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Opinione inserita da Virgilio    20 Novembre, 2018
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La Bottega del Tempo a Vapore aveva esordito un paio di anni fa con l’album “Il Guerriero Errante”: adesso la band beneventana ritorna con un nuovo full-length, intitolato “Viaggi inVersi”. Nel frattempo, la line-up ha subito consistenti cambiamenti, perché attorno al trio composto Alessandro Zeoli (chitarra), Angelo Santo (voce) e Gabriele Beatrice (batteria), che si sono avvalsi ancora una volta dei bellissimi testi scritti da Alfredo Martinelli c’è stata quasi una piccola rivoluzione: infatti, è rimasto un solo chitarrista, non c’è più neppure Angelo D’Amelio, che offriva interessanti soluzioni suonando sia tastiere che sax, ora sostituito, almeno alle tastiere, da Giuseppe Sarno e anche il bassista è cambiato con l’innesto di Luca Iorio. Nonostante ciò, rispetto al disco di debutto, del quale questo nuovo lavoro rappresenta il seguito, anche a livello concettuale, la sensazione è di trovarci di fronte ad una band decisamente più matura. Se, infatti, nell’esordio, lo stile, soprattutto nelle parti metal, appariva ancora piuttosto derivativo, adesso appare decisamente meglio definito e più personale. Inoltre, la band riesce a far confluire nel proprio sound influenze di prog rock settantiano, insieme ad un cantato in italiano, rendendo così la propria proposta alquanto particolare. Anche a livello di songwriting, i ragazzi de La Bottega, osano non poco: basti pensare che una traccia come “Dama di spade” ha una durata di ben venticinque minuti, nei quali la band si cimenta in una complessa suite, un’autentica perla, ricca di cambi tematici, tra belle melodie ed efficaci intermezzi, suadenti e carichi di feeling. Particolare, a livello vocale, la seconda parte di “Tempo inverso”, che si divide tra una parte recitata e seconde voci che di fatto costituiscono la parte cantata; in generale, poi, assai efficaci sono anche le diverse parti strumentali, nella migliore tradizione prog, peraltro spesso arricchite da pregevoli assoli di chitarra o di tastiere. Nel complesso, “Viaggi inVersi” è un disco forse leggermente meno vario e imprevedibile rispetto a “Il guerriero errante” però, in compenso, la band ha saputo compiere il salto di qualità che avevamo a suo tempo auspicato, realizzando un album di grande livello, molto intenso e in grado di incantare ed emozionare.

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Opinione inserita da Virgilio    15 Novembre, 2018
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Le streghe sono tornate! Dopo il debut album omonimo dell’anno scorso, questo gruppo svizzero interamente al femminile ha attirato le attenzioni della Nuclear Blast, che presenta ora il secondo full-length, intitolato “Hexenhammer”. Si tratta di un disco ispirato concettualmente al “Malleus maleficarum” (in tedesco, appunto, “Hexenhammer”), un testo del XV secolo, scritto da due padri domenicani e finalizzato alla repressione di stregonerie ed eresie. Lo stile proposto è un heavy molto classico, ispirato soprattutto a band come Judas Priest e Accept, nel quale si mettono in evidenza però una lead guitar virtuosa e la voce della cantante Seraina, spesso graffiata e cattiva, ma capace anche di cantare in maniera pulita e di spiccare il volo con acuti altissimi. Scorrendo la tracklist, superata l’intro “The Witch Circle”, colpisce subito “Executed”, con il suo avvio decisamente priestiano, per quanto poi nel prosieguo cambi un po’. Non eccezionale “Lords of War”, mentre decisamente più incisiva è la successiva “Open Your Mind”. C’è a questo punto uno stacco deciso con la ballata “Don’t Cry my Tears”, che forse arriva un po’ presto nella tracklist, ma che ad ogni modo non si rivela essere nulla di particolare. Niente male invece “Maiden of Steel” e la più cadenzata “Dead Ender” (quest’ultima preceduta dalla breve intro “Dungeon of Infamy”), ma l’apice del disco è rappresentato certamente dalla bellissima title-track. Esprimono bene tutto il carattere sinistro degli argomenti trattati le successive “Possession” e “Maneater”, mentre il finale è affidato ad una cover della celeberrima “Holy Diver” di Dio, tutto sommato riproposta in maniera piuttosto pedissequa, quasi anonima, salvo che per l’assolo di chitarra. A conti fatti, le Burning Witches non propongono nulla di particolarmente originale, però il loro è un heavy genuino, ben suonato e con diverse belle canzoni, perciò per chi ama il genere e non le conoscesse ancora, possono rappresentare una piacevole scoperta.

