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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Settembre, 2013
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Ci sono bands che, per chissà quale misterioso caso, pur suonando della musica eccezionale, di quella che ti fa saltare dalla sedia e letteralmente impazzire per l’energia ed adrenalina che sa infonderti, di fatto hai bellamente ignorato, non sapendo nemmeno della loro esistenza per anni, fin quando non ti arriva una manciata di files da ascoltare che ti illuminano e ti fanno rimanere letteralmente a bocca aperta, con l’istinto naturale di alzare il volume a palla. E’ questo il caso per quanto mi riguarda dei tedeschi Messenger, arrivati, dopo una carriera lunga quasi un quarto di secolo (il loro primo album risale al 1990), addirittura al quinto album con questo “Starwolf - Pt. 1: The Messengers”, uscito per Massacre Records e dotato di una copertina piacevole in stile fantasy (come immagino siano anche i testi). Davvero sono rimasto fulminato da questo disco, un power metal di qualità eccelsa come non se ne ascolta spesso e che non stanca mai, una sorta di connubio tra le melodie degli Stratovarius con la velocità e la robustezza dei Running Wild (non a caso c’è una splendida cover di “Port Royal”), a cui si aggiungono lontani richiami allo stile chitarristico degli Iron Maiden, con la non comune capacità di riuscire ad essere comunque moderni e perfino non scontati. Ho cercato di documentarmi in rete sui Messenger (nome alquanto inflazionato visto che, già solo in Germania, esistono due metal bands omonime!), ma purtroppo ho scoperto tristemente che il sito del gruppo è interamente in lingua madre; l’unica cosa che sono riuscito a capire è che i Messenger usano dei soprannomi fantasy (Francis Blake, Chainmaster, Pyro Jack, Dr. H.R. Strauss, Merlin) anche se, non conoscendo il tedesco, purtroppo non saprei indicare a chi si riferiscono. Davvero non capisco questo trend che c’è in Germania di non fare i siti internet anche in inglese in modo da consentire anche ai non tedeschi di fruire del patrimonio informativo... è come se noi italiani ci mettessimo a fare i siti solo nella nostra lingua, o i cinesi ed i russi li facessero solamente con i loro caratteri... va bene il nazionalismo, ma qui si rasenta la stupidità! Soprattutto considerando quanto possa essere importante internet per far conoscere un gruppo musicale nel mondo.... ma parliamo di musica che è meglio. Il power dei Messenger è di quelli con la “P” maiuscola, un album composto da 13 pezzi uno più bello dell’altro, a partire dall’infuocato trittico iniziale di “Raiders of galaxy”, “The spectre” e “Salvation”, passando per la già citata cover di “Port Royal”, per la splendida ed orecchiabilissima “Chosen one” (forse il pezzo migliore in assoluto dell’album) con in apertura il classico acuto da singer di power metal, per “Reign of the righteous” con il basso protagonista (e l’immancabile acuto iniziale dell’ottimo Siegfried Schüßler), finendo alle conclusive “The path of science”, con le sue parti di chitarra ispirate da “Wasted years” degli Iron Maiden, e “Born to face the wind” che suggella in maniera molto delicata un disco tra i migliori che abbia avuto modo di ascoltare quest’anno in campo power metal. E’ infatti l’album nel suo insieme a convincere per qualità, tecnica, compattezza, energia e gusto per le melodie. Se dunque siete dei true defenders, appassionati di questo specifico genere di musica, non potete farvi sfuggire questo “Starwolf - Pt. 1: The Messengers” dei tedeschi Messenger che è un ottimo esempio di come si possa nel 2013 suonare del power metal di gran qualità; per quanto mi riguarda, credo che andrò adesso alla ricerca dei lavori passati di questa band, per scoprire cose finora purtroppo sconosciute.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Settembre, 2013
Ultimo aggiornamento: 01 Settembre, 2013
