possiamo sentire all'opera per la prima volta nella parte centrale (jazzata?, caraibica?, un mix dei due?, non saprei come definirla, giuro) di "Binge" e l'effetto, per quanto leggermente straniante, funziona. Il trio americano, comunque, dimostra già solo con questi due pezzi di avere una tecnica invidiabile e d'esser capaci di scrivere brani strutturalmente intricati in cui possiamo trovare influenze derivanti da più stili differenti derivanti dal Death, il tutto in una maniera discretamente fluida. L'aggiunta di queste sonorità caraibiche/centro-americane (la marimba pur essendo di origini africane è usata oggi soprattutto in Costa Rica, Messico, Nicaragua, Guatemala...) oltre a dare una particolare ariosità alle composizioni, da anche quel tocco esotico che, per quanto strano come ho già detto, risulta starci a pennello. E pensare che fino ad oggi non avrei mai pensato di scrivere in una recensione di un disco Death Metal le parole "da quel tocco esotico"...

Una band, i Dischordia, che potranno interessare soprattutto agli amanti delle sonorità più cervellotiche, sullo sgile per l'appunto di Gorguts e The Dillinger Escape Plan. L'altra faccia della medaglia è che qui, alla presa con due soli pezzi, l'ascolto procede sì alquanto fluido, ma resta comunque questo uno stile molto difficile da digerire. Figurarsi poi un disco intero... Insomma, una band consigliata prettamente agli amanti di queste particolari sonorità, in caso contrario a fine ascolto avrete bisogno di un Oki.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Giugno, 2018
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Molte sono le giovani bands in ambito Black che si sino dimostrate estremamente interessanti già al loro debutto: vengono in mente i nostri Scuorn, Selvans e Progenie Terrestre Pura, i finlandesi Antimateria e, seppure più sul Black/Death, i tedeschi The Spirit (recentemente approdati su Nuclear Blast). E a questi nomi ce n'è di certo un altro da aggiungere, quello di una band internazionale - con membri provenienti da Nuova Zelanda, Svezia e Italia - che è arrivata a pubblicare il proprio secondo album: i Sojourner, autori di questo "The Shadowed Road", prodotto da Avantgarde Music. Formatisi nel 2015 per mano del vocalist spagnolo (trasferito in Svezia) Emilio Crespo e da marito e moglie neozelandesi, il chitarrista Mike Lamb e la polistrumentista Chloe Bray, i Sojourner hanno recentmemente acquisito un nuovo drummer, l'italiano Riccardo Floridia, già negli Atlas Pain. Nel 2015 la band intercontinentale debutta, sempre per Avantgarde Music, con l'ottimo "Empires of Ash", disco che ha portato ai nostri una notorietà nell'ambiente più che meritata.

Rispetto al precedente album, in "The Shadowed Road" i toni dei Sojourner si fanno maggiormente epici, cosa che va a rispecchiarsi anche nel bellissimo artwork. Le tematiche fantasy unite al sound che fa riferimento alla frangia Black più epica e sinfonica, non possono che far accostare i Sojourner a maestri del genere quali sono i leggendari Summoning e gli spettacolari Caladan Brood, ma possiamo e dobbiamo aggiungere che dopo un album come questo "The Shadowed Road" il quintetto qui in esame può guardare a questi due mostri sacri praticamente senza timore reverenziale. Ancor più che in "Empires of Ash", è qui fondamentale l'apporto di Chloe Bray, come già possiamo sentire dalla bellissime opening track "Winter's Slumber": il lavoro al piano e l'eterea voce della Bray fanno da perfetto contraltare al furioso Epic Black della band ed alle screamin' vocals di Emilio Crespo. Brani poi come "Titan", "Ode to the Sovereign" o "Where Lost Hope Lies" fanno intendere come i Sojourner cerchino fortemente di dare una loro impronta personale, togliendosi di dosso la scomodissima etichetta di ennesimo clone dei Summoning (cosa fino ad ora riuscita solo ed esclusivamente ai Caladan Brood, a mio avviso). L'obiettivo, per quanto mi riguarda, è pienamente raggiunto, grazie ad un accurato songwriting in cui si possono trovare, specie nel comparto chitarristico, echi provenienti dal più classico Heavy Metal, senza contare degli accenni quasi Power nella già citata "Ode to the Sovereign".

