A+ A A-

Opinione scritta da Ninni Cangiano

897 risultati - visualizzati 821 - 830 « 1 ... 80 81 82 83 84 85 ... 86 90 »
 
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Dicembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

I Molllust (avete letto bene, con 3 “L”) sono una band tedesca attiva, se non erro, da circa 2 anni dedita ad un genere particolarissimo che incrocia l’heavy metal con la musica operistica. “Tutto qui? Ed il symphonic metal?” potrebbe giustamente obiettare qualcuno; ma qui di symphonic metal, come lo si intende solitamente (per capirci, come lo suonano Rhapsody of Fire et similia), non c’è molto, direi anzi che rimane solo il concetto di fondo dell’unione tra il metal e la musica classica. Qui, infatti, immaginatevi un po’ di musica da camera con tanto di archi e pianoforte, cantata da una soprano accompagnata saltuariamente da un baritono (almeno così mi parrebbe la voce di Frank Schumacher), a cui si aggiungono i classici strumenti metal ad esaltare la componente drammatica delle composizioni. Uno stile, quindi, decisamente personale quello dei Molllust, estremamente teatrale e melo-drammatico che, a volerlo per forza catalogare, potremmo descrivere alquanto impropriamente “symphonic metal” o, forse, molto più avvedutamente “opera metal”, esattamente come lo definisce la stessa band. Questo “Schuld”, presentatomi in elegantissimo digipack a 3 ante (anche la bio è presentata in 3 eleganti volantini a colori!), costituisce il debut album di questo originalissimo gruppo che mi ha sorpreso in maniera estremamente positiva! E’ assurdo, infatti, come vengano prodotte da labels anche di un certo peso internazionale vere e proprie immondizie musicali, mentre gemme di simil splendore come i Molllust sono costrette all’auto-produzione pur di veder coronati i propri sogni in un cd! Ma questa è la dura legge del mercato, sempre più condizionato dai prodotti plastificati e massificati e, lasciatemelo dire, sempre più odiosamente ignorante! Ma torniamo a “Schuld” altrimenti ci facciamo tutti del fegato amaro... il disco è composto 10 brani, più una vera e propria ouverture (scarsa fantasia nell’intitolarla proprio così!), per poco più di ¾ d’ora di musica da ascoltare in quiete e rilassamento. Se dovessi scegliere qualche pezzo per indicarvi i miei preferiti, direi la veloce “Lied zur Nacht”, o la drammatica “Alptraum”, ma soprattutto “Schatten” che ricorda molto da vicino i Therion più lirici. Ecco, se proprio dovessimo cercare una band a cui accostare i Molllust, potrebbe avere un certo senso solamente il paragone con i Therion più recenti Se cercate violenza sonora o grugniti vocali, sappiate che nella musica dei Molllust non ve n’è traccia, qui ci sono solo melodie, gorgheggi e virtuosismi sonori e vocali (peccato che sia solo nell’ostico idioma tedesco!). Impossibile dunque rimanere indifferenti di fronte a questo disco, o si ama o si odia! Io rientro tra coloro che se ne sono innamorati e, se anche voi siete appassionati di certe sonorità e simili contaminazioni della musica metal, non potete ignorare questo album!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Dicembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 01 Dicembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

Era il 1995 quando, entrando da quello che era allora il mio fornitore di fiducia, scoprii due albums che avrebbero per un po’ di anni costituito i punti di riferimento di un intero movimento musicale: “The gallery” dei Dark Tranquillity e “The Jester race” degli In Flames. Fu, infatti, principalmente grazie a queste due bands svedesi che nacque il “melodic death”, movimento musicale che annovera oggi nelle proprie file i russi Arcanum Sanctum, band nata nel 2004, arrivata con questo “Veritas odium parit”, edito da Buil2kill Records, al proprio secondo album, dopo l’esordio “Fidus achates” del 2010. Dopo aver abusato in maniera forse esagerata del death melodico durante i miei ascolti nella seconda metà degli anni ’90, adesso molto raramente riesco a “digerire” un intero album, mi capiterà forse una/due volte l’anno e l’indubbio merito di aver attirato la mia attenzione ed avermi convinto bisogna darlo a questi tre ragazzi russi. La loro musica, infatti, sprizza energia ed adrenalina dal primo all’ultimo secondo di questo album che ha il grande pregio di durare solo mezz’ora! 30’26” di assalto sonoro, come solo i grandi di questo particolare genere di metal hanno saputo fare in passato. Certamente, si potrà obiettare loro che siamo nel 2012 e questo genere ha già dato il meglio di sé oramai tanti anni fa e l’originalità abita lontano dai solchi di questo disco, ma quando si suona così bene, quando la musica comunica passione e trasferisce la propria energia all’ascoltatore convincendo appieno, resto sempre dell’opinione che certi discorsi abbiano poco senso! Otto pezzi molto belli, compresa la lenta strumentale “In memory of...” che, se fosse stata fatta al pianoforte, invece che ad una scadente tastiera, avrebbe fatto letteralmente venire i brividi! Unico appunto forse che si può muovere alla band sta nella voce di Vadim “Sad” Nalivaiko che ricorda vagamente quella del grande Mikael Stanne, ma si presenta un attimo troppo isterica, risultando quasi più adatta al black metal. Sono comunque dettagli che non inficiano la validità di questi Arcanum Sanctum e del loro “Veritas odium parit”, fans del death melodico non lasciatevi sfuggire questo interessantissimo disco!

