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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Giugno, 2018
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L’ho ribadito tante volte e torno a confermarlo, il bello di collaborare con una webzine come allaroundmetal.com è che ti permette di scoprire miriadi di bands di cui, altrimenti, molto probabilmente non avresti mai sentito parlare. Nonostante ascolti musica metal da oltre 30 anni, non avevo mai sentito nominare i finlandesi Dyecrest, band attiva addirittura dal 1993 (prima con il nome di Fairytale e poi, dal 2001 al 2003, come Dyecast), con alle spalle due albums registrati tra il 2004 e 2005. Sono trascorsi 13 anni ed i finlandesi, rintracciato su YouTube il nuovo singer Mikael Salo (parente dell’ex-pilota della Ferrari? Chissà....), pubblicano su Inverse Records il terzo full-lenght della loro carriera, intitolato “Are you entertained?”, dotato anche di discreta copertina. Ma che musica suonano i Dyecrest? La band finnica è dedita ad un power metal ricco di melodie, suonato molto ma molto bene e prodotto in maniera altrettanto eccellente. Non temo smentite, se affermo che i Dyecrest possono essere una delle risposte a chi crede che il power metal nel 2018 non abbia ancora molto da dire (solfa che sento ripetere inutilmente da anni ormai....). Questa band, infatti, ci regala un dischetto bello compatto, composto da 13 tracce (comprendendo il breve intermezzo “Breaking news” e l’outro strumentale “The time has come”) che si lasciano ascoltare molto, ma molto gradevolmente. Chi, come il sottoscritto, adora certe sonorità, in questo lavoro troverà un qualcosa che, sin dal primo ascolto, non potrà non apprezzare; una delle caratteristiche del sound dei Dyecrest è infatti proprio l’orecchiabilità. Ma, attenzione, non ci troviamo davanti al classico “happy metal”, il sound dei finlandesi è infatti più oscuro ed anche abbastanza moderno; basta ascoltare un brano come “Devil dance”, bello tosto e robusto, per capire cosa intendo. Tutti gli strumenti hanno il loro ruolo fondamentale all’interno dell’economia dei singoli brani, dalle chitarre che spesso ci deliziano con ottime parti soliste, alle tastiere (ma Pirkka Ohlis suona anche una terza chitarra), passando per il basso che dona profondità al sound e si ritaglia qualche momento da protagonista, per finire con la batteria dell’ottimo Niko Takala, altro strumento fondamentale in questo tipo di power. Le parti cantate da Mikael Salo sono poi molto piacevoli, visto che il singer è dotato di un’ugola calda ed acuta, che sa usare in maniera molto espressiva. Da segnalare, infine, la presenza di una voce femminile di tale Elisa de Boer, nella ballad “Nuku Vaan”, cantata in una lingua che non conosco (forse finlandese). Non mi pare di trovare difetti in questo “Are you entertained?”, forse una seconda parte dell’album leggermente meno frizzante della prima, ma sono piccoli dettagli che non inficiano la qualità elevata del lavoro dei Dyecrest, un disco che non può mancare nella collezione di tutti gli amanti del power metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Giugno, 2018
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Il progetto MazeBrain nasce nel 2008 grazie all’iniziativa del batterista Matteo Vari e del bassista Francesco Mazzone i quali, assieme ad un altro chitarrista, hanno iniziato un percorso che, dopo vari cambi di line-up, li ha portati nel marzo 2018 a realizzare il loro primo lavoro, intitolato “Magnolia” (che, se non erro, in inglese si pronuncia diversamente da come fa la cantante). La band si è presentata come dedita ad un “melodic thrash metal”, genere da me molto amato; di fatto nei 5 pezzi che compongono questo demo non ho sentito sostanzialmente alcunché che possa far venire in mente il thrash, nulla nel ritmo di batteria, nulla nello stile della chitarra ed assolutamente niente di grintoso nella voce della cantante. Mi pare, invece, che i MazeBrain suonino un più canonico female fronted