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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2018
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I Kinetik provengono da Firenze e sono attivi dal 2011; dopo una serie di cambi di formazione arrivano quest’anno su Punishment 18 Records alla pubblicazione del loro debut album, registrato nel 2017, intitolato “Critical fallout” e composto da 11 pezzi. Lo stile della band è un thrash bello arrabbiato ed aggressivo, complice anche la voce dello screamer Roberto Grillo che urla la sua furia senza soluzione di continuità; non sarà un Sy Keeler (a mio parere uno dei migliori cantanti thrash della storia), ma se la cava più che bene. Ho apprezzato particolarmente il lavoro della coppia di chitarre di Massimo Falcioni ed Alessio Corsi, che regalano belle parti soliste e riff affilati come rasoi. La batteria di Niccolò Stumpo detta un ritmo spesso molto elevato, ma sempre con precisione, mentre il basso di Giacomo Pierotti fa un importante lavoro in sottofondo, regalandosi anche qualche parte da protagonista, come nell’inizio dell’ottima ed oscura “Eymerich” (pezzo che sarebbe splendido se durasse un paio di minuti in meno). Il disco è aperto dalla strumentale “Out of the shelter”, che potrebbe essere considerata una specie di intro, anche se alla fin fine non è poi così inutile; si sviluppa per poco più di 48 minuti di thrash fatto davvero bene, che fa venire spesso e volentieri voglia di sbattere su e giù il capoccione a martoriare le nostre vertebre cervicali. Non vi sono cali di tensione o qualitativi ed i vari pezzi si equivalgono pressoché tutti tra loro. In Italia abbiamo parecchie thrash metal bands molto valide; adesso dobbiamo tenere in considerazione anche i toscani Kinetik, perchè il loro “Critical fallout” (nonostante una copertina non proprio esaltante) è un disco sicuramente valido.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Mag, 2018
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Esistono numerose bands nel continente americano con il monicker “Infrared”, oggi parleremo dei thrashers canadesi (da Ottawa), attivi sin dal 1985 che si autoproducono il loro secondo album, intitolato “Saviours”, dotato di copertina non proprio esaltante con una specie di esercito di zombie. Non conoscevo questa band (ignoro quindi come sia il loro debut album risalente a due anni fa, dal titolo “No peace”) e devo confessare che sono stato attirato dalla descrizione che un’agenzia canadese con cui abbiamo consolidati rapporti da anni aveva fatto del loro sound: “For fans of a mix of the Big 4, Testament, Exodus, Metal Church, SOD”, tutti nomi a cui sono legatissimo e che seguo appunto dalla mia gioventù negli anni ’80. Non ho trovato molto calzante il paragone con il thrash newyorkese degli Anthrax (uno dei Big 4, per chi non lo sapesse...), né con lo stile degli S.O.D.; non ho trovato nulla dell’heavy dei Metal Church e poco della brutalità degli Slayer (altro Big 4...). Mentre ci può stare il paragone con il thrash della Bay-Area californiana di Exodus, Megadeth, Metallica e Testament in rigoroso ordine alfabetico; è, infatti, evidente che gli Infrared, avendo vissuto sulla loro pelle gli anni ’80, sono rimasti legati a quelle sonorità fantastiche. E fin qui, tralasciando ogni discorso sull’originalità, tutto ok; ma allora perchè “Saviours” non raggiunge la sufficienza? Per un grosso difetto: la durata eccessiva delle singole canzoni. Quasi un’ora per sole 8 canzoni è un’enormità che pochissime bands possono permettersi nel thrash e purtroppo non gli Infrared. Ed è un peccato, perchè la prima metà del disco sarebbe anche interessante, se ogni pezzo durasse almeno un paio di minuti in meno. Fino alla quinta traccia gli Infrared mettono in mostra un thrash piacevole, fatto di ritmiche serrate ed improvvisi rallentamenti (quasi mosheggianti, unico ponte con lo stile degli Anthrax), con un grandissimo lavoro di basso e batteria, ma anche piacevoli parti soliste di chitarra. Persino la voce sporca di Armin Kamal ben si sposa con il sound ruvido della band. Ma se fin qui si poteva anche sopportare una durata eccessiva (ripeto, se tutti i primi 5 pezzi durassero un po’ meno, avremmo qualcosa di notevole!), ci sono poi gli ultimi tre pezzi a dare la mazzata finale. “They kill for Gods” dura quasi 8 minuti e rasenta la noia mortale, con quelle ritmiche ossessive e sempre uguali; “Father of lies” sa fin troppo di primi Metallica, il che potrebbe essere anche un complimento se il brano partisse all’incirca dal secondo minuto, dato che la parte iniziale è sinceramente evitabile. L’ultima “Genocide convention” fa pensare parecchio da vicino agli Slayer, ma anche qui gli Infrared dimostrano di non prestare attenzione alcuna alla struttura ed all’efficacia dei singoli brani, dilungandosi inutilmente. Aspetto i canadesi al prossimo disco, sperando siano più concisi, per ascoltare finalmente un prodotto valido, perchè questo “Saviours” non è in grado di raggiungere la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Mag, 2018