Trovi utile questa opinione? 
40
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Dicembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

Sono passati 2 anni da “Rise, legions of free men” ed i francesi Galderia hanno finalmente trovato una label che crede in loro (la canadese Metalodic Records) e pubblicato il loro terzo lavoro (nel 2009 avevano debuttato con “Royame de l’universalitè”), intitolato “The universality” e dotato di una splendida copertina, ennesima opera di Felipe Machado Franco. Lo stile della band rimane un’orecchiabilissimo power metal, nella sua versione più happy, chiaramente ispirato soprattutto a gente come Freedom Call e Gamma Ray. Si tratta anche del primo disco con il nuovo bassista Lionel, il cui strumento è forse un po’ troppo relegato in sottofondo ed ad un ruolo da comprimario. A livello di tematiche, chi conosce i Galderia, saprà che si parla di filosofie cosmologiche, quasi a sfondo mistico/religioso. Ma torniamo alla musica di “The universality”, composto da 11 pezzi + intro ed outro (bella lunga a dire il vero!). Si tratta di un lavoro compatto e decisamente frizzante a livello musicale, di facile assimilazione, nonostante alcuni brani presentino minutaggi anche elevati (sono numerosi gli episodi che si aggirano tra i 6 ed i 7 minuti). Indubbiamente la proposta musicale dei Galderia non sarà originalissima, ma la musica di questi quattro francesi comunica sentimenti di allegria e felicità ed il suo ascolto porta una sensazione di benessere e leggerezza che non dispiace assolutamente, coinvolgendo l’utente in questa positività che traspare dalle tematiche trattate. La voce del leader e fondatore della band Seb, inoltre, non dispiace assolutamente, pulita ed acuta al punto giusto, forse un po’ troppo melodica e poco aggressiva, ma non mi sembra sia questo il trend che i Galderia cercano di raggiungere con la loro musica. Brani piacevoli ce ne sono parecchi, dall’inno melodicissimo “Galderians”, alla notevole “Universality” (scelta anche per un singolo che ha preceduto l’album), passando per le ritmate “Sundancers” e “Rising soul”, il culmine si raggiunge forse con “One million dreams”, pezzo che dal vivo saprà sicuramente coinvolgere il pubblico con il suo continuo crescendo. E’ comunque tutto il disco a convincere nel suo insieme, presentando un’altra band che, nel settore power, ha tutte le carte in regola per affermarsi e dire la sua. Concludendo, “The universality” dei francesi Galderia è sicuramente suggerito a tutti i fans del power metal nella versione più happy ed, in attesa dei mostri sacri Helloween e Gamma Ray, può sicuramente essere indicato per farvi trascorrere poco più di un’oretta spensierata.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Dicembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 01 Dicembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

