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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    29 Marzo, 2018
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Perchè? Questa è la domanda che mi si è subito presentata in mente dopo aver ascoltato “Of gold and guns”, quarto album degli Spellblast. Perchè una simile mutazione? Forse perchè si erano stancati di elfi, gnomi ed altre amenità fantasy ed hanno deciso di cambiare... o forse perchè avendo trovato un cantante dallo stile completamente differente (più hard rock che power secondo il mio punto di vista), hanno deciso di cambiare per sfruttare meglio le sue potenzialità... o forse perchè.... potremmo avanzare tantissime ipotesi, senza indovinare quella giusta; resta il dato di fatto che gli Spellblast non sono più quelli dei meravigliosi “Horns of silence” e “Battlecry” e del comunque più che valido “Nineteen”, ma sono una band nuova con un sound alquanto differente dal passato, complice anche il fatto che della formazione di 10 anni fa sono sostanzialmente rimasti i soli Luca Arzuffi e Xavier Rota e che, strada facendo, sono cambiati molti, forse troppi, musicisti attorno ai leader. Sono pronto a scommettere che questo album dividerà i fans in due: da una parte coloro che lo apprezzeranno per la trasformazione del sound, dall’altra chi (come me) lo detesterà e rimpiangerà amaramente il passato di questo gruppo. Cercando di non pensare di avere tra le mani un nuovo disco degli Spellblast, dopo il primo spiazzante ascolto, mi sono messo di buona lena per cercare di essere quanto più obiettivo possibile, come se stessi ascoltando un disco di una band completamente nuova e diversa. Partiamo dal cantato; non ho mai amato particolarmente lo stile di Dest, sporco ed abrasivo, come detto secondo me molto più adatto all’hard rock (e nella cover di “Wanted dead or alive” ne ho avuto conferma!); tutto sommato, però, la sua prestazione non dispiace (ma nemmeno mi esalta) e non mi sento di addossargli responsabilità più di tanto per questa mutazione. Veniamo alle musiche. Atmosfere morriconiane imperniano molti brani (“Wyatt Earp” è emblematica) del lavoro, richiamandosi al concept dei testi, basato su personaggi leggendari che hanno vissuto in America durante il 19° secolo, più una menzione per l’eroe dei fumetti Tex Willer. Gli Spellblast hanno abbandonato le sonorità folkeggianti tipiche del loro passato per sposare un sound che possa legarsi meglio al concept western, pur rimanendo comunque accostabili al power metal; per rendere l’idea basta ascoltare “Goblins in Deadwood” che è una sorta di rifacimento della splendida “Goblin’s song” del primo disco. A tal proposito, un confronto è decisamente impari, dato che la nuova versione è abbastanza deludente, simpatica ma non di più; probabilmente sarebbe stato meglio evitare di provare a stendere un ponte verso il passato e rompere definitivamente con esso per poter affermare definitivamente “gli Spellblast del 2018 sono questi, prendere o lasciare!”. Personalmente lascio e vado a riascoltarmi i primi due dischi di questa band, perchè la nostalgia per quelle sonorità e quel cantante è troppo forte e surclassa di brutto questa nuova versione.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Marzo, 2018
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Gli Iron Will arrivano dal Massachusets negli USA e decidono di autoprodursi il debut album, intitolato “Life is your labyrinth”, composto da 12 brani che, meglio metterlo subito in chiaro, sono stati davvero difficili da ascoltare più volte per questa recensione. Non perchè il genere suonato dalla band americana sia complesso (tutt’altro direi), ma perchè credo di aver avuto modo di ascoltare il peggior disco del 2018 ed uno dei peggiori della storia di questa webzine. Davvero sono tante le cose che non vanno in “Life is your labyrinth”, già l’artwork è davvero brutto con il solito teschio su un qualcosa che non si capisce cosa sia, ma ricorda tanto una fanghiglia, se non qualcosa di più