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Opinione scritta da Marco Doné

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Opinione inserita da Marco Doné    15 Giugno, 2014
Ultimo aggiornamento: 15 Giugno, 2014
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Arrivano da Lecce gli Essenza, heavy metal band attiva dal 1993, ed il nuovo “Blind Gods And Revolutions” è il loro quarto full length. La band pugliese ha avuto un evoluzione costante, dall'hard rock/blues cantato in italiano degli esordi, all'heavy metal cantato in inglese dell'ultimo periodo. Quest'evoluzione ha iniziato a realizzarsi dopo l'innesto in formazione del talentuoso Paolo Colazzo alla batteria avvenuto nel 2004. Come dicevamo, gli Essenza ora suonano heavy metal, un heavy metal melodico in cui troviamo influenze derivanti dalla nwobhm, dal prog e dalla scena settantiana. Fa capolino pure un pizzico di thrash, riconducibile soprattutto nel chitarrismo di Carlo Rizzello che risulta, in un certo qual modo, influenzato dall'ultimo Mustaine.
Facendo partire il disco, si nota subito che la band ha esperienza da vendere, le canzoni convincono e riescono ad avere una certa presa sull'ascoltatore. Spiccano sicuramente l'opener “Plastic God”, forse la più prog del lotto, “The Fury Of The Ancient Witch” in cui, vuoi per certi fraseggi chitarristici, vuoi per certe parti vocali, vengon alla mente gli ultimi Megadeth. Da citare anche “Bloody Springs” in cui sono evidenti le influenze nwobhm ed a cui si sommano certe melodie, in particolare nel ritornello, più rock oriented. Semplicemente stupenda l'acustica “Seagulls In The Night” in cui, se ce ne fosse ancora bisogno, Carlo mette in evidenza le sue doti chitarristiche. Ma come dicevamo è l'intero lotto delle canzoni a convincere, le idee della band sono efficaci e ben curate. Un disco suonato con ottima padronanza tecnica in cui spiccano in particolare il drumming di Paolo Colazzo ed il guitarwork di Carlo Rizzello. Dove non convince però “Blind Gods And Revolutions”? Nel suono sicuramente. In certi frangenti la batteria risulta penalizzata, non è ben chiaro se la band volesse avere un suono volutamente retrò, resta il fatto che lascia un po' l'amaro in bocca. Penalizza un po' la resa delle canzoni. Altro punto negativo è la prestazione vocale di Carlo Rizzello. Un ascia di prim'ordine con la chitarra, molto meno convincente dietro al microfono. Purtroppo questi aspetti abbassano un po' le quotazioni di un disco che, se avesse avuto un suono più curato, moderno, e magari un cantante di ruolo, avrebbe potuto dire sicuramente la sua nel panorama nazionale e non solo.

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Opinione inserita da Marco Doné    02 Aprile, 2014
Ultimo aggiornamento: 02 Aprile, 2014
Top 50 Opinionisti  -  

Arrivano da Pisa i Fall Of Darkness e grazie alla Revalve Records pubblicano il loro debut album intitolato “… In Perfect Asymmetry”. La band toscana propone un power-prog con influenze hard rock nelle linee vocali. Il disco risulta suonato con ottima perizia tecnica e le canzoni che lo compongono presentano un songwriting maturo e personale. Le influenze hard rock, che fanno capolino soprattutto nei ritornelli, fan si che il disco risulti “caldo”, rendendolo quindi capace di trasmettere emozioni. Si parte con l’interessante “Just Stop”, a cui fa seguito l’ottima “Grab In Your Neck” basata su un ritmo sincopato che riesce a far presa gia dal primo ascolto. La canzone risulta aggressiva nella strofa ed estremamente melodica nel ritornello. “Pages Of My Life” è una ballad molto ben riuscita con delle ottime linee vocali ad opera di Claudio Andressi, cantante non estremamente tecnico, ma dotato di una splendida timbrica e personalità. Con “Prove It To Yourself” il disco cambia totalmente marcia. Se le prime tre tracce risultano piacevoli, quello che ci regalano da qui in poi i Fall Of Darkness sono delle perle di power-prog. La gia citata “Prove It To Yourself”, la trilogia “The Imperfect Trilogy” in cui fanno capolino delle influenze di stampo settantiano nel primo capitolo “My Stairs To Freedom” e raggiunge il suo apice con “Fight To Go On”. Splendida anche la ragionata e complessa “To Be Different”. Tecnica, melodia, buon gusto negli arrangiamenti, questa la miscela esplosiva dei Fall Of Darkness. Ottimo anche l'artwork del disco, in particolare molto azzeccata la copertina. Ma gira tutto alla perfezione in “... In Perfect Asymmetry”? Purtroppo no. C'è un aspetto non da poco conto che penalizza il disco, ovvero la produzione. Infatti il suono poteva esser curato meglio, le chitarre risultano “sacrificate” nelle parti ritmiche ed anche la batteria risulta un po' trascurata. Un vero peccato perchè, con un suono più curato, il disco di debutto dei Fall Of Darkness avrebbe potuto puntare veramente in alto. Non fatevelo comunque scappare, una nuova realtà italiana è nata.

