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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Gennaio, 2019
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Per gli amanti del Progressive Death, quello degli Augury era di certo uno dei ritorni più attesi. Sono passati infatti nove anni da "Fragmentary Evidence" prima che i prog-death metallers di Montreal si riaffacciassero con una nuova release: "Illusive Golden Age", prodotto da The Artisan Era. Poco è cambiato da allora, visto il rientro quasi subitaneo in formazione del guru dei bassisti del genere, Dominic Lapointe - che nel frattempo ha lasciato i Beyond Creation -, e con l'unica novità sostanziale dietro le pelli: nel dentro-fuori di Étienne Gallo, il drummer è al momento fuori sostituito - di nuovo - da Antoine Baril. Con uno stile che li mette sullo stesso piano degli stessi Beyond Creation, oltre che dei vari Obscura e Gorod, gli Augury hanno mantenuto intatta la loro caratteristica, ossia quella di unire alle loro eccellenti doti tecniche anche un impatto sonoro più duro rispetto ai colleghi, come ad esempio nelle furiose "Mater Dolorosa" e "Carrion Tide", senza dimenticare l'inizio di gran carriera con la title-track; ovviamente non vanno a mancare episodi squisitamente Progressive come nella spettacolare parte centrale di "The Living Vault" ed in "Message Sonore", ma ciò che appunto riesce a colpire sempre maggiormente degli Augury è la loro capacità di non ammorbidire di una virgola la loro componente Death. Ed è grazie a questo che ci ritroviamo con brani dai riff granitici come la già citata "Carrion Tide" o "Parallel Biospheres"... senza contare il cavernoso growl di Patrick Loisel, che detto in tutta sincerità non sfigurerebbe su di un album dei Vomitory. Discorso a parte va poi fatto per Dominic Lapointe: il bassista canadese è tra i maggiori punti di riferimento del genere - come può essere un LG Petrov per l'old school Swedish Death o un Rob Halford o Steve Harris per l'Heavy classico - ed è qui autore della solita prova maestosa, seppur meno presente rispetto a quanto fatto con i Beyond Creation, la sua mano si sente eccome in questa nuova fatica targata Augury.
Avrete capito insomma che quello degli Augury è un ritorno più che gradito; il quartetto canadese mancava all'appello da troppo tempo ed il loro stile, così simile ma anche così diverso rispetto a colleghi di pari livello, porta quell'aria per certi versi diversa di cui, diciamocelo, se ne sentiva il bisogno. Speriamo solo, ora, di non dover aspettare altri nove anni per un nuovo lavoro.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Gennaio, 2019
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Uscito dapprima indipendentemente, trova poi la distribuzione di MASD Records "Partner in Crime", secondo album dei thrashers monzesi Self Disgrace; la band è attiva dapprima dal 2007 al 2010, per riformarsi poi nel 2017 per volere della fondatrice Isa "Brutal Fronzoni, che chiama a sé tre nuovi musicisti: la cantante Dielle Green, il bassista Overteo Businaro (Longobardeath, The Silence) ed il batterista Remo Monforte.

"Partner in Crime" segue di un solo anno il debutto autoprodotto "Ugly on the Inside" e ci presenta una band fortemente influenzata dal Thrash/Death degli 80's: il paragone con gli Holy Moses di Ms. Sabina Classes viene ovviamente subitaneo, ma non ci si deve limitare solo a questo; i Self Disgrace infatti riuniscono nel loro sound influenze derivanti tanto dall'assolata California - con alcune soluzione testamentiane, specie per quel che concerne la sezione ritmica -, che dalla fredda terra teutonica. Arrivando subito al dunque, "Partner in Crime" si rivela essere un disco musicalmente onesto; magari nulla di assolutamente memorabile, ma che può facilmente trovare buoni riscontri tra i fans del genere, soprattutto per il lato prettamente musicale: Isa "Brutal" fa valere la sua esperienza dimostrandosi una songwriter dotata di gusto ed attitudine. Anche la produzione va premiata, pulita ma non eccessivamente pompata sembra essere perfetta per quello che è il sound dei Self Disgrace, la cui unica nota un po' dolente è da cercare nelle vocals di Dielle Green: non soddisfa la sorta di scream che possiamo sentire in "Partner in Crime" - siamo ben lontani da una Fernanda Lira, per intenderci -, meglio con la voce pulita, seppur ci siano momenti - "Throw it Out", "Rotten Revenge", per citare due esempi - in cui risulta essere un po' monotona.