schifoso ancora. La registrazione è davvero artigianale e sorprende come nel 2018 ci sia ancora chi produce un disco a questa maniera... poteva andare bene negli anni ’80 (e già allora sarebbe stata abbastanza scadente!), ma in questo periodo decisamente no. La cosa peggiore però è la “voce” del cantante Tony “The Metal Duke” Canillas, decisamente poco incisiva, monotona e per niente espressiva, oltre che abbastanza “lagnosa”... ora, caro Tony, già la natura non ti ha dotato di un’ugola decente, evita di soprannominarti “Il Duca del Metal”, perchè rischi solo di scatenare ilarità, se non addirittura di cadere nel grottesco! David Bowie si starà rivoltando nella tomba! Non venitemi a parlare poi di originalità o innovazione, perchè sono concetti evidentemente sconosciuti agli Iron Will, senza contare che forse a loro proprio non interessa essere originali o innovativi, ma pare suonino solo per il piacere di farlo e per la loro evidente passione verso le sonorità heavy old-style. Cosa salvare quindi in questo disco a parte la passione dei musicisti? Davvero poco, ad essere onesti, qualche buona parte di chitarra c’è (Eli Firicano suona anche nei Ravage che hanno fatto un bel disco lo scorso anno), Al Ravage alla batteria dimostra di cavarsela forse anche meglio che dietro il microfono (nei Ravage è lui il cantante) ed, inoltre, le strutture dei singoli pezzi potrebbero anche essere efficaci se solo avessero una resa sonora migliore e, soprattutto, un singer degno di tal nome. Non tutti possono essere Bruce Dickinson, ma per fare del buon heavy metal è necessario saper cantare bene! E non è cosa per tutti....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Marzo, 2018
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I Crossbones (da non confondersi con gli omonimi guidati da Dario Mollo) sono una specie di mito e istituzione nel loro paese di origine, ovvero l'Albania essendo stato il primo gruppo albanese a pubblicare un cd di musica Heavy Metal che seppur con produzione indipendente, è riuscito a girare un po in tutta Europa. Era il 1997 e quello era il debut per questi musicisti grintosi e coraggiosi, il primo vagito registrato in Svizzera ma assemblato nella casa di uno dei componenti perchè a quel tempo trovare una sala prove attrezzata come i nostri volevano era pura utopia. Piu di 20 anni sono passati e con se la famosa acqua sotto i ponti, ma il caparbio vocalist nonchè fondatore Olis Ballta non si è certo scoraggiato e tra vicissitudini varie, difficoltà oggettive e cambi di formazione, tra demo, singoli e ben un live album (Live at the black box - 2011) arriva ai giorni nostri con una formazione tutta nuova (tranne il drummer Theo Napoloni che lo segue dal 2010)e un nuovo cd intitolato "WORLD WAR 3". E la musica direte voi? Beh la musica è d'impatto, robusta come un macigno; si potrebbe parlare di un Alternative Metal con sfumature Thrash più cadenzate come l'iniziale "I'm God" ci fa subito capire senza infamia nè lode. I Crossbones sanno suonare e creare legati ossessivi (Gjalle) melodie accattivanti (Schizo) e anche dinamiche sognanti (You Fool) essendo semplici e essenziali. La voce di Ballta è aggressiva per buona parte del cd rifacendosi, con le dovute proporzioni a Phil Anselmo (tanto per farvi capire un po l'influenza del vocalist) ma che a tratti può suonare un po spersonalizzata e noiosa a lungo andare; infatti quando abbandona (poche volte invero) l'aggressività per adottare un approccio più pulito lo si apprezza di più anche perchè il tipo ha delle doti notevoli, soprattutto sull'interpretazione. Il resto della band è preciso e picchia duro senza far gridare al miarcolo, ma comunque risulta un lavoro più che gradevole che cresce ascolto dopo ascolto acquistando un mezzo voto in più grazie alla conclusiva "I'm God part.2", che altro non è che un sequel della prima song in versione acustica pregna di pathos e melodia. Bravi Crossbones dunque anche se un pochino di personalità in più vi farebbe fare un notevole salto di qualità.