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Opinione inserita da Marco Doné    22 Marzo, 2014
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Arrivano da Roma i Whisperz e trovata finalmente una stabilità nella formazione dopo anni turbolenti caratterizzati da continui cambi di lineup, realizzano il loro disco di debutto intitolato “Whisperz”. La band propone un roccioso heavy metal con influenze prog e rock. Appare subito evidente la voglia di comporre musica personale, di cercare di rendere difficile la catalogazione. L'obiettivo, sicuramente lecito, ambizioso, nobile, non viene però raggiunto e, anzi, si ritorce contro la band. Si ha infatti un songwriting acerbo, passaggi vincenti ed azzeccati vengon seguiti da passaggi banali, a volte fuori luogo. Forse il caso più evidente di quanto appena detto e “Malicious Intent” che, partendo da un intro che riporta alla mente i migliori Stygma IV, evolve in ritmiche banali. La melodia del ritornello risolleva un po le sorti di una canzone in cui la voglia di “skippare” alla successiva è veramente forte. Questa è un po la costante del disco a cui vanno a sommarsi una produzione non esaltante ed un cantato che tende ad appiattire e rendere abbastanza simili le varie tracce che compongono “Whisperz”. Dall'ascolto del disco si ha l'idea di una band che debba ancora trovare la propria formula, l'idea alla base c'è ma, per la sua realizzazione, c'è ancora tanto lavoro da fare. Come dicevamo qualche passaggio interessante è presente nel disco, la opening track “Mr Nothing” con il suo heavy dalle tinte rockeggianti, la conclusiva e più diretta “Bloody Eyes” e sicuramente “Violent Seeds”, il capitolo migliore del disco. Una traccia con un inizio un po “indeciso”, soprattutto per la non proprio impeccabile prestazione di Flavio Falsone, ma che riesce ad evolvere in positivo riportando nuovamente alla mente gli Stigma IV. Purtroppo però i punti a sfavore superano quelli a favore ed il disco risulta insufficiente. Un esordio tutt'altro che memorabile.

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Opinione inserita da Marco Doné    12 Marzo, 2014
Ultimo aggiornamento: 14 Marzo, 2014
Top 50 Opinionisti  -  