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Opinione inserita da Virgilio    10 Novembre, 2018
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Registrato nella suggestiva cornice del Red Rocks Amphitheatre, in Colorado e con una copertina di Travis Smith che richiama palesemente quella di “In Rock” dei Deep Purple (in tal senso, si ricorderanno anche i richiami alla band britannica nella copertina del live alla Royal Albert Hall), “Garden of the Titans” è il titolo scelto dagli Opeth per questo loro live album, con il quale viene immortalato un loro concerto durante il tour di supporto a “Sorceress”, per il quale è stata pubblicata anche una versione in dvd. Com’era facile immaginare, viene dato più spazio all’ultimo album, del quale vengono proposti tre brani, ovvero la title-track, che apre il concerto, più “The Wilde Flowers” ed “Era”. Per quanto, com’è noto, gli Opeth negli ultimi anni abbiano un po’ mutato pelle e attitudine con la loro musica, per la gioia dei suoi fan, Åkerfeldt almeno dal vivo non abbandona del tutto i suoi pezzi più datati e così, oltre all’immancabile “Deliverance”, ritroviamo brani come “Demon of the Fall” o “Ghost of Perdition”, insieme alla malinconica “In My Time of Need”, canzone tratta da “Damnation”, alla quale anche il pubblico presta il proprio contributo, cantando in coro un’ampia parte del brano. Certo, onestamente avremmo gradito qualcosa in più in tal senso ed è un peccato che non venga minimamente preso in considerazione un album leggendario come “Blackwater Park”. Ad ogni modo, la band suona in modo impeccabile e riesce a tessere trame intriganti e suggestive, che non mancano di incantare il pubblico. Come di consueto, inoltre, Åkerfeldt parla parecchio tra un brano e l’altro, magari scherzando o anche per spiegare o introdurre il pezzo successivo: la sensazione è che, al di là di tutto, gli Opeth abbiano saputo mantenere una certa continuità tra il passato ed il presente che, quando viene evidenziata, riesce a far emergere momenti di grande intensità, facendone apprezzare le migliori qualità, che li hanno resi grandi in tutti questi anni. Un ottimo concerto, magari non il migliore o quello definitivo, ma che riesce ad immortalare in maniera alquanto convincente quelli che sono gli Opeth di oggi.

