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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 10 Marzo, 2018
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Tra i dischi usciti nel corso del 2017 che non hanno avuto il giusto risalto, sicuramente rientra “The butterfly raiser”, secondo album dei greci Bare Infinity. Personalmente, non conoscendo il primo disco “Always forever” del 2009 (ma colmerò questa lacuna presto, spero!), avevo pensato che si trattasse della solita female fronted symphonic metal band, ma mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo! Il sound dei Bare Infinity, infatti, pur prendendo spunto dai big del metal sinfonico con voce femminile, è personale ed estremamente godibile. In primis, la voce della singer romana Ida Elena DeRazza non è la classica lirica stucchevole ed esagerata; la presenza poi di backing vocals del chitarrista Tomas Goldney (sia pulite che in growling), contribuisce sicuramente a rendere interessante la proposta. Ciò che maggiormente convince dal punto di vista canoro è la poliedricità della cantante, melodica quando serve, in alcuni frangenti anche aggressiva, espressiva e calda, mai monotona o noiosa. Strumento protagonista è la chitarra, con la coppia Steve Davis e Tomas Goldney che ci sanno fare, sempre ben sorretti dalla sezione ritmica (ottimo il batterista Simos Lantides, nel frattempo già uscito dalla band) e dalle tastiere. A livello di influenze, sicuramente la presenza dei Nightwish si sente molto (la title-track ne è un fulgido esempio), ma sarebbe riduttivo paragonare i Bare Infinity solo alla band di Holopainen, dato che abbiamo anche qualcosa di accostabile al death melodico (in “Ashes” ad esempio) o al folk, grazie all’uso di strumenti tradizionali come il bouzouki in “Sands of time”. Sinceramente non riesco a trovare difetti in questo disco (forse solo il pezzo conclusivo è un po' troppo lungo...) che rappresenta un vero e proprio must per gli appassionati di questo genere musicale e non solo. I Bare Infinity meritano molta, ma molta attenzione e mi meraviglio davvero tanto su come nessuna delle grandi labels del mondo metal (che spesso ci inondano di immondizie musicali!) non si sia accorta di questa fulgida gemma! “The butterfly raiser” sarebbe sicuramente finito nella mia personale top10 dei migliori dischi usciti nel corso del 2017, se solo l’avessi ascoltato prima....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Marzo, 2018
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Giunge poche settimane fa fino a noi di allaroundmetal.com l’EP autoprodotto di debutto dei bulgari Metalwings, intitolato “Fallen angel in the hell”, uscito nel corso del 2016; l’attuale campagna pubblicitaria, alquanto tardiva, viene effettuata in vista della pubblicazione da parte della band del debut album, previsto nel corso della primavera 2018, il cui titolo dovrebbe essere “For all beyond”. I Metalwings sono stati fondati nel 2010 dalla cantante lirica Stela Atanasova, con l’idea di inserire nel metal gli stilemi della musica lirica e sinfonica, come tanti altri hanno già fatto nel corso degli ultimi 20 anni. Nulla di nuovo o di originale quindi; obiettivamente la musica di questi bulgari è il tanto inflazionato female fronted melodic symphonic metal, genere che annovera al suo interno centinaia di bands molto simili tra loro. Ed i Metalwings non sfuggono da questa classificazione, con un sound bello pomposo e barocco, molto teatrale e dall’aura melodrammatica. Il cantato è il classico di scuola lirica, già sentito centinaia di volte, anche se bisogna dire che la Atanasova sa interpretare bene le atmosfere dei vari brani e non risulta stucchevole, aiutata in questo anche dalla presenza della voce maschile pulita del chitarrista Krastyo Jordanov, che avrei gradito fosse molto più presente all’interno dei vari pezzi, dato che non dispiace affatto. Ecco, forse, l’uso delle clean vocals maschili potrebbe essere l’arma in più per i Metalwings per distinguersi dalla massa; è evidente infatti che il singolo “Crying of the sun” (dove la voce maschile è più protagonista), relegato stranamente al ruolo di bonus track, è il pezzo meglio riuscito di tutto questo EP, grazie anche all’ottimo lavoro del batterista Nikola Ivanov. Se anche gli altri fossero stati a questo livello, avremmo avuto davanti un lavoro decisamente interessante! Purtroppo non è così e capita di respirare quell’odore stantio del “già sentito”; sia chiaro, “Fallen angel in the hell” non è assolutamente male, anzi gli appassionati di questo genere musicale sicuramente apprezzeranno il sound dei Metalwings, ma non tutti i brani convincono, come succede invece per il pezzo finale. Aspetto di ascoltare l’album, conscio che questi bulgari hanno buone potenzialità.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    05 Marzo, 2018