Sono una vera e propria super band gli One Machine che, capeggiati dal virtuoso chitarrista americano Steve Smyth (Testament, Nevermore, Forbidden, Dragonlord, Vicious Rumors), possono vantare tra le loro fila Mikkel Sandager alla voce (Ex Mercenary), James Hunt (ex Biomechanical) alla chitarra ed una sessione ritmica devastante composta dal bassista Tomas Koefed (ex Mnemic) e dal nostro Michele Sanna alla batteria (nel disco ha però suonato Raphael Saini, già attivo con i Chaoswave). La proposta di questo super gruppo è molto complessa, troviamo elementi prog, neo power, neo thrash, parti in blast beat e qualche bordata groove. Da una tale presentazione è quasi d’obbligo l’aspettativa d’un disco di altissimo livello ma, purtroppo, così non è. Il disco ha più aspetti negativi che positivi, a partire dalla produzione. Dobbiamo qui aprire una parentesi, abbiamo ricevuto il disco in formato file mp3 di bassa qualità quindi questo può trarci in inganno. Ma questo abbiamo e su questo dobbiamo basarci. La produzione è moderna, come si addice al genere proposto, ma estremamente caotica. Produzione che mette in risalto gli assoli al fulmicotone della coppia Smyth – Hunt ma poi tanto caos. In “The Distorsion Of Lies….” c’è talmente tanta carne al fuoco, così tante idee, che a tratti la band sembra perdere la bussola, la direzione su cui puntare. Dall’ascolto dell’album si ottiene la sensazione di un disco non ben equilibrato, poco uniforme. La ricerca di un songwriting “complesso” porta ad avere canzoni con anime diverse, manca però quell’unione di fondo che possiamo trovare in altre bands con un mix sonoro tanto articolato. La voce di Sandager, anziché fare la differenza, tende a far storcere il naso quasi in ogni traccia del disco. Quella sua continua ricerca ad andare oltre i limiti, a cercare di comporre linee “diverse” e aggressive, lo porta lontano dal risultato voluto. Ed è un peccato perché quando gli One Machine decidono di semplificare il tiro, compongono una super canzone dal titolo “Armachair Warriors” moderna, ma con un occhio al passato per le melodie, canzone con una struttura ben definita. Tra quelle che presentano una struttura “complicata”, va sicuramente segnalata “One Machine”, anche se la prestazione di Sandager (ottimo nell’apertura melodica del ritornello, quasi inascoltabile nella strofa) rischia di far cadere nel dimenticatoio la canzone. Interessanti anche “Crossed Over” e la conclusiva “Freedom And Pain”. Da segnalare inoltre tutte le parti strumentali e solistiche presenti nel disco, in cui vengon messe in evidenza doti tecniche di prim’ordine.
Dopo l’ascolto del disco la prima cosa che si prova è un po' di rammarico. Da un chitarrista come Smyth è normale attendersi qualcosa di ben diverso. Il primo capitolo è andato, speriamo che in futuro, magari con una produzione ed un cantante più azzeccati, gli One Machine possano deliziarci con un disco di ben altra fattura.

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Opinione inserita da Marco Doné    05 Marzo, 2014
Ultimo aggiornamento: 05 Marzo, 2014
Top 50 Opinionisti  -  

