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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    29 Marzo, 2013
Ultimo aggiornamento: 29 Marzo, 2013
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I Gloryhammer sono il nuovo progetto di Christopher Bowes, leader degli Alestorm, e questo “Tales from the kingdom of Fife” è il loro primo album. Presentato come “Heroic fantasy power metal”, un modo come un altro per cambiare quella definizione di “power metal” che a qualcuno potrebbe far pensare: “sempre la stessa musica”; in realtà nei Gloryhammer ci sono un po’ degli stilemi classici dei Rhapsody: testi fantasy (il disco è un concept imperniato, tra magie e stregonerie, sulla storia del guerriero scozzese Angus McFife), musiche sontuose e dal flavour sinfonico, ritmiche spesso serrate e veloci, insomma non il classico power teutonico, ma quel power più maestoso che ha nei nostri Rhapsody (in entrambe le loro versioni) i rappresentanti più illustri, nonché gli indiscussi maestri ed ideatori. Di certo il buon Thomas Winkler (singer anche degli Emerald) non è assolutamente al livello di mostri come Fabio Lione o Alessandro Conti, ma è un buon vocalist, con un’impostazione alquanto aggressiva e sporca che, tutto sommato, non si sposa male con il sound della band. Rimane qualche rimando al power piratesco degli Alestorm e dei vecchi Running Wild (“The unicorn invasion of Dundee” ne è un esempio lampante), ma si tratta solo di qualche sporadico episodio che comunque non dispiace. “Tales from the kingdom of Fife”, con una copertina decisamente scontata ed inflazionata (ho perso il conto delle copertine con guerrieri di ogni genere!), è composto da 9 pezzi + la consueta inutilissima intro; si tratta di 9 brani molto piacevoli e coinvolgenti, decisamente orecchiabili, ritmati a dovere grazie ad un ottimo lavoro della batteria di Ben Turk, pieno di duetti nelle parti soliste chitarra/tastiere ad opera del buon Thomas Winkler e del leader Christopher Bowes. Mi sono piaciute particolarmente la frizzante “Angus McFife”, ricca di cori solenni; l’orecchiabilissima “Magic dragon”, dotata di un coretto che vi si ficcherà in testa sin dal primo ascolto per non andar più via; la velocissima “Amulet of justice”, a dir poco indiavolata per le sue ritmiche oltremodo sostenute. Il pezzo migliore è, però, posto in chiusura, dopo la piacevole strumentale “Beneath cowdenbeath”: si tratta della lunga suite di quasi 11 minuti “The epic rage of furious thunder”, ricca di atmosfere solenni ed epiche, cambi di tempo, parti strumentali di gran gusto, vera summa di quanto i Gloryhammer hanno saputo fare in questo disco. Cos’altro aggiungere? Oltre che ribadire che “Tales from the kingdom of Fife” è un gran disco e che è un Must per tutti gli appassionati di power metal, non c’è altro da aggiungere se non il classico “Buy or die”!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Marzo, 2013
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Gli Heavatar sono il nuovo progetto di Stefan Schmidt, leader dei tedeschi Van Canto, che ha reclutato per l’occasione un certo Jorg Michael alla batteria (10 minuti di vergogna per chi non conosce questo mostro sacro del metal mondiale!), nonché tali David Vogt al basso e Sebastian Scharf all’altra ascia solista, a me purtroppo del tutto sconosciuti. Questo “Opus I – All my kingdom” (titolo che lascia presagire una saga) è il primo lavoro della band e Schmidt si è basato su motivi di musica classica per la realizzazione di ogni singolo brano, con compositori come Beethoven (l’opener “Replica”, per la quale è stato girato anche un video, ne è un esempio lampante), Paganini e Bach. Tali composizioni classiche sono state prese come ispirazione per poi essere ampiamente rivisitate in chiave power metal (ciò nonostante, alcuni momenti si riescono ugualmente a riconoscere qua e là); il genere proposto dagli Heavatar è infatti un power molto tecnico, cantato