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I Dust Devil nascono nel settembre 2012 per idea di artisti navigati dell’underground metal italiano, come Leonardo Taiti, Giovanni Guarnieri e Lapo Torrini (già nei Frozen Tears, nonché in altre bands), a cui si unisce poco dopo un altro ex-Frozen Tears (ed ex-Juglans Regia) come Massimiliano Dionigi, nonché l’ex-Electric Fluid Leonardo Romeo. Tutta gente, quindi, con parecchia esperienza alle spalle e tanta passione per la musica heavy-metal, anche se con un’età non più giovanissima. Il risultato è questo E.P. intitolato “Riled up”, composto da 5 canzoni belle tirate ed arrabbiate, quasi thrash per l’incedere leggermente mosheggiante di alcune parti (ascoltare l’opener “Blurred mind” a titolo esemplicativo). I musicisti ci sanno fare con i loro strumenti e si sente eccome, il singer Leonardo Romeo non ha un’ugola cristallina, ma uno stile aggressivo e sporco che, nonostante tutto, ben si coniuga con il particolare genere musicale suonato dalla band. Mi sono piaciuti molto gli assoli del buon Lapo Torrini, come anche le parti di batteria sempre ricche d’energia dell’ottimo Giovanni Guarnieri. Tutti i pezzi di “Riled up” si lasciano ascoltare molto gradevolmente ed infondono adrenalina in quantità, oltre a far trasparire il piacere di questi 5 uomini nel suonare la loro musica. Convincono particolarmente oltre alla già citata “Blurred mind”, “Live to die for you”, ricca di ottimi assoli di chitarra, belle parti di basso e dotata di un ritmo davvero incalzante, ma anche l’adrenalinica conclusiva “Back for the metal show” che, come suggerisce il titolo, vedo ottimamente in sede live. In tempi in cui abbondano immondizie musicali che ci vengono propinate da case discografiche più o meno importanti, ci potrebbe essere sicuramente spazio anche per i Dust Devil e per il loro piacevole heavy metal, c’è solo da sperare che qualche label si accorga di questa band e contribuisca a diffondere la sua musica.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Settembre, 2013
Ultimo aggiornamento: 01 Settembre, 2013
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Puntuali, come ogni anno, tornano gli svedesi Reinxeed, band del talentuoso chitarrista Tommy Reinxeed, con un nuovo album intitolato “A new world”, il sesto della loro carriera. Ancora una volta c’è una mezza rivoluzione nella formazione, con il solo batterista Alfred Fridhagen rimasto dalla line-up che lo scorso anno registrò il mediocre “Welcome to the theater”; da segnalare, quindi, l’ingresso di Chris David al basso ed Alex Oriz come altro chitarrista solista; ciò che purtroppo non è cambiato è il singer: continuo infatti a ritenere Tommy Reinxeed tanto bravo come chitarrista, quanto scarso come cantante. Il genere musicale è rimasto pressoché invariato rispetto al passato, anche se è doveroso mettere in evidenza qualche momento più soft che strizza l’occhio al metal sinfonico grazie alla maggiore importanza data alle tastiere, come in “The star” (i cui cori ricordano vagamente i Queen); l’album è comunque infarcito di quel power metal iper-veloce con doppia-cassa lanciata a mille all’ora ed assoli di chitarra al fulmicotone. Se quindi siete appassionati di questo specifico genere, la musica dei Reinxeed sicuramente andrà incontro ai vostri favori. Qualora, invece, cerchiate un minimo di originalità, sappiate che i 10 pezzi di “A new world” hanno un puzzo di “già sentito” che si sente lontano a chilometri; sono indubbiamente suonati molto bene a livello tecnico ed in maniera molto precisa (e vorrei vedere!), danno energia in quantità, ma non colpiscono nel segno, non riescono a coinvolgere più di tanto, almeno non sono riusciti a convicermi nei vari e ripetuti ascolti dati ai files ricevuti. Devo anche segnalare un particolare che può rivelarsi fondamentale e che lo è stato nel voto finale da me assegnato: quello che ho ascoltato è registrato in maniera pessima, peggio di un demo economico, con la batteria che sovrasta tutto (specie la doppia-cassa!), il basso praticamente inesistente, le tastiere e le chitarre con volumi molto inferiori alla voce che è sparata a livelli troppo alti, tanto da risultare stridula in alcuni casi, evidenziando ancor di più i limiti di Tommy