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Opinione inserita da Virgilio    10 Novembre, 2018
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Siamo in un periodo di revival di vecchie glorie del metal e poco dopo la pubblicazione del nuovo album degli Heir Apparent, è la volta di un’altra storica band americana, ovvero i Fifth Angel. Autori negli anni ’80 di due grandi dischi, l’omonimo del 1986 e “Time Will Tell”, pubblicano ora un nuovo full-length a distanza di ben ventinove anni da quest’ultimo. Le premesse per un loro ritorno erano state poste in occasione di una loro partecipazione al festival tedesco Keep It True del 2010. La line-up attuale è una versione ridotta di quella di “Time Will Tell”, dato che non ha partecipato alla realizzazione del nuovo album Ed Archer (che però in seguito si è riunito pure ai suoi vecchi compagni), ma neppure il vecchio cantante Ted Pilot, che ormai da diversi anni fa il dentista e non era ormai in condizioni di ricoprire tale ruolo dietro ai microfoni. Al suo posto si è cimentato invece il chitarrista Kendall Bechtel, il quale se la cava niente male, oltre ad aver svolto un ottimo lavoro con la sua sei corde. Il titolo dell’album allude, con un palese doppio senso, al Terzo Segreto di Fatima, al quale sono ispirati alcuni brani, oltre al fatto di essere il terzo full-length della loro discografia. In effetti, si riscontra una certa continuità con le vecchie produzioni della band, che propone dei brani di chiara ispirazione ottantiana. Dobbiamo dire che non ci aspettavamo nulla di rivoluzionario né chissà quale innovazione, però va pure detto che sono passati tre decenni e di musica nel frattempo ne è stata pubblicata ovviamente parecchia: con questo intendiamo dire che i Fifth Angel di oggi presentano cioè un disco di solido heavy ottantiano, ma che a dire il vero non aggiunge poi granchè alle tante uscite del genere. Una certa attenzione nei confronti di “Third Secret” è giustificata, dato che è stato rispolverato un moniker di un certo rilievo, ma se così non fosse non potremmo considerarlo un disco assolutamente imprescindibile, anzi ascoltando qualche brano si ha spesso la classica sensazione del “già sentito”. L’opener “Stars Are Falling” è una bella cavalcata e non è niente male neppure la successiva “We Will Rise”. Echi dei Dio si possono ritrovare in “Queen Of Thieves” e molto bella è pure la title-track. La band dà però probabilmente il meglio di sé nei due mid-tempo, “Fatima” e soprattutto “Can You Hear Me”, nei quali riesce davvero a creare un’atmosfera quasi magica, di grande impatto emotivo. A parte lo splendido lavoro chitarristico di Bechtel, di ispirazione neoclassica, non c’è molto altro da evidenziare nel resto della tracklist, che si chiude con due tracce molto veloci, “Shame On You” (praticamente un brano power) e “Hearts of Stone”. Ad ogni modo, quale che siano le impressioni riguardo il disco, la pubblicazione di “The Third Secret” è già di per sé un piccolo evento e per chi ama l’heavy classico l’ascolto è quasi obbligatorio.

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Opinione inserita da Virgilio    21 Ottobre, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 2018
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I Cage nascono agli inizi degli anni ’90, inizialmente con il moniker di Soundproof Red, proponendo musica in un classico stile prog rock. Con il passare del tempo e a seguito di alcuni cambi di line-up, lo stile cambia sensibilmente. Il loro nuovo lavoro, intitolato “Images”, ci presenta dunque una band dedita ad un art rock che suona pure alquanto melodico, talvolta persino radiofonico, ma che mantiene comunque un’impronta molto raffinata, dovuta anche ad un approccio che resta piuttosto tecnico da parte dei musicisti con i propri strumenti. Un buon compromesso, dunque, ed un ottimale equilibrio tra quelle che sono le diverse anime e le diverse influenze che si incarnano nella formazione attuale dei Cage. Il disco è composto da sette tracce, per un totale di circa mezz’ora. “Black Hole” è in realtà una sorta di intro, mentre si entra nel vivo della tracklist con la bellissima “Cage”, una traccia molto orecchiabile, nella quale spicca la splendida voce della cantante Diletta Manuel e per la quale è stato realizzato anche un video. A seguire, “Drowning” parte in maniera molto soffusa, per poi andare man mano in crescendo, fino ad esplodere in un bellissimo refrain; un’intro atmosferica con piano e archi apre la title-track, nella quale s’inseriscono le voci delle due cantanti: in un crescendo di emozioni, si percepisce un’autentica rivoluzione interiore. Delicata ed introspettiva è “Julia’s Dream”, mentre si torna su sonorità decisamente più rock con i riff di “Flow of Time”, un altro brano molto diretto e dotato di un ritornello catchy sin dai primissimi ascolti. Conclude la tracklist “Words”, la traccia più lunga del disco (sfiora, infatti, quasi i sei minuti e mezzo), l’ennesimo, fulgido esempio di come i Cage siano abili nell’alzare o abbassare d’intensità le loro composizioni, suscitando un suggestivo ed efficace gioco emotivo nell’ascoltatore. Bel disco, che ci ha colpiti sicuramente oltre che per le sue canzoni, per la grande capacità di poter essere apprezzato a diversi livelli, dato che si tratta di musica indubbiamente di qualità ma che può risultare molto gradevole anche ad un ascolto più superficiale o distratto per lo squisito gusto melodico e la raffinatezza degli arrangiamenti.