dal vocione sporco di Schmidt, con una notevole quantità di cori (aiutato in questo dagli altri membri dei Van Canto, nonché da coristi dei Blind Guardian), frizzante e veloce a dovere (in questo Jorg Michael è una garanzia!), ma anche decisamente orecchiabile e coinvolgente. “Opus I – All my kingdom”, dotato di una piacevole copertina realizzata dall’artista fantasy Kerem Beyit, (credo per la prima volta all’opera con l’artwork di una metal-band), è composto da 9 pezzi indubbiamente affascinanti che, però, ad essere sinceri, se fossero stati cantati da un’ugola più pulita di quella del buon Schmidt, avrebbero avuto una riuscita sicuramente migliore; provate ad immaginare cosa sarebbe questo album, con un cantante come Fabio Lione o André Matos o più semplicemente, tanto per rimanere in Germania, come Olaf Hayer.... Ciò nonostante, il gusto sopraffino per gli arrangiamenti e la qualità elevata delle singole composizioni musicale conquista e convince. Non ho notato momenti di stanca in questo disco che si lascia ascoltare senza problemi, né ho trovato filler o passi falsi, di conseguenza non posso che consigliare di dare un ascolto a questi Heavatar, con l’elevata probabilità che possiate anche voi rimanere colpiti favorevolmente da questo “Opus I – All my kingdom”.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Marzo, 2013
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“A volte ritornano” era il titolo di un film horror del 1991, ma è anche quello che si potrebbe dire dello speed metal, genere in voga tra la metà degli anni ’80 ed i primi anni ’90 con nomi mitici come Agent Steel, Anvil ed Exciter, che recentemente sta tornando prepotentemente alla ribalta. In questa rinascita del movimento speed metal possiamo quindi annoverare anche i nostri Hammered, band friulana attiva oramai dal lontano 2001 (con il nome “Trauma”) che, dopo due demo, arriva all’agognato debut album con questo “The beginning”. Il disco, dalla bella copertina, è stato registrato tra 2011 e 2012, ma viene pubblicato solo in questi giorni grazie all’attenta Punishment 18 Records; in questo album ci sono 9 pezzi originali, più la cover della dolcissima “Wait for sleep” dei Dream Theater, resa splendidamente dagli Hammered (vorrei proprio sapere chi ha suonato le tastiere così bene!), alquanto fedele alla versione originale. L’impatto di “The beginning” è notevole, come dovrebbe essere ogni album di speed metal, anche se un po’ penalizzato dalla registrazione che ho trovato un po’ fredda, soprattutto sulla batteria (prendete con il beneficio del dubbio questa mia affermazione, dato che, come sinceramente mi auguro, potrebbe anche dipendere dalla qualità non eccelsa dei files ricevuti per questa recensione). A voler essere pignoli, darei una sfobiciata qua e là sui vari brani, dato che tutti hanno un minutaggio che ritengo eccessivo per un genere come lo speed metal; “No time for us” (oltre 8 minuti!) e “See you in hell” (quasi 7 minuti), ad esempio, avrebbero una resa molto migliore se durassero un paio di minuti in meno. Ma qua entriamo nel campo minato dei punti di vista personali, per cui meglio soprassedere. Resta, dunque, da parlare di un disco ricco d’energia, che presenta una band decisamente aggressiva e che sa coinvolgere con il suo speed metal frizzante. Mi sono piaciute particolarmente, oltre alla splendida cover predetta, le telluriche “Space invaders” e “Master of your nightmares” che scateneranno un pogo infernale dal vivo; piacevoli anche “Never dies” e “From paradise to hell” ricche di furia e d’energia. Tirando le somme, “The beginning” è un ottimo esempio di come si possa suonare speed metal nel 2013 con passione, perizia ed energia; tenete d’occhio questi Hammered perché sono sicuro sapranno incontrare i favori di tutti gli appassionati di questo genere musicale.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Marzo, 2013