I Sojourner hanno il merito di mantenere inalterato il proprio stile, anche inserendo nuovi elementi nel sound che vanno ad integrarsi alla perfezione con quanto propone la band. Ottimo è l'apporto del neo-entrato Riccardo Floridia dietro le pelli, come senza pecca alcuna sono le harsh vocals di Emilio Crespo, intense e "treatrali" abbastanza da essere perfette per la proposta dei Sojourner, con picchi più elevati toccati nei momenti in cui duetta con la bellissima voce di Chloe Bray. Per gli amanti delle sonorità più epico-atmosferiche del Black, i Sojourner sono uno di quei gruppi da seguire con il massimo interesse. E "The Shadowed Road" un album da avere assolutamente nella propria collezione.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Giugno, 2018
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E' incredibile come sia raro il numero di prodotti prevenienti dalla Finlandia che non siano qualitativamente ottimi. E ok, forse posso essere di parte, visto che seguo con particolare attenzione la scena finnica, ma sembra davvero che lì siano quasi geneticamente predisposti a fare ottima musica, che siano nomi altisonanti (tranne Sonata Arctica, Nightwish e Children of Bodom... quelli proprio non li digerisco) o progetti più underground conosciuti lavorando qui su Allaroundmetal.com. Non è quindi un caso, dunque, che segua con particolare interesse anche la Inverse Records, etichetta finlandese dall'occhio decisamente lungo (e che produce, tra gli altri, i miei amici fraterni Párodos): è proprio l'etichetta scandinava a rilasciare questo "Tightrope Walk on the Ground", album di debutto della one man band finlandese (eccoci di nuovo) Circenses, progetto formato nel 2016 dal cantante e polistrumentista Severi Osala.

Progressive Death Metal è la proposta dell'artista finnico, autore unico di un disco estremamente interessante. Con un gran gusto per la melodia, Osala osa anche facendo un massiccio uso di tastiere/orchestrazioni/piano, una scelta a mio modo vincente visto che riesce a dare alle proprie composizioni delle magnifiche atmosfere che s'integrano con un sound compatto, in cui non manca una buonissima dose tecnica senza che però risulti esagerata; altra scelta vincente è quella di puntare su brani immediati: non c'è, all'interno di questo disco, una canzone che sia un mattone da 7-8 minuti o oltre, anzi il brano dalla lunghezza maggiore è la bellissima "From Darkness to Joy" (stupenda la parte centrale con chitarra acustica e voce pulita). C'è tanto in questo "Tightrope Walk on the Ground", tutto legato a quello che è ormai il tradizionale stile finlandese: c'è del Melodic Death estremamente atmosferico, c'è un mood malinconico che pervade l'intera opera, ci sono passaggi che vanno a sconfinare nel Doom/Death, ci sono momenti puramente Progressive e sfuriate Death... C'è soprattutto un lavoro di scrittura, in questo lavoro, già estremamente maturo.

Il progetto Circenses di mr. Severi Osala, insomma, si è rivelato essere una piacevolissima scoperta, oltre che l'ulteriore conferma che in Finlandia non sono capaci di fare musica brutta. Un lavoro che merita più di un attento ascolto e che, personalmente, consiglio caldamente.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Giugno, 2018
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Qui in Italia, nella sfera Death, è sempre mancato qualcosa. Nella fattispecie, nonostante abbiamo una lunga fila di ottimi gruppi Technical (dai più brutali Hour of Penance, Antropofagus e Hideous Divinity fino ai più progressivi Coram Lethe), è mancata in questi ultimi anni una band che si cimentasse nel Progressive Death nella più pura accezione del termine, quello dei vari Beyond Creation, Obscura, Necrophagist, Alkaloid e via discorrendo. Fino ad oggi. Sì, perché con questo EP prodotto da Earthquake Terror Noise si presentano al pubblico i senesi Coexistence, al debutto assoluto, tolto un singolo uscito a fine 2016, "Ultimatum", brano presente in questo "Contact with the Entity". Formatisi nel 2015 per mano del chitarrista/cantante Mirko Battaglia Pitinello, la line up dei Coexistence si assesta un annetto dopo circa, con l'ingresso dell'ascia Leonardo Bellavista (Vexovoid... segnateveli che è un'altra band da tenere estremamente sott'occhio), del bassista Christian Luconi (Coram Lethe) e del batterista Alessandro Formichi. E' con questa line-up che i Coexistence registrano il primo singolo e, un paio d'anni dopo, l'EP qui recensito.