Francesco Noli

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Marzo, 2018
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Gli Hammerstroke nascono nel maggio 2017 a seguito della fuoriuscita dai The Siks dei due chitarristi Thomas (DocRock) Kaufmann e Vox Rene (Kürsche) Kürschner che decidono di dar vita ad una loro band. Reclutato anche un vecchio amico di Kürschner al basso (tale Isy, già uscito dalla formazione) registrano il loro primo disco negli studios di proprietà dello stesso DocRock che si è occupato anche di cantare, suonare la batteria e, dopo l’uscita di Isy, anche il basso. L’artwork del disco, intitolato “Satan’s claw”, invece, l’ha realizzato Kürsche, evidentemente ispirandosi, ma con scarsi risultati, al lavoro di Derek Riggs con il mitico Eddie (e nascondetevi se non sapete di cosa sto parlando!). Il sound degli Hammerstroke è un classico heavy metal old-style, con qualche richiamo al thrash. Purtroppo DocRock farebbe bene a concentrarsi solo sulla sua chitarra, dato che con la batteria si limita a svolgere un compitino, mentre la prestazione peggiore ce la regala dietro al microfono. La sua voce roca e sporca mi ha fatto pensare ad una copia brutta e spompata di Lemmy... forse riesce meglio quando i pezzi sono più vicini a lidi thrash (come la furiosa conclusiva “Hammerstroke”), mentre non esalta per niente quando i brani sono più classicamente heavy, nei quali ci vorrebbe un’ugola dalle potenzialità ben differenti. Il fondo poi lo tocca quando si mette a ridicolizzare “Stayin’ alive” dei Bee Gees, pezzo che starebbe anche bene così “metallizzato”, ma decisamente necessita di uno stile canoro differente. Originalità pari allo zero assoluto, un cantato non convincente, artwork deludente pieno di cliché iper-abusati (teschi, martelli, ecc.), questo “Satan’s claw” si salva solo per le parti di chitarra con qualche piacevole assolo. Purtroppo ciò non basta per raggiungere la sufficienza, anche se è evidente la passione e l’amore degli Hammerstroke per le sonorità heavy metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Marzo, 2018
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Non avevo mai sentito parlare dei portoghesi Toxikull, fin quando non ci è stata proposta la recensione di questo EP dal titolo “The nightraiser”, dotato di copertina non proprio esaltante. La band si è formata nel 2016 ed, in precedenza, era anche nota come Toxic Room; ha all’attivo un full-lenght intitolato “Black sheep”, uscito appunto nel 2016. Il gruppo propone un tostissimo speed metal dalle forti tinte thrash, secondo i canoni che contraddistinguono lo specifico genere da anni: ritimiche sempre serrate con doppia cassa in evidenza, assoli di chitarra in quantità (anche in twin guitars), riff affilati come rasoi ed uno screamer che urla la sua rabbia senza soluzione di continuità. Con questa ricetta, l’headbanging è assicurato ed i 25 minuti di durata dell’EP scorrono via piacevolmente e con tanta energia. Qualcuno potrà obiettare che in questo disco non vi è traccia di originalità o innovazione, ma credo che non sia ciò che lo speed metal è in grado di offrire, né tanto meno ritengo che i fans di questo genere musicale (come il sottoscritto) vadano a cercare. Qui c’è solo energia a profusione, adrenalina e voglia di urlare fuori tutta l’aria dai polmoni per dare sfogo alle proprie repressioni ed alla propria ira. I Toxikull ci riescono e con questo “The nightraiser” tirano fuori un EP sicuramente interessante.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 23 Marzo, 2018
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Tornano a farsi sentire i canadesi Borealis, tagliando il traguardo del quarto album con questo “The offering”, dotato di copertina davvero piacevole. E’ anche il primo disco con il nuovo bassista Trevor Mcbride e con il ritorno del chitarrista Ken Fobert (che era stato nella band per un breve periodo attorno al 2010). Avevo apprezzato molto il precedente lavoro “Purgatory” (risalente al 2015) ed ancora di più “Fall from grace” (del 2011), quindi ero molto curioso di mettermi all’ascolto di questo nuovo disco. Purtroppo, dopo un’ottima prima canzone, come la ritmata “The fire between us”, il disco lascia un po’ di amaro in bocca e non si dimostra all’altezza di quanto realizzato in precedenza dai canadesi. Sia chiaro, non si tratta per niente di un brutto disco ma, alla fine di ogni ascolto, non mi rimaneva molto, se non una domanda fatale: “tutto qui?”