Una band, i Self Disgrace, la cui miglior dimensione è quella live, sede in cui il quartetto lombardo può scatenare la sua furia Thrash, grazie a brani composti da riff graffianti ed una sezione ritmica che martella a dovere. Su disco, come possiamo sentire in "Partner in Crime", parte di quella furia sembra essere mitigata, ma non per questo il secondo album del quartetto monzese non meriti una sufficienza pienamente raggiunta.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Gennaio, 2019
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Abbiamo già ospitato sulle nostre pagine i bresciani Hell's Guardian, con le recensioni del debut album "Follow your Fate" e dell'EP "Ex Adversis Esurgo"; torna oggi la band lombarda con il secondo album "As Above so Below", release rilasciata da Record Union ed in cui troviamo le coordinate stilistiche cui i nostri ci avevano già abituati, ossia un Epic Melodic Death Metal da cui traspare in primis l'amore sconfinato della band dei fratelli Formis per gli Amorphis, oltre che per le sonorità epico-vichinghe degli Ensiferum; non mancano certo riferimenti più geograficamente vicini, visto che qualche similitudine con i capitolini Stormlord la si può facilmente riscontrare nei momenti più epici, specie se contornati da ottime orchestrazioni. Merito degli Hell's Guardian è quello di esser riusciti a creare un loro sound distintivo dall'unione delle varie influenze: il risultato finale è che le composizioni della band bresciana riescono ad essere dannatamente catchy! Buonissime melodie su di un tappeto ritmico che solo poche volte si lascia andare ad accelerate assassine, prediligendo degli up-tempos che, insieme a delle orchestrazioni mai troppo invasive, sono in pratica il succo di quell'incedere Epic protagonista delle sonorità dei nostri. Con brani tutti di buonissima fattura - tra le quali spiccano a mio avviso le più marcatamente Viking "90 Days" e "Lake of Blood" -, gli Hell's Guardian ci trasportano per cinquanta minuti in un album dal sapore battagliero, che riesce a mantenersi interessante fino alle note conclusive dell'ultima traccia, quella "Colorful Dreams" in cui troviamo come ospite Ark Nattlig Ulv degli Ulvedharr - band che personalmente adoro -. Un unico piccolo neo imputabile all'operato degli Hell's Guardian riguarda la voce: niente da dire sulla prova, a dir poco ottima, di Cesare Damiolini, autore di una prova autorevole sia con le growlin' che con le clean vocals, semplicemente è che si può trovare una certa ripetitività nell'uso di growl per strofe o bridge e di voce pulita nei refrain.
A parte quel piccolo dettaglio, "As Above so Below" degli Hell's Guardian è di certo un lavoro molto interessante, che potrà facilmente trovare i favori degli amanti delle sonorità più epiche. Aiutati da una buonissima produzione - e diciamolo: dal non aver reso troppo invasive le orchestrazioni -, gli Hell's Guardian superano agevolmente la prova del secondo album.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio, 2019
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Ci sono gruppi che semplicemente sono un'istituzione, senza i quali un dato genere meramente non sarebbe così com'è. Tra questi sicuramente rientrano gli Aura Noir, che da venticinque anni a questa parte con ogni loro singola release si piazzano in cattedra e dimostrano a tutti i wannabe thrashers delle varie generazioni - almeno di un certo modo di intendere il Thrash - quale sia la differenza tra loro e tutti gli altri. Con una line up consolidata dagli esordi senza mai un cambio, Apollyon, Aggressor e Blasphemer senza colpo ferire tirano fuori l'ennesimo disco riuscitissimo della loro lunga carriera. Il loro è un Black/Thrash estremamente canonico, eppure l'impatto che riescono a dare loro è indiscutibilmente unico, inarrivabile anche per altri grandi gruppi loro coetanei come Nifelheim e Deströyer 666 - a mio avviso i soli Desaster sono allo stesso livello -. Sguaiati, rozzi, con una serie incessante di riff uno più ignorante dell'altro, gli Aura Noir con il loro ultimo "Aura Noire" - sesto album della loro carriera - impartiscono l'ennesima lezione di come dev'essere suonato questo genere, che sia con la oscura e più blackeggiante "Hell's Lost Chambers" o con l'attacco frontale di "The Obscuration", uno dei pezzi più cafoni che siano usciti negli ultimi anni. O ancora, alzi la mano chi non ha rivolto il pensiero ai Sarcofago ascoltando "Shades Ablaze"! O chi non ha scapocciato con un sorriso tutto denti sull'incipit della seguente "Demoniac Flow", pezzo che sembra suonato dai Motorhead sotto anfetamine.
Questi tre signori vivono di metal estremo e respirano esalazione sulfuree da tutta una carriera: non deve quindi stupire se questi overquarantenni - Apollyon ed Aggressor classe '74, Blasphemer del gennaio '75 - non hanno alcun rivale all'orizzonte e tengono stretto in mano lo scettro in ambito Black/Thrash Metal. Probabilmente non ci sarà mai più un album come il loro esordio "Black Thrash Attack", ma è innegabile che ogni release degli Aura Noir sia semplicemente ben al di sopra della media.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Gennaio, 2019
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Per molti il nome degli HellLight suonerà sconosciuto, ma per gli amanti delle sonorità più funeree quello dei brasiliani ne è invece noto: attivi dal 1996, con "As We Slowly Fade" arrivano alla pubblicazione del loro sesto album, il quarto sotto l'egida di Solitude Productions. E' un Funeral Doom/Death estremamente atmosferico quello degli HellLight, con un sound riconducibile in primis a Doom:VS ed Evoken: tempi lenti e dilatati, eteree melodie, atmosfere cupe... il tutto a far da colonna sonora a sensazioni di dolore e solitudine. Insomma, ciò che ci si aspetterebbe da un album di questo genere, né più né meno.