A sette anni di distanza da “Superangelic Hate Bringers” possiamo finalmente parlare di “Neo Gothic Propaganda”, nuovo album dei milanesi Macbeth. Abbiamo avuto modo di approfondire i motivi di questa lunga attesa nell’intervista a Fabrizio Cislaghi (batterista e fondatore della band milanese) che potete trovare nella nostra sezione interviste, scendiamo quindi nei dettagli del disco. “Neo Gothic Propaganda” si presenta con una produzione moderna e curatissima in cui ogni strumento riesce a mettersi in mostra e a farsi apprezzare. I Macbeth son stati da sempre in continua evoluzione ed anche la nuova fatica non poteva esser che un ulteriore passo in avanti, forse l’album più maturo composto dalla band milanese. Disco che acquista fascino con gli ascolti. Il termine neo gothic, che troviamo nel titolo del disco, calza a pennello con le atmosfere che si respirano nell’album. Il gothic nella sua accezione tout court, che gia era da prendere con le pinze nelle ultime produzioni, in “Neo Gothic Propaganda” sta proprio stretto. Il disco si apre con “Scent Of Winter”, il capitolo forse maggiormente legato alle radici gothic del combo milanese, in cui Andreas e Morena “dialogano” alla perfezione. Va subito fatto notare il suono della chitarra di Max, una sorta di evoluzione rispetto a “Superangelic Hate Bringers”, risulta maggiormente aggressivo e d’impatto, così come va fatto notare il buon gusto per le melodie e l’ottima esecuzione dell’assolo. Caratteristiche che “esplodono” in “Slow Motion Tragedies”. Da qui in poi “esplode” anche quel neo gothic di cui parlavamo prima, melodie decadenti mescolate a parti aggressive, l’alternarsi di Andreas e Morena che ipnotizza l’ascoltatore, un sapiente uso delle tastiere. Nulla è lasciato al caso in questo disco. Se da sempre, a detta di chi scrive, uno dei punti di forza dei Macbeth è la voce di Andreas, sia in pulito che in growl fa sempre la differenza, in “Neo Gothic Propaganda” Morena realizza la sua miglior prestazione. Anche per questo motivo, l’alternarsi delle voci, sfiora la perfezione. Ascoltate “Void Of Light” e capirete a cosa mi riferisco. Altro pezzo da novanta è “Last Night In Shangai” in cui il ritornello, con Andreas e Morena a fare il bello e cattivo tempo, entra in testa per non uscirne più. In “Empire’s Fall”, la traccia più violenta del disco e forse una tra le più dirette mai composte dalla band, il growl di Andreas è perfetto nell’assalto frontale dettato dalla strofa così come Morena è semplicemente perfetta nell’apertura melodico/decadente del ritornello. Impossibile non nominare “Dogma”, assieme alla gia citata “Void Of Light”, il punto più elevato del disco. Canzone che, grazie all’ottimo uso delle tastiere e all’ennesimo “lavoro perfetto” del duo Andreas - Morena, riesce a toccare nel profondo. “Little Spark”, con il suo incedere cadenzato, si farà sicuramente apprezzare in sede live così come la conclusiva “The Archetype” traccia che si può definire riempi pista grazie a quel ritornello “ruffiano”. Traccia che sembra indirizzare verso un ulteriore evoluzione il sound dei Macbeth e che sicuramente farà le gioie dei fans della band e non solo. Da segnalare ancora una volta la prova di Max alla chitarra. “I Don’t Care Of Being Just Like You”, che risente un po troppo dello spettro degli ultimi Lacuna Coil, e “Opaque”, a cui manca la magia delle tracce citate precedentemente, sono le tracks con meno appeal del disco.
“Neo Gothic Propaganda” è allo stesso tempo il disco del ritorno e della consacrazione per i Macbeth. Un disco che presenta una cura meticolosa, trasmette emozioni, un disco che fa capire quanto la band creda e punti sulla nuova fatica. “Neo Gothic Propaganda” ci restituisce una band in pienissima forma e con ancora tanto da dire. Ora non rimane che gustarsi il disco e sperare di poter sentire presto on stage le nuove canzoni targate Macbeth.

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Opinione inserita da Marco Doné    26 Febbraio, 2014
Top 50 Opinionisti  -  