. Sarà che il vocione sporco di Matt Marinelli non mi ha mai preso più di tanto, sarà che obiettivamente in questo disco manca una hit che ti faccia saltare dalla sedia, fatto sta che non ne sono rimasto particolarmente entusiasta. Memore della prima ingannevole impressione avuta da “Purgatory”, mi sono messo d’impegno ed ho ascoltato “The offering” davvero parecchie volte, ma in questa occasione non sono riuscito a lasciarmi conquistare dai 12 brani che compongono questo album. Come detto, non si tratta di un lavoro scadente, il melodic metal della band, con forti tinte power/prog, è sicuramente elegante e suonato alla grande, ma siamo un gradino sotto alle produzioni precedenti dei Borealis. “The offering”, infatti, andrà sicuramente incontro ai gusti dei fans dei canadesi, ma sicuramente poteva offrire di più.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Marzo, 2018
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Partiamo da un presupposto: se uno si mette ad ascoltare un disco metal interamente strumentale, deve essere nel giusto stato d’animo, altrimenti, dopo 3-4 canzoni, si rischia di lanciare il materiale dal terzo piano del condominio (o, più semplicemente, si pigia il mitico “delete”). Dopo aver rinviato a lungo, mi sono così messo di buona volontà ad ascoltare questo “Gateways”, uscito nel 2017, del talentuoso chitarrista maldiviano Shahyd Legacy (al secolo Ahmed Shahyd). Si tratta del quarto album (almeno così mi dicono nella bio, anche se mi risulta diversamente...) del chitarrista noto anche per suonare nei Sacred Legacy, thrash/prog band di cui non si hanno notizie da diversi anni e nel progetto parallelo Mystic Wonders. L’album, registrato negli studio personali di Shahyd, ha una buona resa sonora ed è composto da 9 pezzi; ad onor di cronaca, la copertina con la foto del chitarrista non è delle più accattivanti... ma, del resto, questi progetti nascono per dare sfoggio all’esibizionismo ed all’ego del singolo artista, quindi ci sta anche che si metta egli stesso in copertina. Come detto, il full-lenght è composto da 9 brani in cui lo shredder delle Maldive dà sfoggio della sua tecnica per quasi 40 minuti, accompagnato da altri musicisti che suonano con lui nelle due bands precedentemente citate. L’ascolto non è affatto spiacevole, dato che Shahyd sa come si deve comporre un brano efficace; è vero che l’esibizionismo tecnico è parte integrante di questo lavoro, ma è anche vero che non è quasi mai fine a sé stesso e le varie composizioni filano via senza annoiare. Certo, quando il ritmo imposto dalla batteria si fa più frizzante, anche il sottoscritto è riuscito ad apprezzare maggiormente, mentre qualche sbadiglio si rischia quando si cala verso ritmiche più blande; tutto sommato, però, l’ascolto non è così complicato. “Gateways” di Shahyd Legacy è un disco per gli appassionati degli shredders e della musica strumentale ed, in quanto tale, non adatto a tutti.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Marzo, 2018
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Non conoscevo prima i pisani Rusty Nails, attivi da circa 20 anni, ma autori finora solamente di un EP nel 2011; quest’anno arriva il momento del debut album, intitolato “Seasons of hatred”, che mi è stato presentato come un disco di “modern heavy metal”. In realtà la definizione “modern” trae in inganno, perchè il sound della band toscana è fortemente radicato al metal degli anni ’80; quindi un robusto e serrato heavy metal, con qualche accenno di speed e thrash, che tanto fa scapocciare gente che, come il sottoscritto, ha superato gli “anta” da tempo.... Non aspettatevi quindi qualcosa di originale o innovativo, perchè non è questo lo scopo dei Rusty Nails, la loro musica puzza di birra, borchie, pelle e tanta passione, ingredienti fondamentali per suonare del buon vecchio heavy metal. Poi potremmo parlare del fatto che lo screamer Paolo Billi non è certo un novello Bruce Dickinson e che il suo stile aggressivo non mi ha fatto impazzire; potremmo anche evidenziare per pignoleria che alcuni assoli del chitarrista Matteo Santoni (specie nei pezzi più lunghi) sembrano un po’ prolissi e poco “asserviti” all’economia del singolo brano, quasi come esagerata esibizione stilistica... ma sono tutti dettagli che non inficiano particolarmente il risultato finale, dato che obiettivamente “Seasons of hatred” si lascia ascoltare piacevolmente, specie se si è appassionati di certe sonorità un po’ “old-style”. L’album è composto da 7 pezzi (cui si aggiunge la solita inutilissima intro), fra i quali i migliori e più efficaci sono sicuramente nella parte iniziale. I Rusty Nails non passeranno alla storia dell’heavy metal, ma hanno realizzato un disco piacevole, fatto con passione e perizia, in grado di andare incontro ai gusti soprattutto dei metallari “meno giovani”.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Marzo, 2018
