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Opinione scritta da Federico Orano

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4.5
Opinione inserita da Federico Orano    28 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 28 Luglio, 2018
#1 recensione  -  

L'ep “Vow Of Seth” uscito lo scorso anno aveva messo in mostra le doti di questi ragazzi nordici, ma questo “Edge Of Sanity”, secondo full-lenght della band che segue il debutto “ Bloodbound” uscito dodici mesi fa, supera davvero tutte le più rosee aspettative.

Progressive dalle tinte malinconiche ed un tocco di classic hard rock e metal qua e là; i The Soul Exchange si dimostrano fuoriclasse nel creare atmosfere oscure con grandi melodie. “Stealing My Mind” è subito una grande hit, un mid tempo contrassegnato da super arrangiamenti e forti melodie, Sicuramente verranno in mente gli Evergrey ascoltando queste note, ma anche Sentenced e Voyager. Come resistere al fascino di un brano come “Master”? Riff stoppati, tastiere ed il timbro malinconico di Daniel John che ci accompagnano fino ad un refrain che è una favola. Certo magari un paio di cambi di tempo qua e là con qualche accelerazione non avrebbero guastato, invece il disco si muove sempre su ritmi fin troppo controllati, vedi “End Of The Road”, altro pezzo condotto da un riff stoppato che non può che far agitare la testa, e che poi esplode in un coretto da 10 e lode.

Uno dei dischi migliori di questa annata metallica per quanto mi riguarda. Cinquanta minuti di musica ricercata, intensa, melodica e malinconica con “Edge Of Sanity”.

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Opinione inserita da Federico Orano    28 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 28 Luglio, 2018
#1 recensione  -  

Melodic classic rock che ci riporta agli anni '80 con questo “Cultural Daze”, disco compatto che farà la felicità dei cultori di bands come Boston, Whitesnake, Kansas e Bad English.

Dieci brani che ci accompagnano indietro nel tempo, per un sound bello potente grazie alla voce del sempre ottimo Ian Parry e a riffoni nel classico stile hard rock a stelle e strisce, come nell'opener “All night long”. La componente melodica è ben preente, come dimostra “Burning bridges”. I brani si susseguono mostrando ottime doti tecniche (che bel lavoro di chitarra nella title track!), ma pesa l'assenza di qualche vera e propria hit capace di restare impressa. E così il disco rischia di filare via senza lasciare troppo la traccia.

“Cultural Daze” dei Von Baltzer è un lavoro che potrà essere apprezzato da tutti gli amanti dell'hard rock classico, ma la sensazione è che si poteva veramente fare di più, viste le premesse e la presenza di un gran singer come Parry. Sarà per la prossima.

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Opinione inserita da Federico Orano    28 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 28 Luglio, 2018
#1 recensione  -  

Chi era presente a Milano allo scorso Frontiers Rock Festival avrà ancora chiari i ricordi di una serata caratterizzata dalla grande prestazione dei Mr. Big. Ora l'etichetta napoletana ci dà la possibilità di rivivere quei momenti con un live album e dvd che ha lo scopo di immortalare la prestazione del quartetto americano.

Un viaggio tra i classici del gruppo e le composizioni più recenti del buonissimo "Defying Gravity" uscito lo scorso anno. Una band in formissima che si è sempre contraddistinta per tecnica e capacità di tenere il palco. Un tour speciale, segnato dalla presenza di Pat Torpey in alcuni brani, nonostante la notizia dove ha reso nota la sua malattia, il Parkinson, che lo ha successivamente portato via qualche mese fa. Paul Gilbert alla chitarra e Billy Sheehan al basso, due virtuosi dei rispettivi strumenti, e la voce unica di Eric Martin sono elementi inconfondibili del sound targato Mr. BIG. “Daddy, Brother, Lover, Little Boy” apre le danze di un repertorio spumeggiante tra hard rock, blues e intense ballatone con "Just Take My Heart", “American Beauty”, “Rock And Roll Over” e la famosissima "To Be With You". Eric si destreggia alla grande con “Temperamental”, mentre la recente “1992” dimostra che anche dal vivo i brani dell'ultimo disco funzionano alla grande.

Un disco che farà la gioia dei Mr. BIG's fans in giro per il mondo, ma che può essere una buona occasione per avvicinarsi alla band per la prima volta. Chapeau!

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Opinione inserita da Federico Orano    27 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 28 Luglio, 2018
#1 recensione  -  

Alfieri di un power metal teutonico da fare invidia addirittura ad Iron Saviour e Gamma Ray, gli italianissimi Airborn arrivano al quinto album in studio con il nuovo “Lizard Secrets: Part One – Land of the Living”.