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Opinione inserita da Virgilio    16 Ottobre, 2018
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Gli Etherius sono un nuovo gruppo formato nel New Jersey dal chitarrista Jay Tarantino: dopo aver suonato in tour la ritmica per il virtuoso Angel Vivaldi, questi ha pensato di formare una propria band e dare sfogo così a tutta la propria creatività, mettendo in mostra altresì le sue doti tecniche. Piuttosto però che realizzare il classico disco di shredding interamente strumentale, ha preferito circondarsi di musicisti di elevata caratura e formare così una band vera e propria. Questo loro primo lavoro, un ep composto da cinque tracce (per una durata di venti minuti circa) ed intitolato “Thread of Life”, viene dunque presentato come un disco di metal prog: in realtà, resta a nostro avviso principalmente un disco di shredding, comunque ampiamente incentrato sulla chitarra di Tarantino, che si cimenta in brani veloci, nei quali emergono altresì le sue forti influenze neoclassiche. Poi, certo, la sezione ritmica composta dal batterista Zaki Ali, dal bassista Chris Targia e dal secondo chitarrista Jon Perkins, è indubbiamente molto valida dal punto di vista tecnico, ma in linea di massima non emerge dai brani un’autentica struttura progressive. Chi apprezza dunque questo genere di dischi incentrati sul virtuoso di turno, potrà certamente gradire le qualità di Tarantino ma, al momento, da questi pochi brani, si fa fatica in tutta sincerità a riconoscere qualche novità o apporto significativo rispetto alle tante uscite del genere. Ci saremmo quindi aspettati magari qualche piccolo sforzo in più, soprattutto a livello compositivo: questo debutto presenta alcuni spunti interessanti ma non si può dire tuttavia che ci abbia particolarmente entusiasmati, per cui staremo a vedere come si evolverà il percorso artistico della band nel prossimo futuro.

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Opinione inserita da Virgilio    13 Ottobre, 2018
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Gli Heyoka’s Mirror si formano nel 2015 a Calgary, in Canada, ma con membri di origine internazionale (ad esempio, il chitarrista Omar Sultan è di origine pakistana). La band ha pensato di presentarsi intanto con un ep contenente tre tracce, ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno dal numero esiguo delle canzoni, perché parliamo di una band metal prog, e infatti il disco sfiora la durata addirittura di mezz’ora! L’intento degli Heyoka’s Mirror sembra quello di fondere il classico prog metal con influenze mutuate dai propri paesi d’origine (e difatti ritroviamo di tanto in tanto passaggi orientaleggianti), ma anche e soprattutto con alcune tradizioni dei nativi americani, in particolare dei Lakota: lo stesso moniker, fa riferimento appunto alla figura degli heyoka, tipica della cultura di alcune di queste tribù e un po’ tutto il disco richiama questi concetti, a partire dalla splendida copertina. La struttura dei brani è alquanto complessa ed articolata, con continui cambi tematici e lunghe divagazioni strumentali. Piuttosto particolare l’approccio vocale, che tende ad essere impostato e solenne e soltanto nella terza traccia appare più vicino ad un cantato più consueto nel metal prog, mentre nella prima traccia c’è qualche inserto anche di extreme vocals. Diciamo che, pur non inventando in realtà nulla di particolare, gli Heyoka’s Mirror dimostrano di essersi sforzati di costruirsi una propria identità, di far emergere alcune peculiarità del loro sound e in questo sono riusciti bene, ottenendo risultati apprezzabili. Magari c’è ancora qualcosa da perfezionare per poter realmente compiere un significativo salto di qualità, ma si tratta di una band senz’altro da tenere d’occhio, per cui auspichiamo possa sviluppare le proprie idee quanto prima anche in un full-length.