Oltre un'ora di musica ci portano nel mondo di disperazione creato dal mastermind Fabio de Paula, protagonista assoluto nell'opera degli HellLight sia in veste di vocalist - sia con un cupo growl che con ottime clean vocals - che di tastierista: sue infatti sono le orchestrali atmosfere plumbee che permeano l'opera della band brasiliana. HellLight che sono una vera mosca bianca nel panorama Metal brasiliano: in una nazione dove per la maggiore vanno il classico Death ed il Power, trovare una band dedita a sonorità così oscure è cosa ben rara. Eppure c'è da dire che i nostri non hanno nulla da invidiare a ben più blasonate realtà europee o americane, tanto che viene da pensare che gli HellLight non abbiano raccolto durante la loro carriera quanto effettivamente avrebbero meritato: noti ai fans del genere, non è eresia credere che la band brasiliana meriterebbe gli stessi riconoscimenti dovuti a gente come Evoken, Doom:VS e Shape of Despair - nomi fatti non proprio a caso -. "As We Slowly Fade" è un album estremamente pesante, molto difficile da 'digerire' se non si è avvezzi a tali sonorità, ma che nel caso contrario riuscirà ad estasiare l'ascoltatore grazie a brani di luttuosa magnificenza come la title-track o, soprattutto, "While the Moon Darkens".

Album ampiamente promosso quello degli HellLight, ma non ci si sarebbe aspettati nulla di meno da un album come "As We Slowly Fade" prodotto dalla sempre attentissima Solitude Productions. Se amate queste sonorità ed i gruppi citati poco sopra, allora è arrivato il momento per voi per scoprire (o riscoprire) anche questa realtà: nella terra di Krisiun, Sepultura ed Angra c'è una band Funeral Doom che non ha nulla da invidiare a nessuno.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Gennaio, 2019
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Con "An Illusive Progress" arrivano alla pubblicazione del secondo album i technical/progressive death metallers francesi Dysmorphic; come per il debutto "A Notion of Causality" è Unique Leader Records a licenziare il lavoro della band transalpina, nel cui sound è possibile trovare un mix tra il Tech-Death moderno che è ormai un marchio di fabbrica della label statunitense - con influenze riscontrabili in Decrepith Birth e Suffocation - ed il Prog-Death di stampo Gorod/Beyond Creation, soprattutto per quel che concerne buona parte delle soluzioni chitarristiche e per le linee di basso di Johann Sadok.

