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Opinione scritta da Raffaele Acampa

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2.5
Opinione inserita da Raffaele Acampa    23 Settembre, 2012
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Nel 2012 è davvero difficile produrre un buon disco di power metal dopo l’enorme numero di capolavori che si sono susseguiti nell’ultimo decennio, e di certo i francesi Dark Tribe, con il loro Mysticeti Victoria, non riescono in questo intento. Tutto troppo acerbo, senza mordente, già sentito e senza alcuna verve innovativa. Che senso ha prendere il meglio di Labyrinth, Rhapsody, Helloween, Hammerfall, Gamma Ray et similia, suonarlo con poca personalità, farcire il tutto di cori epici e fraseggi fin troppo scontati, quando tutto questo è già stato fatto, ma soprattutto fatto meglio? Nulla. Non basta rendere più pesante e serrato il sound per dare una marcia in più al disco. L’unica cosa che ha stuzzicato il mio udito sono state le fughe di chitarra, pulite e precise, di Loic Manuello che, seppur abusate in tutte le salse dai mostri sacri del neoclassicismo metal, fanno sempre un certo effetto. Un cd che si perde nella enorme produzione discografica del genere, ma dal marchio Massacre Records. E così si continua a ingolfare il mercato con prodotti forse non proprio al top, tagliando spazi e possibilità a chi forse ha qualcosa in più. Voglio continuare a credere che quanto prima si ritornerà a ragionare in modo diverso…e se così non dovesse essere, questo forse sarà l’input per far nascere qualcosa di nuovo. Auguri ai ragazzi dei Dark Tribe che, con questo loro primo full-lenght, hanno scritto un piccolo pezzo di storia nel panorama, quello grosso, della musica metal.

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Opinione inserita da Raffaele Acampa    16 Settembre, 2012
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Di band puriste dell’heavy metal oggi se ne trovano poche e non sempre il prodotto presentato è conforme agli standard attuali, sia per la composizione, che per la produzione. Conoscevo già gli Absinthium grazie al loro primo EP regalatomi dal simpaticissimo bassista Dario Nuzzolo, e proprio per questo ho deciso di mettermi in gioco e recensire il loro primo full-lenght. One For The Road è puro heavy metal senza contaminazioni di alcun genere. Il quartetto ci sa fare: le song sono dirette e scorrevoli, non ci sono particolari aperture tecniche, ma tutto è ben dosato e coerente con la loro scelta stilistica. La mia attenzione è stata attirata particolarmente dal lavoro del batterista che, pur suonando in maniera lineare senza particolari divagazioni tecniche, è riuscito a trovare soluzioni che hanno arricchito maggiormente il lavoro. Buona anche la produzione, capace di mantenere l’equilibrio tra un sound più attuale ed uno più old-style, senza snaturare però quello che era l’intento principale della band. L’unico consiglio che mi sento di dare, è quello di trovare una più marcata personalità in modo da rendere il proprio sound maggiormente distintivo, trovando quel fattore X che gli aprirà la strada ad ancora più grandi soddisfazioni. Interessante è anche la copertina che, per soggetto e colori utilizzati, ricalca in pieno lo spirito degli Absinthium. In conclusione posso affermare che One On The Road è un lavoro davvero apprezzabile, consigliato a tutti per la sua facilità di ascolto e soprattutto per il gusto musicale che la band ha saputo dimostrare.