Manco a dirlo, la prima cosa che salta all'orecchio è la tecnica immensa del quartetto toscano. Prepotentemente influenzati dai Beyond Creation, i Coexistence prendono dai colossi canadesi la forma del songwriting; questo non sta a dire che i Coexistence stian qui a scopiazzare la più famosa band d'oltreoceano, ma anzi i nostri mostrano già una maturità compositiva ed una personalità elevatissime, una voglia di osare e rischiare con uno dei generi più complicati e probabilmente più difficilmente "digeribili" che ci siano. Anche se, ad esser sinceri, l'opening track "Origin" ricorda non poco "Omnipresent Perception". Detto poi che al Luconi deve piacere proprio poco l'operato di (sua maestà) Dominic Lapointe, possiamo dire che i Coexistence in poco più di 20 minuti si presentano con un biglietto da visita di tutto rispetto, riuscendo a fondere alla perfezione la possanza del Death ad un'invidiabile tecnica derivante dal Progressive, riuscendo alla perfezione dove molti non ce l'han fatta: dare alla nostra nazione un prodotto Progressive Death che riesca a "competere" con quelli di bands estere anche dal nome altisonante. Un concept dalle tinte sci-fi questo "Contact with the Entity" che lascia sempre più stupefatti con lo scorrere dei minuti: si arriva alla fine letteralmente con la mascella slogata, tale è la magnificenza di questo EP. Vi basti la sola parte centrale della conclusiva "Contact with the Entity II", non aggiungo altro.

Lo posso dire? Lo dico? Ma sì, lo dico: finalmente! Era ora, c***o! Senza toglier nulla a nessuno, sia chiaro, "Contact with the Entity" dei Coexistence setta un nuovo standard per quanto riguarda il Progressive Death qui da noi: suonato divinamente, prodotto ancora meglio, questo EP sarà la gioia dei fans dei gruppi citati all'inizio. E ora non ci si può aspettare altro dai Coexistence che un futuro estremamente radioso.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Giugno, 2018
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Si formano nel 2012 i Begat the Nephilim, band americana che con questo "I: The Surreptitious Prophecy / Mother of the Blasphemy" segna il proprio debutto discografico, edito da Unholy Anarchy Records. Una band, quella statunitense, che nonostante sia solo oggi al proprio debutto ha avuto già l'opportunità di condividere lo stage con nomi altisonanti quali Soulfly, The Black Dahlia Murder, Suffocation, Napalm Death, Suicide Silence, Dying Fetus, Morbid Angel... oltre che a partecipare ad importanti festival come il Summer Slaughter.

Non conoscendoli per nulla, ammetto di aver preso il promo di questo loro debut album incuriosito dalle influenze citate nelle info: The Black Dahlia Murder, Behemoth, Cattle Decapitation e Fleshgod Apocalypse. Ora, su Behemoth e Cattle Decapitation insomma... riguardo i nostri FA, effettivamente qualche orchestrazioni che può ricordarli ci sono, vedi soprattutto la lunga introduzione di "L'Inizio" o quella di "Cardboard Casket", ma anche i momenti più marcatamente Death, dove la melodia viene messa da parte; si trovano invece moltissime similitudine con la band di mr. Trevor Strnad. La base del sound dei BtN è infatti un Melodic Death che molto deve ai TBDM, il tutto comunque 'ibridato' (potremmo dire) con un più classico US Death Metal. Insomma, un continuo mix tra melodie rapide e taglienti e momenti duri e monolitici, cosa che, in alcuni punti, spezza però la tensione dei brani, con momenti che vanno a sfociare nel Prog Death/Math Metal che, nonostante la buona tecnica strumentale dei nostri, poco centra con quanto possiamo sentire per tutto il disco (vedi "Anasazi"). Come detto, sul piano strumentale i BtN ci sanno anche fare, così come il vocalist Tyler Smith - che a onor di cronmaca mi sembra più a proprio agio con il growl che con le screamin' vocals -, ma il tutto viene leggermente penalizzato da una produzione un po' troppo 'secca', quasi piatta per certi versi.