Il nome Battleaxe è circondato da un alone di leggenda. Due dischi nei primissimi anni ottanta, due dischi di pura NWOBHM, il terremotante “Burn This Town” ed il successivo “Power From The Universe” a cui sono particolarmente legato. Qualche importante tour di supporto a grossi nomi dell’epoca e poi più nulla fino al 2007, anno in cui la band inglese decise di ritornare in vita con dei live mirati. Ritornò sulle scene con una lineup composta dai membri originali Dave King (voce) e Brian Smith (basso) a cui si aggiunsero Mick Percy (chitarra) e Paul Atkinson (batteria) gia attivi con la band nei suoi ultimi anni di vita degli eighties. Con questa stessa formazione, i Battleaxe, tornano finalmente e meritatamente sulle scene con un nuovo album, l’attesissimo “Heavy Metal Sanctuary”. NWOBHM come solo i grandi nomi sanno fare, un suono curato (il missaggio è opera di Fred Purser ex Tygers Of Pan Tang) che può esser paragonato alle ultime uscite dei Saxon. Colpisce da subito la carica che le composizioni riescon a trasmettere, vere e proprie schiacciasassi. Saxon e primi Judas Priest sono le coordinate di riferimento ma non solo, troviamo elementi riconducibili ai primi Iron Maiden e al compianto Ronnie James Dio. Il disco si apre con l’anthemica title track che dal vivo si farà sicuramente apprezzare. Ma è ciò che arriva subito dopo a travolgere completamente l’ignaro ascoltatore… “Shock And Awe” è una vera canzone spezza collo, si rivivono gli anni ottanta, un riff di chitarra che cattura e colpisce al primo ascolto, impossibile resistere. E’ poi il turno di “Hail To The King” che richiama alla mente i primi Dio. Da segnalare l’assolo di Percy che ci fa sognare con la sua sei corde. Ma il viaggio nel tempo non ha fine, “Rebel With A Cause” è un altro inno in pieno NWOBHM style. La band gira alla perfezione e Dave King fa la differenza con una linea vocale trascinante (costante del disco). Letteralmente devastante lo stacco strumentale dopo l’assolo, uno stacco che riporta alla mente una certa “Painkiller”…. Si abbassano i ritmi e riusciamo a tirare un po il fiato con “Give It More”, canzone caratterizzata dallo spettro dei primi Priest e da una prestazione notevole di Dave King. Si ricomincia a pigiare sull’acceleratore con “Too Hot For Hell” che, con il suo ritornello, dal vivo farà cantare chiunque. “Revolution” è un altro assalto frontale in cui Percy si mette in bella mostra per buon gusto e pulizia d’esecuzione. I ritmi diventano cadenzati con “A Prelude To Battle / The Legions Unite” che farà la felicità di ogni defender. “Spirits Of The Fallen” è forse la canzone con meno appeal del disco ma, dopo una serie di canzoni praticamente impeccabili, ci può stare un passaggio a vuoto… Nella parte finale del disco i Battleaxe decidono di pestare meno sull’acceleratore lasciando più spazio alla melodia. Così “Devil Calls” ha un approccio più “ruffiano” mentre con “Kingdome Come” ci regalano una vera perla. Traccia epica ed evocativa in cui Dave King sfoggia classe e personalità da vendere. Il disco si chiude con la più diretta e rockeggiante “Romeo”.
Per i Battleaxe un ritorno sulle scene come solo i grandi sanno fare, un disco che, se non fosse per quel calo di tiro nel finale, risulterebbe quasi perfetto . Come detto, la produzione è ottima anche se in alcuni frangenti la batteria poteva esser curata meglio. Nonostante questo,“Heavy Metal Sanctuary”, resta un disco che, pur guardando al passato, vive di una freschezza esaltante, trasmette passione e carica, un disco che non deve mancare nella collezione di nessun metalhead che si rispetti.
Da segnalare che i Battleaxe sono stati confermati al prossimo Keep It True ma speriamo le date live possano aumentare presto in modo da poterli ammirare mettere a ferro e fuoco la nostra penisola. In attesa di conferme, gustatevi il disco.

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Opinione inserita da Marco Doné    05 Febbraio, 2014
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Interessante iniziativa da parte dell’Argonauta Records che decide di ristampare il debutto degli Hollow Leg. Debutto avvenuto nel 2010 ed intitolato “Instinct”, uscito come autoproduzione e ben presto andato esaurito. Un debutto che aveva saputo attirare su di se parecchie attenzioni, fan e non solo, e che portò alla firma con la Last Anthem Records che ha curato l’uscita di “Abysmal” nel 2013. Gli Hollow Leg, duo al tempo del debutto, ora un quartetto, arrivano dalla Florida e le coordinate in cui si muovono sono quelle di uno sludge/doom di ottima fattura anche se, come spesso accade nel genere, la catalogazione non è sicuramente cosa facile. Ritmi rallentati, atmosfere plumbee, a tratti ossessive, catturano l’ascoltatore e hanno il pregio di tenere viva l’attenzione anche dopo ripetuti ascolti. Impossibile non nominare “Shattered” in cui i tempi rallentati e la voce di Brent, un misto di rabbia e sofferenza, sono come una coltellata. Altro pezzo da novanta del disco è la spettrale “The Source” in cui la componente doom la fa da padrone. A detta di chi scrive, il punto più alto del disco viene però raggiunto dalla devastante “Spit In The Fire” che condensa al meglio rabbia e desolazione. Impossibile non segnalare anche canzoni come “Warbeast” e “Grace” o la conclusiva e strumentale “Wayside”, ossessiva nel suo incedere e piena di quelle atmosfere “fangose” tanto care al genere. Un disco da ascoltare tutto d’un fiato, un disco che, ascolto dopo ascolto, saprà sempre coinvolgere. Il suono poi, pur essendo curato, non è il solito suono moderno, “grosso”, e ben si sposa alle atmosfere create dalla band donandone ulteriore magia e fascino. Durante l’ascolto del disco, qualche passaggio ha fatto far capolino nella mia mente al nome Eyehategod che sicuramente sono una delle influenze degli Hollow Leg. Veramente ottima la scelta dell’Argonauta Records di rimettere in commercio, tramite questa lussuosa ristampa in cd digisleeve limitato a 300 copie, un disco del valore di “Instinct”.