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1.0
Opinione inserita da Raffaele Acampa    12 Agosto, 2012
Ultimo aggiornamento: 24 Giugno, 2013
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Dopo aver ascoltato On Death And Cosmos e letto la biografia degli Ephel Duath, ho fatto una riflessione: è ormai pratica comune delle band metal moderne utilizzare il termine “prog”, o peggio ancora “avant-garde”, per il semplice motivo di aver inserito nelle proprie composizioni un qualche elemento “estraneo” al genere suonato. Ma questa è solo la punta dell’iceberg: “groove metal”, “graft metal” ed altre amenità del genere, vanno a creare grande confusione in un panorama già stracarico di band, divorzi e re-union che inflazionano quello che fino ad un decennio fa era un mercato libero da compromessi e soprattutto lontano dagli da certi ragionamenti di puro music-business. Cito quanto riportato nella scheda di presentazione degli Ephel Duath: “progressive/avantgarde metal supergroup”. 1) di prog-metal non c’è la benché minima traccia; 2) se il termine avant-garde è utilizzato per definire un death metal rallentato, fatto di continui riff noiosi, e con song che hanno durata media di sei minuti, allora bisogna entrare in un discorso più ampio per il quale, tale definizione, è più un ”movimento” che un genere musicale, con il pericolo che domani, qualsiasi band che inserisca elementi techno, classici, etnici, lirici, sinfonici, r&b, si possa proclamare avant-garde metal, spacciando la propria musica come qualcosa di innovativo; 3) l’unica cosa che spicca in On Death And Cosmos sono i nomi dei quattro componenti che presentano un curriculum di tutto rispetto. Nient’altro. Se questo è un prodotto da proporre al mercato, lasciando indietro band veramente valide a cui non si dà spazio, ma investendo su un marchio piuttosto che sulla qualità, allora sono pienamente convinto che il panorama metal è diventato definitivamente carne da macello per i soliti noti. Se proprio volete ascoltare qualcosa di inutile, senza alcuna propensione alla novità, allora questo è il cd che fa per voi: forse qualcuno griderà al capolavoro. Amen.

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Opinione inserita da Raffaele Acampa    30 Luglio, 2012
Ultimo aggiornamento: 30 Luglio, 2012
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Ultimamente la Galileo Records sta sfornando un bel pò di band di un certo spessore e, vedere che tra queste ci sono anche act italiani, conferma che il nostro sottobosco metal è quanto mai vivo e gode di ottima salute. I Soul Secret sono il risultato di tutto quanto è stato fatto fino ad oggi nel prog metal: passaggi strumentali di stampo Dream Theater, divagazioni rock stile Kansas, voci che si muovono su sonorità care agli Elegy, e quel gusto europeo del prog anni ’90 che ha contraddistinto band come Ivanhoe e Mystere De Notre Dame. C’è comunque da dire che la line-up è formata da ottimi musicisti con una preparazione tecnica ed una verve compositiva di tutto rispetto. Pur non proponendo nulla di innovativo, Closer To Daylight possiede una forte personalità che amalgama momenti diversi con gusto e sapiente perizia.
I migliori momenti dell’album li ritroviamo in The Shelter e Pillars Of Sand, i cui passaggi strumentali sapranno attirare l’attenzione anche degli ascoltatori più esigenti.
Come molte storie nel mondo della musica metal, anche quella dei Soul Secret è abbastanza travagliata, ma il risultato raggiunto è la dimostrazione di come l’impegno, la passione e il sacrificio, siano componenti fondamentali per il successo di una band. Promossi a pieni voti!!!

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4.0
Opinione inserita da Raffaele Acampa    01 Luglio, 2012
Ultimo aggiornamento: 01 Luglio, 2012
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Se volete bruciare quei pochi neuroni che vi sono rimasti a furia di ascoltare il metallo pesante, allora i My Name Is Janet fanno davvero al caso vostro. Partiamo dal concetto che Red Room Blue non è un cd heavy metal, ma un cocktail di suoni che danno vita ad un sound personale e senza compromessi, coraggioso e fuori da ogni catalogazione. Si passa da sonorità psichedeliche care ai Pink Floyd, a quelle più progressive dei Rush, da quelle orientate verso il funky-fusion, ad altre di chiara ispirazione crossover. Dare una definizione sarebbe riduttivo, quindi è d’obbligo analizzare il lavoro dei tre musicisti. La sezione ritmica lascia a dir poco esterrefatti: la perizia tecnica del duo basso-batteria è senza dubbio il marchio distintivo della band, mentre le tastiere si destreggiano tra tappeti di rhodes e inserti elettronici nei quali si raggiunge alla massima verve artistica. Le chitarre lavorano per dare un impronta più aggressiva al lavoro, mentre la prestazione vocale di Jim è camaleontica, mai scontata e fortemente personale. Dulcis in fundo, tale follia artistica vede lo zampino di Andy La Rocque, in veste di produttore e musicista. Se amate la musica a 360°, allora Red Room Blue è pane per i vostri denti!!!