Insomma, avrete capito che siamo ben lontani dalla perfezione. In quest'album dal titolo chilometrico i Begat the Nephilim riescono ad offrire anche spunti interessanti, ma il mischiare più cose genere, alla fine dei conti, un po' di confusione. Rendendo in futuro la loro proposta meno 'complicata', magari puntando su un genere solo in cui si sentono più a loro agio, potremmo avere qualcosa di seriamente interessante per le mani. Per ora, invece, rimandati.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Giugno, 2018
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Tra gli artisti della scena Death odierna, Davbe Ingram e Rogga Johansson sono di certo tra i più prolifici degli ultimi tempi: il primo (ex-Bolt Thrower, Benediction e Hail of Bullets) è stato recentemente all'opera con gli Ursinne, mentre il chitarrista svedese tra le sue decine di bands presenti e passate vanta Echelon, Paganizer, Putrevore, Necrogod, Those who Bring the Torture e Johansson & Speckmann. Oggi i due riuniscono le forze per il loro progetto, Down Among the Dead Men, arrivando con questo "...and You Will Obey Me" alla pubblicazione del terzo album.

Per chi non conoscesse DATDM, è un progetto che al classico Death che ci si aspetterebbe dai due (con influenze che spaziano dai "soliti" Benediction e Bolt Thrower) unisce anche una spiccata attitudine Crust Punk à la Napalm Death/Extreme Noise Terror, che va a riversarsi anche nel sound dei nostri. I brani che compongono "...and You Will Obey Me", infatti, hanno come comune denominatore una rapidità d'esecuzione figlia delle influenze Crust che i nostri hanno portato in questa band: pezzi rapidi e duri, con una sezione ritmica incentrata esclusivamente nel più classico "tupa-tupa" più sfrenato, in un sound che più novantiano non si può. E non che ci si aspettasse qualcosa di diverso, da questi due soci a delinquere. Un disco che scorre rapido come i pezzi, con appena mezz'ora di durata che rendono l'ascolto ancora più semplice. Abbiamo vero un po' quella sensazione di ripetitività, ma d'altra parte il lavoro di Ingram e Johansson rispetta in pieno i canoni del genere scelto. Insomma, ci sta.

Un disco che sicuramente piacerà ai fans dei due musicisti coinvolti e delle loro svariate bands, con in più un discorso che si può ampliare ai fans di Napalm Death, Extreme Noise Terror e tutta quella frangia Grind/Crust con marcatissime attitudini Punk. Un lavoro onesto, che raggiunge facilmente una sufficienza meritata.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Giugno, 2018
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Insieme ai Cryptopsy, i Kataklysm sono da assurgere a veri e propri padrini della scena Death Metal canadese: attiva dal 1991 la band capitanata dagli inossidabili Maurizio Iacono e Jean-François Dagenais è sempre stata in continua evoluzione, a partire dai primissimi brutali lavori fino alla quadratura dl cerchio, arrivata nel momento in cui il continuo evolversi dei Kataklysm li ha portati al Melodic Death che ci offrono da anni. Vero è che proprio la seconda parte della carriera della band di Montreal ha offerto fin troppi alti e bassi, una sali-scendi qualitativo che ha avuto il suo punto più basso, a mio avviso ovviamente, nella penultima creatura "Of Ghosts and Gods".