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Opinione inserita da Marco Doné    23 Gennaio, 2014
Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio, 2014
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Dieci anni, dieci lunghi anni ho dovuto attendere per poter ascoltare il successore di quel capolavoro che fu, ed è tutt’ora, “Modus Vivendi”. Dieci anni in cui i Tad Morose han dovuto sopportare di tutto e di più, come fossero entrati in una spirale negativa da cui sembrava impossibile uscirne. Ma finalmente, sul finire del 2013, esce “Revenant”, come una sorta di Fenice i Tad Morose risorgono. Una formazione rinnovata in cui gli unici superstiti sono il mastermind Christer “Krunt” Andersson e Peter Moren. Nonostante questo i Tad Morose continuano da dove si erano fermati, quel famigerato Bollnas sound, quella miscela di power, prog, heavy ed un pizzico di doom, è ancora pronta ad incantare come dieci anni fa. Una band a cui l’aggettivo "unica" spetta di diritto. Ritmiche serrate e cariche di pathos, ritornelli, in pieno stile Tad Morose, melodici e mai banali, durante tutta la durata del disco non veniamo mai, e ripeto mai, colti da quella sensazione di già sentito. “Krunt” e Moren mettono in mostra una prestazione di primissimo livello così come i nuovi acquisti. L’eredità più pesante grava sulle spalle del nuovo singer, Ronny Hemlin, sostituire un cantante come Urban Breed (nessun disco è stato registrato con Joe Comeau cantante della band dal 2005 al 2008) è tutto fuorchè cosa facile. Hemlin non ha sicuramente bisogno di presentazioni e toglie ogni dubbio sulla scelta effettuata dalla band eseguendo una prestazione maiuscola. La sua voce a metà tra i compianti Ronnie James Dio e Midnight è una sicurezza. Il disco presenta un suono moderno, “grosso” (passatemi il termine), ogni strumento è messo in evidenza e lascia a bocca aperta per la perizia con cui viene suonato. Non c’è un calo di tensione, il disco cattura, ipnotizza da subito. La reazione che si ha non appena finisce è quella di pigiare nuovamente il tasto play. Canzoni come “Follow”, “Babylon”, “Within A Dream”, “Spirit World” sembrano uscire direttamente da “Modus Vivendi”, canzoni che rasentano la perfezione. Tecnica, melodia, pathos, impossibile resistervi. Senza dimenticare “Abscence Of Light” o la conclusiva “Gipsy”, capolavori in pieno Bollnas sound. L’ottima opener “Beneath A Veil Of Crying Soul” che è stata l’apripista del disco. Un disco, questo “Revenant”, che ci riconsegna una delle band più sottovalutate che la storia del metal abbia mai avuto. Se nel nuovo millennio molti si chiedono se si può ancora comporre musica con personalità, beh, la risposta la trovate in questo disco, la trovate in questa band… Bentornati Tad Morose!