La maturità compositiva raggiunta da Alessio Perardi, leader, cantante e chitarrista della band, è evidente fin dalle prime note di “Who We Are”, anche se è con la title track prima, autentico gioellino che farebbe invidia al Kay Hansen più recente, la classicheggiante “We realize” e l'anthem “Defenders of Planet Earth” poi, che si arriva all'apice del disco. Un lavoro che esce compatto dallo stereo per regalarci 50 minuti di ispirato power/heavy metal, per una band che non è mai stata così attiva e in forma nella sua ormai lunga storia.

Non è mai facile giocare fuori casa dove gli avversari impostano il loro gioco. Ma gli Airborn tornano in questo nostro immaginario match da Amburgo con una vittoria, sbaragliando la storica concorrenza. Orgoglio italiano!

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Opinione inserita da Federico Orano    27 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 28 Luglio, 2018
#1 recensione  -  

Clif Magness, un nome una garanzia. Magari non conosciuto da tutti, Cliff è un gran songwriter che ha firmato pezzi per artisti come Céline Dion, Hanson, Steve Perry, Amy Grant, Avril Lavigne, Joe Bonamassa e tanti altri dagli anni '90 ad oggi. Ora l'artista americano torna a concentrarsi sul melodic hard rock per questa release davvero interessante.

“Lucky Dog” deve moltissimo agli anni '70/'80 con un melodic rock intenso, accompagnato da una produzione old style. Niente potenza, lasciate stare la scuola scandinava tanto in voga attualmente. Qui il sound segue la scena americana di Foreigner, Toto, Journey, Def Leppard. Insomma una montagna di melodie e arrangiamenti con il buon Clif che si occupa di tutti gli strumenti, nonché della voce. Insomma un vero e proprio solo album. Brani come la frizzante “Ain’t No Way” e la melodica e intensa “Unbroken” meritano attenzione. Il disco è ricco di pezzi lenti che riescono a trasmettere un forte pathos, come “Rain” e la meravigliosa “My Heart”, ballata dall'alto tasso emozionale che può ricordare le migliori produzioni di Steve Lukather e soci.

Un disco d'altri tempi per un artista che ha ancora il desiderio di mettersi in gioco. Melodic rock di classe con “Lucky Dog”.

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Opinione inserita da Federico Orano    25 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Luglio, 2018
#1 recensione  -  

Ronnie Romero, un nome una garanzia. Bastano le prime note della title track per riconoscere l'ugola del singer cileno, ormai sotto i riflettori grazie alle sue attuali bands ovvero: Rainbow, Lords Of Black e CoreLeoni. Okey, ma chi sono questi Destinia? Si tratta di un progetto portato avanti dal guitar hero giapponese Nozomu Wakai, che arriva al terzo disco con questo monicker e che stavolta ha deciso di fare le cose in grande, non solo accaparrandosi la voce di Ronnie, ma completando la formazione con Marco Mendoza al basso (The Dead Daisies) e Tommy Aldridge alla batteria (Whitesnake).

Ne esce un disco di classic heavy metal che strizza l'occhio agli anni '80 a bands come Dio, Whitesnake, Rainbow e Maidens, ma con uno sguardo al presente vedi Primal Fear, Lords of Black e Nocturnal Rites. Undici pezzi potenti e compatti, a partire dalla title track, passando per la powerozza “The End of Love” dove spicca l'assolo di Nozumo, l'ariosa “Metamorphosis” e la potente “Promised Land”, probabilmente vera e propria hit della tracklist. Ma, dopo alcuni ascolti, si fa sempre più pesante il fattore varietà. I brani seguono un po' tutti le stesse sonorità e anche l'ugola di Ronnie ne risente. La sua voce, per quanto incantevole e capace di far vibrare i muri, segue spesso le solite coordinate e chi ha conosciuto il singer cileno con gli altri suoi progetti farà fatica a distinguere un brano dei Destinia da qualche altra sua prestazione del passato.

“Metal Souls” è un disco valido, su questo c'è poco da discutere. Un lavoro compatto, che però fatica a decollare completamente, nonostante il talento dei musicisti coinvolti.

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Opinione inserita da Federico Orano    25 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Luglio, 2018
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I Two Of A Kind arrivano dai Paesi Bassi per regalarci undici brani dediti ad un melodic hard rock con voce femminile.

“Rise” è il disco di debutto per il sestetto olandese, capitanato dal bassista, songwriter e produttore Fred Hendrix, conosciuto per i suoi lavori targati Terra Nova. Insomma, in questi brani si alternano le voci femminili di Esther Brouns e Anita Craenmehr, per un sound che molto deve, per forza di cose, a Robin Beck e Heart. Se queste coordinate stilistiche fanno per voi, allora potrete apprezzare non poco questo lavoro che, senza delle hits assolute, ci regala una manciata di brani davvero piacevoli e piuttosto vari, tra i quali spiccano “Wheel of Life” con riff sostenuti e bei coretti e l'impatto iper melodico di “Higher”.