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Gli Stormwolf arrivano dalla Liguria e si sono formati nel 2014; dopo un album autoprodotto nel 2015 intitolato “Swordwind”, tagliano il traguardo della prima release ufficiale con questo “Howling wrath” edito dalla Red Cat Records. Sostanzialmente questo full-lenght non è altro che la riproposizione del disco precedente, con l’eccezione di tre nuovi pezzi (“The phoenix”, “Lightcrusher” e “Soulblighter”) e due cover differenti (spariscono quelle di Saxon e Loudness, sostituite da due dei Lizzy Borden). Chi conosce già il precedente full-lenght, quindi, sa già cosa aspettarsi; chi invece non ha mai sentito parlare prima degli Stormwolf deve sapere che la band suona un piacevole heavy metal old-style, con qualche richiamo hard-rock non proprio riuscito bene (“Marathon”, ma anche “Lightcrusher”) ed un pizzico di power di qualità (“Swordwind”), con una voce femminile. Ecco, due parole sento di doverle spendere sull’affascinante Elena Ventura: sia chiaro non è assolutamente male come cantante (ricorda vagamente Giorgia Gueglio dei Mastercastle), ma la trovo “poco metal”. Cerco di spiegarmi meglio: il suo approccio è fin troppo “morbido” e poco aggressivo, anche nelle parti in cui dovrebbe essere più cattiva (la splendida “Winter of the wolf”, ad esempio, sarebbe ancora migliore se avesse più grinta) sembra mancarle un po’ di attitudine... forse farebbe bene ad ascoltarsi un po’ la mitica Federica De Boni per migliorare la sua performance. Fortunatamente la parte strumentale ovvia alla carenza, mettendoci un’ottima prestazione, specie nelle parti soliste di chitarra (Francesco Natale, del resto, non mi sembra un novellino) e risollevando decisamente le sorti del disco. Tirando le somme, “Howling wrath” è un buon album che mette in mostra una band, gli Stormwolf, dalle buone potenzialità e che può sicuramente far meglio di così, magari indurendo un po’ l’approccio...

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    04 Marzo, 2018
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Ad ottobre 2017, i Trick or Treat hanno annunciato che, attraverso la piattaforma di crowdfunding “Musicraiser”, si sarebbero autofinanziati la realizzazione di un album di cover di sigle di cartoni animati, intitolato “Re-Animated”. Inizialmente i brani dovevano essere di meno ma, grazie al successo della campagna (raccolti circa due volte e mezzo l’obiettivo), la band ha confezionato ben 19 pezzi assieme ad ospiti provenienti da varie bands, fra cui anche alcuni dall’estero (l’americana Adrienne Cowan ed il giapponese Erabu Yurie). I nomi sono appunto svariati, dai mitici Roberto Tiranti (su “Batman”), Michele Luppi (su una eccezionale “Daitarn 3”, una delle sigle più “metal” della storia), Giacomo Voli (per “Jeeg robot d’acciaio”) e Damnagoras (naturalmente su “David gnomo amico mio” che sembra letteralmente estratta dal repertorio più easy degli Elvenking). Come non citare anche Marco Basile, il nostro Tomi Fooler, Fabio Dessi e Potowotominimak? O anche le donne Sara Squadrani, Chiara Tricarico e Steva Deathless? Si finirebbe per dimenticarsi di Marco Pastorino e Danny Metal, fino ad arrivare a Giorgio Vanni, il vero autore ed interprete della sigla di Dragonball. Insomma accanto al grande Alessandro Conti sono in tanto ad alternarsi in un disco che sicuramente può avvicinare anche i bambini al mondo dell’heavy metal (mia figlia, appena è arrivata la mia copia, l’ha immediatamente sequestrata per ascoltarla e custodirla gelosamente in camera sua, insieme ai dischi dei Puff Purple), ma che può anche andare incontro a chi normalmente ascolta il power ed, in genere, il metal più melodico. Le canzoni più riuscite sono sicuramente la già citata “Daitarn 3” e “David gnomo amico mio”, ma aggiungerei anche la mitica “Pegasus fantasy” (anche se credo di continuare a preferire la versione realizzata tanti anni fa dagli Highlord), la robusta “Jeeg robot d’acciaio”, la sempre bella “Robin Hood” e l’orecchiabilissima Beyblade – Metal masters che non conoscevo e che mi ha sorpreso molto positivamente; molto interessante anche “Jem”, altro brano che si è sempre prestato molto bene ad essere “metallizzato”. Cos’altro aggiungere? Il cd è uscito da poco ed ha una copertina con uno “Uan” (pupazzo di Bim Bum Bam) in versione zombi. Queste iniziative sono sempre gradevoli e ci fanno tornare ai tempi della nostra infanzia; ci sono tante altre sigle di cartoni animati che potrebbero essere rivisitate in chiave metal: personalmente ho sempre desiderato “Heidi” cantata in growling, magari da Trevor dei Sadist, ma anche “Capitan Harlock”, “Galaxy Express 999” o la mitica “Ufo robot”... chissà che i Trick or Treat non abbiano in serbo anche un “Re-Animated” parte 2....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 03 Marzo, 2018