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Opinione inserita da Virgilio    09 Ottobre, 2018
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I Crippled Black Phoenix si sono messi in evidenza per una discografia già abbastanza prolifica e variegata, tanto che il loro stile è stato definito di volta in volta, con definizioni anche abbastanza creative, come stoner prog, freak folk o psychedelic doom. Di base, comunque, nella loro musica si possono riscontrare, come elementi caratterizzanti, una vena dark, unita ad una certa melanconia di fondo: una sorta di estensione della visione e dello stato d’animo del suo leader Justin Greaves, il quale, proprio tramite la musica, trova linfa e forza per combattere una forte depressione, che purtroppo lo attanaglia da qualche tempo a questa parte. La musica di questo “Great Escape” è dunque molto atmosferica, soffusa, quasi un sottofondo discreto, che mira ad avvolgere l’ascoltatore in un impianto sonoro ad alto impatto emotivo, benchè di tanto in tanto provi pure ad esplodere in passaggi più determinati ed incisivi. La tracklist è dunque composta sia da brevi tracce strumentali, che scorrono via senza particolare enfasi, sia da tracce molto lunghe e dalla struttura aperta, nelle quali Greaves trova modo di far fluire una serie di sensazioni ed emozioni, fatte confluire in modo alquanto spontaneo, senza ragionarci troppo, per quanto comunque in maniera alquanto lucida. D’altronde, si ravvisa una certa cura anche negli arrangiamenti e nella scelta di spaziare con l’utilizzo di diversi strumenti come l’organo, la tromba, anche qualche timbro che ricorda la fisarmonica (come in “Times, They are a’raging”), oltre a synth ed effetti vari, che talvolta danno un senso un po’ di “spaziale”, cosmico. Particolare anche l’uso delle voci, mai sovrastanti, sempre molto soffuse, anche quando la band si avvale di voci femminili (in particolare, della cantante Belinda Kordic). Insomma, “Great Escape” è un disco molto particolare, che certamente trova i suoi punti di forza non tanto in riff duri e ritmi veloci, quanto nella sua capacità di essere introspettivo e atmosferico: peraltro, considerando che la sua durata si assesta intorno ai settantatre minuti (che diventano circa novanta, se si aggiungono due bonus track), parliamo di un album che va certamente assaporato con molta calma e tranquillità e senza alcuna fretta.

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Opinione inserita da Virgilio    29 Agosto, 2018
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Sappiamo che al giorno d’oggi non è poi così complicato realizzare un disco, magari anche con un pc a casa propria: ciò non significa però naturalmente che chiunque diventi di colpo un compositore o un musicista. Diciamo anche che, in linea di massima, il materiale che ci arriva e per cui ci viene richiesta una recensione di solito è mediamente di buon livello e anche noi ci sforziamo di trovare quanto possa esserci di buono, specialmente se ci troviamo di fronte ad un disco autoprodotto. Purtroppo non è sempre così e questo platter dei Solituary Ritual ne è un esempio lampante. Si tratta di una one-man band, dietro il cui moniker si cela il greco Giorgios Triantafyllou, il quale inspiegabilmente ha deciso non solo di realizzare tale obbrobrio, ma anche di pubblicarlo e persino di incaricare un’agenzia per promuoverlo. Il suddetto Giorgios, utilizza una serie di suoni campionati, sui quali inserisce la sua voce: il problema principale è che non solo non sa cantare, ma è proprio stonato come una campana. Inoltre, la parte musicale è assestata alla meno peggio, con tracce perlopiù lunghissime, caratterizzate da riff ripetuti all’inverosimile e assoli strampalati, che spesso vanno pure fuori tempo. Non va meglio infatti neppure quando l’”autore” ci risparmia la sua vociaccia (che peraltro ha anche una pessima pronuncia dell’inglese), come nell’interminabile “Uncertainly So”, un brano che non offre granchè al di fuori della noia e con i soliti problemi strutturali che abbiamo già evidenziato. Semmai, è appena ascoltabile “Pack-In-The-Box”, dove Giorgios azzarda dei coretti e riesce persino ad azzeccare qualche tonalità. Vogliamo dunque essere indulgenti e definire questo debutto come un disco sperimentale o chissà cosa? No, dobbiamo purtroppo essere realisti e dire le cose come stanno, ovvero che è una totale tortura per le orecchie e vi consigliamo caldamente di starne totalmente alla larga. Noi purtroppo non ci siamo potuti esimere, voi salvatevi finchè siete in tempo.