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Opinione inserita da Marco Doné    18 Gennaio, 2014
Ultimo aggiornamento: 18 Gennaio, 2014
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Seconda release per i brasiliani Hazy Hamlet e, come ogni volta, prima di procedere all’ascolto del disco, dedico un po' di tempo alla copertina e all’artwork in generale. Anche nella copertina di questo secondo disco è raffigurato Odino, un Odino moderno alla guida di una moto. Infatti Sleipnir, il suo fido cavallo, è stato trasformato in una moto, una metafora che sta a significare il lasciarsi alle spalle i vecchi legami e cogliere l’attimo per godersi una vita migliore. La strada composta dai teschi sta a significare il sentiero di morte e degrado che l’umanità ha intrapreso e l’ascia sepolta è invece la forza ed il vigore della band brasiliana che continua ad andare avanti nonostante le difficoltà. Una serie di metafore che mi fanno apprezzare una copertina che inizialmente aveva sollevato in me più di qualche obiezione. Una serie di metafore che trovano spazio anche nelle liriche della band. Andando invece a parlare della musica, gli Hazy Hamlet suonano un roccioso heavy metal di chiaro stampo ottantiano. I riferimenti principali li troviamo nella NWOBHM, anche se ci sono influenze che posson esser ricondotte ad altre bands. Le più marcate fanno riferimento a Judas Priest, Iron Maiden e Accept. Il disco si lascia ascoltare che è un piacere, il suono è estremamente pulito e volutamente retrò. Le canzoni, nonostante qualche passaggio scontato che possiamo trovare nella durata di questo secondo full length, sono molto ben strutturate. Spiccano in particolare l’opener e tittle track “Full Throttle”, la trascinante “Symphony Of Steel” e la splendida strumentale “A Havoc Quest” dai forti richiami maideniani. Da segnalare anche “Odin’s Ride”, l’epicheggiante “Thorium” e la conclusiva “Red Baron”.
Il quartetto brasiliano mette in mostra anche una buona tecnica, in particolare mi ha colpito il lavoro di Fabio Nakahara al basso. La voce di Arthur Migotto non è la solita voce dei cantanti heavy metal contemporanei, è bassa e roca, anziché puntare a raggiungere note altissime, cerca di vivere al meglio la canzone, in pieno spirito anni ottanta. Beh, riesce a far centro con una gran prestazione! Magari ci fossero più band come gli Hazy Hamlet… Ottimo disco questo “Full Throttle”.

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Opinione inserita da Marco Doné    05 Gennaio, 2014
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I Vorum si formano nel 2006 e dopo aver dato alle stampe un mini ed uno split album, realizzano il loro disco di debutto “Poisoned Void”. Un disco che definire devastante è quasi d’obbligo! La band finlandese, dedita ad un black death metal molto tecnico, ci offre otto tracce che conquisteranno dal primo ascolto gli amanti del genere e non solo. Il disco ha un ottima produzione, le chitarre, con il loro riffing e con le loro melodie sempre in primo piano, fanno la differenza. Questo va sottolineato perché nel genere, sempre più frequentemente, le nuove band tendon a metter in primo piano la batteria nascondendo il lavoro delle chitarre. D’impatto i riferimenti all’old school death metal scandinava, inoltre, in alcuni passaggi, i nomi Watain e God Dethroned posson tornare alla mente. La prestazione dei singoli è di prim’ordine, i Vorum convincono sotto ogni aspetto. Le canzoni sono molto ben strutturate e, nonostante presentino una trama molto complicata, scorrono con linearità all’ascolto senza passaggi forzati. Un vero e proprio assalto frontale! La voce di Jonatan Johansson è estremamente convincente e ben si sposa nelle otto tracce che compongono “Poisend Void” sia nelle parti "in your face", sia in quelle più atmosferiche, spettrali. Canzoni come “Thriving Darkness” e “Evil Seed” conquistano dal primo ascolto così come la devastante “Dance Of Heresy” e la conclusiva title track “Poisoned Void”, la cui trama articolata alterna alla perfezione passaggi old school death metal a passaggi più oscuri ed evocativi propri di una certa ala black. Ottimo anche l’artwork del disco ad opera di Alexander L. Brown, che ben rispecchia le tematiche esoteriche della band. L’extreme metal scandinavo partorisce un'altra creatura che farà sicuramente parlare di se. Una band che potrà fare proseliti non solo tra i seguaci del black death.

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