Reinxeed dietro al microfono. Mi auguro che questo difetto sia dovuto alla scarsa qualità dei files che mi sono stati messi a disposizione, magari relativi ad una versione “grezza”, prima del lavoro di mastering... perché, se fosse questa la versione finale che si trova su cd, sarebbe abbastanza scandalosa, soprattutto se paragonata alle produzioni perfette che la tecnologia odierna consente di porre in commercio. Lo ripeto, una registrazione del genere sarebbe accettabile in un demo economico di un gruppo esordiente in non fiorenti condizioni economiche, ma assolutamente non tollerabile da una band e da una label di professionisti. Spero di sbagliarmi e che qualcuno mi assicuri che sul cd in commercio c’è tutt’altra situazione.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Agosto, 2013
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Se qualcuno, ascoltando questo “The dark mechanism”, avesse supposto che i Perceverance potessero arrivare dagli USA, magari proprio dalla Bay-Area californiana, avrebbe cannato di brutto, perché questa band è italianissima ed arriva precisamente dalla provincia di Savona. Ciò nonostante, l’impressione avuta ascoltando i pezzi di questo debut album, è stata proprio quella: se questi ragazzi arrivassero dalla California, sarebbero ultra-osannati ed in tanti li indicherebbero come la nuova promessa del thrash americano. Purtroppo arrivano solo dalla Liguria e non se li fila nessuno, o quasi. Già, quel “quasi” è importante, dato che i Perceverance hanno una discreta attività live, culminata con la partecipazione a diversi festival liguri che gli ha permesso di farsi conoscere un po’ in giro tra i thrashers non malati di esterofilia. Sono lontani i tempi del demo “Persistence in time”, uscito solo l’anno scorso, ma distante musicalmente parlando perchè il songwriting della band è notevolmente migliorato ed ogni pezzo ha un tiro non da poco, compresi quei brani in cui la batteria rallenta un po’ il ritmo e laddove il minutaggio delle canzoni sale pericolosamente. Mi sono piaciuti particolarmente gli assoli ed i muri di riff delle due chitarre di Rusca ed Alluigi ed, in fin dei conti, non dispiace nemmeno il vocione roco del buon Michele “Met” Alluigi che, obiettivamente, non è dotato di un’ugola cristallina, particolare che non è strettamente necessario nella musica thrash, se non anche del tutto superfluo. Ciò che conta è l’energia e l’adrenalina che deve infondere la musica e quella dei Perceverance non difetta assolutamente da questo punto di vista; ascoltatevi “Speed that kills”, la brevissima e violentissima opener “Prepotence” (per me la migliore in assoluto!), le rocciose “Hate bringer” ed “Into the void”, come anche la title-track “The dark mechanism” o la mosheggiante “Persistence in time” per farvi un’idea di quel che intendo dire. I maniaci dell’originalità potranno obiettare che la musica dei Perceverance non è per nulla innovativa, ma cerchiamo di essere onesti, quanti dischi thrash sono innovativi? Pochissimi ed, oltretutto, se un disco è suonato ottimamente e con passione e sa comunicare sensazioni piacevoli all’ascolto, perché auto-flagellarci masochisticamente andando alla ricerca di una quasi impossibile originalità? Se ancora c’è qualche esterofilo che non riesce a farsene una ragione, sarebbe bene che cominci a cambiare idea perché qui in Italia, in campo thrash metal, abbiamo un sacco di bands validissime che non hanno nulla di meno (anzi sono spesso molto migliori!) dei ben più osannati nomi esteri. A gente talentuosa come Hyades, Ultra-Violence et similia, oggi possiamo aggiungere anche il nome dei liguri Perceverance.... date loro una chance, se lo meritano!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Agosto, 2013