melodic metal, forse un po’ più duro della media, ma sicuramente più vicino a questo genere che al thrash. “Magnolia”, la cui copertina è nel formato classico dei vecchi demo-tape, è composto da 5 pezzi non particolarmente ritmati (obiettivamente la batteria mi ha deluso alquanto), molto melodici, anche se con un grosso problema che nel 2018 si fatica ad accettare: la registrazione scadente. La voce della cantante Elisa Camodeca è registrata a volume superiore rispetto agli strumenti che vengono messi troppo in secondo piano; il tutto, inoltre, è registrato ad un volume abbastanza basso, tanto che ho dovuto alzare quello delle cuffie parecchio in alto per ascoltare meglio. Ma i problemi non finiscono qua purtroppo. Se il basso di Francesco Mazzone è ottimo protagonista, altrettanto non si può dire della chitarra di Francesco Serratore che non esalta né nei riff e nemmeno nelle brevi parti soliste. Del poco ritmo della batteria abbiamo già parlato, resta da spendere due parole sulla vocalist che, sebbene abbia una discreta ugola, mi sembra un po’ poco espressiva e soprattutto per niente aggressiva. Se si vuole suonare thrash metal, sia pure nella parte più melodica, ci vuole un atteggiamento più “in your face” e sfrontato, come si intravede solamente nella parte iniziale della conclusiva “Kentucky bridge”, canzone che se solo fosse stata un po’ più veloce ed avesse un paio di minuti in meno di durata, sarebbe davvero interessante. Credo che i MazeBrain debbano fare delle scelte, se vogliono suonare thrash metal devono cambiare parecchie cose (ritmo, aggressività, approccio); se invece opteranno per un più consono female fronted melodic metal, con una maggiore attenzione alle strutture dei pezzi, una registrazione al passo con i tempi e qualche altro accorgimento sui singoli strumenti, potranno sicuramente migliorare. Per ora, mi dispiace, ma questo “Magnolia” non è in grado di ottenere nemmeno la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Giugno, 2018
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Gli High Council arrivano dal New Jersey e sono attivi da oltre un decennio (il loro primo EP risale al 2005); nell’aprile 2018 hanno rilasciato questo “Held in contempt”, quinto EP della loro carriera, dotato di un artwork non proprio esaltante. Il sound della band americana è un discreto heavy metal, facile da ascoltare e godibile soprattutto per le parti delle due chitarre di Bob Saunders e Steve Donahue. Entrambi si spartiscono il ruolo di vocalist, purtroppo non con risultati lusinghieri, tanto che sono convinto che la band avrebbe bisogno come il pane di un vero e proprio cantante; sia chiaro, non che i due siano scadenti come singer, ma nemmeno convincono più di tanto, anche perchè madre natura non ha dato loro ugole particolarmente dotate in potenza ed estensione. Accanto ai due si muovono bene il bassista Lou Di Domenico (protagonista della piacevole “Congress with the beast”) ed il batterista Greg “Wolfman Vegas” McKeever che dà sempre un ritmo frizzante alle composizioni. Non è il massimo la resa sonora (specie per la batteria), il che nel 2018 non è più così tollerabile... va bene voler essere “vintage”, ma con una produzione al passo con i tempi tutto l’esito sarebbe stato migliore. Meglio, infine, non addentrarsi in discorsi sull’originalità perchè non credo rientri tra gli obiettivi della band. I poco più di 30 minuti di questo “Held in contempt” scorrono via gradevolmente, anche se senza impressionare più di tanto, forse anche a causa della mancanza di una hit che possa trascinare e colpire immediatamente l’ascoltatore. La conclusiva “Stormchaser”, ad esempio, sarebbe stato una canzone più che piacevole se si fosse conclusa attorno ai 5’; allungarla fino ad oltre 9’ non credo sia stata una buona idea, dato che nell’ultima parte si rasenta pericolosamente la noia. Gli High Council hanno bisogno di un buon cantante, di una migliore registrazione e soprattutto di rendere più interessante il loro sound, se non vogliono essere ricordati come l’ennesima heavy metal band senza infamia e senza lode. Per ora ci si avvicina solamente alla sufficienza, senza però raggiungerla.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Giugno, 2018