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Seguo i piemontesi Highlord sin dai loro esordi dell’ormai lontano “Heir of power” e da allora sono passati ben 14 anni, diversi cambi di line-up e ben 6 albums uno più bello dell’altro. Questo “The warning after” è quindi il settimo della carriera degli Highlord, il primo uscito per la Punishment 18 Records. Parlavamo di cambi di formazione, purtroppo quasi una consuetudine per questa band e questa volta c’è da registrare l’abbandono dello storico bassista Diego De Vita, sostituito da Dani, nonché il reclutamento di un nuovo tastierista fisso nella persona di Mr. Triton (nel precedente disco c’era un ospite). Sono passati 4 anni da “The death of the artists” che già lasciava presagire un cambiamento nel sound degli Highlord e questo lasso di tempo in silenzio ha permesso alla band di continuare le modifiche del proprio stile, con un notevole ammorbidimento e conseguente aumento della componente melodica; del power veloce e frizzante dei bei tempi rimane ben poco, così come sparisce quasi del tutto la componente più allegra che ha lasciato il posto ad una disillusione imperante, figlia di questi tempi duri che stiamo vivendo, che si sente in atmosfere più cupe, tristi ed introspettive. La voce di Andy (al secolo Andrea Marchisio) è sempre splendidamente espressiva e ci accompagna in queste musiche quasi decadenti (se mai questo termine può essere accostabile al power metal); ecco quindi brani come la title-track “The warning after”, “Brothers to the end” o “The goggle mirror” che ben rappresentano il momento poco allegro che stiamo vivendo in Italia. C’è comunque qualche speranza ed in tal senso è possibile segnalare brani come “Arcade warriors” (in cui c’è la presenza di Ralph Scheepers come ospite), “In this wicked world” o “No more heroes”, con il loro riallacciarsi al passato più happy-power della band quando, per capirci, metallizzavano sigle dei cartoons giapponesi, come le splendide “Pegasus Fantasy” o “Tough boy”. Doveroso evidenziare che queste mie impressioni sono dettate esclusivamente dalle musiche che ho avuto modo di ascoltare, non avendo avuto a disposizione (come purtroppo da troppo tempo succede nella quasi totalità delle recensioni) i testi dell’album; ignoro quindi le tematiche trattate dagli Highlord in questo lavoro. Da segnalare infine la copertina piacevole realizzata dal maestro Felipe Machado Franco. Per i fans degli Highlord, come il sottoscritto, questo “The warning after” lascerà un po’ di amaro in bocca, dato che obiettivamente non è il miglior album della lunga carriera della band capitanata dal talentuoso chitarrista Sted (al secolo Stefano Droetto); resta comunque un buon esempio di come in Italia siamo maestri del power melodico.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Marzo, 2013
Top 10 opinionisti  -  

E’ quasi sempre sbagliato redigere una recensione dopo aver ascoltato un disco poche volte, se non addirittura una sola, perché in questa maniera superficiale non si riescono a cogliere particolari che solo ascolto dopo ascolto riescono ad emergere. Se avessi preparato questa recensione ascoltando “Going nowhere”, debut del lombardi Other View (band attiva dal 2003), solo un paio di volte, avrei sicuramente trasmesso la mia prima impressione: “ecco il solito disco di power metal”, ed avrei sbagliato profondamente! E’ stato solo ascoltando più volte che mi sono reso conto del valore intrinseco di questo disco, sicuramente variegato ed eterogeneo che, partendo da basi indubbiamente power, si lascia contaminare da altri generi (dal prog, all’heavy classico al più melodico hard rock, arrivando finanche a sfiorare il thrash), rivelandosi originale (nei limiti del consentito da questo genere musicale) ed anche personale. Rimane una proposta musicale godibile ed orecchiabile, forse un pizzico non del tutto di immediata assimilazione, ma comunque mette in mostra una band, questi Other View, dalle ottime potenzialità, con doti tecniche anche