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Grazie all’attiva agenzia tedesca Metal Promotions, arriva fino a noi questo “Future Memories”, debut album dei symphonic metallers teutonici Secrets Of Sin. Il loro sound si rifà ai classici del metal sinfonico, con influssi gotici, di bands come Edenbridge, Epica et similia, senza però avere nelle proprie fila una soprano, ma una cantante quale Christina Groner, abbastanza espressiva e capace di donare colore alle proprie parti; se proprio dovessimo cercare un termine di paragone, la voce della rossa singer mi ha ricordato alquanto quella di Lady Godyva, dei nostri connazionali Godyva, anche se un po’ più fredda. Di contro, come consuetudine, la voce maschile più aggressiva, spesso in growling, dello screamer Robert Mansk, che si occupa anche di suonare ottimamente le chitarre assieme a Niklas Rach. Completano la band in maniera molto professionale, il tastierista Philipp Eiperle ed il sempre preciso batterista Michael Schier, che avrei preferito più protagonista nel sound e meno rapper nell’aspetto; manca un bassista, ruolo per il quale la band è alla ricerca di un rimpiazzo del dimissionario Tobias Funk che dovrebbe comunque aver partecipato alle registrazioni dell’album. “Future memories” è composto da 8 pezzi + la consueta inutile intro (“Deus ex machina”) e 2 bonustracks, su cui purtroppo non ho particolari informazioni; sembrerebbe che possano essere delle cover, visto che si discostano alquanto dal sound della band, ma di più non saprei. La musica dei Secrets Of Sin si lascia ascoltare piacevolmente in tutto il disco, senza particolari cali qualitativi; dall’opener “Utopia”, molto Nightwish-oriented, passando per la dolce “Once upon a time” e per la successiva “Inside”, che sa di Lacuna Coil ed è stata scelta per la realizzazione di un video, finendo alla monumentale suite finale “Civilisation”, per quasi 12 minuti che non stancano assolutamente. Mi auguro vivamente che qualche label si accorga dei Secrets Of Sin (in Germania ce ne sono parecchie che sono molto attente all’underground nazionale) ed offra loro un valido contratto perché, considerando che questo “Future memories” è solo un debut album, siamo già a livelli qualitativi molto elevati. Per tutti gli appassionati dello specifico genere musicale, l’album è acquistabile ad un costo anche conveniente direttamente sul sito della band. Teneteli d’occhio!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Agosto, 2013
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Gli Arven sono una band tedesca, direi quasi una “all female” band, se non fosse per la presenza di Till Felden, unico rappresentante del sesso maschile, alla batteria. Dopo l’esordio, a me purtroppo sconosciuto, intitolato “Music of light” risalente al 2011, arrivano con questo “Black is the colour” al secondo album, edito dalla Massacre Records, sempre attenta specie per le bands di origine teutonica. La musica proposta dalle Arven è un metal sinfonico molto melodico, dalle tinte gothic, influenzato chiaramente da nomi come Epica, Edenbridge e Nightwish che, tutto sommato, non dispiace e si lascia ascoltare gradevolmente. A voler essere pignoli, forse c’è un po’ troppa melodia, soprattutto nella parte finale (bonus tracks comprese), dove c’è poco spazio per la doppia-cassa e per i classici riff di chitarra che tanto piacciono a noi true metallers per sbattere il nostro capoccione su e giù fino a martoriare le nostre povere vertebre cervicali; ma si tratta di gusti puramente personali che, in fin dei conti, non inficiano il valore del lavoro nel suo complesso. Sicuramente, infatti, ci sarà una moltitudine che apprezzerà questa vena melodrammatica delle Arven, nonostante siano così meno “metalliche”. Ed in questo forse, una buona parte di responsabilità lo avrà l’aspetto gradevole delle cinque ragazze che potrà far breccia nei cuori dei più giovani metalheads in piena tempesta ormonale. Ma torniamo alla musica. “Black is the colour” si apre in maniera molto energica con “Believe”, furbamente scelta anche per la realizzazione di un video, dato che obiettivamente si tratta del pezzo con il maggior tiro del lotto. E’ la prima parte quella vincente dell’album; dopo l’opener, infatti, arrivano la piacevole “Don’t look back”; la splendida “Rainsong” che ha un coretto a dir poco orecchiabile (e non meravigliatevi se, dopo il primo ascolto, vi ritroverete a canticchiarlo sotto la