I Dysmorphic si presentano con una line up profondamente mutata rispetto all'album d'esordio, con i soli Eric H-T (chitarra) e Johann Sadok (basso) presenti anche nello scorso disco: rientra alla voce il primo cantante della band, Thibault Bruneliére, mentre i due acquisti ex novo sono il chitarrista François Le Lyon ed il batterista Danny Lee. "An Illusive Progress" è un album che in fin dei conti possiamo definire senza difetti: le composizione del quintetto di Tours sono ottime, scritte ed eseguite a dovere e che riescono a mettere in risalto l'elevato tasso tecnico dei nostri, eppure c'è qualcosa che porta l'album ad essere "solo" un buon prodotto, ma niente che possa essere memorabile. Togliendo dal conto la lunga intro "Last Breath" e la breve strumentale "Unmasked", dei restanti nove pezzi la sola "My Clay" è una canzone invero bruttina e che quasi stona con il resto dell'album, mentre il resto, come detto, mette in mostra le ottime qualità tecniche dei nostri, senza che però durante l'ascolto si riesca a trovare quel guizzo che possa far strabuzzare gli occhi; ci sono momenti poi in cui le divagazioni progressive sembrano esser messe lì come a dimostrare che i nostri sappiano suonare e non perché il tutto possa far bene all'economia del pezzo - mi riferisco in particolar modo ad "Elements" -.

Insomma, "An Illusive Progress" è un album sì scritto e suonato benissimo, ma a parità di genere bisogna essere onesti nell'ammettere che ci sono un bel po' di uscite che surclassano quest'opera; non fatevi sviare da queste parole, questa seconda fatica dei Dysmorphic merita sicuramente attenzione, specie dagli amanti della frangia più tecnica dell'Extreme Metal: è che semplicemente quello è, ossia un buon prodotto, ma nulla per cui strapparsi i capelli.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Gennaio, 2019
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Non è semplice rimanere sempre costanti e sulla cresta dell'onda quando hai una carriera lunga ormai 30 anni e lo sa bene Phil Fasciana, da tre decadi alla guida dei Malevolent Creation, Death Metal band statunitense da considerare sicuramente tra le leggende del genere, capace di sapersi inventare ogni qual volta si denota un minimo calo. Per usare un termine cinematografico, il nuovo reboot dei Malevolent Creation lo si è avuto nel 2017 con la line up totalmente rinnovata: rimasto il solo Fasciana, ha chiamato a sé tre nuovi musicisti, ossia il cantante/chitarrista sudafricano Lee Wollenschlaeger, il bassista Josh Gibbs ed il batterista Philip Cancilia. In tal modo Fasciana ha anche preso un mano quasi in esclusiva il songwriting della band, con risultati che possiamo sentire in questa loro tredicesima fatica chiamata non a caso "The 13th Beast". Col chitarrista e fondatore alla guida del processo di scrittura - coadiuvato da Wollenschlaeger -, il sound dei Malevolent Creation si fa più lineare rispetto al passato, con quel Death Metal che ce li ha fatti conoscere a cavallo tra lo stile floridiano e quello più brutale, per certi versi, di NY, in cui è sempre riconoscibile quella venatura slayeriana che da sempre contraddistingue soprattutto le chitarre dei nostri. C'è da dire che "The 13th Beast" si presenta con quella che è probabilmente la copertina più brutta nella trentennale carriera dei Malevolent Creation, ma anche che fortunatamente questo è il solo unico punto negativo di quest'opera, dato che l'album riesce a scorrere in maniera abbastanza fluida, con la sola "Born of Pain" che avrebbe avuto bisogno di una piccola sforbiciata a momenti che sembrano essere quasi dei semplici riempitivi; per il resto funziona tutto, specie nei brano dalla durata più breve, in cui i Malevolent Creation concentrano tutta la loro furia distruttiva, grazie anche al buon affiatamento delle tre new entries con il vecchio leader. E riguardo questo, da menzionare la buona prova dietro al microfono di mr. Wollenschlaeger, col suo growl duro ma anche ben comprensibile - che il nostro sia ispirato principalmente dal buon Peter dei Vader? -.
"The 13th Beast" non è un disco destinato ad entrare nell'Olimpo del Death Metal, ma nonostante ciò è comunque un album che non sfigura rispetto alle altre release del colosso statunitense. I fans dei Malevolent Creation potranno procurarsi questa loro ultima fatica senza patema alcuno, visto che di sicuro non ne rimarranno delusi affatto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Gennaio, 2019
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Compito non semplice quello degli americani Cognitive, chiamati a far meglio - o quanto meno rimanere sullo stesso piano - del loro secondo album, "Deformity"; e ci provano con questa loro terza fatica a nome "Matricide", secondo album sotto le insegne di Unique Leader Records. Ed alla fine, "Matricide" è tra le migliori uscite della scorsa annata per la label americana.