interessanti ed una personalità che ho riscontrato in poche bands all’esordio. Se proprio dovessimo voler cercare un termine di paragone, oserei dire che in alcuni passaggi mi hanno ricordato i Bejelit più recenti, anche per la poliedricità e capacità interpretativa del singer Lon Hawk che ricorda un po’ il grande ed istrionico Fabio Privitera; il buon Lon, infatti, non si limita a cantare e basta, ma “recita” ed interpreta in ogni singolo brano, plasmando la sua prestazione canora a seconda delle necessità, ora profonda, ora aggressiva, oppure melodica e questa è sicuramente una dote non indifferente. A livello testuale, da quello che leggo nell’esauriente bio inviata, ogni singola canzone narra una storia, un viaggio o sensazioni reali, il che denota una certa ricercatezza di fondo ed allontana gli Other View dalla massa di power-bands tutte saghe e storielle fantasy (senza voler mancare di rispetto per chi si mette a scriverle!). A livello musicale, come detto, la proposta di questa band è godibile, con ritmi spesso indiavolati della batteria di Giacomo Bizzarrini che supporta a dovere le due chitarre dei fondatore Stefano Candi e di Francesco Tuscano, autori di ottimi parti soliste. Ho sentito un po’ troppo in sottofondo il basso di Antonio La Selva e poco protagoniste le tastiere di Matteo “Vidar” Cidda, due armi che in futuro secondo me andrebbero sfruttate meglio, per permettere al sound della band una resa ancora migliore. Per essere ad un debut album, qui siamo molto avanti e mi meraviglia molto come le labels, che spesso troviamo a produrre vere e proprie immondizie musicali (tanto per rubare le parole al grande Franco Battiato), non abbiano scoperto le potenzialità di questi Other View. In bocca al lupo ed ora speriamo di non dover attendere molto per un nuovo album!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Marzo, 2013
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Ho conosciuto i tirolesi Serenity solo con il loro terzo album “Death & legacy”, disco strepitoso, uscito esattamente 2 anni fa e poi rivelatosi uno dei dischi migliori usciti nel corso del 2011. Avendomi colpito in maniera notevole, colmai la mia lacuna procurandomi gli altri due dischi della carriera di questi ragazzi austriaci, finendo per innamorarmi di una band semplicemente strepitosa, sia dal punto di vista tecnico, ma soprattutto per il gusto degli arrangiamenti e la qualità delle composizioni. Il loro power-prog, dagli influssi sinfonici, è strepitosamente elegante, coinvolge e conquista ed anche in questo nuovo album “War of ages” ne ho avuto la conferma; oserei dire anzi che questo disco è la sublimazione dello stile dei Serenity, un settore del metal in cui troppo poche bands si addentrano (oltre a loro mi vengono in mente gli australiani Voyager, i compagni d’etichetta Vision of Atlantis ed, in maniera leggermente diversa, i nostri Vision Divine e Dark Horizon), forse anche per la complessità e la difficoltà esecutiva. “War of ages” è composto da 10 pezzi (+ 2 bonustrack presenti solo sull’edizione limitata, che purtroppo non mi sono state messe a disposizione dalla label), 10 gemme ricche di melodie sopraffine, cantate in maniera eccezionale da Georg Neuhauser (una spanna sotto al maestro Danny Estrin dei Voyager, ma pur sempre un grandissimo singer!), che modula la sua voce su tonalità calde e profonde, ma anche acute a dovere, aiutato in questo dall’affascinante Clementine Delauney, entrata in pianta stabile nella band da pochissimi mesi. Come dicevo, il disco è composto da 10 brani, uno più bello dell’altro, per cui mi risulta difficilissimo citarne solo qualcuno, o indicarvi il mio preferito.... potrei dirvi della dolcissima “For freedom’s sake”, ideale per momenti romantici accanto al partner; ma potrei anche accennare alla veloce opener “Wings of madness” che mi ha ricordato i Vision Divine più recenti, oppure le sinfoniche “Legacy of Tudors” e “The art of war” che finora è