doccia!) e forse è la miglior song del disco; segue poi l’energica “The one for me” con la voce dell’ospite Stefan Schmidt dei Van Canto a dare quel tocco mascolino che non guasta. Con la romanticissima “All I got” si comincia ad affacciare la parte più melodica delle Arven. Fatta eccezione per “My darkest dream” (che non sfigurerebbe su un qualsiasi disco degli Edenbridge ed è aperta da belle parti del basso di Lisa Geiß), per la folkeggiante strumentale e divertente “Cercle d’Emeraude” (molto vicina allo stile degli Elvenking) e per la robusta “Firesite stories”, infatti, la restante parte dei pezzi è molto, forse un po’ troppo, melodica e melodrammatica, caratteristiche che, ascolto dopo ascolto, rischiano di stancare, almeno quei metalheads che cercano adrenalina ed energia nella propria musica preferita. Ecco, se forse ci fosse stato qualche altro pezzo tirato ed elettrico nella parte finale, cover comprese, avremmo avuto davanti un disco eccezionale; “Black is the colour” delle tedesche Arven resta comunque un buon disco che si farà apprezzare dai fans della band e da quelli che ascoltano metal sinfonico in genere. Un’ultima precisazione: non sono sicuro dell’ordine preciso in scaletta delle due covers (sulle quali purtroppo non ho altre informazioni), in quanto in alcuni casi le due posizioni sono state presentate invertite.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Agosto, 2013
Ultimo aggiornamento: 23 Agosto, 2013
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“Feast” è il quattordicesimo album per i canadesi Annihilator, guidati da quel mostro di chitarrista che è Jeff Waters. Tra picchi qualitativi notevoli (i primissimi dischi) e passi falsi (“Remains” su tutti), la band canadese può essere considerata come l’incarnazione del technical-thrash, sarebbe a dire quel sotto-genere del thrash che mosse i primi passi verso fine anni ’80 e che ha in capolavori come “Alice in hell” e “Never, neverland” fra gli albums più rappresentativi. Purtroppo da allora sono passati tanti anni, anche se il buon Jeff Waters è ancora capace di suonare alla grandissima e comporre ottima musica. Alcuni brani di questo “Feast” ne sono la prova, partendo dalla violentissima opener “Deadlock”, che ricorda non poco “The final command” degli Slayer (addirittura nel coro Dave Padden imita palesemente lo stile canoro di Tom Araya). Proseguendo con la scaletta, mi sono piaciute anche “No way out” e “Smear campaign”, come anche “Demon code” e “Fight the world”, anche se forse avrebbero avuto una resa migliore se fossero durate un paio di minuti in meno. A proposito di lunghezza eccessiva, il non plus ultra lo si raggiunge con gli 8 minuti e mezzo della conclusiva “One falls, two rise”, che obiettivamente dura un’eternità per un pezzo thrash e sarebbe stato molto meglio se fosse stata divisa letteralmente in due. La parte centrale dell’album, invece, non mi convince per niente: “No surrender” sembra rubata ai Red Hot Chili Peppers (si, avete letto bene!) e non c’entra assolutamente nulla nel contesto; “Perfect angel eyes” è la classica ballatona (dedicata da Waters alla sua compagna), come ne abbiamo ascoltate tantissime (anche dagli stessi Annihilator, chi si ricorda di “In the blood” da “King of the kill” o di “Innocent eyes” da “Refresh the demon”?), buona per momenti romantici, ma altrimenti alquanto melensa. In mezzo alle due c’è “Wrapped”, dotata di un buon tiro e di un coretto simpatico. Restano in questo lavoro due caratteristiche fisse: da una parte l’ottimo lavoro alla chitarra di Jeff Waters che, come tutti sappiamo, è un mostro e suona in maniera come pochi sanno fare; dall’altra la voce di Dave Padden è tra le più anonime che si sono alternate dietro ai microfoni nella lunga carriera degli Annihilator, si mantiene sempre su livelli di sufficienza, mancando nel comunicare emozioni all’ascoltatore, sia in senso positivo che negativo e sinceramente mi sfugge il motivo per cui sia ancora lì, visto che predecessori molto più capaci (da Rampage a Pharr fino al più recente Comeau) sono purtroppo rimasti molto meno tempo....