Il quintetto del New Jersey si presenta ai nastri di partenza con un nuovo drummer - Armen Koroghlian al posto dello storico Mike Castro - ed un nuovo vocalist - Shane Jost al posto di Jorel Hart -, ma a parte questo cambia poco: la proposta dei Cognitive è sempre un Technical Death moderno, in cui alle influenze dei 'soliti' Suffocation e Dying Fetus si appaiano aperture più moderne, per l'appunto, figlie dei vari Job for a Cowboy o Thy Art is Murder. Troviamo dunque un buon gusto per la melodia nel lavoro dei Cognitive, così come è presente un groove incisivo, il tutto ad intersecarsi con violente bordate brutali in cui i nostri si lanciano a briglia sciolta. Questa varietà sonora permette di tenere sempre alta l'attenzione durante l'ascolto di questo disco e dei suoi 40 minuti di durata; un disco in cui i Cognitive non concedono un singolo attimo di respiro, partendo a tutta già dall'opener "Omnicide" e togliendo il piede dall'acceleratore solo al termine di "Denouement": nel frattempo i nostri passano da vere e proprie cannonate come la title-track o per la maggiormente 'deathcoregiante' "With Reckless Abandon". Una menzione a parte la meritano i due neo-entrati, con Koroghlian che si dimostra essere lo schiacciasassi di cui i Cognitive hanno bisogno e con Jost che risulta essere il vocalist azzeccato per la proposta dell band statunitense, in virtù del fatto di provenire dal Deathcore.

Probabilmente quello dei Cognitive è un lavoro - ed uno stile - che potrà piacere maggiormente agli amanti della sfera più nuova del Death Metal; quello che abbiamo con loro non è un Technical Death tout court, data la massiccia presenza di groove, melodie e breakdown tipicamente -core. Ma d'altra parte non mancano ovviamente momenti più estremi e diretti: ed è proprio questa eterogeneità a rendere il lavoro dei Cognitive così interessante.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Gennaio, 2019
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Negli anni scorsi il nome dei tedeschi Deathrite era accostabile ad un Death Metal senza compromessi che, figlio di influenze derivanti dall'old school Swedish Death e dal Grind, avevo il proprio punto di forza in una ferocia d'esecuzione che pochi potevano pareggiare in Europa. Il buon lavoro svolto negli anni ha portato i Deathrite sotto l'egida niente meno che di Century Media... ma il problema è che forse questa è l'unica buona notizia, visto che questo loro nuovo album, "Nightmares Reign", ci restituisce una band mutata. E non so quanto in meglio.

