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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Febbraio, 2018
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Si formano nel 2013 gli Atala, quando, dopo esperienze in diverse altre bands, il cantante e chitarrista Kyle Stratton incontra il fratello di uno degli artisti dei suoi studi di tatuaggi, Jeff Tedtaotao. Subito seguirà l'ingresso del bassista John Chavarria e la registrazione del primo album eponimo, prodotto da Scott Reeder (Kyuss). La band comincia a farsi un nome e l'esposizione aumenta quando nel 2016 passano a un nuovo produttore, Billy Anderson (Sleep, Melvins, Mastodon), e pubblicano il loro secondo album "Shaman's Path of the Serpent", che li consacrerà nell'olimpo tra le giovani leve della scena Sludge/Stoner. "Labyrinth of Ashmedai" è dunque il terzo album per la band californiana, primo per un'etichetta, la Salt of the Earth Records, e primo col nuovo bassista Dave Horn (anche lui tatuatore).

Dopo due già più che ottime prestazioni, gli Atala con questo "Labyrinth of Ashmedai" non solo confermano di essere una delle realtà più interessante in questo particolare panorama, ma si consacrano come uno di quei gruppi da poter ritenere "grandi". Il termine "Desert Rock" calza totalmente a pennello per il sound del trio californiano: suoni aridi, secchi, pesanti come macigni sono il leitmotiv di un disco che per 35 minuti circa mantiene un livello qualitativo estremamente elevato, grazie a sei brani pressoché privi di difetti e che trovano il proprio apice con la lunga, spettacolare "Death's Dark Tomb", brano che esplode nell'imponente parte finale con ritmi lenti e pesantissimi... impossibile non rimanerne impressionati. Altra perla risulta essere la seguente "I Am Legion", in cui, più che negli altri pezzi, traspare un notevole mood sabbathiano.

Ok, magari non siamo ai livelli di gente come Sleep o Mastodon - ma è pur vero che stiamo parlando di due veri e propri giganti -, ma gli Atala sono, per quanto mi riguarda, ben avviati a seguire le orme del successo delle due bands appena citate. Gli Atala sono un astro nascente che risplende fulgido nel firmamento della scena Sludge/Stoner e continuando di questo passo non è eresia pensare che di strada questi ragazzi ne faranno molta.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Febbraio, 2018
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Saranno a breve in Italia con i compagni di label Insomnium, i Tribulation, la Progressive Death Metal band svedese tornata a tre anni di distanza dal discreto "The Children of the Night" con "Down Below", quarta fatica su lunga distanza per il quartetto di Arkiva. Da sempre capaci di tirare fuori lavori degni di nota, i Tribulation sono, a mio avviso, tra le più interessanti realtà europee al momento, per quanto non hanno proprio raccolto quanto meriterebbero.

"Down Below" è solo l'ennesima conferma di quanto eccezionale sia la creatura di Johannes Andersson e soci; un album fatto di tante sfumature che danno una maggiore varietà al Death svedese dalle tinte progressive della band: specie nel lavoro chitarristico, i Tribulation danno un tocco Heavy classico alle loro composizioni (vedi ad esempio "Nightbound", "Cries from the Underworld" e la parte solista di "The World"), mentre le atmosfere sono quelle da horror gotico di Edgar Allan Poe e Bram Stoker. Tra le ossessive note di "The Lament" e l'inquietante carillon di "Purgatorio", tra momenti che sembrano far parte dell'immaginario dei migliori film di Dario Argento, i Tribulation ci portano all'interno di un viaggio da incubo a tinte fosche, una dimostrazione come si può suonare old school Death senza l'ossessivo bisogno di rispettarne totalmente i canoni rischiando di diventare noiosi dopo tre brani. Le suggestioni da horror anni '70 di "Lacrimosa", le frustate di "Subterranea" - il brano più duro dell'album -, la progressiva "Lady Death" colpiscono dirette l'ascoltatore, prima che si arrivi a una doppietta finale incredibile, "The World" e "Here be Dragons", in cui possiamo trovare chiaramente la visione del Death che hanno i Tribulaion del Death, ammantato di suoni settantiani, con una gran tecnica messa al servizio dei brani e non buttata lì per mostrare chi ce l'ha più lungo, energico ma con un occhio di riguardo sia alle melodie che alle atmosfere... se si vuol capire chi e cosa sono i Tribulation, queste due canzoni sono l'esempio perfetto.