Tirando le somme “Feast”, dotato di una splendida copertina, è un buon esempio di thrash e non sfigurerà nella carriera degli Annihilator che indubbiamente sono stati capaci di comporre dischi migliori, ma anche molto peggiori. Potrà andare incontro ai favori dei fans della band, ma anche a chi ascolta thrash nella sua versione più tecnica. E’ prevista anche un’edizione limitata con copertina in 3-D che contiene un bonus disc, intitolato “Re-Kill”, una sorta di "best of" che ripropone 15 brani storici della band ri-registrati nel 2012, purtroppo quindi cantati da Dave Padden....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Agosto, 2013
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Se c’è una band estremamente prolifica, questa risponde al nome di Saltatio Mortis; i folk-metallers tedeschi, infatti, con questo “Das schwarze einmaleins” arrivano al loro tredicesimo album ufficiale (live compresi) in circa 12 anni di carriera. Sono passati 2 anni da “Sturm aufs paradies”, ultimo lavoro in studio della band, e la formazione capitanata dal singer Alea der Bescheidene continua a proporre dell’ottimo folk metal, cantato come sempre in lingua tedesca. Ci sono comunque dei cambiamenti da segnalare: in primis l’artwork completamente disegnato, utilizzato anche per un restyling praticamente totale del sito della band (purtroppo ancora solamente in lingua teutonica), opera dell’artista Matt Dixon, noto per lavori, tra gli altri, per Blizzard Entertainment /WoW, Harry Potter e Pirates of the Caribbean. C’è poi da segnalare l’ingresso del nuovo chitarrista Till Promill che ha preso il posto di Herr Samoel. Anche nel sound ho sentito una certa differenza rispetto al passato, anche se non particolarmente marcata: c’è una nota quasi dark nel modo di approcciarsi al classico sound della band; cerco di spiegarmi meglio: se finora il sound dei Saltatio Mortis era allegro e frizzante, questa volta l’ho trovato leggermente più cupo ed oscuro. Sia chiaro che rimane sempre il classico folk metal gioioso e ricco di energia da ascoltare in compagnia per fare casino e saltellare tutti assieme in allegria, ma questa volta sento una vena di tristezza qua e là; non so dirvi se dipende dal mio umore, o magari da qualche trovata nella registrazione, ma questa è la sensazione che ho avuto nei vari ascolti di questo disco. “Das schwarze einmaleins” è composto da 13 pezzi (è prevista anche una limited edition iniziale in digipack con una bonus track intitolata “Schloss duwisib”) la cui caratteristica principale è l’orecchiabilità. Certamente il cantato nell’ostico idioma tedesco non aiuta particolarmente, ma i Saltatio Mortis sono così, prendere o lasciare. La maggior parte dei brani si presenta frizzante e veloce, ma non mancano gli episodi più pacati e riflessivi, quasi romantici (soprattutto “Galgenballade”, ma anche “Sandmann” e la conclusiva “Randnotiz” con una voce femminile ospite su cui non ho purtroppo informazioni); se dovessi scegliere quelle tracks che maggiormente mi hanno colpito, direi “Abrakadabra”, dotata di un coretto che si ficca in mente immediatamente per non andar mai più via; ma anche “Wachstum uber alles”, scelta per un singolo (di cui potete trovare la recensione sempre su questo sito) e per un piacevole video, nonché “Der kuss” e l’opener “Frueher war alles besser”, di fronte alle quali diventa difficile rimanere fermi e non dimenarsi. Tirando le somme, “Das schwarze einmaleins” è un ottimo album e l’ennesima conferma di come i Saltatio Mortis siano tra le bands di punta del movimento folk metal mondiale.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Agosto, 2013