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Quando ho letto la bio di accompagnamento ricevuta per questa recensione, mi sono detto: “ma questi non sono normali, sono completamente fuori di testa!”; ed in un mondo in cui troppo spesso ci si prende troppo sul serio, ci vogliono personaggi come i Daylight Silence che dalla loro cronosfera si sono fermati a Roma per registrare il debut album “Threshold of time” che parla di un viaggio, di come i membri dell’equipaggio della cronosfera si siano conosciuti all’alba del quarto millennio, della loro prigionia, ecc. del resto lo stesso progetto Daylight Silence nasce per oltrepassare i limiti di spazio e tempo. Insomma avrete capito che stiamo parlando di un concept fantascientifico che va oltre il singolo disco, ma include la band stessa ed i suoi membri. Il sound del gruppo è un piacevole heavy metal classico, con una notevole attenzione per le melodie, qualche tocco progressive qua e là, nonché un flavour hard rockeggiante che rende l’ascolto più easy. Il disco è composto da 8 brani, di cui i primi 3 sono semplicemente strepitosi, ricchi di energia, frizzanti e davvero coinvolgenti. Purtroppo non tutti gli altri sono allo stesso livello; già la quarta traccia “Failing to the ground”, nonostante della parti vocali esaltanti, si dimostra leggermente troppo blanda. Forse la scelta della scaletta non è stata molto indovinata, dato che la parte centrale del lavoro è un po’ troppo lenta, ha poco ritmo ed energia e mostra pericolosamente il fianco alla noia (specie in “Making up my mind”). Sul finale l’album si riprende, con altre tracce interessanti come “Sleep” e soprattutto la title-track “Threshold of time”, in cui finalmente il batterista Mr. Wolf ci fa ascoltare un po’ di doppia-cassa. Le due chitarre sono le protagoniste nel sound della band, accompagnate molto bene dal basso; avrei preferito maggiore protagonismo della batteria, ma si tratta di gusti prettamente personali. Notevole per tutto il disco invece la prestazione vocale del Comandante Von Braun, singer a cui la natura ha donato una gran voce che sa utilizzare in maniera espressiva ed emozionante. Non so quando la cronosfera dei Daylight Silence tornerà nella nostro millennio per regalarci un nuovo disco, ma spero che sia tutto all’altezza dei pezzi migliori di questo “Threshold of time”, così da avere un prodotto più compatto e qualitativamente superiore. Trattandosi di un debut album, siamo già ad livelli più che positivi.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Mag, 2018
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Gli Overkill sono un pezzo di storia del thrash mondiale, attivi dal lontano 1980, hanno scritto pagine importanti di questo genere musicale con dischi memorabili, sia negli anni ’80 e ’90 (“Under the influence” ed “Horrorscope” su tutti per me), ma anche recentemente non hanno mai fatto mancare qualità elevatissima nella loro proposta musicale. In quasi 40 anni di carriera hanno registrato pochi dischi live, se paragonati ad altre bands così longeve; questo “Live In Overhausen” è il terzo live album della loro carriera, registrato il 16.04.2016 (giorno del mio compleanno!) alla Turbinenhalle 2 di Oberhausen, Germania. L’occasione era propizia per festeggiare il 25° anniversario di "Horrorscope" ed il 30° dello storico primo album "Feel the fire". Di fatto è solo una trovata particolare, visto che nessuno dei due album è uscito in aprile; il primo disco infatti uscì il 15.10.1985, mentre l’uscita di “Horrorscope” risale al 03.09.1991. Comunque sia, gli Overkill hanno deciso di dedicare un concerto a questi due storici lavori e tanto deve bastarci! La scaletta quindi è totalmente incentrata su di loro; dalla prima all’undicesima traccia possiamo ascoltare l’intero “Horrorscope”, mentre la seconda parte del disco è interamente dedicata a “Feel the fire”. Obiettivamente, per un fan incallito come me, è un po’ particolare non ascoltare in un concerto pezzi storici come “Hello from the gutter”, “In union we stand” o “Elimination”, ma la scelta della band è questa e dobbiamo