I Tribulation sono uno di quei gruppi che dividono il pubblico, senza mezze misure: o piacciono o non piacciono. Quelli appartenenti alla seconda categoria storceranno facilmente il naso ascoltando "Down Below" per svariati motivi che non stiamo qui ad elencare. Per qanto mi riguarda, i Tribulation rappresentano nella scena Death qualcosa di abbastanza diverso, una band capace di creare un sound tutto suo, un vero e proprio trademark che li rende riconoscibili all'ascolto delle prime note. E capace, soprattutto, di trasformare in musica le atmosfere che possiamo trovare nei capolavori horror - soprattutto italiani, diciamolo - degli anni '70. Ascoltare i Tribulation è come ammirare uno degli oscuri dipinti di Hieronymus Bosch, ritrovarsi nelle cupe visioni di un romanzo di Poe o nelle ossessive visioni dei film di Argento e Fulci. E vi pare poco?

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Febbraio, 2018
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Nati come side project del chitarrista dei Bestial Warlust, K.K. Warslut, i Deströyer 666 sono col tempo diventati la band australiana più famosa nell'intero globo terraqueo, grazie al proprio stile sempre fedele a se stesso e senza il minimo compromesso. La Thrash/Black band australiana - anche se di base in Europa ora - ha rilasciato in passato delle autentiche pietre miliari del genere, e mi riferisco ai primi tre album: "Unchain the Wolves", "Phoenix Rising" (all'unanimità riconosciuto come il loro miglior lavoro) e "Cold Steel... for an Iron Age". Poi dopo un album così così come "Defiance" sono tornati in carreggiata nel 2016 con il buonissimo "Wildfire". Ma oltre gli album, i Deströyer 666 hanno pubblicato anche un discreto numero di EP, l'ultimo dei quali è quello che ci stiamo accingendo a recensire: "Call of the Wild", in uscita per Season of Mist.

Quello che possiamo trovare in "Call of the Wild" è semplicemente quello che ci si aspetterebbe dai Deströyer 666. Un Thrash/Black diretto e sfrontato, senza compromessi, cattivo, duro... quattro scudisciate che fanno male, rapide e violente sparate dritte in faccia all'ascoltatore. Un sound riconoscibile dopo i primissimi secondi, cosa che succede solo con i grandi del genere (Desaster, Sodom, Nifelheim, Gospel of the Horns...), quel mix di Speed/Thrash, Black, Punk Hardcore e un'attitudine motorheadiana che è immancabile in questo preciso genere. Quest'ultima cosa riscontrabilissima sia nell'opener "Violence is Golden" che nella successiva - e nettamente più dura - "Stone by Stone", mentre emergono un'anima più "Heavy" nella title-track ed influenze bathoryane nella conclusiva "Trialed by Fire".

I Deströyer 666 sono fieri portabandiera di quel Thrash/Black figlio soprattutto degli insegnamenti dei Venom, con un sound che è ormai diventato un marchio di fabbrica apprezzabile e riconoscibile immediatamente. Un modo di fare musica diretto, cattivo, selvaggio che rende la band australiana un vero e proprio caposaldo del Thrash/Black. "Call of the Wild" non delude le aspettative e rappresenta un gustoso antipasto in vista di un album che, conoscendoli, non tarderà ad arrivare.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Febbraio, 2018
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Si formano nel 2008 col nome Hatred Within - moniker col quale registreranno l'EP "Into Eternity" -, gli Asphodelos, Death Metal band tedesca alquanto affascinata dalla mitologia greca. Il cambio di nome è avvenuto nel 2010 e da allora il quintetto teutonico ha sempre avuto la stessa formazione, con cui sono stati registrati gli EP "And Death Shall Reign..." nel 2010 e "To the Grounds of Everwhite" nel 2013. "The Five Rivers of Erebos" è il primo album per gli Asphodelos: licenziato da Black Sunset ed MDD ed ispirato ai cinque fiumi presenti negli Inferi nella mitologia greca - Stige, Cocito, Acheronte, Flegetonte e Lete -, ci presenta una band dedita ad un Death Metal devoto alla vecchia scuola svedese, in cui non mancano, a causa presumo delle tematiche affrontate, delle influenze quasi epiche.