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Opinione inserita da Virgilio    24 Agosto, 2018
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Celebrati i suoi trent'anni di carriera, Doro (o forse sarebbe più corretto dire i Doro, dato che la cantante ormai da anni è accompagnata da una vera e propria band) ritorna con un nuovo studio album, optando per la prima volta per la pubblicazione di un doppio cd. La Metal Queen ha modo così di spaziare tra tutti quelli che sono i cavalli di battaglia del suo repertorio, alternando anthem, pezzi heavy veloci, mid-tempo e ballate melodiche, duetti e qualche cover. Tra gli anthem citiamo senz’altro l’opener “All for metal”, un brano con il quale Doro ha cercato ancora una volta di replicare il successo di “All we are” e nel quale è riuscita a coinvolgere davvero tanti personaggi e musicisti attivi nel genere (come è possibile vedere anche nel videoclip che è stato realizzato). Ben riusciti brani grintosi come “Bastardos”, “Résistance” e “Heartbroken”, canzone impreziosita dalla presenza della chitarra di Doug Aldrich, ma niente male sono pure “Blood Sweat and Rock ‘n’ Roll” e “Fight Through the Fire”. Va altresì menzionata “Living Life to the Fullest”, una canzone dedicata al compianto Lemmy, che Doro conosceva bene e che celebra anche con una cover dei Motorhead, “Lost in the Ozone”, interpretata dalla bionda singer alla sua maniera. Un’altra cover è “Don’t break my heart again” dei Whitesnake, che sinceramente non ci ha particolarmente entusiasmati in questa versione, ma tra le bonus track è stata prevista anche “Caruso” di Lucio Dalla, con Doro che, tutto sommato se la cava abbastanza bene a cantare in italiano. Tra i pezzi più melodici, citiamo “Soldier of Metal”, “Love’s gone to hell”, “Lift me up” e la briosa “Love is a sin”, ma obiettivamente, in tal senso, qualche altra traccia, tra quelle inserite, probabilmente non era proprio imprescindibile. C’è il classico pezzo in tedesco, che nella fattispecie è “Freunde Fürs Leben”, proprio a confermare la volontà di rispettare la tradizione, di cristallizzare la propria proposta in un mix talmente classico che possa andare bene praticamente in ogni epoca. A dire il vero, la band prova anche a sperimentare qualcosa di diverso, ma con risultati che non sempre convincono pienamente: uno di questi casi è il duetto di Doro con Johan Hegg (Amon Amarth) nel brano “If I can’t have you, no one will”, dove a nostro parere il cantato estremo dell’ospite non s’inserisce adeguatamente nel contesto del brano. Più interessante il tentativo di includere inserti jazz, con tanto di sax, nel brano “Backstage to Heaven”, ma decisamente meglio riuscita è la già citata “Heartbroken”, una traccia magari non necessariamente innovativa ma che rispetto agli altri brani osa un po’ di più sia negli arrangiamenti di chitarra che nella ritmica. Diciamo che quando si opta per un doppio album, c’è sempre il rischio che i brani migliori vengano diluiti in mezzo a qualche filler, facendo perdere qualcosa all’insieme. In tal senso, non possiamo asserire che “Forever Warriors, Forever United” sia un capolavoro e probabilmente qualche brano in effetti non aggiunge granchè, però bisogna riconoscere che i due dischi, anche presi singolarmente, sono godibilissimi e funzionano bene, oltre al fatto che la proposta della band riesce ad essere davvero varia e completa, per cui possiamo dire che la Regina del Metal è ancora qui e tiene saldo il suo scettro, più forte che mai.

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