farcene una ragione. La qualità sonora è eccezionale, il mitico Blitz riesce a reggere degnamente per le quasi 2 ore del concerto ed è evidente che ormai il livello di professionalità degli Overkill ha raggiunto apici non comuni. In un periodo in cui i cosiddetti “Big 4” del thrash non sono in grado di ripetere i fasti della loro carriera negli anni ’80 e ’90, è una fortuna che ci siano bands come i Testament o gli Overkill che sono sempre sinonimo di grandissima qualità nel thrash! “Live In Overhausen” è disponibile in diversi formati: Blu-ray+2CD-Digipak, DVD+2CD-Digipak, 2LP in gatefold (nero), nonché esclusivamente dal mailorder della Nuclear Blast in DVD+2CD-Digipak & Tour Book (edizione limitata a 200 copie). Da segnalare in chiusura che a questo concerto non prese parte il batterista dell’epoca Ron Lipnicki per problemi familiari, sostituito dall’ospite e tecnico del suono della band, Eddy Garcia (dai Pissing Razors). Ed ora scusate, ma devo tornare ad ascoltare questa bomba di live a tutto volume!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Mag, 2018
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Schwarzer Engel (angelo nero in tedesco) è la creatura del polistrumentista Dave Jason di Stoccarda, giunta al sesto album con questo “Kult der Krähe”. Mi sono avvicinato a questo progetto solo di recente e non conosco granché della vecchia produzione, quindi il mio giudizio è ampiamente opinabile. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare e quella parte oscura della mia anima (suvvia, ognuno di noi ha dentro di sé un angelo oscuro, una parte tenebrosa che ogni tanto viene fuori)... dicevo la mia parte oscura è sempre stata affascinata da queste sonorità così particolari e melodrammatiche. Il gothic sinfonico di Schwarzer Engel ha dentro di sé una innata teatralità, eleganza e tanta oscurità, anche per via della voce molto bassa e profonda di Dave Jason. Anche il cantato in tedesco aggiunge un alone di mistero; l’ostico idioma, duro e graffiante, oltre che pressoché incomprensibile per chi non conosce la lingua, aiuta il sound ad essere più oscuro. Se il lavoro ha quelle atmosfere giuste per il particolare genere musicale, da un altro punto di vista i pezzi hanno un ritmo un po’ troppo basso e monotono; ogni tanto mancano veramente di un po’ di “tiro” e ritmo ed, in questo particolare, è rivedibile il lavoro sulla batteria. Anche nel più oscuro e teatrale gothic ogni tanto ci vuole un po’ di energia che obiettivamente in questo disco latita alquanto. Tre dei pezzi qui presenti erano già stati inseriti nell’E.P. “Sinnflut”, uscito lo scorso anno che era stato una sorta di anteprima del full-lenght; peccato che “Kult der Krähe” si sia rivelato un po’ inferiore alle attese.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Mag, 2018
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Gli Headless Crown si sono formati in Svizzera nel 2011 per iniziativa del chitarrista Manu Froelicher e del cantante Steff Perrone; hanno rilasciato il loro debut album nel 2015, intitolato “Time for revolution” (a me sconosciuto); a fine marzo 2018 la Massacre Records ha pubblicato il loro secondo lavoro, intitolato “Century of decay”. Si tratta di un concept album scritto dal cantante Steff Perrone che si è ispirato al libro di fantascienza “1984” di G. Orwell, a film sempre di fantascienza degli anni ’80 come “Brazil” e “Blade Runner”, nonché alla serie tv inglese degli anni ’60 “The prisoner”. Il sound è un roccioso heavy metal dalle tinte power che si lascia ascoltare gradevolmente. Il problema principale di questo album, che inizia anche bene con la title-track (una delle canzoni migliori), è che manca una vera e propria hit che conquisti immediatamente e valga da sola l’acquisto dell’album; tutti i pezzi più e meno si equivalgono, ma non verso l’eccellenza, quanto piuttosto su un livello di sufficienza, nel senso che si lasciano ascoltare piacevolmente, ma non restano in mente né in positivo, né in negativo. Ho ascoltato più e più volte questo disco, nella speranza di avere sensazioni differenti, anche a distanza di tempo dalla volta precedente, ma il risultato era sempre uguale: non male, ma niente di eccezionale. Gli assoli di chitarra sono piacevoli, il basso lavora bene, la batteria picchia a dovere, il cantato non è malaccio, anche se forse un po’ troppo sporco per i miei gusti ma, tutto sommato, ben si adatta al sound della band; la struttura degli 11 pezzi è ben realizzata, così come è ben curata la produzione. Ciò nonostante, la mia mente tornava sempre al punto di prima: un lavoro senza infamia e senza lode che merita la sufficienza, ma nulla di più. Metalheads date comunque qualche ascolto a questo “Century of decay” degli Headless Crown, magari riuscirete ad apprezzare meglio di quanto sia riuscito a me.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Mag, 2018