I fans dei vari Entombed, Dismember, Hypocrisy, troveranno parecchio d'interessante nella poco più di mezz'ora di quest'album. Cinque tracce + intro in cui gli Asphodelos dimostrano come abbiano imparato bene la lezione dei giganti della vecchia scuola svedese, riuscendo a dare però al proprio sound un tocco personale che riesce a non far sembrare loro una mera copia dei gruppi succitati. Forti di un songwriting ben curato sia sul piano musicale che delle liriche, gli Asphodelos non subiscono nemmeno un calo durante "The Five Rivers of Erebos", che è anzi un disco che avanza 'in crescendo' e che esplode definitivamente nella seconda parte, cominciando da "As We Open the Gate", proseguendo poi con la più cadenzata e cupa "Typhon" - per quanto si nota come gli Asphodelos si trovino più a loro agio quando si tratta di accelerare -, per chiudere con la lunga "Nothingness", che grazie ad una durata di quasi dieci minuti è il brano in cui gli Asphodelos concentrano maggiormente i loro sforzi, a mio avviso: un perfetto biglietto da visita per la band tedesca, che chiude degnamente un buonissimo cd, curato nei minimi dettagli, financo nell'artwork - opera del mio vecchio amico Roberto Toderico (Asphyx, Sinister, Party.San Open Air, ecc. ecc.) -.

Come detto, i fans del vecchio Death svedese troveranno molto interessante quest'uscita. Gli Asphodelos non inventano assolutamente nulla di nuovo, ma riescono a tirare fuori un disco che supera abbondantemente la semplice sufficienza con una prova che potremmo definire onesta. "The Five Rivers of Erebos" è un album suonato da gente fan di questo genere per un pubblico fan di questo genere: la classica situazione win/win.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Febbraio, 2018
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Si formano nel 1993 col nome Suffering, prima che nel '96 prendessero l'attuale monicker, i Teratoma, band Brutal Death di Barcellona che resterà in attività fino al 2006, rilasciando solo un demo nel '96 e l'album "The Terato-Genus Reborn" nel 2000. Nel 2015, a nove anni dallo scioglimento, i Teratoma tornano con una line up pressoché immutata ed arriviamo infine ai giorni nostri, con la band catalana che torna in pista con questo EP, "In the Inside... Reborn the Flesh", prodotto da Immortal Souls Productions.

E' un Brutal Death dalle forti tinte Goregrind quello del quintetto catalano, molto ancorato soprattutto alle sonorità di fine anni '90-inizi 2000 di gruppi quali Aborted, Disgorge, Pathology, i nostri Vomit the Soul, Devourment... Soprattutto in questi ultimi è possibile trovare parecchie similitudini con quello che i Teratoma offrono in questo discreto EP. "In the Inside..." risulta essere infatti un disco senza infamia e senza lode, un lavoro che raggiunge facilmente la sufficienza, ma in cui manca un vero e proprio picco, quel quid in più che possa renderlo un disco al di sopra della media. I Teratoma picchiano duro e mettono a segno un paio di colpi ben assestati - "The Brundelfly Project" e "Zombie A.D." -, ma in pratica finisce qua. Complice una produzione spesso confusionaria, con suoni non propriamente perfetti - chitarre zanzarose, batteria piatta -, dopo un po' si fa quasi fatica a distinguere cosa si stia ascoltando. Ed è un peccato, perché appunto i pezzi dei Teratoma hanno un bel tiro.