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Wow! Era una vita che non ascoltavo dell’heavy metal così old-style! Mi sono ritrovato catapultato indietro di 30 anni alla mia adolescenza negli anni ’80.... prendete gli Iron Maiden di “Powerslave” e di “Killers”, metteteci una voce femminile (un po’ stridula ad essere onesti), una registrazione un po’ vintage ed avrete il sound di questi peruviani Mandragora (da non confondere con le tante altre bands omonime presenti in giro per il mondo, ispirate al nome di questa pianta a cui nel Medio Evo venivano attribuite qualità magiche). Formatisi nel 2007, arrivano a fine ottobre 2017, grazie all’attenta label francese Inferno Records, a pubblicare il debut album con questo “Waves of steel”, dotato anche di piacevole copertina. Come detto il sound dei peruviani affonda le proprie radici nel buon vecchio heavy metal degli anni ’80 e soprattutto nella produzione musicale dell’epoca targata Iron Maiden. Lo stile del bassista Jorge Mandrágora (al secolo Jorge Reinoso) è fortemente debitore a quello del mitico Steve Harris, gli assoli del bravissimo Herman Roll (noto anche come “Herman Gers”....) ripercorrono pedissequamente gli insegnamenti del trio Murray/Smith/Gers. Peccato solo per la voce di Fátima Natthammer, troppo sporca ed aggressiva, che non mi ha conquistato, perchè altrimenti avremmo tra le mani un gran disco! Roba che gli Iron Maiden non sono più capaci di realizzare da anni.... ascoltatevi, ad esempio, “Abraxier” e ditemi se l’inizio del brano non vi ricorda la mitica “The rime of the ancient mariner”! “Waves of steel” sarebbe stato un ottimo disco, se avesse avuto una registrazione al passo con i tempi ed una prestazione canora migliore; per quanto mi riguarda, i Mandragora meritano comunque notevole apprezzamento, perchè non sono molti a sapere suonare così bene heavy metal purissimo in questi anni.

P.S.: Da evidenziare che è disponibile anche una versione in audiocassetta!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Marzo, 2018
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Ci sono bands che, nonostante abbiano realizzato solamente uno o due dischi, ci restano nel cuore e si spera sempre che tornino a regalarci un po’ della loro meravigliosa musica... tra queste, sicuramente io piazzo i francesi Hamka, autori dello splendido “Unearth” nel lontano 2005 e poi letteralmente spariti nel nulla. Avevo saputo che il leader Willdric Lievin, talentuoso poli-strumentista anche nei Kerion e nei Fairyland (altre due bands eccezionali!), dopo un periodo di pausa, nel 2009 aveva ri-attivato gli Hamka, riportando nella band la mitica cantante spagnola Elisa C. Martin (5 minuti di vergogna per chi non conosce questo mostro sacro del metal iberico!), portandosi dietro dalle altre sue bands il fido batterista JB Pol e reclutando altri validi musicisti, come Alexandre Ardisson e Julien Negro (rispettivamente basso e chitarra solista).... eppure solo ad agosto 2017 ha visto la luce il secondo album degli Hamka, intitolato “Multiversal”. Il full-lenght inizialmente è uscito come autoproduzione, per venire poi nel dicembre 2017 rilasciato dalla Fighter Records (label spagnola specializzata in heavy e power metal). “Multiversal” è composto da 11 canzoni, cui si aggiungono intro, outro ed un breve intermezzo strumentale (“Burning sands”), ha una copertina decisamente piacevole e conquista da subito con un power metal melodico molto elegante, suonato davvero bene e decisamente catchy. Ho ascoltato e riascoltato con molto piacere questo disco ed ogni volta, alla fine, la tentazione di ricominciare di nuovo l’ascolto era molto forte, segnale che ci troviamo davanti a qualcosa di decisamente valido. Le atmosfere ricamate dalla band francese sono intriganti e differenti tra loro, troviamo spazio per le percussioni e per ritmi arabeggianti nella splendida “The path of Pharaohs”, qualche mazzata di classico power metal soprattutto nella parte iniziale (“World war III” ed “Inner convinction”), ma anche qualche pezzo più moderato e cadenzato, ma non per questo meno aggressivo (in “Hope” c’è anche un growling cavernoso). “Multiversal” è insomma un disco completo, decisamente ben fatto ed in grado di dimostrare come ci sia ancora tanto da dire nel power metal, basta solo avere talento ed idee.... cosa aggiungere ancora? Solo un bentornati agli Hamka, sperando di non dover aspettare altri 12 anni per un nuovo disco!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Febbraio, 2018