Seguo i toscani Nhorizon, sin dai loro esordi con il demo “Oneiric tales” del 2007, cui ha seguito poi l’ottimo debut album “Skydancers” del 2009. Da allora, tre anni di silenzio e qualche cambio di line-up con il chitarrista Giacomo Paradiso che sostituisce Massimo Castri e, soprattutto, il singer Alessandro Buzzo al posto di Lorenzo Ticci. Recensire un lavoro di una band a cui si è legati da un rapporto d’amicizia (il tastierista Fab Muratori fa parte del nostro staff) non è mai facile, per cui preferisco partire non esaltando i pregi di questo E.P. “Nightstalkers”, ma parlando dei relativi difetti. La prima cosa che salta subito all’orecchio è la voce di Alessandro Buzzo che, per quanto mi riguarda, è inferiore a quella del suo predecessore a livello qualitativo; per carità, la tonalità quasi sporca e roca di Alessandro non è male ma, per un genere come quello suonato dai Nhorizon, quel prog/power tanto in voga nel Nord Europa, forse sarebbe stata necessaria un’ugola più pulita e soprattutto più calda. Mi rendo conto che trovare un altro Daniel Estrin (singer degli australiani Voyager), tra le voci migliori dello specifico settore, non è cosa semplice, quindi l’unico suggerimento che posso dare al buon Alessandro Buzzo è quello di cercare di modulare la sua voce in modo meno freddo e più ammaliante, un po’ come cerca di fare all’inizio di “Restless”, brano conclusivo di questo lavoro. Per il resto non mi vengono in mente che pregi per questo E.P., partendo dalle consuete ottime prove del bassista Simone Cantini (semplicemente eccezionale), ottimamente sorretto dal fantasioso drumming di Alessandro Brandi (mai relegato al ruolo di accompagnatore, ma sempre protagonista nel sound della band), finendo per i piacevolissimi assoli di tastiere (Fab in questo è maestro!) e chitarre con la bella scoperta del nuovo arrivo Giacomo Paradiso. Giudicare una band da soli tre pezzi non è esauriente, ma indubbiamente la musica proposta su questo “Nightstalkers” è molto piacevole e raggiunge il proprio apice nella melodicissima e romanticissima “Sequel”, semi-ballad semplicemente strepitosa ed indovinatissima per momenti live con accendino al seguito, con un coretto decisamente easy che si ficca in testa immediatamente ed, in genere, una sorta di allegria di fondo contagiosa! Non sono da meno anche la veloce e robusta “Restless”, nonché la title-track “Nightstalkers” con chiari rimandi al prog dei mostri sacri del settore e ricca di atmosfere e colori differenti. Un ottimo ritorno per i Nhorizon insomma, un biglietto da visita che fa ben sperare per il futuro di questa band che mi auguro presto di ritrovare alle prese con un full-lenght... è strano, in fondo, come un gruppo di tale qualità non abbia ancora un contratto, mentre le labels continuino spesso a produrre immondizie musicali atte solo ad impestare il mercato mondiale!

Trovi utile questa opinione? 
17
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Novembre, 2012
Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

I Sanged nascono in Campania nell’estate del 2009 per la passione verso il thrash del chitarrista e singer Rino “Fury” Bortone; dopo una serie di cambi di formazione, arrivano alla registrazione di questo primo lavoro intitolato “The threat of aggression” (nel frattempo è già cambiato il bassista con Giacinto “Giax” Bianchi che ha sostituito Luigi “Lee” Schiavone), con un simpatico, quanto artigianale, lupo mannaro metallaro in copertina. Come avrete immaginato, i Sanged suonano thrash metal, fortemente ispirato dalla scena americana ma direi che le influenze, più che dai nomi famosi, credo possano riscontrarsi in band più particolari e tecnicamente evolute come soprattutto i grandissimi Heathen, i Defiance e quelle bands della seconda ondata thrash di fine anni ‘80/primissimi ’90. Purtroppo, pur comprendendo le difficoltà economiche di una band ai primi passi, ciò che non mi convince è la registrazione che penalizza, ad esempio, in maniera fortissima la batteria dell’ottimo Luigi “Vinnie” Pio D’Errico, con quel fastidioso effetto “fustino del Dash” sul rullante; l’amalgama sonoro che ne viene fuori non è eccezionale, alquanto “old-fashioned”... diciamo che, se 15/20 anni fa avessi avuto un demo simile, sarebbe stato superiore alla media del periodo, ma nel 2012, con la moderna tecnologia, diventa difficile farsi bastare un suono simile. Ed è davvero un peccato, perché i 4 pezzi (+ la solita inutilissima intro) di “The threat of aggression” sono sicuramente convincenti e coinvolgenti, 4 sfuriate thrash che mettono in mostra una band dalle ottime potenzialità che suona con passione e perizia. Persino la voce del leader Rino “Fury” Bortone, pur non essendo obiettivamente eccezionale, si adatta molto bene al genere per la sua aggressività e malignità. Attendo i Sanged al prossimo lavoro, sperando possano disporre di un budget economico superiore che valorizzi la loro musica al meglio... per adesso promossi con la sufficienza.