Un disco caldo e spensierato, ma non per questo banale. Una chance ai Two of a Kind è giusto darla, non resterete delusi!

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Opinione inserita da Federico Orano    25 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Luglio, 2018
#1 recensione  -  

Lo spessore artistico di Johnny Gioeli e soprattutto Deen Castronovo non lo scopriamo certo ora e questo gioiellino, che risponde al nome di “Set the World on Fire”, non fa atro che confermarlo.

Dodici brani frizzanti, ispirati, capaci di tenere l'ascoltatore incollato allo stereo per oltre 45 minuti di grande hard rock melodico. La voce di Johnny (Hardline), unita al drumming e l'ugola di Deen (The Dead Daisies, Revolution Saints, ex Journey), che già conoscevamo come ottimo singer, si rincontrano a distanza di 25 anni da quel “Double Eclipse”, storico album targato Hardline e datato 1992. La favolosa title track lascia spazio al mid tempo iper melodico “Through”, ma il disco continua senza soste con l'iper catchy “Fall Like An Angel” e la ballatona “ It's All About You”. Incontriamo un'altra hit con la spumeggiate “Ride Of Your Life”, seguita dall'intensa “Mother” e dall'acustica ballatona finale “ Let Me Out”.

Non si può che promuovere alla grande questo “Set the World on Fire”, un lavoro che, nel campo melodic hard rock, teme pochi confronti in questa annata musicale.

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Opinione inserita da Federico Orano    24 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Luglio, 2018
#1 recensione  -  

Power symphonic metal sparato ai mille all'ora per i Melodius Deite, band thailandese che ritroviamo a distanza di qualche anno dal buon “Episode II”. Come capita per quasi tutti i gruppi orientali che suonano questi stili, vedi i più famosi Galneryus, la componente originalità è sempre lasciata da parte e si punta forte su ritmi velocissimi prendendo sicuramente spunto da Rhapsody e Dragonforce.

Questo “Episode III The Archangels And The Olympians” non ci sorprende più di tanto, anzi. Dopo la breve intro “Exordium”, parte a mille “Saint Michael” per sei minuti al fulmicotone. Al microfono si alternano diversi ospiti, insieme al singer della band Lean Van Ranna. La chitarra solista di Biggie P. Phanrath, invece, sembra andare a scuola da Herman Li, ma con un tocco neoclassico alla Malmsteen. Il brano in questione si dimostra fin troppo prevedibile e non lascia il segno. Ma la tracklist continua e i buoni brani non mancano, soprattutto quando la band decide di metterci più sentimento, come nella power ballad “Forever (Hades and Persephone)”, ben composta e cantata. Se “Saint Azrael” risulta fin troppo complessa, ci pensa la power song “Saint Gabriel” a mettere le cose a posto, con doppia cassa a manetta e orchestrazioni esagerate. La chiusura è affidata alla mega suite di 23 minuti “Genesis of the 13 Olympians (War Deities)”, brano praticamente strumentale e decisamente troppo esagerato.

I Melodius Deite si confermano band interessante, ma solo per chi vive di power metal sinfonico e non bada troppo a scopiazzamenti qua e là. Insomma, un prodottino niente male, ma ben lontano dal top del genere.

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Opinione inserita da Federico Orano    24 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Luglio, 2018
#1 recensione  -  

E' un hard rock classico ma dal tocco moderno quello che ci presentano i Desolation Angels con questo “King”. Formati addirittura nel 1981, la band inglese diede alle stampe un paio di dischi prima di fermarsi nei primi anni '90. Solo nel 2012 la coppia di chitarristi formata da Robin Brancher e Keith Sharp decide di riprendere in mano il monicker e di ricominciare a scrivere nuova musica.

Con l'ingresso di alcuni nuovi musicisti a completare la formazione, ora i Desolation Angels ci presentano nove nuove tracce che dimostrano quanto la band abbia ancora qualcosa da dire nel panorama mondiale. Certo al giorno d'oggi la concorrenza è spietata e “King” farà fatica a farsi largo tra le numerose uscite soprattutto in questo genere tornato in voga ultimamente. Ma pezzi come le classicheggianti “Doomsday” e “Rotten To The Core”, o la più melodica “Find Your Life” sono sicuramente ottimi esempi di hard rock ispirato, dal tocco classic metal, e ci accompagnano in territori classicheggianti tra Whitesnake, Praying Mantis e Dokken.

“King” è un disco compatto, senza brani inseriti a caso per fare numero. Nove pezzi da ascoltare uno dopo l'altro che magari non faranno gridare al miracolo, ma che sapranno accontentare il nostro bisogno giornaliero di classic hard rock/metal.

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