in cima alle mie preferenze, ma appena un soffio su “The matricide”, dotata di un coro strepitoso che vi si ficcherà in testa immediatamente. Ancora impossibile non citarvi la maestosa “Tannenberg”, altra canzone da brividi; è comunque tutto il disco nella sua interezza a mostrarsi strepitoso e senza alcun momento di calo o cedimento di un livello qualitativo elevatissimo e raggiungibile solo da poche, pochissime bands in tutto il pianeta. Da segnalare l’ingresso in formazione del nuovo bassista italiano Andrea D’Amore e l’uscita, subito dopo le registrazioni del disco, del tastierista storico Mario Hirzinger, finora non ancora rimpiazzato. Molto bella infine anche la copertina dell’artista Seth Siro Anton, con una maschera che durante il carnevale di Venezia farebbe un figurone! Cosa aspettate ancora? Non fatevi sfuggire questo “War of ages” dei Serenity, disco che, nella mia personale top 10 del 2013, difficilmente sarà scalzato dal gradino più alto.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Marzo, 2013
Ultimo aggiornamento: 18 Marzo, 2013
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A distanza di pochi mesi dall’ottimo debut intitolato “Schuld”, tornano i tedeschi Molllust (proprio con 3 “L”, non si tratta di un errore) con il loro incrocio tra l’heavy metal e la musica da camera. Questa volta non si tratta di un album vero e proprio, ma di un E.P. di 4 pezzi per circa 20 minuti di musica, intitolato “Bach con fuoco”. Il titolo non è casuale, dato che si tratta di rifacimenti in chiave metallizzata (sempre nello stile tutto particolare dei Molllust) di musiche del grande compositore Johann Sebastian Bach; per la precisione abbiamo estratti dalla “Passione secondo Matteo” (le tracks 2 e 3), dal “Breve preludio e fuga in Re minore” (l’opener) ed, infine, dal “Preludio e fuga a 4 voci in Do maggiore” (altrimenti noto come “Ave Maria”, dopo la rivisitazione di Gounod), composizione che fa parte del primo libro del “Clavicembalo ben temperato”. Come avrete compreso, questi 4 brani manderanno in sollucchero tutti i pianisti e tastieristi ed, in genere, tutti coloro che, oltre alla musica metal, amano come me la musica classica. Alla larga, quindi, chi ha bisogno della sua dose quotidiana di violenza sonora, perché con i Molllust avrete tutt’altro e, del resto, per suonare composizioni di J.S. Bach e trasporle in chiave metal, bisogna avere una certa cultura musicale, oltre che una notevole perizia tecnica nell’uso dei vari strumenti, nonché della voce. Valga per tutti la conclusiva “Ave”, in cui Janika Groß dà sfoggio di tutta la sua grande abilità e dolcezza come soprano, oltre che come valente pianista. Questa non è musica per tutti, ma solo per una ristretta elite di metalheads con mentalità aperta che magari, anche grazie ai Molllust, potranno entrare maggiormente in confidenza con quella vastità di emozioni che la musica classica sa regalare.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Marzo, 2013
Ultimo aggiornamento: 17 Marzo, 2013
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Gli Alitor sono una thrash band proveniente dalla Serbia fondata nel 2011. Purtroppo assieme al demo “Embittered” non ho ricevuto nemmeno uno straccio di biografia e, non avendo la band un proprio sito web, ma solo pagine su social networks vari, è stato davvero difficile reperire informazioni su questi quattro musicisti. Come biglietto di presentazione una band agli esordi avrebbe bisogno di maggiore professionalità se si hanno ambizioni di successo, presentarsi in maniera attenta è sicuramente indispensabile per ottenere la dovuta attenzione dagli addetti ai lavori. Non è mia abitudine criticare in maniera esagerata, dato che ho sempre rispetto per il lavoro e la passione altrui, ma bisogna anche che il rispetto ci sia dall’altra parte e si metta il recensore in grado di lavorare decentemente, senza costringerlo a cercare per il mondo persino la cover del proprio