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Con il monicker “Silent scream” esistono o sono esistite oltre una decina di bands in giro per il mondo; solo in Italia ce ne sono state tre ed oggi parleremo dei metallers bolognesi Silent Scream, formatisi nel 2015 per iniziativa del chitarrista Pier Stark e della batterista Claudia Depau. Nel 2017 hanno registrato il loro E.P. d’esordio, intitolato “My dark side”, uscito per MASD Records a marzo 2018. Sarei curioso di sapere se si sono ispirati per il nome della band al brano degli Slayer, oppure a quello dei Royal Hunt (tanto per citare le bands più famose che hanno composto canzoni con questo titolo). Il sound dei Silent Scream è un piacevole heavy metal dalle tinte thrash; in cui lo strumento principale sono le due chitarre del predetto Pier Stark e di Alessandro Gori che regalano riff e parti soliste di gran gusto. Anche Claudia Depau dietro le pelli se la cava molto bene, imponendo un ritmo sempre frizzante con frequenti passaggi in doppia-cassa; purtroppo non ho sentito molto protagonista il basso di Fabio Costa, forse un po’ troppo sacrificato dalla registrazione che non gli rende merito. C’è poi da spendere due parole sul cantante Gabriele Madau, dotato di ugola pulita, ben si destreggia nelle parti melodiche ed in quelle più aggressive, forse non è molto a proprio agio nei momenti più cupi, in cui serve dare un po’ più di calore ed espressività alle note più basse (come ad esempio in “Anger”). “My dark side” è composto da sei brani tutti molto piacevoli e che si lasciano ascoltare senza problemi, regalando energia a profusione; persino la breve iniziale “Falling star” non rientra tra le classiche inutilissime intro, ma è un vero e proprio pezzo a sé stante che funziona egregiamente. Come detto in precedenza, si tratta del disco d’esordio, di conseguenza i Silent Scream hanno ampi margini di miglioramento, visto anche che il talento non manca loro; già così siamo su ottimi livelli, mi aspetto un full-lenght ancora migliore. In bocca al lupo ragazzi!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Giugno, 2018
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Tra i dischi usciti nel 2017 e pervenuti in redazione ad allaroundmetal.com solo di recente, uno che sicuramente merita ogni attenzione è “IV” dei thrashers spagnoli In Vain. La band madrilena è attiva sin dal 2004 e, come intuibile dal titolo, arriva al traguardo del quarto full-lenght. Non avevo mai sentito parlare di questo gruppo e mi dispiace tanto, perchè il loro thrash metal melodico, con qualche pizzico di power alla Orden Ogan (specie in "Throug our veins"), è indubbiamente piacevole, suonato bene, ricco di energia, molto ritmato, con pezzi efficaci e cantato anche in maniera ottimale. Il singer Daniel Cordón (anche chitarrista), infatti, spazia da parti in screaming a momenti più moderati ed espressivi con estrema semplicità e sorprende decisamente in maniera più che positiva. Il batterista Teodoro Seoane picchia come un forsennato dall’inizio alla fine, ma è anche poliedrico e non si limita al classico tupa-tupa monolitico. Le due chitarre macinano riff e parti soliste di gran gusto con il basso che ricama in sottofondo. Il disco è composto da 10 pezzi e parte con una breve strumentale iniziale che non è la classica inutile intro, ma un pezzo a sé stante. Si susseguono ottime hits thrash, ma credo che il top si raggiunga con l’autocelebrativa “In vain”, canzone dotata di un refrain azzeccatissimo che si stampa in testa immediatamente e che viene voglia di urlare a squarciagola assieme al cantante, ma anche di parti strumentali davvero di gran gusto. “IV” è sicuramente uno dei migliori dischi usciti nel 2017 in campo thrash che abbia avuto il piacere di ascoltare e mi meraviglia enormemente che gli In Vain abbiano dovuto far ricorso all’autoproduzione; riceviamo tonnellate di immondizie musicali dalle labels in giro per il mondo, anche le più note, ed è davvero sorprendente che un disco di simile valore sia autoprodotto ed una band così talentuosa non abbia un contratto!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    28 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 28 Mag, 2018