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Tra i dischi che mi sono arrivati di recente dalla Fastball Music, c’è anche “Chapter two:DigitHell”, (uscito ad ottobre 2017) dei tedeschi Red Raven, band conosciuta perchè è quella in cui canta da anni l’attuale singer dei Gamma Ray, Frank Beck. Il sound dei Red Raven è un classicissimo heavy metal di scuola teutonica, melodico a dovere, con qualche richiamo all’hard rock, ma anche abbastanza al passo con i tempi. Un qualcosa insomma che si lascia ascoltare piacevolmente. Eppure c’è un grande “MA”: negli 11 pezzi del disco (cui si aggiunge l’immancabile inutilissima intro), manca una hit, una canzone che ti faccia saltare dalla sedia e che da sola valga l’acquisto; nessuna traccia presenta difetti particolari (tralasciando il minutaggio elevato dell’accoppiata centrale “On my way”/”DigitHell”), ma di fatto nessuna di esse spicca rispetto alle altre e cattura l’attenzione in maniera particolare. Ecco quindi che i vari ascolti che ho dato all’album scorrevano via senza particolari problemi, ma anche senza particolari sussulti, per un disco che in sostanza è senza infamia e senza lode e per il quale diventa difficile persino indicare un pezzo migliore degli altri, con il difetto che non si tratta di un appiattimento verso l’eccellenza, ma bensì verso la sufficienza. Il gruppo ha scelto il pezzo intitolato “Unbreakable” per la realizzazione di un video e forse ha azzeccato, andando a prendere uno dei brani più interessanti, ma anche easy-listening della tracklist. “Chapter two: DigitHell” è il secondo lavoro della carriera dei tedeschi, dopo il debut “Chapter one: The principles” del 2014 (ma questa scelta di intitolare i dischi con i vari “Chapter” l’hanno copiata dai Kaledon?); non conoscevo i Red Raven prima di avere questo cd tra le mani (persino nell’Encyclopaedia Metallum non ci sono!), ma se non fosse stato per il fatto che il loro singer è intanto entrato nei Gamma Ray, probabilmente sarebbero rimasti sconosciuti ai più, visto che questo album non merita più di una sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Mag, 2018
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In questi giorni sono arrivati alcuni dischi usciti nel corso del 2017 per la label tedesca Fastball Music, un nome che ogni true defender deve segnarsi bene in mente, dato che pubblica esclusivamente bands che suonano del buon vecchio heavy metal, proprio di quello che al giorno d’oggi è raro ascoltare. Il disco di cui parleremo questa volta è “We live by the steel” (titolo che è tutto un programma!) dei tedeschi Inner Axis. Questa band è stata attiva per un decennio con il monicker di “Midgard”, per poi cambiarlo nell’attuale nel 2008; da allora ha pubblicato il debut album “Into the storm” nel 2011 (a me sconosciuto), tagliando il traguardo del secondo disco con questo “We live by the steel”. Non si tratta quindi di ragazzini di primo pelo e si sente da come suonano; ogni parte infatti è ben bilanciata: gli assoli di chitarra sono piacevoli e mai esagerati, il basso pulsa a dovere ed è piacevole protagonista, mentre la batteria non si limita al classico compitino, ma picchia anche duro quando serve. Anche il cantante se la cava più che bene, pur non essendo un novello Bruce Dickinson, mentre i cori sono sempre epici ed azzeccati (Manowar docet!). I 50 minuti di questo disco, insomma, trascorrono piacevolmente, anche se manca forse quella hit che ci farebbe saltare dalla sedia; c’è anche da dire che alcuni pezzi potrebbero essere più efficaci, se durassero una trentina di secondi in meno, specie la title-track e la lunga “The brave”; di contro, i pezzi migliori sono quelli più brevi, come la conclusiva “Rain or shine” e la frizzante “Red dead”, ma anche la veloce opener “Blades of death”. Chiaro che in dischi del genere non bisogna cercare originalità, dato che qui si suona solo e soltanto per passione ed amore verso l’heavy metal, ripercorrendo la strada tracciata da tante bands nel corso dei decenni; se questo vi basta, “We live by the steel” degli Inner Axis è un buon disco... in caso contrario, meglio cercare altrove.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    05 Mag, 2018