I Deathrite dell'Anno Domini 2018 infatti hanno abbandonato la ferocia dei primi lavori, facendo fuori fondamentalmente quello che era il loro marchio di fabbrica. E' un approccio molto più vicino ai vari Celtic Frost e Hellhammer quello che troviamo in questo loro quarto disco - e non solo per i ripetuti "UH!", come nelle prime due tracce "When Nightmares Reign" e "Appetite for Murder" -. Il sound di fa più cupo, le ritmiche più 'vintage' andando per l'appunto a prendere spunto dal Thrash/Black di metà 80's, ma col cambio di stile sembra che i Deathrite abbiano perso in efficacia: in "Nightmares Reign" manca del tutto il mordente, quasi come se la band teutonica si stesse ancora abituando alla nuova direzione. Il risultato finale è un disco che magari potrebbe destare l'interesse dei fans di Tom G. Warrior e soci, ma nemmeno più di tanto: non si fa in tempo ad arrivare a metà disco, che già con la quarta traccia sopraggiunge un senso di noia abbastanza elevato. Figuratevi come dev'essere stato doverlo ascoltare più volte...

"Nightmares Reign" è semplicemente un album che non funziona: i brani annoiano tutti, compresa la più breve "Bloodlust". Senza contare che ognuno dei pezzi assomiglia fin troppo agli altri, tanto che se non fosse per le durate diverse quasi non ci si accorgerebbe della differenza. I Deathrite dovranno in futuro aggiustare alcune cose, altrimenti ci ritroveremo definitivamente con una band che ha gettato alle ortiche un grandissimo potenziale. Speriamo per il futuro e che questo "Nightmares Reign" possa essere solo un incidente di percorso.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Gennaio, 2019
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I francesi Gorod sono uno di quei gruppi dei quali, se siete amanti del Death più tecnico e dalle tinte progressive, è praticamente impossibile farne a meno. Attivi dapprima dal 1997 al 2005 col nome Gorgasm, i nostri hanno cambiato il monicker nel 2005 in concomitanza con l'album "Neurotripsicks" per evitare confusione con la celeberrima band statunitense. Da allora, guidata dal chitarrista Mathieu Pascal e dal bassista Benoit Claus - quest'ultimo recentemente entrato nella line-up dei The Great Old Ones -, la band transalpina ha pubblicato sei album (e due EP), di cui "Æthra" è l'ultimo.

Uscito lo scorso ottobre su Overpowered Records, "Æthra" segue di tre anni il buonissimo "A Maze of Recycled Creeds", proseguendone perfettamente il percorso. Nel corso degli anni i Gorod hanno sicuramente 'ammorbidito' le loro sonorità, spingendosi man mano in questo Death dai fortissimi connotati Progressive che possiamo ascoltare oggi - cosa che ha portato loro anche diverse critiche -; ed è proprio da lì che ripartono i Gorod, con un album estremamente tecnico e duro, ma che sa dare le giuste atmosfere e sa ammorbidirsi dove deve, dimostrando un dinamismo enorme oltre che una maturità stilistica innegabile. I nostri sono riusciti anche ad affinare la propria tecnica ed a perfezionare il proprio songwriting: rispetto al passato anche più recente, i brani che compongono "Æthra" risultano essere decisamente più fluidi e scorrevoli, senza che si abbia quella sensazione di spezzettatura tra le ottime parti ipertecniche e le sfuriate più marcatamente Death; esempio di ciò lo possiamo ritrovare sicuramente nella doppietta di pezzi "The Sentry" + "Hina", perfetto sunto di quanto, nonostante i Gorod siano attivi da un ventennio - contando anche gli anni precedenti al cambio di nome, ovviamente - siano una band ancora in evoluzione.

"Æthra" sembra essere un passo decisivo nella carriera dei Gorod: il disco gode di un songwriting estremamente maturo ed incredibilmente preciso, cui segue un'esecuzione dei brani chirurgica. Aiuta anche una produzione potente e cristallina che permette di godersi ogni attimo dei quasi 3/4 d'ora dell'album, nella sua più minima sfaccettatura. Le similitudini con gruppi come Obscura e Beyond Creation - l'incipit di "Bekhten's Curse" ricorda quello di "Algorythm" dei canadesi - sono ovviamente tante, ed è infatti ai fans del Progressive Death nella più pura accezione del termine che quest'ultima opera del quintetto francese è più che consigliata.

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