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Tra i dischi del 2017 che ci sono arrivati di recente in redazione dalla Fastball Music, l’ultimo è quello dei tedeschi Vanish, il terzo della loro carriera, intitolato “The insanity abstract”. Ci è voluto più tempo, dato che lo stile dei teutonici è un progressive metal, con qualche leggero tocco power, molto elegante, ma decisamente non semplice da assimilare; un ascolto disattento, infatti, non permetterebbe di cogliere tutti i particolari che i Vanish mettono nella loro musica. Solo piazzandosi bene in testa le cuffie, così da isolarci dal resto del mondo, la musica di “The insanity abstract” ci svela tutto il suo fascino e la sua eleganza. Anche se su allaroundmetal.com avevamo recensito il loro precedente lavoro (“Come to wither” del 2014), non conoscevo il sound di questo gruppo ed è stata per me una piacevole scoperta. Il disco, dopo l’inutile intro iniziale, si apre con un paio di pezzi più vicini al power-prog, belli tosti e ritmati, subito piacevoli da ascoltare e che conquistano il favore di chi, come il sottoscritto, preferisce appunto il power. Ma è con “Make believe (Slipstream part I)” che i Vanish cominciano a far capire quale veramente sia il proprio stile. Un prog complesso e ricco di atmosfere differenti, ma sempre molto attento alle melodie, tosto quando serve, senza mai essere esagerato e, persino quando il minutaggio sale pericolosamente (vedasi la splendida “We become what we are” o la lunga conclusiva “When the mind bursts”), non si perde mai la bussola e non si corre quasi mai il rischio di annoiarsi (qualche rallentamento di troppo forse andrebbe evitato, almeno per i miei gusti, come su “Somewhere along the line”). Tutti i pezzi sono comunque di buon livello e, se dovessi trovare il migliore, a parte l’accoppiata iniziale “The pale King” (scelta per un video) e “Follow”, nonché la già citata “We become what we are”, forse darei la palma a “That way madness lies”, che ricorda parecchio da vicino lo stile dei mitici Secret Sphere. Strumento principale sono le due chitarre della coppia Schönle/Rösch e le tastiere che ogni tanto ci piazzano anche qualche intelligente digressione elettronica in apertura di alcuni brani. E’ proprio il tastierista ad occuparsi anche delle parti vocali e devo dire che Bastian Rose se la cava benissimo, con una voce calda ed espressiva che, all’occorrenza, sa essere anche grintosa ed aggressiva. Avrei preferito un po’ più di protagonismo del batterista Ralf Nopper e soprattutto del bassista di origine italiana Daniele Dei Giudici, ma si tratta di punti di vista personali che non inficiano il risultato finale. Mi sembra, infatti, abbastanza evidente che “The insanity abstract” dei Vanish sia un disco più che valido che sicuramente andrà incontro ai favori dei fans del progressive, ma anche di chi comunque sa apprezzare la buona musica.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Mag, 2018
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Puntuale ogni anno arriva la terza parte della raccolta di inediti e rarità dei Mesmerize, “Scrape of the barrel – Vol. 3”; questa volta distribuita al Rock’n’Roll di Rho (MI), in occasione del concerto del 06.05.2018. Si trattava di un concerto speciale (e mi dispiace essermelo perso!), per festeggiare il ventennale del mitico “Tales of wonder”, il debut album dei Mesmerize, nonché uno dei migliori della loro carriera. Ma veniamo a questa nuova raccolta. Si parte con una vera e propria chicca intitolata “Time stands still”, pezzo che fu escluso dalla scaletta di “Stainless”; si tratta