Con questo loro tredicesimo album, "Meditations", i Kataklysm riescono ad aggiustare il tiro. Un album che rispetta i canoni stilistici cui ci hanno abituato i canadesi, ma che nello stesso tempo porta Iacono e soci ad un nuovo grado d'evoluzione, con strizzatine d'occhio a sonorità anche più moderne. Assieme alle melodiche accelerazioni ormai classiche dei Kataklysm, troviamo qui momenti più grooveggianti (su tutte direi "Narcissist", a mio avviso l'anello debole di "Meditations"), senza che però manchino all'appello brani più feroci e tirati, come l'opening track "Guillotine" e la seguente "Outsider". Ma "Meditations" è un disco che da il meglio quando la vecchia anima Melodic dei Kataklysm si fonde alla perfezione con questa nuova strada più moderna - potremmo dire che in alcuni punti sembra quasi di sentire dei Gojira più melodici -: mi riferisco a brani come "Achilles Heel", pezzo che chiude alla grande l'album, o come "And then I Saw Blood", canzoni che potranno sia far felici i vecchi fans del quartetto canadese, sia avvicinare nuove schiere di ascoltatori tra le file dei giovini abituati maggiormente ai sound attuali. Questi brani menzionati, con in più "In Limbic Risonance", permettono di perdonare ai Kataklysm un paio di battute al volo (la già citata "Narcissist" e "Born to Kill and Destined to Die").

Si avvicinano a grandi passi ai 30 anni di carriera i Kataklysm; una band che nel corso di questi lunghi anni ha sempre saputo reinventarsi quando ne sentiva il bisogno e che ha trovato la propria dimensione, cui ha dato nuova linfa oggi aggiungendo qualcosa di nuovo in questo "Meditations". Veloce quanto pesante, feroce quanto ricco di groove, la tredicesima fatica dei Kataklysm è un disco non tradirà per nulla le attese dei fans e che, soprattutto, riscatta da un precedente album invero bruttino (ad essere buoni).

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Giugno, 2018
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I Legion of Wolves si formano nel 2009 per mano degli ex-Abaddon Incarnate Jason Connolly ed Annatar; a loro si unirono subito il chitarrista Arkadiusz Kupiszowski ed il cantante Chris - stando ai nomi, direi che sono il 'lato' polacco della band -, oltre che John McGhee, bassista che oggi è l'unico non presente della formazione originaria (le linee di basso sono opera di Annatar in questo disco). "Bringers of the Dark Sleep" è il debut album per la Death Metal band irlandese e segue i due demo "Mark of the Legion" e "Legio Lvporvm XIV".

Un Death, quello dei Legion of Wolves, le cui influenze sono tratte dai gruppi coi quali i membri della band sono cresciuti: Pestilence, Bolt Thrower, Vomitory, Asphyx, Unleashed, in un mix di sonorità old school che rendono il lavoro dei nostri estremamente pesante ma mai eccessivamente 'veloce', con il focus incentrato soprattutto nel dare un grosso impatto, seppure i lupi polacco-irlandesi - la base della band sembra essere comunque Dublino - comincino con il brano più brutale dell'opera, la title-track "Bringers of the Dark Sleep", pezzo in cui è maggiormente palese l'influenza dei Vomitory. Per il resto l'album è un continuo interscambiarsi tra lo Stockholm Sound, lo stile UK ed il Death/Doom centro-europeo: un mix che visto così potrebbe sembrare quasi caotico, ma che invece, grazie all'ottimo equilibrio trovato dai LoW, funziona alla grande. E così tra una "You Shall Know", una 'asphyxiana' "Brothers of Fury and Iron (manco a dirlo il pezzo che ho preferito del disco), la furiosa calvalcata Swedish di "Plague of the Immortal" ed una più British "Obsidian", i 3/4 d'ora di questo "Bringers of the Dark Sleep" scorrono via piacevolmente.