Posso immaginare che si sia trattato di una scelta, quella della produzione così... Così fosse, posso capirla, ma non condividerla. Per molti non ci saranno problemi e riusciranno anche ad apprezzare maggiormente questo EP, ma la stragrande maggioranza potrebbe invece storcere il naso visto che siamo in un periodo storico in cui ottime produzioni escono fuori anche da home studios. "In the Inside... Reborn the Flesh" è un discreto modo per i Teratoma di ritornare in pista, con la speranza che possano ritornare a produrre qualcos'altro a breve. E in quel caso, fossi in loro starei attento ai suoni stavolta.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Febbraio, 2018
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Secondo album per i greci Rapture, Thrash/Death band proveniente da Atene che nella sua ancor breve storia (sono stati fondati nel 2012) si è dimostrata alquanto prolifica. Prima di questo "Paroxysm of Hatred", infatti, i Rapture hanno realizzato tre EP ed un album, "Crimes Against Humanity", datato 2015. Le influenze del quartetto ateniese sono da ricercare nei grandi nomi Thrash e Death di anni '80 e '90, come Sodom, Dark Angel, primi Death, Demolition Hammer, Slayer... un sound old school quindi, a cui però i Rapture abbinano una produzione degna di tal nome, che riesce in un certo senso a dare quella sensazione 'vintage', risultando però potente e con buonissimi suoni.

Per quaranta minuti i Rapture martellano senza pietà, dimostrando come si trovino a loro agio quando si tratta di pestare premendo fino in fondo il pedale dell'acceleratore. Le chitarre sono taglienti, la sezione ritmica in gran spolvero con rasoiate senza soluzione di continuità, mentre la sporca ugola di Apostolos Papadimitriou completa l'opera vomitando rabbioso nel microfono. Già solo i primi dieci minuti di "Paroxysm of Hatred" lasciano quasi senza fiato: "Thriving on Atrocity" e "Vanishing Innocence" sono due bordate incredibili, due brani che riescono a non subire nemmeno il benché minimo calo anche con una durata non proprio esigua - quattro minuti e mezzo il primo, poco più di cinque il secondo -. Altro merito dei Rapture è quello di mettere in mostra quali siano tutte le loro influenze, miscelandole per bene e dando un'estrema varietà alle loro composizioni: è facilissimo trovare, nei loro pezzi, passaggi slayeriani che sfociano nello sporco Thrash/Death dei Death degli esordi. Non aspettatevi cali di tensione né tanto meno di velocità; anzi, col passare dei minuti sembra che le canzoni dei Rapture acquistino maggior cattiveria e diventino ancor più veloci e ferali, con l'apice che viene toccato dalla strabordante "Misanthropic Outburst".

Senza girarci troppo attorno, "Paroxysm of Hatred" dei Rapture è un album a dir poco sorprendente. A suo modo marcio, violento, cattivo, rabbioso, quest'album riesce a chiudere l'ascoltatore in un vortice, in un ciclone fatto di ritmi serrati e chitarre che divengono delle vere e proprie macchine spara-riff - visione azzeccata, dato l'artwork -, quaranta minuti di mattonate in pieno viso e cazzottoni nello stomaco, una grandinata di schiaffi. I Rapture non inventano nulla di nuovo - basti pensare agli altri 11 gruppi che hanno (o avevano) lo stesso nome -, ma lo fanno bene. Dannatamente bene.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Febbraio, 2018
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Torna al suo vecchio solo-project Gabriele Gramaglia, la mente dietro i Summit, altra one man band dell'artista milanese prodotta da I, Voidhanger nel 2016. Con The Clearing Path, il musicista nostrano torna al concept già iniziato con il debutto "Watershed Between Earth and Firmament", uscito nel 2015 per Avantgarde Music. Quello che il Gramaglia propone qui è un Black estremamente atmosferico e d'avanguardia, progressivo, dissonante, caotico, eppure a suo modo spirituale, grazie appunto ad un concept che si focalizza sullo spazio profondo e l'aspetto metafisico dell'Universo.

Parlando d'Avantgarde, per fare un esempio direi che siamo lontani da quanto possiamo sentire con i Progenie Terrestre Pura (al momento la massima espressione dell'Avantgarde Black nostrano, per quanto mi riguarda). Il lavoro di The Clearing Path è per certi versi ancor più complesso, in cui si apprezza da subito la capacità di scrittura di Gabriele Gramiglia: quello che ad un ascoltatore disattento potrà sembrare un gran casino, è invece Avantgarde Black nell'accezione pura del termine: dissonanze come se non ci fosse un domani che creano un armonioso caos. Persino nell'arrangiamento come nella produzione sono stati fatti lavori egregi: facendo un altro esempio, la voce risulta quasi distante, dando quel senso di enorme distanza che il cosmo più esterno dovrebbe dare. Questa seconda opera di The Clearing Path, dal chilometrico titolo "Watershed Between Firmament and the Realm of Hyperborea" (continuazione perfetta del primo album), si può benissimo riassumere in un solo aggettivo: straniante. Prendiamo "Stargazer Monolith", un Black Metal 'classico', in cui arpeggi e riff puliti quasi si 'dissociano' da quel che fanno il resto degli strumenti, creando però atmosfere uniche... tremendamente stranianti, per l'appunto.