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Quando ho iniziato ad ascoltare per la prima volta questo “Barbarians in black”, non avendo mai sentito parlare degli Armored Dawn, mi sono chiesto se non fosse un progetto parallelo di qualcuno degli Orden Ogan, vista la notevole somiglianza del sound.... poi, mi sono documentato (purtroppo la bio in tedesco inviata dalla AFM Records aiutava ben poco...), ed ho scoperto che questo gruppo arriva da São Paulo in Brasile ed ha anche all’attivo un altro album nel 2016 (che sicuramente andrò a cercare!). Di conseguenza, nessun rapporto con gli Orden Ogan, se non appunto nel sound. Adesso sta a voi decidere se questo possa essere considerato un peccato veniale, oppure una grave colpa. Per quanto mi concerne, posso dire che non me ne frega assolutamente niente, visto che quel maledetto/benedetto “copia ed incolla” gli Armored Dawn lo sanno fare benissimo e ci regalano 10 pezzi uno più bello dell’altro. Ogni appassionato di quel power dal flavour epico, ricco di cori e maestoso, ascoltando questi brani sbaverà letteralmente perchè non manca proprio niente. La voce di Eduardo Parras è bella potente, calda e solenne, le due chitarre della coppia Kaarkoski – de Moura regalano assoli molto piacevoli, le tastiere ed il basso ricamano in sottofondo, mentre infine la batteria dell’ottimo Rodrigo Oliveira impone un ritmo mai monotono e sempre frizzante. Mi è difficile indicare uno o più brani migliori degli altri, dato che questo album è davvero massiccio e compatto dall’inizio alla fine; senza pensarci particolarmente, potrei dire “Chance to live again”, solenne e maestosa, oppure la conclusiva title-track “Barbarians in black”, davvero intrigante; aggiungerei anche la romantica “Sail away”, della quale è stato girato un video. E’ stato un piacere ascoltare e riascoltare questo “Barbarians in black”, dotato di piacevole copertina, con il classico guerriero vichingo, realizzata dall’artista João Duarte. Fans del power metal segnatevi il nome degli Armored Dawn, perchè ne vale davvero la pena, dato che hanno realizzato un disco davvero eccellente!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Febbraio, 2018
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Gli Alcyona si formano a Minsk in Bielorussia nel 2012, per iniziativa della tastierista Natalia Malei; arrivano quest’anno al debut album con questo interessante “Trailblazer”, composto da 10 pezzi, finalmente senza quelle inutilissime intro che mi hanno sinceramente stancato abbondantemente! Il genere suonato dalla band è un classico female fronted symphonic metal; prendete un po’ di vecchi Nightwish (era-Tarya per capirci), metteteci un po’ degli indimenticabili After Forever con qualcosa degli Epica ed avrete il sound degli Alcyona. Nulla di nuovo, che non sia già stato ascoltato tante volte in passato, ma allora cosa hanno questi bielorussi che colpisce? Intanto la cantante, la bella e brava Olga Terenyeva canta bene, è espressiva e non stanca mai, né esagera con i liricismi senza mai lasciarsi andare ad inutili gorgheggi stucchevoli (come spesso purtroppo fanno altre sue colleghe in questo genere musicale). C’è poi da aggiungere l’ottimo lavoro chitarre/tastiere che rendono sempre piacevole la musica; infine anche la batteria è sempre frizzante e rende il ritmo accattivante e non monotono. Mi sarebbe piaciuto un po’ più di protagonismo del basso di Evgeniy Malei (altro membro iniziale della band), forse un po’ troppo poco in primo piano, ma può comunque andar bene anche così. L’ascolto non è stato per nulla complicato e non annoia (pericolo sempre presente, in un genere così inflazionato), ecco perchè ritengo che gli Alcyona ed il loro “Trailblazer” superino l’esame con ottimo esito. Adesso tocca a voi decidere se la mancanza di innovazione sia un peccato veniale oppure no....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Febbraio, 2018