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Gli Ode In Black arrivano da Kuopio in Finlandia e sono attivi dal 2010; dopo aver pubblicato un EP ed un paio di singoli, a gennaio 2018 hanno rilasciato questo “Seeds of chaos”, primo full-lenght autoprodotto. Mi sorprende tantissimo scoprire che anche in Finlandia ci sono bands valide che sono costrette a ricorrere all’autoproduzione.... evidentemente non è solo un problema italiano! Già, perchè gli Ode In Black hanno fatto tutto da soli ed il risultato è semplicemente spettacolare, vera e propria manna per tutti i gothsters che amano gruppi come ultimi Sentenced e Poisonblack. E con una simile qualità sonora è davvero sorprendente che nessuna label si sia accorta di loro! “Seeds of chaos” ha una piacevole copertina ed undici pezzi decisamente efficaci e ben costruiti, che si lasciano ascoltare e ri-ascoltare che è sempre un piacere, con la rara qualità che, ascolto dopo ascolto, si scoprono sempre nuove sfaccettature non notate in precedenza che contribuiscono ad avviluppare l’ascoltatore nelle trame della musica. Decadente, romantica, melanconica, con quel sapore agro-dolce che va a far vibrare le corde più nascoste dell’animo, la musica di questi cinque finlandesi mi ha conquistato nella sua totalità e non sono in grado di trovare alcun difetto. I pignoli potranno obiettare che lo stile canoro di Pasi Mäenpää assomiglia parecchio a quello del grande Ville Laihiala (ma per me è un pregio e non un difetto) e che forse il gothic degli Ode In Black ricorda un po’ troppo quello degli ultimi Sentenced (“Crimson” e “The cold white light”) e dei Poisonblack più ispirati (quelli dei primi 2 dischi, per capirci), difettando così un po’ in originalità... ma si tratta proprio di pignoleria, perchè era davvero da tanti anni che non ascoltavo un disco di gothic metal così valido e coinvolgente! “Seeds of chaos” è un piccolo gioiello che merita ogni attenzione da parte delle anime inquiete ed angosciate che amano questo genere musicale, sperando che qualche label si accorga della qualità degli Ode In Black.

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2.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    05 Mag, 2018
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Gli AxMinister arrivano dall’Ontario in Canada e, pur essendo attivi da parecchi anni, hanno alle spalle solamente un full-lenght e due EP. Oggi parleremo proprio del secondo EP, uscito ad inizio maggio in autoproduzione, composto da 5 pezzi, intitolato “The crucible of sin” e dotato di una delle copertine più brutte mai viste in vita mia. Nella presentazione della band, si parlava di paragoni con Iron Maiden, Manowar, Type O Negative, Slayer, Metallica e Megadeth..... orbene, i nomi delle prime tre bands sono letteralmente messi a caso, dato che non c’è assolutamente niente che possa far venire in mente il sound di questi gruppi, tra l’altro molto eterogenei tra loro! Su Slayer e Metallica potremmo dire che il paragone si limita al fatto che gli AxMinister suonano anche loro thrash metal, ma nulla di più. Veniamo ai Megadeth.... detta sinceramente, quando ho sentito cantare per la prima volta Nicholas Klaus, mi sono chiesto se ci fosse Dave Mustaine come ospite sul disco.... ma così non è; lo stile canoro del cantante canadese è sostanzialmente mutuato da MegaDave... il che non è un complimento, dato che Mustaine non è mai stato un gran cantante. Fortunatamente ogni tanto Klaus incattivisce la sua prestazione e risulta almeno un minimo differente. Il sound dei canadesi poi è letteralmente derivato da quello dei Megadeth, una sorta di mix tra “Youthanasia” ed il più recente “Dystopia”. Ora, va bene ispirarsi ad una determinata band, va bene non essere originali (lo dico sempre che, se un disco è bello, non me ne frega niente della scarsa originalità), ma qui rasentiamo davvero il plagio. Il pericolo di essere etichettati come “band clone” dei Megadeth è davvero forte e gli AxMinister farebbero bene a cercare un sound un po’ meno derivativo, magari accelerando un po’ come fanno nella conclusiva “Sanctus equitis mortis”; capisco che nel thrash è difficile dato che è stato già detto quasi tutto, capisco la passione per i propri idoli, ma così le speranze di emergere dall’anonimato sono davvero poche. Ciò nonostante, questo “The crucible of sin” merita indubbiamente la sufficienza, perchè canzoni come “Salvation” e “The trials of Hercules”, oltre alla predetta ultima traccia, sono davvero piacevoli, per un vecchio thrasher come il sottoscritto. Mezzo voto in meno però è obbligatorio per l’orrenda copertina.

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