Se siete tra quei bigotti - termine scelto non a caso - per cui il Black Metal dev'essere quella roba inascoltabile registrata con un registratore della Chicco o in una cantina col cantante chiuso dentro ad un armadio, ebbene The Clearing Path non è per nulla la band adatta a voi. Bisogna avere una certa predisposizione ed una grossa apertura mentale per poter godere a pieno di "Watershed Between Firmament and the Realm of Hyperborea", altrimenti si rischia solo di vedere in giro critiche insulse che lasciano il tempo che trovano. Per quanto mi riguarda, nella sua "stranezza" - virgolette d'obbligo - non posso che promuovere questo disco di The Clearing Path: un album scritto, suonato e prodotto con classe.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Febbraio, 2018
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I Bestialord si formano nel Kansas per volere del cantante e chitarrista (ex-Manilla Road) Mark Anderson e del batterista Chris Johnson, entrambi membri dei Sanctus Infernum. Qualche mese dopo si unirà alla combriccola il bassista Rob Harris ed è con questa formazione che la band registrerà l'album di debutto, "Law of the Burning", uscito il 1° gennaio per Symbol of Domination Productions.

Quello che abbiamo davanti è un lavoro tutt'altro che perfetto. Il Death/Doom dei Bestialord è devoto soprattutto a suoni 'vintage', con influenze che sono da andare a ricercare in Black Sabbath, Candlemass, Cathedral, Celtic Frost e Morbid Angel. Le cupe atmosfere lovecraftiane soprattutto richiamano la leggendaria creatura di Ozzy, così come molte soluzione create dal trio statunitense, soprattutto nel riffingwork. Questo pur non mancando episodi più duri, come "Vermin" o "Marduk Kurios". "Law of the Burning" paga però una produzione forse un po' troppo old school: troppo asciutta, con suoni non equilibrati benissimo e volumi che a tratti sembrano quasi un po' sbalzati. A parte questo, dopo un po' si ha la sensazione di 'già sentito' che porta ad una certa noia col proseguire dell'ascolto, tanto da voler skippare avanti dopo un paio di minuti del pezzo.

Se si sorvola su quel paio di punti a sfavore, "Law of the Burning" dei Bestialord è un disco che comunque potrà piacere agli amanti del Doom più classico e 'vecchio', quello appunto dei vari Sabbath, Candlemass ecc. ecc. Nel complesso un disco sufficiente, cui avrebbe giovato non poco una produzione anche solo un pelo migliore.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 13 Febbraio, 2018
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Storia alquanto travagliata quella degli Assacrentis, band francese formatasi nel 1999 col nome Cursed Artefact, prima di cambiare il monicker in quello attuale per sciogliersi nel 2008 con all'attivo solo un demo. La band di Nizza ritorna però nel 2012 con tre dei membri originari - il cantante/chitarrista Dagoth, il bassista Ceptis ed il batterista Abaddon - ed un anno dopo pubblicano l'album "Put Them to Fire and Sword". Passati quattro anni eccoli tornare col secondo full length, "Colossal Destruction", uscito lo scorso gennaio per Anesthetize Productions.

Andando subito al dunque, quello che abbiamo avanti è un Black Metal che paga (molto) tributo alla scuola svedese: Marduk, Dark Funeral, così come accenni Melodic à là Dissection. E possiamo dire che sta tutto qui: il lavoro degli Assacrentis non è brutto, sia chiaro, ma non aggiunge nulla a quanto si è potuto sentire e risentire da tanti anni a questa parte. Riff taglienti, blast beats a manetta.. c'è tutto quello che ci si può aspettare ci sia in un disco di questo genere. Bastano i primi secondi dell'opener "Human Zero", brano massacrante ma che lascia già capire cosa ci si aspetterà per i restanti 40 minuti di disco: nulla, appunto, che non abbiamo già sentito in dischi come "Storm of the Light's Bane" - uno a caso proprio - compresi i melodici rallentamenti fatti di arpeggi cui seguono una parte cadenzata che precede una nuova accelerata. Insomma, che vi dicevo? Già si sa cosa ci sarà.