P.S. I Sanged mi hanno fornito un'altra versione del demo, ri-masterizzata in maniera più professionale. Molti dei difetti di registrazione sono scomparsi e resta solo un rullante freddo e poco "corposo" che non mi convince. Per il resto, siamo a livelli sicuramente migliori!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Novembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

Se avessi voluto fare uno scherzo a qualche amico fan dei Nightwish, avrei potuto far ascoltare questi files spacciandoli per il nuovo album della band di Tuomas Holopainen tornata finalmente alle origini e molto probabilmente qualcuno ci sarebbe cascato.... i più attenti, forse, avrebbero notato come il sound dei Nightwish sia maggiormente incentrato sulle tastiere e sulle orchestrazioni, mentre in questi files a farla da padrone sono le chitarre e la batteria. E’ questa, infatti, la principale differenza del sound degli inglesi Pythia che scongiura il pericolo dell’etichetta di “gruppo clone”; le chitarre di Tim Neale (solista) e Ross White, supportate ottimamente dalla batteria del grande Marc Dyos (fondatore della band assieme alla singer), sono decisamente protagoniste del sound di questa interessantissima band, giunta con questo “The serpent’s curse” al secondo album, dopo il debut “Beneath the veiled embrace”, a me purtroppo sconosciuto (ma rimedierò presto alla mancanza!). Se poi aggiungete che nella formazione c’è una soprano come l’affascinante Emily Alice Ovenden, che non sfigurerebbe affatto in un duetto con la grande Tarja Turunen (continuo a chiedermi per quale dannato motivo i finnici scelsero la Olzon per sostituirla!), capirete che le potenzialità di questi Pythia sono davvero notevoli. La musica di questo “The serpent’s curse”, inoltre, coinvolge e convince pienamente, tanto che mi verrebbe da accostare questo lavoro ai primi capolavori dei Nightwish, come “Oceanborn” e “Wishmaster”, con i quali sono convinto potrebbe reggere tranquillamente il confronto. Brani come l’opener “Cry of our nation”, “Just a lie”, “My perfect enemy” o “Heartless” sono vere e proprie gemme di power sinfonico, anche se è comunque tutto l’album ad attestarsi su un livello qualitativo tendente all’eccezionale. Qualcuno potrà obiettare che forse questi Pythia non sono particolarmente originali ed arrivano in ritardo di una decina d’anni, rispetto all’esplosione di questo particolare genere musicale e forse non avrebbero tutti i torti, ma quando ascolto musica così piacevole non m’interessa assolutamente niente di simili considerazioni, ritenendo che possano passare in secondo piano rispetto alla qualità del lavoro proposto ed alla tecnica dei singoli artisti. Date una chance a questi Pythia e vedrete che ne rimarrete affascinati, un “must” per i fans del particolare genere musicale!

Trovi utile questa opinione? 
20
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    12 Novembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

I Concrete nascono, dalle parti di Milano, nel 2009, per iniziativa del bassista Daniele Orlandi e del batterista Luca Nazzari, al fine di suonare la musica che adorano: il thrash metal. Dopo aver reclutato il chitarrista/screamer Manuele Ruggiero ed il solista Massimo Ercoli, realizzano quest’anno il loro primo lavoro, intitolato “Madness”. Si tratta di un EP di 5 brani di furioso thrash metal, molto aggressivo, ispirato dalla scena americana di gente come Dark Angel (su tutti), Exodus, Sacred Reich et similia. Tratto particolare è la voce di Manuele Ruggiero, molto cattiva ed aggressiva, forse fin troppo vicina a certo metalcore moderno di scarsa qualità. Ecco forse è proprio questo il punto debole dei Concrete che, altrimenti, con la loro musica saprebbero essere maggiormente convincenti. E’ indubbio, infatti, che la musica di questa band sprizza energia ed adrenalina dal primo all’ultimo momento (come solo il buon vecchio thrash sa fare!), il potente batterista Luca Nazzari pesta come si deve sul proprio strumento, imponendo velocità sempre sostenute, quasi al limite del blast beat, le due chitarre macinano riff in gran quantità, sostenute ottimamente dal basso pulsante di Daniele Orlandi. Musicalmente, quindi, nulla da eccepire, se non forse una certa mancanza di originalità, anche se non mi pare questo l’intento dei Concrete, quanto quello di suonare la musica che amano! Non mi convince la voce in simil screaming/growling; lo so, è questione di gusti, ma “Fuckcilation”, tanto per citare il primo pezzo che mi viene in mente, con un singer migliore (non bisogna essere per forza Joey Belladonna, Eric A.K., Soren Adamsen o Tim “Ripper” Owens, ma ci sono ampi margini di miglioramento!), credo mi avrebbe convinto e coinvolto maggiormente. “Madness” è comunque un buon lavoro, che lascia trasparire buone qualità nei musicisti ed una passione evidente verso questo genere di musica; aspetto i Concrete con un nuovo lavoro e, magari, uno stile di cantato meno aggressivo e meno metalcore-oriented.