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Sono passati oltre 10 anni dal meraviglioso “Flashback”, secondo album degli abruzzesi Heavenblast; in 10 anni sono successe tante cose, in primis l’abbandono dei fondatori Marco La Corte ed Alessandro Saponaro (voce e chitarra). Attorno all’unico superstite della formazione originale, l’altro chitarrista Donatello Menna, sono entrati nel corso del tempo vari altri musicisti ed una voce femminile, Chiara Falasca, la quale duetta con ospiti vari (altre 5 voci, oltre alla sua). Ciò che soprattutto è cambiato è il genere musicale suonato dalla band; se agli inizi gli Heavenblast suonavano prettamente power metal, con qualche pizzico di prog, adesso è l’esatto contrario, dato che di power c’è molto poco. Lo strumento principale è diventato la tastiera, mentre ho trovato troppo poco incisiva la sola chitarra rimasta; probabilmente Donatello Menna ha bisogno di un altro chitarrista per irrobustire e rendere più heavy il sound, sempre che vi sia questa intenzione. Mi sembra, infatti, che il fatto di rendere più “morbido” il sound, sacrificando notevolmente le parti soliste di chitarra, sia una scelta convinta da parte del gruppo italiano. Sinceramente, preferivo di gran lunga le vecchie produzioni degli Heavenblast, in cui le due chitarre ci regalavano splendidi assoli, piuttosto che questa nuova veste in cui sento principalmente parti soliste di tastiera, che renderanno anche più elegante il sound, ma lo fanno risultare decisamente meno heavy; anche dove ci sono assoli di chitarra (come in “The rovers”), ritengo non abbiano il giusto risalto. La presenza di numerose voci differenti, inoltre, invece che arricchire il contesto (non abbiamo davanti gli Avantasia, tanto per capirci), mi hanno alquanto destabilizzato, creando una certa confusione e facendo un po’ perdere il filo conduttore. Richiami al passato si possono riscontrare nella parte finale del disco, tra la lunga “Don’t clean up this blood”, “Sinite parvulos venire ad me” e nella title-track “S.T.A.M.I.N.A.”, decisamente i pezzi migliori del disco. A queste bisogna aggiungere anche la dolce ballad finale “Canticle of the hermit”, sicuramente adatta a momenti romantici. L’album è composto da 8 pezzi, cui si aggiunge l’immancabile, quanto inutile intro; ha una piacevole copertina in cui mi sembra di scorgere il volto dell’agente Dana Scully di X-Files; a livello testuale si tratta di un concept su ribellione e libertà. Per essere obiettivi e sinceri, “Stamina” è un buon disco, elegante e suonato ottimamente; se fosse ascoltato da chi non conosce la precedente produzione del gruppo abruzzese, sicuramente l’impressione sarebbe più che positiva! Per quanto mi riguarda, però non regge il confronto con il passato degli Heavenblast ed ora, perdonatemi, ma ho bisogno di riascoltarmi “Flashback” ed “Heavenblast” perché la nostalgia dei vecchi tempi è notevole.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Febbraio, 2018
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In Germania sono esistite ben tre bands chiamate Squealer, ma la prima e la più inossidabile è sicuramente quella proveniente dall’Hessia, attiva sin dal 1980 e con alle spalle ben 7 full-lenghts. La band, in cui ha militato il defunto Gus Chambers (vocalist dei Grip Inc.), arriva al traguardo dell’ottavo album, con questo “Behind closed doors”, ben 10 anni dopo il precedente lavoro. Il sound degli Squealer è un robusto power metal, dalle forte tinte speed/thrash, che ricorda leggermente nelle parti più melodiche i vecchi lavori dei connazionali Rage. L’album è composto da 10 pezzi, cui si aggiunge l’immancabile ed inutilissima intro, sulla quale si può tranquillamente skippare, per utilizzare meglio poco più di un minuto della propria vita; 10 pezzi belli tosti, arrabbiati e pieni di energia, dall’incedere speed ed, alcune volte, finanche mosheggiante (“Dream shot” ne è un fulgido esempio) che sicuramente potrà ingolosire molti thrashers. Strumento principale sono le due chitarre di Lars Döring e Michael Schiel, che si scambiano piacevoli assoli, ben sorrette dal basso del giovane Manuel Roth (forse un po’ sacrificato nell’amalgama sonoro) e dalla batteria di un ignoto musicista ospite. L’assalto sonoro dura poco più di 50 minuti, alla fine dei quali si rimane soddisfatti, dato che sostanzialmente non ci sono filler e tutti i brani sono efficaci a dovere. Gli Squealer molto probabilmente non passeranno mai alla storia del metal, né inventano nulla di nuovo, ma è indubbio che con “Behind closed doors” hanno realizzato un gran bel disco di power/thrash.

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