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A distanza di tre anni dall’ottimo “The highland way” tornano gli argentini Skiltron con il loro quarto album, intitolato “Into the battleground”. Sono cambiate molte cose per gli Skiltron in questi anni; in primis una mezza rivoluzione nella formazione che vede rimasti Emilio Souto (chitarre) e Matia Pena (batteristi) quali unici reduci della line up precedente (ma il duo è presente sin dagli esordi di “The clans are united”). C’è poi quella che forse per gli Skiltron è la coronazione di un sogno: la band infatti si è trasferita ad Edimburgo in Scozia (almeno è da lì che mi è arrivato il cd) ed immagino nel Regno Unito abbia infatti reclutato il nuovo singer Tony Thurlow e Freddy Macinlay che si occupa delle cornamuse. C’è anche un nuovo bassista, Ignacio Lopez, che immagino arrivi anch’egli dall’America Latina, ma non ho purtroppo trovato informazioni al riguardo. Ma veniamo alla musica di “Into the battleground”, tra l’altro finalmente dotato anche di una copertina decente (quelle dei primi due lavori degli Skiltron erano obiettivamente inguardabili!). I fans del folk metal conosceranno sicuramente questa band, autrice in passato di tre ottimi dischi nello specifico settore; orbene sappiate che questa volta gli Skiltron si sono superati, arrivando a comporre un disco semplicemente straordinario. Credo che questa volta Emilio Souto & C. siano riusciti a raggiungere il perfetto connubio tra folk e metal, l’unione idilliaca tra gli strumenti tradizionali e quelli elettrici, in altre parole “il disco migliore di folk metal” che abbia finora avuto modo di ascoltare! “Into the battleground” è composto da 9 pezzi più le consuete intro (“Brosnachadh”) ed outro (“Esbat”), 9 inni di folk metal che vi faranno saltare e vi infonderanno un’energia incredibile, 9 brani di fronte ai quali ho trovato praticamente impossibile rimanere fermo e che mi immagino dal vivo possano fare sfracelli tra il pubblico. Si tratta di un lavoro ideale per fare casino assieme agli amici, innaffiati da fiumi di birra ghiacciata, data l’allegria che trasmette a gettito continuo. L’orecchiabilità è un’arma vincente di questo lavoro, così come la voce di Tony Thurlow, potente e grintosa a dovere. Quello che comunque, a costo di ripetermi, più convince in questo disco è il perfetto equilibrio tra gli strumenti della tradizione folk con quelli elettrici, i duetti tra le chitarre e le cornamuse sono di gran gusto e sempre estremamente indovinati. Se dovessi scegliere un pezzo preferito, sarei davvero in difficoltà; potrei citarvi l’opener “Lion rampant”, o anche la furiosissima “Besieged by fire” (in cui si sentono anche diverse parti in growling), come anche la strumentale “Mearrsadh air” o la cavalcata power-oriented “The brave’s revenge”; è comunque tutto l’album a convincere e conquistare nel suo insieme, senza un benché minimo calo a livello qualitativo. Credo di poter affermare tranquillamente che “Into the battleground” degli Skiltron è il miglior disco in ambito folk metal che abbia mai ascoltato finora, non c’è confronto che tenga con nomi altisonanti come In Extremo o Saltatio Mortis; forse gli unici in grado di competere sarebbero i nostri Folkstone, anche se credo che questo disco sia una spanna superiore alle produzioni della band orobica. “Into the battleground” è acquistabile esclusivamente sullo shop del sito della band, tra l’altro anche ad un prezzo molto interessante; se siete fans del folk metal non abbiate dubbi e non lasciatevelo sfuggire, perché questo disco degli Skiltron è letteralmente imperdibile!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Agosto, 2013