lavoro (pervenuto, tra l’altro, con i soliti fastidiosi files). Chiusa questa doverosa lezione di vita, passiamo alla musica. Come detto gli Alitor ci propongono thrash metal decisamente arrabbiato e violento, un tipo di musica molto influenzata da quello che fu il movimento della Bay-Area californiana tra la seconda metà degli anni ’80 ed i primi ’90. Ottime le chitarre del duo Šijan / Stevanović che regalano assoli in gran quantità, molto piacevole anche il lavoro del basso di Marko Todorović che non si limita solamente al ruolo di strumento di accompagnamento, ma spesso si ritaglia parti da protagonista; il tutto ben supportato dalla batteria di Stefan Đurić che si mette in evidenza anche per il lavoro con la doppia-cassa. Non mi ha entusiasmato la voce di Todorović che ho trovato certamente aggressiva, ma poco espressiva ed alquanto “mononota” (per usare un termine ultimamente venuto alla ribalta nella musica italiana); non si può dire che sia uno screamer eccezionale, ma di certo non è nemmeno tra i peggiori che si possano ricordare, diciamo che, visto il thrash violento della band, ci può anche stare. Oltre ad un’originalità un po’ troppo latitante, ho trovato i tre pezzi proposti in questo demo abbastanza prolissi, con una lunghezza sempre superiore ai 5 minuti che ritengo alquanto esagerata per il genere violento proposto; qualche orpello in meno e qualche sforbiciata qua e là per ridurre di circa 90” a pezzo forse sarebbe utile, almeno secondo il mio punto di vista. Massimo rispetto, invece, per la passione della band che traspare evidente in tutto il lavoro. Per emergere in un settore così affollato ed inflazionato come l’attuale scenario del metal estremo, ci vorrà per gli Alitor molta fortuna, maggiore personalità e costanza nel lavoro e nell’impegno. Le potenzialità ci sono, quindi “in bocca al lupo!”.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Marzo, 2013
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I Nachtgeschrei (in italiano “gridando di notte”) sono una band tedesca che mi è stata presentata come “Medieval metal”; ignorando cosa significasse questa definizione, mi sono incuriosito ed ho deciso di avventurarmi in una recensione. Di fatto il “Medieval metal” dei Nachtgeschrei (ma che nome complicato!) altro non è che un semplice folk metal, con tanto di cornamusa, ghironda e fisarmonica (dal cui utilizzo deduco la definizione “Medieval”), ispirato fortemente dall’opera dei Saltatio Mortis e dei nostri Folkstone. Indubbiamente piacevole da ascoltare, per chi è avvezzo a certo genere di sonorità, è anche estremamente orecchiabile e coinvolgente, ottimo per fare casino con i propri amici, innaffiati da fiumi di birra rigorosamente irlandese! Il pregio della musica di questa band tedesca è l’allegria e l’orecchiabilità, basta poco per godersi pienamente l’album e lasciarsi coinvolgere dal ritmo di questi 14 brani (+ 2 bonus tracks presenti solo sulla versione in digipack). Il difetto maggiore è il cantato in lingua madre; il tedesco è lingua ostica e poco musicale (peggio del nostro italiano!), oltre che poco diffusa ed estremamente complicata da comprendere, diventando quindi quasi impossibile da ripetere e canticchiare, se non storpiandola, per chi non è pratico dell’idioma teutonico. Sarà un certo amore per la propria patria, classico in Germania, ma non comprendo questa scelta di cantare in una lingua così difficile, se si cerca di affermarsi anche fuori dai confini nazionali; se si decidesse di rimanere solo un fenomeno locale (ne abbiamo tantissimi di esempi in tal senso), allora la lingua del cantato è un particolare secondario; ma ritengo che, quando si cerca di espandere la propria audience anche all’estero, allora cantare in una lingua comprensibile alle masse può diventare una importante marcia in più. Scelte personali, più o meno condivisibili, ma tant’è tocca accontentarsi.... Con questo "Aus schwärzester nacht" i Nachtgeschrei giungono al