Voto: 3/5

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    12 Novembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

Gli Psylocide Larvae arrivano dalla Russia, sono attivi da oltre un decennio e questo “The labyrinth of penumbra” è il loro quarto lavoro ufficiale, dopo l’esordio “Stigmata” del 2001, cui sono seguiti “Agony” nel 2003 e “Non-existence” nel 2008; mi auguro la band ed i propri fans mi perdonino ma, se non fosse stato per la Buil2kill Records (che ha pubblicato questo album), probabilmente avrei continuato ad ignorare l’esistenza di questa pur valida band. Gli Psylocide Larvae sono dediti ad un death metal molto sperimentale, con forti nfluenze dark e persino qualcosa di jazz-fusion, chiaramente ispirati da quanto hanno saputo fare maestri come Cynic ed, in minor misura, Aghora. Purtroppo, il limite di questa band, almeno per quello che ho avuto modo di ascoltare, a mio parere sta nel timore di osare e nel rimanere troppo ancorati ai classici stilemi death, il che li porta ad essere quel classico “ibrido” che è una via di mezzo e rischia di non “dare né di carne, né di pesce”... nel senso che chi, come me, adora i Cynic troverà interessanti questi Psylocide Larvae, ma non proprio convincenti; dall’altra parte, chi invece adora il death più classico, potrà trovare troppo “complicata” o cervellotica la musica di questa band. Stare sempre “al centro” e non schierarsi da una parte o dall’altra ha questo rischio, questa identità non troppo ben definita che non dispiace, ma non convince pienamente. Se musicalmente, infatti, abbiamo diverse interessanti sperimentazioni (prendere l’attacco di“Into the labyrinth” a titolo esemplificativo o l’intera “Fortress of time”, la migliore song del lotto!), la voce di Vit “Larv” Belobritsky è troppo legata al growling più cupo (quello adatto al death più estremo, per capirci) e presenta solo rare digressioni in altri stili, è insomma quasi sempre uguale in tutto l’album, il che mal si sposa con il genere sperimentale che la band vuole suonare. A fatica, ho provato ad isolare le musiche non prestando attenzione alla voce ed, indubbiamente, la considerazione verso questi musicisti e verso il loro lavoro è salita notevolmente! Ci vuole più coraggio, bisogna staccarsi dalle radici death e contaminare maggiormente, magari usando più spesso uno stile di canto differente, che siano clean vocals, screaming o addirittura cori in stile epico o lirico, ma questa via di mezzo, pur essendo abbondantemente sufficiente, grazie anche ad una certa originalità, non centra l’obiettivo, come invece meriterebbero le indubbie qualità nel songwriting.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Novembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