"Colossal Destruction" è un album che la sufficienza la raggiungerebbe pure, ma a far storcere il naso c'è quest'imponente sensazione di "già sentito e risentito" che non molla mai l'ascoltatore fino alla chiusura della conclusiva "Burning Skies". A conti fatti, un disco violento e che ha pure mordente, ma che non lascia assolutamente nulla a fine ascolto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 13 Febbraio, 2018
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Quando, in ambito Metal, si pensa alle Isole Fær Øer, il primo nome che viene in mente è immancabilmente quello dei Týr. Eppure, il piccolo stato scandinavo ha dato i natali anche ad un'altra band che col tempo si sta facendo valere come una delle realtà più interessanti d'Europa. Mi riferisco ovviamente agli Hamferð, che con "Támsins Likam" continuano la storia che ha visto lo stesso protagonista già nei precedenti due lavori, l'EP "Vilst Er Síðsta Fet" e il debut album "Evst". "Támsins Likam" è dunque il terzo ed ultimo capitolo di questo concept a ritroso, ma è anche il primo album degli Hamferð sotto lo stendardo di Metal Blade, che ha rilasciato questo nuovo capolavoro della band faroese.

Devoti a quelle atmosfere malinconiche tipiche del Death/Doom nordeuropeo, gli Hamferð da un lato dimostrano come siano ancora in parte alla ricerca di una propria identità ben definita, ma dall'altro mostrano una capacità di scrittura innata, un songwriting maturo che trova ottime soluzione per diversificarsi da quelle che sono le influenze principali che li hanno portati ad avere questo sound. Nella fattispecie, al monolitico Death/Doom in cui non mancano certo riferimenti melodici i nostri riescono a dare un'atmosfera plumbea, malinconica, grazie ad un sapiente uso di cori e al grande operato di Esmar Joensen alle tastiere, capace di creare con il suo lavoro tinte epiche. Colpisce anche il cantato di Jón Aldará - vocalist anche dei finlandesi Barren Earth -, grazie ad una versatilità incredibile: la sua voce ora pulita, interpretativa, sofferente, ora cavernosa e (quasi) liberatoria, è quello che più permette alle due anime della bands di convivere in maniera fluida e coerente. E' proprio la fluidità con cui gli Hamferð passano dai momenti più atmosferici e malinconici a quelli più duri e rabbiosi il leitmotiv che tiene incollato l'ascoltatore per i quasi 3/4 d'ora di "Támsins Likam", un disco che raggiunge il proprio apice nella parte centrale con "Tvístevndur Meldur" prima e poi con la magnifica "Frosthvarv": proprio il brano più corto del disco è quello che emozionalmente colpisce di più, una canzone drammatica e sofferta, che ha richiami insistenti agli Opeth di "Still Life" e "Blackwater Park"; persino il growl di Aldará è interpretativo al massimo, dandoci la sensazione di rabbiosa disperazione di un uomo che sente aumentare le distanze tra se e la propria donna, preso dal disgusto di se stesso, perso nei ricordi e che alla fine decide di seguire la donna (una volta) amata nelle sue fughe sia per condividerle, sia per poter incolparla del suo dolore.

"Támsins Likam" è un album malinconicamente romantico, emozionale, capace di colpire nel profondo soprattutto se si riesce a seguire passo passo il concept - cosa non semplice dato l'uso della madrelingua, ma basta fare una semplice ricerca, no? -. Gli Hamferð dovranno forse ancora trovare definitivamente una propria identità musicale, ma è pur vero che sul piano del songwriting questa band riesce a sorprendere e sfiorare le corde giuste, cosa non di poco conto per questo genere che tende a colpire soprattutto le emozioni più romantiche (e malinconiche... e oscure) dell'animo. E questa, appunto, è una cosa che agli Hamferð riesce con una naturalezza disarmante.

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