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La Gatti Promotion e la Red Cat Promotion hanno stipulato un accordo per la distribuzione in Italia dei lavori di alcune bands finlandesi, tra cui gli Epicrenel, band di symphonic power metal che arriva al debut discografico con questo “The crystal throne”, titolo sinceramente non proprio originale. Come spesso accade nel genere specifico, dai titoli e da quel po’ d’inglese che sono riuscito a capire (portate pazienza, non sono un poliglotta), le tematiche trattate nell’album sono tanto per cambiare a sfondo fantasy, con vari cavalieri, guerrieri et similia. Non so dove stia scritto che, per suonare questo determinato genere di power, si debba poi sempre parlare di sword&sorcery e farsi ritrarre con spadoni, asce ed altre armi medievali, fatto sta che anche gli Epicrenel non smentiscono questa tradizione. Ma bando a queste banalità, passiamo alla musica di questi sei finnici. Per suonare questo genere di musica, bisogna saperci fare eccome con la propria strumentazione e tutti i musicisti della band non si discutono a livello tecnico; il batterista Joonas Pykälä-aho (anche nei Thaurorod) è sempre preciso e veloce, ben supportato dal potente basso di Jukka Hoffrén e dalla chitarra ritmica di Mikko Sepponen (che qualcuno ricorderà negli Olympos Mons); gli assoli di Emil Pohjalainen (conosciuto altrimenti come “Emppu”, chitarrista anche di Amberian Dawn e Thaurorod) e le orchestrazioni di Chrism (al secolo Christian Pulkkinen) sono di gusto sopraffino ed infarciscono ogni pezzo dell’album. Cosa non convince allora? Ho provato ad ascoltare i 12 pezzi (in realtà 10 + le solite inutili intro ed outro) di “The crystal throne” più e più volte, come si deve fare per una recensione corretta, ma ogni volta non riuscivo a rimanere coinvolto emotivamente e spesso la mia attenzione sfuggiva, segno anche che forse manca un po’ d’orecchiabilità; ecco credo che il lavoro degli Epicrenel, pur essendo tecnicamente impeccabile, difetti nella capacità di trasmettere sensazioni ed emozioni, risultando quindi alla fine poco convincente. Buona parte della responsabilità è anche dovuta al singer Christian Palin (ex-membro degli Adagio) che, pur non essendo obiettivamente scadente, mi è sembrato un po’ troppo freddo e distaccato, oltre a non essere né particolarmente acuto, né caldo ed ammaliante nel suo stile canoro. Sarà che forse sono io ad essere abituato troppo bene con i vari Lione, Conti, Sotto, Giannini o Romero (tanto per citare i primi nomi che mi sono venuti in mente di cantanti di bands stilisticamente accostabili agli Epicrenel) e, di conseguenza, noto subito i limiti del buon Palin.... fatto sta che, in quanto a vocalist, sono abbastanza esigente e pignolo e, perdonatemi, ma questa volta non riesco a farmi convincere. Per quanto mi riguarda quindi, il debut degli Epicrenel intitolato “The crystal throne” è uno dei tanti dischi di power sinfonico, discreto e piacevole, ma non eccezionale; se siete fans dello specifico genere, comunque, suggerisco di dargli un ascolto, magari potrete anche giudicare diversamente da me e lasciarvi conquistare dalla loro musica che obiettivamente è ben suonata.

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Autoproduzioni

Dawn Ahead, thrash ispirato agli USA, ma dalla Germania
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2.5
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Il primo disco solista di Kikis A. Apostolou, chitarrista degli Arrayan Path
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3.0
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Ace Mafia un ep niente male per i fans dell'hard rock dalle sonorità moderne
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3.0
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Watershape, un prog metal dove spesso viene colpevolente poco curato l'aspetto melodico.
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3.0
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I Nerobove scandagliano il malessere umano con un sound azzeccatissimo
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3.0
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