Non sorprende che i Legion of Wolves abbiano attirato l'attenzione della Metal Scrap Records (etichetta ucraina che ha prodotto anche i recentemente recensiti 1000Dead ed i nostrani Arkana Code). "Bringers of the Dark Sleep" non sarà un album che farà gridare al miracolo, ma resta pur sempre un buonissimo prodotto Death Metal, che potrà senz'altro piacere agli amanti di sonorità europee più novantiane.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Giugno, 2018
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Ha quasi dell'ironico che il disco "Lucifer Gave the Faith" dei deathsters tedeschi Corrosive sia uscito - tramite MDD Records - il giorno 8 dicembre (in Germania il giorno dell'Immacolata Concezione non è un giorno festivo, comunque). Curiosità a parte, passiamo alla band teutonica, riformatasi nel 2012 dopo lo scioglimento nel 2008 (prima formazione nel 1995); durante il primo corso, i Corrosive pubblicarono due demo ed il debut album, "Wrath of the Ungod", mentre dalla reunion, prima di questo loro secondo album, è stato pubblicato l'EP "Killing Room".

Death Metal senza compromessi è quello che promettono i Corrosive, Death Metal senza compromessi è quello che in effetti offrono. Devoti tanto allo Stockholm Sound che al Death floridiano, la band tedesca unisce i due stili in un vortice di violenza sonora, offrendo una prestazione più che sufficiente che lascerà contenti i fans di questi generi. Innovazioni totalmente bandite in questo "Lucifer Gave the Faith", tanto che alcune soluzioni possono sembrare, sotto sotto, anche un po' scontante, ma resta il fatto che è innegabile la bontà del lavoro dei Corrosive, grazie a brani letteralmente spaccacollo come la terremotante "Taste the Pain" e la seguente "At the Devils Door", doppietta iniziale - non contiamo l'Intro, ovviamente - di tutto rispetto. Per 3/4 d'ora si è colpite da un vortice di melodica brutalità, in un fondersi di due stili fondamentali per la storia del Death, e va dato dato atto al quintetto teutonico di aver saputo miscelare benissimo le influenze statunitensi e nordeuropee.

Sia chiaro, "Lucifer Gave the Faith" non è un capolavoro, ma "solo" un "semplice" disco Death Metal. Un disco di buonissima fattura, pesante e diretto, cosa che basta ed avanza ad un deathster che si rispetti. Vista in quest'ottica, i Corrosive sono una band che merita ben più di un'opportunità: non ne rimarrete delusi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Giugno, 2018
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Provengono da Denver, Colorado, i Suns of Sorath, Progressive Black metal band alle prese con il loro debut album (autoprodotto) con questo "Flowers of the Lily". Una band, il duo statunitense, che colpisce per l'enorme varietà della propria proposta: al netto di una produzione con cui si poteva fare anche solo un poco meglio, il sound dei Suns of Sorath sorprende per l'incredibile varietà d'influenze riscontrabili, che vanno dal classico Black fino al Prog Rock ed al Classic Rock, passando per plumbee atmosfere dark che ben si sposano con gli elementi occulti ed esoterici delle loro tematiche.

Bello è il brano che apre il disco, la lunga "Tides of Macrocosm": sfuriate Black, una parte centrale totalmente devota al Progressive, una meravigliosa parte di piano che va a sfociare poi in qualcosa che richiama il Doom/Death di scuola svedese... una serie di passaggi da uno stile all'altro che risulteranno essere, alla fine, per niente forzati. Tecnicamente dotati, Cody J. Tyler ed Evan Knight riescono sempre a tenere alta l'attenzione grazie a questi interscambi tra momenti più feroci e diretti e sfoggi di tecnica (vedi il basso di "Until the Stars be Numbered"), cosa non da poco visto che l'annoiarsi è sempre dietro l'angolo quando si parla di metal estremo a tinte progressive. I quasi 3/4 d'ora di "Flofwers of the Lily", invece, scorrono via con interesse, con l'ascoltatore che si trova a dedicare la propria massima attenzione per andare a cogliere tutte le sfumature presenti in quest'opera.

Non siamo ai livelli di "Process of the Self-Becoming" dei Verge (ormai il termine di paragone per quanto riguarda il progressive Black, per chi vi scrive), ma "Flowers of the Lily" dei Suns of Sorath è comunque un buonissimo disco che supera ampiamente l'esame. I blacksters più puristi potranno sicuramente storcere il naso... ma questo è solo un problema loro: per chi ascolta metal estremo senza paraocchi, quest'album potrebbe essere una piacevole scoperta.

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