loro quarto album, una tappa fondamentale della loro carriera; non ho mai avuto il piacere di ascoltare i loro lavori precedenti, quindi non sono in grado di giudicare su eventuali evoluzioni, miglioramenti o peggioramenti delle loro prestazioni; resta però il fatto che questo album si ascolta che è un piacere, nonostante la quantità notevole di pezzi ed il difficile idioma. Se siete fans di Folkstone e Saltatio Mortis (guarda caso, altre 2 bands che cantano in lingua madre...), direi che non dovete farvi sfuggire questi Nachtgeschrei; in genere, comunque, se vi gusta il folk metal più melodico con voce pulita (escluse, quindi, le versioni “pagan” o “viking”), date una chanche a questo gruppo ed al loro "Aus schwärzester nacht"!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Marzo, 2013
Top 10 opinionisti  -  

A distanza di 3 anni dallo splendido “New era pt. 3: the apocalypse”, che concludeva la saga, tornano i lombardi Derdian con un’altra gemma di symphonic power intitolata “Limbo”, freschi di nuovo bassista (Luciano Severgnini al posto di Marco Banfi) e soprattutto di un nuovo singer, l’ottimo Ivan Giannini. Sostituire un cantante carismatico e dotato di una voce notevole come Joe Caggianelli, non è compito facile, ma Ivan Giannini a mio parere è riuscito a non far rimpiangere il suo predecessore con una prestazione convincente, con tonalità calde, profonde, estremamente espressive, convincenti e mai esageratamente acute. “Limbo” è composto da 10 pezzi + intro, uno più bello dell’altro, 10 esempi di come si dovrebbe suonare power sinfonico, seguendo l’esempio dei maestri Rhapsody (includendo sia la band di Turilli che quella di Staropoli), ma personalizzando la propria proposta musicale, arricchendola di melodie raffinate e gustose; ed anche se obiettivamente il buon Giannini è una spanna sotto a Lione e Conti, indubbiamente la sua prestazione complessiva impreziosisce e dona alla musica della band un’arma in più per convincere e conquistare l’ascoltatore. Ho sempre amato la musica dei Derdian, fin dai loro esordi di “New era pt. 1”, ma ascoltare questo album mi ha convinto ancora di più di poter affermare che in Italia non ci sono solo i Rhapsody nel power sinfonico, ma anche tante altre grandissime bands, fra cui indubbiamente i Derdian sono tra le punte di diamante! Potrei citarvi una per una le 10 canzoni di questo album, riempiendo questa recensione di complimenti e di parole favorevoli, ma rischierei di essere stucchevole ed anche di annoiare; vi basti sapere che non c’è un attimo di calo, una virgola fuori posto, una nota che non funzioni alla perfezione, non c’è assolutamente nulla che non vada in questo album per non finire in cima alle preferenze di ogni appassionato di power metal. A voler essere pignoli, forse la durata dei pezzi è un po’ elevata (nessuno, eccezion fatta per l’intro, dura meno di 5 minuti), ma è un particolare di importanza praticamente nulla, dato che tutti i brani si ascoltano che è un piacere dall’inizio alla fine; ho anche avuto una sorta di déjà vu ascoltando il coro di “Terror”, anche se non sono riuscito ad identificare nella mia memoria il brano che mi ha ricordato, ma anche qui parliamo di sensazioni di rilevanza nulla che non inficiano il risultato complessivo estremamente positivo del lavoro di questa grandissima band. Quando ho scoperto che per incidere “Limbo” i Derdian hanno dovuto ricorrere all’autoproduzione sono rimasto a bocca aperta, sorpreso dall’inettitudine delle labels italiane e mondiali che producono quantità di immondizie musicali e poi non si accorgono di realtà così convincenti! Provate ad immaginare se i Derdian avessero i mezzi economici e le produzioni che hanno i Rhapsody cosa ne verrebbe fuori... Per quanto mi concerne, credo di aver trovato già ora uno dei dischi del mio personale podio delle migliori uscite del 2013. Disco semplicemente imperdibile!!

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