A distanza di un anno e mezzo dall’ottimo “Unholy cross”, tornano gli svedesi Bloodbound con un nuovo album, il quinto della loro carriera, dal titolo che è tutto un programma: “In the name of metal”. Già dalla copertina partiamo però alquanto male, con un punk disegnato in stile Freddy Krueger che è tra le peggiori cose che abbia visto in giro quest’anno. Passando ai titoli dei 12 pezzi (di cui purtroppo, come troppo spesso accade, non ho potuto disporre dei relativi testi), possiamo trovare una marea di cliché triti e ritriti da miriadi di metal-bands in passato. Con simili prospettive di partenza, capirete che tira brutta aria... speravo che la musica potesse risollevarmi, ma mi sono trovato ad ascoltare una copia sbiadita degli Hammerfall meno ispirati, a cui si mischia qualcosa di Primal Fear e, conseguentemente, di Judas Priest. Nulla di particolarmente originale (non che i Bloodbound si siano mai distinti in tal senso!), ma neanche qualcosa che possa ispirare e coinvolgere particolarmente; i tempi di “Unholy cross” e “Tabula rasa” (due album sicuramente piacevoli) sono lontani parecchio, forse anche troppo, dato che, ad eccezione di pochi pezzi (mi vengono in mente solamente “I’m evil”, “When demons collide” e “King of fallen grace”), sono davvero rare le occasioni in cui la musica trasmette energia e convince l’ascoltatore a sbattere il proprio capoccione. Troppe ritmiche blande, troppi brani che non decollano mai o che troppo a lungo si mantengono su livelli tendenti al soporifero. “In the name of metal” non passerà alla storia come il disco meglio concepito dai Bloodbound; in giro c’è sicuramente molto di meglio su cui investire i propri soldini ed ora, scusatemi, ma torno ad ascoltare “Unholy cross”!

Trovi utile questa opinione? 
11
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Novembre, 2012
Top 10 opinionisti  -  

Non sempre l’originalità si accompagna alla qualità o alla capacità di coinvolgere, questa in poche parole la possibile definizione di questo nuovo disco dei Therion, intitolato “Les fleurs du mal” (ispirato probabilmente dall’omonima opera di Baudelaire), uscito per la sconosciuta label End of the Light. In realtà non si tratta di 15 nuovi pezzi creati dalla geniale mente di Christofer Johnsson, ma del rifacimento di vecchi brani della tradizione musicale francese, roba risalente a 50 e passa anni addietro che con il metal non hanno assolutamente nulla a che vedere e che nemmeno hanno particolari legami con la musica classica; i Therion hanno rivisto tutti i pezzi a modo loro, metallizzandoli e facendoli cantare, tranne rare eccezioni, come in un’opera lirica. Indubbiamente una scelta originale ma anche rischiosa, perché facendo un raffronto con qualcuno degli originali, ci si rende conto del notevole stravolgimento posto in essere dalla band svedese. Il problema principale è che, tra i 15 pezzi presenti sull’album, raramente ci si desta da un certo torpore che ci assale sin dall’inizio ed ancora altrettanto raramente ci si trova con l’energia e la solennità di pezzi storici dei Therion come potrebbero essere “Cults of the shadows”, “In the desert of Set” o “Wine of Aluqah”, tanto per citare i primi che mi vengono in mente. L’idea, dunque, in un certo senso funziona, ma a non funzionare è proprio il materiale, troppo distante e differente dal classico sound dei Therion; sarà anche poi il cantato in francese che, a mio parere, con la sua sensualità intrinseca, risulta poco adatto a certe sonorità. Ciò nonostante, l’ascolto di “Les fleurs du mal” non dispiace, anche se semplicemente dai Therion è lecito aspettarsi qualcosa di meglio e soprattutto di differente. Se volete assaporare qualcosa di diverso dal solito e trascorrere ¾ d’ora in compagnia di musica in francese, questo disco può fare al caso vostro; se siete troppo legati a “Theli”, “Vovin” o “Deggial”, questo “Les fleurs du mal” potrebbe decisamente lasciarvi spiazzati, se non proprio leggermente delusi. Doveroso citare la copertina ed il booklet interno, con tanti disegni di donnine poco vestite, leggermente blasfeme e saffiche.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
897 risultati - visualizzati 821 - 830 « 1 ... 80 81 82 83 84 85 ... 86 90 »
Powered by JReviews

releases

Carica ed energia per i tedeschi MotorJesus
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Thrust rimangono ancorati al metallo purissimo degli anni 80
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Thrash tecnico e rabbioso per i National Napalm Syndicate
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Maggot Casket: mai giudicare il CD dalla copertina
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Gyze, un singolo in duplice versione
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Piacevole power metal con gli slovacchi Eufory
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Buck Tow Truck, non benissimo come inizio!
Valutazione Autore
 
2.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dissonante, straniante ed "esotica" la proposta dei Dischordia
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Gli Immortal Sÿnn hanno bisogno di scegliere una strada da percorrere
Valutazione Autore
 
2.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Rites Of Sedition, mai giudicare un libro dalla copertina..
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un lavoro strumentale fin troppo prolisso per Carmelo Caltagirone
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla