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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    28 Settembre, 2018
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Gli Hamadria arrivano dal Perù e si sono formati addirittura nel 2004; ci sono voluti però tanti anni per arrivare al debut album, “Reina azul”, uscito a fine aprile 2018 e dotato di una gran bella copertina, di cui purtroppo non sappiamo l’autore. Il disco, interamente cantato in spagnolo, è composto da 10 brani, con una tracklist che alterna quasi interamente pezzi frizzanti e veloci ad altri lenti, quasi al livello di ballad o che, comunque, hanno al suo interno importanti parti lente ed iper-melodiche. Ecco, questa tendenza ad esagerare con le melodie è un’arma a doppio taglio per gli Hamadria; per la serie “il troppo storpia”. Cerco di spiegarmi meglio: se tutte la canzoni fossero al livello dell’opener “Reina azul” o della conclusiva Cabalgata a la última batalla, avremmo una bomba di disco! Purtroppo la sovrabbondanza di brani lenti (“Sonata soledad”, “Gritos”, “Susurro” e “Crepúsculo”) o troppo lunghi (“Gotas de hiel” e “Puertas al sol”, oltre alla già citata “Gritos”), tra l’altro piazzati uno dopo l’altro nella tracklist, minano pericolosamente l’esito di questo lavoro. In questo gli Hamadria dimostrano ancora una certa inesperienza nel songwriting (sicuramente migliorabile) e la mancanza di una guida esperta nella produzione (è bene ricordare che si tratta di un disco autoprodotto). A voler essere pignoli, non mi ha convinto particolarmente la voce della singer Kassandra Sinche, probabilmente un approfondimento dello studio delle tecniche canore potrebbe giovare a renderla più convincente ed espressiva. Quello che invece convince e pure parecchio è lo stile dei vari musicisti; le due chitarre, assieme alle tastiere ricamano parti soliste di gran gusto, la batteria pesta a dovere e dona brillantezza a molti brani, forse un po’ più di protagonismo del basso non avrebbe guastato, ma siamo già a buon punto. Il power metal degli Hamadria ricorda non poco quello dei migliori Tierra Santa (quindi i primi dischi della band iberica) ed, in genere, lo stile del power spagnolo, bello tosto e frizzante. Ogni ascolto di “Reina azul” è sempre stato gradevole e, con i dovuti accorgimenti, sono sicuro che gli Hamadria sapranno regalarci in futuro un nuovo album ancora migliore di questo! Spero solo di non dover attendere ancora altri 14 anni....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Settembre, 2018
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I Sage arrivano dalla vicina Croazia e non vanno confusi con i vari omonimi esistenti in giro per il mondo tra Europa ed America. Questi Sage, a differenza degli altri omonimi, suonano power metal, con qualche leggero tocco epico-sinfonico ed arrivano con questo “Anno domini 1573” al loro debut album. Come facilmente intuibile dal titolo e dalla copertina, si tratta di un concept storico che, stando alle note biografiche ricevute, è incentrato sulla rivolta dei contadini inglesi avvenuta nel 1381; non è da escludere poi, visto il titolo, che vi sia un collegamento anche con il film di Vatroslav Mimica che narra appunto della rivolta dei contadini croati e sloveni avvenuta nel 1573. A parte il concept, la musica dei Sage si ascolta molto gradevolmente, è cantata ottimamente da Davor Bušljeta, suonata egregiamente da tutti i musicisti e registrata altrettanto egregiamente presso gli storici Morrisound Studios (10 minuti di penitenza, se non conoscete questa istituzione del mondo metal, specie quello più estremo!). La prima metà del disco scorre via molto piacevole, con un pezzo dopo l’altro che conquistano pienamente; un po’ più difficoltosa la seconda parte, quando il minutaggio dei brani sale pericolosamente. Forse la sovrabbondanza di cori ed orpelli appesantisce le ultime canzoni, che risultano quindi meno efficaci e meno snelle all’ascolto. In tal senso, qualche taglio qua e là avrebbe aiutato a rendere gli ultimi pezzi dello stesso ottimo livello dei primi. Ma, in fin dei conti, si tratta sempre di un debut album e ci sta che il gruppo abbia qualcosina da migliorare a livello di songwriting. Lo stile dei Sage ricorda vagamente un incrocio tra gli Highlord più ispirati (quelli dei primi dischi per intenderci) e gli indimenticabili Thy Majestie; “Anno domini 1573” è un ottimo debut album e sono sicuro che la band croata, avendo ampi margini di miglioramento, possa regalarci altre perle in futuro!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 23 Settembre, 2018
Top 10 opinionisti  -  

“Epic Skaldic Metal”, cosa diavolo significherà questa definizione? Lo ammetto, è stato per questo motivo che mi sono messo a recensire questo debut album dei tedeschi Ash of Ashes, intitolato “Down the white waters”. Dietro il monicker, dal design silvano, vi è il polistrumentista Skaldir (al secolo Markus Skroch), noto per aver militato in una miriade di bands, fra cui spiccano gli Hel. Ma allora cosa significa “Epic Skaldic Metal”? Niente a che vedere con l’epic metal tipico di Manowar et similia, purtroppo per me! Effettivamente mi ero illuso di trovare un epic metal in salsa teutonica, magari miscelato a qualcosa di folk alla Saltatio Mortis, ma mi sbagliavo... eccome se mi sbagliavo! Avete presente i Bathory di fine anni ‘80/primi ’90, in dischi come “Twilight of the Gods” o “Hammerheart”? Aggiungeteci un bel po’ di viking, qualcosa di black ed un pizzico di doom ed avrete il sound degli Ash of Ashes ed il significato di questa definizione tanto astrusa. Il sound di questo progetto è quindi qualcosa di particolare, non adatto a tutti i padiglioni auricolari. Per mia fortuna, Skaldir alterna al growling più marcio tipico del black metal, qualche clean vocals, dimostrando di sapersela cavare degnamente anche con questo stile canoro più “canonico”, se mi passate il termine. Ma il polistrumentista tedesco dimostra di saperci fare anche nel songwriting, dato che i brani non sono mai eccessivamente prolissi, ma anzi abbastanza efficaci. Certo, per ascoltare determinate sonorità bisogna essere appassionati di viking ed affini, di certo non di epic metal come il sottoscritto, ma alla fin fine bisogna comunque riconoscere che “Down the white waters” è un buon debutto per il progetto Ash of Ashes.... magari la prossima volta sarebbe meglio evitare definizioni così astruse.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 2018
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Tornano i sardi (ora a Londra) Negacy, a distanza di tre anni dal precedente disco, con il nuovo album, intitolato “Escape from paradise”, composto da 10 pezzi, più la consueta inutilissima intro. Non conosco i primi due dischi del gruppo che, per le registrazioni di questo lavoro, ha avuto come batterista ospite niente meno che Raphael Saini (a voi citare a scelta qualcuna delle tante bands con cui il brasiliano ha collaborato). I Negacy suonano un piacevole power metal di scuola teutonica, con anche la voce di Leonel Silva che è roca, sporca ed aggressiva, proprio come tanto si apprezza in Germania. Personalmente, lo stile di Silva non mi ha entusiasmato, dato che lo trovo un attimo troppo sporco per il power della band, a cui forse si sarebbe coniugata meglio una voce pulita e squillante, ma facciamo di necessità virtù. I vari ascolti che ho dato a questo disco non sono mai stati sgradevoli, anzi si sono dimostrati abbastanza piacevoli, anche se effettivamente manca una hit, quella canzone di valore superiore che attiri subito la tua attenzione e valga da sola l’acquisto del cd. In alcuni casi, inoltre, avrei prestato maggiore attenzione al songwriting, snellendo un po’ qualche brano, soprattutto nella seconda parte del disco, dove le composizioni si attestano tutte su minutaggi superiori ai 5 minuti, risultando in alcuni casi forse un po’ prolisse o, comunque, poco efficaci. Come detto, comunque, “Escape from paradise” dei Negacy si ascolta gradevolmente e sicuramente potrà andare incontro ai gusti dei fans della band e del power di scuola germanica in genere. C’è di meglio in giro? Sicuramente.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Settembre, 2018
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Settimo album per gli australiani Black Majesty, secondo per la label tedesca Pride & Joy Music, intitolato “Children of the abyss” e con una copertina che, per essere sinceri, non mi entusiasma granché con il solito soggetto incappucciato con mantello e spadone (senza contare i leoni che non mancano mai nelle copertine del gruppo). 10 brani compongono l’album, tutti con durate tra i 4 ed i 5 minuti, che fanno capire quanto gli australiani badino al sodo, senza perdersi in inutili orpelli o “allungare il brodo” inutilmente ed evitando finalmente le banalissime intro che flagellano ormai il mondo metal!. I ¾ d’ora di questo disco si lasciano ascoltare gradevolmente, anche se devo dire che manca una hit che ti faccia saltare dalla sedia e valga da sola l’acquisto del cd. La ricetta dei Black Majesty è pressoché invariata rispetto al passato (seguo la band ormai da oltre un decennio), un bel power roccioso, pieno di assoli e melodia, bello ritmato e veloce. Certamente qui non possiamo trovare un briciolo di innovazione o di originalità e qualcuno potrà anche tacciare la band di immobilismo compositivo, ma loro sono questi, prendere o lasciare! I fans dei Black Majesty, del resto, non si aspettano altro, se non un power metal frizzante e veloce, orecchiabile e, tutto sommato, anche ben realizzato. Forse, dopo tanti anni, mi aspettavo un salto di qualità che potesse distinguere gli australiani dalle altre power metal bands in giro per il globo, ma così non è stato. John Cavaliere & C. proseguono imperterriti sulla loro strada, incuranti di mode o innovazioni di sorta; se vi sono piaciuti i loro precedenti dischi, sicuramente anche questo “Children of the abyss” non vi deluderà... in caso contrario, sicuramente nel mondo del power metal c’è di meglio.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Settembre, 2018
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La prima domanda che mi è venuta in mente quando ho ricevuto il materiale per questa recensione è stata: “Perchè?”. Perchè pubblicare un “best of” di una band non di primaria importanza come i Black Majesty? Ma soprattutto perchè pubblicarlo a pochi giorni dall’uscita del nuovo album degli australiani? Dove sta il senso logico di questa trovata commerciale? Perdonatemi, ma non sono ancora riuscito a dare una risposta sensata a queste domande e dubito ci riuscirò mai... I Black Majesty, per chi non li conoscesse, sono una power metal band di Melbourne (da non confondere con le omonime norvegesi e statunitensi), attiva dal 2001, con all’attivo sette albums, di cui gli ultimi due usciti per una label differente dalla tedesca Limb Music, che pubblica questo "The 10 Years Royal Collection" (10 anni di cosa? Altro particolare non chiaro). Il doppio cd è composto da brani estratti dai primi 5 dischi della carriera dei Black Majesty, appunto quelli usciti sotto l’egida della Limb Music, quelli in cui, per ragioni contrattuali, non poteva comparire nella line-up il bassista Evan Harris, indicato sempre come ospite esterno. Cosa può attirare quindi all’acquisto di questo lavoro? Obiettivamente i Black Majesty non sono una band di punta del movimento power (ce ne sono a bizzeffe di gruppi migliori!), quindi questo è un prodotto riservato ai fans della band. Cosa quindi potranno trovare di interessante questi ultimi per convincerli ad investire il proprio denaro? I brani del primo cd sono fedeli agli originali, ma tutti rimasterizzati; sul secondo cd invece possiamo trovare qualche traccia acustica, qualcuna delle consuete bonus-tracks delle edizioni giapponesi, qualche canzone estratta dai demo della band, un pezzo live ed un solo brano inedito, la ballad intitolata “Everlasting”, romantica e zuccherosa, ma abbastanza canonica. Se siete fans dei Black Majesty, credo di aver illustrato cosa potrete trovare di interessante in questo "The 10 Years Royal Collection" (la cui copertina riprende parti dei cinque dischi a cui si riferisce); se non conoscete questo gruppo, ma siete fans del power metal in generale, potrete avere uno spunto per approcciarvi ai Black Majesty; se non rientrate in nessuna di queste categorie, perdonatemi ma forse avete solo perso tempo a leggere fin qui....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Settembre, 2018
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A metà degli anni ’90, un giovane chitarrista inglese, tale Rich Sherrington, per il suo amore verso gli Xentrix, storica thrash band inglese, decise di formare un gruppo e chiamarlo Solitary. Con la sua band, nel corso degli anni, realizzò qualche demo ed altri lavori, oltre a ben tre full-lenghts, passati sostanzialmente inosservati, se non nell’underground più profondo del proprio paese. Un paio di mesi fa, un’agenzia inglese ci ha proposto la recensione di questo “Nothing Changes 20th Anniversary Edition”, che sarebbe la ristampa del primo album dei Solitary, a 20 anni dalla sua uscita del 1998. Non conoscevo assolutamente questo gruppo, ma il paragone con gli Xentrix e quindi, di conseguenza, con i Metallica (band a cui gli inglesi, all’epoca, venivano accostati), ma anche con i Testament (mia thrash metal band preferita in assoluto!), mi ha stuzzicato parecchio. Ma che delusione in ciò che ho ascoltato! Non c’è assolutamente alcunché di paragonabile con gli Xentrix e nemmeno con i Testament. Il sound dei Solitary è un thrash, stracarico di groove (fin troppo direi!), alquanto mosheggiante (quindi semmai ci starebbe il paragone con la scena newyorkese), mai troppo veloce, con la voce sgraziata ed urlata di Sherrington che non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella del grande Chris Astley, e nemmeno con quella del mitico Chuck Billy o di James Hetfield. Stando alle note dell’agenzia, il lavoro sarebbe stato rivisitato e ri-masterizzato, ma i brani del demo (tra l’altro presenti anche nella tracklist dell’album) fanno abbastanza pena come registrazione (siamo nel 1996, teniamolo ben presente) e mi sorge il dubbio che non siano stati nemmeno sfiorati. I pezzi del full-lenght non sono niente di particolare, molto groove, uno screaming sgraziato, qualche passaggio decente delle due chitarre, si salva solo il basso sull’opener “Within temptation” (forse il brano che, con un po’ di fantasia, si può avvicinare maggiormente alle altre bands precedentemente citate) ed in qualche altro sporadico momento. Mi chiedo per quale ragione qualcuno abbia sentito la necessità di celebrare il ventennale di questo disco, spendendoci tempo e danaro per ristamparlo e rimasterizzarlo. Parafrasando i titoli di alcuni brani, non c’è ragione perchè si possa dare una seconda chance ai Solitary. Ho davvero gettato via del tempo della mia vita che nessuno mi restituirà mai....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Settembre, 2018
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Mea Culpa! Non avevo mai sentito parlare dei romani This Void Inside, band nata come progetto personale del singer Dave Shadow addirittura nel 2003, con alle spalle solamente un full-lenght intitolato “Dust”, risalente al 2008. Sono trascorsi 10 anni ed a luglio di quest’anno, il gruppo romano è tornato a farsi sentire con un nuovo disco, intitolato “My second birth/My only death”, con in copertina una bella figliola dai capelli rossi che il nostro collega Anthony Weird sicuramente apprezzerebbe. Attorno al leader ed alla bassista Saji Connor, ci sono tre nuovi innesti, i due chitarristi Frank Marrelli ed Alberto Sempreboni ed il batterista Simone Gerbasi. Da segnalare la presenza sul pezzo “Meteora” di Max Aguzzi (chitarrista e vocalist dei Dragonhammer) e Diego Reali (chitarrista e vocalist degli Evidence, ex DGM). Ma che genere di musica suonano i This Void Inside? Su una base di gothic, innestano parecchie contaminazioni elettroniche, qualcosa di industrial, un po’ di dark wave degli anni ‘80 e perfino un pizzico di synth pop, grazie al quale sono più accostabili al rock che al metal; in alcuni passaggi addirittura mi sembra di ascoltare i vecchi Pet Shop Boys incattiviti, anche per la somiglianza del timbro vocale del singer Dave Shadow, con quello del più famoso Neil Tennant. 14 brani fanno parte di questo full-lenght decisamente accattivante e molto piacevole da ascoltare, specie per chi, come il sottoscritto, ha dentro di sé un animo dark. Atmosfere romantico-decadenti in abbondanza, con tutti gli strumenti che si ritagliano la loro parte, in una produzione decisamente ottima. Ho perso il conto delle volte che ho ascoltato e ri-ascoltato questo disco, senza mai stancarmi, ma anzi sentendo quasi il bisogno di tornare a pigiare il tasto “play”, per far evadere la mia mente seguendo le atmosfere create ad arte dai This Void Inside. “My second birth/My only death” è un gran disco, imperdibile per tutti coloro che fanno del gothic più old-fashioned la loro ragione di vita.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Settembre, 2018
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Per chi ancora non conosce i The Unity, occorre sapere che Henjo Richter e Michael Ehre (rispettivamente chitarrista e batterista dei Gamma Ray) portano avanti questo progetto parallelo dal 2016; accanto a loro praticamente c’è quasi tutta la band precedente di Ehre, i Love.Might.Kill (escluso solo il chitarrista Christian Stöver), scioltisi nel 2015 con due album alle spalle. I The Unity, dopo l’omonimo album uscito l’anno scorso, tornano quest’anno con un nuovo full-lenght intitolato “Rise” che sarà edito dalla Steamhammer / SPV anche in vinile limitato (500 copie) e boxset (altri 500 esemplari) con vari oggetti per collezionisti, come adesivi, patch, foto autografate, ecc. Ma veniamo al sound della band che, come immaginabile, molto deve ai Gamma Ray. In questo disco trovo parecchie assonanze al fin troppo vituperato “Sigh no more”, che rappresenta forse il disco di Kai Hansen & C. più melodico della carriera. Ed, infatti, il sound di casa The Unity è più orientato verso il melodic metal, che verso l’happy tipico dei Gamma Ray; a questo, si aggiunge anche un pizzico di hard rock made in USA, tanto per render l’idea di cosa vi aspetta in questi 12 pezzi più intro. Come prevedibile l’ascolto è molto gradevole e semplice ed il disco scorre via per quasi un’ora senza alcun intoppo o filler di sorta. Certo, per un fan dei Gamma Ray come il sottoscritto, forse i pezzi più tipicamente power sono i migliori, ed ecco in tal senso che si segnalano “Last betrayal” (molto teutonica), “Welcome home”, “All that is real”, per arrivare alla migliore in assoluto che è la splendida “Children of the light”, la classica hit che da sola vale l’acquisto del disco; molto bella anche “The storm”, per le sue melodie ruffiane, quasi hard rockeggianti. Tutto sommato, dunque, “Rise” dei The Unity è un ottimo disco, suonato bene e cantato altrettanto bene dal nostro connazionale Gianbattista Manenti; molto probabilmente non passerà alla storia del metal, ma sicuramente andrà incontro ai gusti dei fans del melodic metal in genere.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Settembre, 2018
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Ci sono dischi per i quali basta ascoltare qualche nota per rendersi conto di avere davanti una potenziale bomba; fra questi bisogna sicuramente contemplare i vari albums dei piemontesi Ultra-Violence che seguo sin dal primo EP “Wildcrash” del 2012. Ho avuto così occasione di ascoltare in questo lavoro anche i due nuovi membri, Andrea Lorenti al basso e Francesco “Frullo” La Rosa alla batteria (già con Extrema, Athlantis e M'pire of Evil, tra gli altri), constatando che non fanno certo rimpiangere i loro predecessori; il batterista, in particolare, ha un uso della doppia-cassa che mi ha letteralmente fatto innamorare. “Operation misdirection”, questo il titolo, forse mutuato dal mitico disco dei Queensrÿche, ha la copertina realizzata dal mitico Ed Repka (5 minuti di vergogna per chi non conosce questo artista!) ed è composto da 8 pezzi, fra cui è anche compresa una breve strumentale (“The stain on my soul remains”) ed una cover della splendida “Money for nothing” dei Dire Straits, thrashizzata a dovere, ma dando comunque il giusto tributo al lavoro del maestro Mark Knopfler. Il thrash degli Ultra-Violence è ormai maturo e ben costruito, robusto e massiccio ed i pezzi, seppur in alcuni casi superano i 6 minuti di durata, non sono mai prolissi o esagerati, segno che il songwriting è comunque ben fatto e fluido. Mi ero fermato con questa band allo splendido “Privilege to overcome” (il secondo full-lenght, infatti, mi era sfuggito), ma ho avuto ancora una volta conferma del loro grande valore, dato che questo “Operation misdirection”, uscito a fine luglio 2018 su Candlelight Records, si candida per essere uno dei migliori dischi thrash metal dell’anno. Sono italiani, dobbiamo andarne fieri, dato che non hanno nulla in meno dei big di oltreoceano!

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