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Opinione inserita da Raffaele Acampa    24 Giugno, 2012
Ultimo aggiornamento: 01 Luglio, 2012
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Potrei iniziare e chiudere questa recensione semplicemente scrivendo “ottimo lavoro” e consigliarne l’ascolto, ma vale davvero la pena dare il giusto spazio ad un cd che merita di entrare con prepotenza nel mercato della musica metal. I Mirrormaze sono una di quelle band che cercano l’alchimia perfetta nella loro musica, senza strafare, mantenendo in equilibrio tecnica e melodia, evitando soluzioni esasperatamente innovative ma amalgamando sonorità diverse fino ad ottenere un risultato fluido e coerente. Walkabout è un gioiellino di power/prog che vive di vita propria, che ha carattere e personalità. Quello che colpisce è una certa perizia tecnica che si fonde con una buona capacità compositiva ed un gusto mai scontato ma di facile approccio. Il cantante è uno dei punti di forza, con una ottima capacità interpretativa, un timbro potente e una buona estensione. Le nove tracce del cd non sono mai scontate, ma mai labirintiche, pur mantenendo una buona dose di personalità grazie al lavoro di tutti e cinque i musicisti che mantengono alto il livello della realtà metal italiana.

Ma cosa troviamo in Walkabout? Prisoner e Vicious Circle sono surrogati di potenza, melodia e tecnica. Due tracce trascinanti, alle quali non si può rimanere indifferenti. Lost In A Belief, invece, si muove su territori più progressive, con splendidi crescendo, e fughe di tastiera di pregiata fattura.
Deeper Signs è un ottimo esempio di prog-ballad dalle tinte fortemente interpretative che vede la partecipazione del grande Ray Alder, attuale voce dei Fates Warning.
Infine, con Walkabout si entra nel massimo della espressione progressive della band: una traccia di oltre otto minuti nella quale si risentono forti le influenze di Royal Hunt e Masterplan, e diventano predominanti momenti di puro metal neoclassico. Insomma, più di un’ora di ottima musica che di sicuro vi sorprenderà.

Credo proprio che non ci sia altro da dire, ma solo tanto da ascoltare. Mirrormaze: ricordate questo nome…

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3.5
Opinione inserita da Raffaele Acampa    27 Mag, 2012
Ultimo aggiornamento: 27 Mag, 2012
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Gli Eyes Of Soul sono una bella novità del panorama metal italico. La nostrana Underground Symphony, che ancora riesce a resistere nonostante la crisi del mercato discografico, ci propone questo quintetto milanese dedito ad un sound di facile approccio che si destreggia tra passaggi power/prog senza troppi tecnicismi. In oltre cinquanta minuti di musica, Cyberian Tales racconta il viaggio di un uomo, attraverso un mondo immaginario chiamato Cyberia e generato dai suoi sogni, che fugge dalla realtà che lo soffoca. Ma questo mondo diventerà la sua prigione, e l’unica soluzione sarà quella di ritornare alla propria realtà per cercare di cambiare il corso degli eventi.
Le song scorrono veloci e piacevoli, tra treni di doppia cassa e synth che tessono le trame melodiche, supportati da chitarre mai troppo invadenti. La sezione ritmica è compatta e la voce è dotata di una buona capacità interpretativa. Notevoli alcuni passaggi strumentali che richiamano il buon vecchio rock-progressive dei mostri sacri.
La produzione rispetta appieno gli standard attuali, pulita e potente al tempo stesso. Dall’ascolto emergono i classici errori che ogni band commette ai primi lavori: non tutte la parti sono curate nei minimi dettagli e alcuni passaggi, sia vocali che strumentali, risentono di forzature che incidono sulla fluidità del pezzo. Insomma, Cyberian Tales è un piccolo gioiello, un diamante grezzo che potrebbe diventare di inestimabile valore con una maggiore attenzione negli arrangiamenti e la giusta esperienza, elementi fondamentali in ogni grande opera musicale. In bocca al lupo ragazzi!

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