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I Death Keepers arrivano da Barcellona e ci vengono presentati come appassionati del buon vecchio heavy metal, quello “old-style” degli anni ’80; dopo aver autoprodotto un EP nel 2013, i catalani firmano con la Fighter Records (label spagnola attiva in questo settore musicale) ed a inizio 2018 rilasciano il loro debut album, intitolato “Rock this world”, dotato di colorata copertina. Il quartetto iberico (nessuna informazione su chi suoni il basso....) mette subito in chiaro le cose, puntando all’heavy metal più melodico degli anni ’80, quello di bands come Def Leppard e, per rimanere in Spagna, dei Baron Rojo. Tanto (o troppo?) hard rock contamina l’heavy metal dei Death Keepers (ma perchè un nome così aggressivo con un sound così melodico?), specie a livello di cori ed impostazione vocale del valido cantante Dey Rus. Fortunatamente la batteria del buon Miki X Hunter spesso si fa sentire bene, alzando il ritmo dei brani che, altrimenti, sarebbero fin troppo mielosi. Le due chitarre della coppia Eddy Gary e J. Antonio Maties ci sanno fare e si lanciano spesso e volentieri in parti soliste piacevoli (eccellenti quelli di “Wildfire”!), anche se in alcuni casi si rischia il caso di esagerare. Se qualcuno cercasse originalità ed innovazione, sia ben chiaro che non sarà qui a trovarla, ma non credo sia questo l’obiettivo di questi catalani, dato che il loro amore per queste sonorità “vintage” è abbastanza evidente. Personalmente avrei preferito un po’ più di energia e grinta e meno “coretti”, ma si tratta di gusti prettamente personali. “Rock this world” è un buon esordio per i Death Keepers che potrà sicuramente piacere ai fans del vecchio heavy metal nella sua veste più melodica ed hard-rockeggiante.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Marzo, 2018
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Per sfruttare la notevole campagna pubblicitaria messa in atto dalla Nuclear Blast per spingere il nuovo triplo-cd dei Therion, quel monolite chiamato “Beloved antichrist”, uscito a febbraio 2018, ecco che la label russa Stygian Crypt approfitta e piazza sul mercato un doppio-cd dei Therion, intitolato “Blood of the dragon”, con una prima parte di cover realizzate dagli stessi Therion, sia in studio che in sede live, ed un secondo disco con loro brani coverizzati da altre bands. Una trovata commerciale, più o meno felice, ma sicuramente atta a sfruttare la pubblicità realizzata da altri. Ma partiamo dal primo cd. Qui troviamo 8 pezzi famosi che non hanno bisogno di presentazione, dalla splendida “Revelation” degli Iron Maiden, passando per Iron Fist dei Motorhead (entrambe live) o “Fight fire with fire” dei Metallica (da studio), si va incontro ai gusti di molti. Ci sono poi due pezzi che credo siano del musicista brasiliano Ivanubis Hollanda; si tratta di “Perennial Sophia” e “Raven of dispersion” che non sono poi così differenti dallo stile dell’ultimo disco dei Therion, con quella musica sinfonica che ha poco di metal e che si ama o si odia. Il secondo cd, invece, è composto da ben 16 pezzi della storia dei Therion, reinterpretati da altrettante bands differenti. Si parte con “An arrow from the sun” (estratto da “Lemuria”) realizzato da gothic metallers bulgari Ghost Warfare davvero bene, fino alla conclusiva “Wisdom and the cage” (da “Gothic kabbalah”) dei progsters ucraini Majesty of Revival. Fra questi troviamo brani estratti da un po’ tutti i dischi dei Therion, compresi i primi periodi più death metal (“Pandemonic outbreak”, ad esempio, risale al secondo album del 1992 “Beyond sanctorum”). Mi hanno colpito favorevolmente la sempre splendida “Seven secrets of the sphinx” (da “Deggial”) interpretata dai progsters originari di Torino The Experiment no.Q; anche “To mega Therion” (da “Theli”) resa dai symphonic metallers russi Imperial Age è davvero piacevole, così come lo è la versione indurita di “Invocation of Naamah” (sempre da quel capolavoro di “Theli”) dei thrashers inglesi Day 40. Anche qui c’è materiale per tutti i gusti, vista l’eterogeneità dei gruppi coinvolti nelle cover, qualcosa è riuscita meglio, altro un po’ peggio, ma tanto dipende appunto dai gusti personali dei singoli ascoltatori. Cosa aggiungere in conclusione? Siete fans sfegatati dei Therion e collezionate tutto quanto di questa band unica? Allora anche questo “Blood of the dragon” deve far parte della vostra collezione; in caso contrario, obiettivamente, non ci troviamo davanti ad un’opera imprescindibile.

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