di un cupo heavy metal, robusto a dovere, ma mai eccessivamente veloce che comunque non avrebbe sfigurato nella scaletta di quel disco. Segue “The needle lies”, cover dei Queensrÿche, estratta dal grandissimo “Operation: mindcrime”, probabilmente il miglior disco di sempre della carriera della band americana. Seguono due pre-produzioni di brani che poi sono finiti nelle tracklist di due differenti album, “Masterplan” (su “Paintropy”, purtroppo ultimo full-lenght risalente al lontano 2013) e la splendida “Princess of the wolves” (finita su “Stainless”). A ruota poi arrivano i brani live; “Jail tv” e “Ragnarok” registrate al Palavobis di Milano il 13/9/2002 durante un indimenticabile festival di bands italiane (oltre ai Mesmerize, c’erano Vision Divine, Drakkar e Domine). Gli ultimi due pezzi invece risalgono al 26.07.1998 a Gaggiano (MI), dopo l’uscita del loro debut album; da segnalare che l’ultima traccia è la cover della mitica “Heaven & hell” dei Black Sabbath, qui abbastanza irrobustita. Cos’altro aggiungere? E’ indubbio che i Mesmerize sono un pezzo di storia dell’heavy metal italiano e sono sempre convinto che avrebbero meritato molto, ma molto più successo di quanto non ne abbiano avuto. Personalmente spero sempre di poter ascoltare un loro nuovo album e, nell’attesa, mi godo questa nuova raccolta.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 07 Giugno, 2018
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I Chronosfear sono stati fondati nel 2003 con il monicker di Wings of Destiny (nome che venne cambiato nell’attuale nel 2012), per iniziativa del batterista Michele Olmi che qualcuno ricorderà per il suo passato negli Spellblast e negli Evenoire. Stabilizzata la line-up e trovato un cantante di spessore in Filippo Tezza (già noto per aver cantato nei Concordea, Empathica e nei suoi progetti personali), ecco che la band italiana rilascia su Underground Symphony il proprio debut album omonimo. In tanti anni di recensioni, sia qui su allaroundmetal che sulla sua precedente incarnazione di powermetal.it, molto raramente mi sono trovato davanti ad un’opera prima realizzata così bene! Qui davvero non manca niente, dall’accattivante artwork, alla registrazione, ma soprattutto alla qualità sopraffina della musica. Chi pensa che il power metal non abbia sostanzialmente più nulla da dire, farebbe bene a ricredersi ascoltando questo disco. Tra Stratovarius Tolkki-era e primi Labyrinth, la proposta musicale dei Chronosfear si lascia ascoltare molto gradevolmente, nonostante una certa lunghezza di alcuni dei brani, particolare quest’ultimo che non disturba affatto, segno che, quando c’è la qualità, l’efficacia di un componimento può essere slegata dalla sua durata. Ho ascoltato e riascoltato questo disco non so più quante volte, senza mai stancarmi, ma anzi con il raro pregio di scoprire ogni volta qualcosa di nuovo ed accattivante. Filippo Tezza lo conosciamo e sappiamo quale ottimo singer sia; anche Michele Olmi sappiamo benissimo che razza di batterista è. Accanto a loro ci sono Xavier Rota (che qualcuno di voi ricorderà negli Spellblast) al basso e due nuove scoperte per me: Davide Baldelli alle tastiere (chiaramente ispirato da Jens Johansson nel suo stile) ed Eddie Thespot (al secolo Edoardo Lamacchia) alla chitarra. Entrambi danno sfoggio del loro talento lungo tutto il disco, senza però mai essere esagerati nei loro virtuosismi. Più vado avanti a scrivere e negli ascolti e più mi rendo conto di avere tra le mani uno di quei dischi che, nella classica top 10 dell’anno, sicuramente finiranno ai primi posti. Credo di essermi anche dilungato troppo, se siete fans del power metal, il debut album omonimo dei Chronosfear non deve mancare nella vostra collezione, perchè si tratta di una delle migliori uscite nello specifico settore del 2018!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2018
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Ho sempre seguito con piacere gli spagnoli Angelus Apatrida, anche se è dall’epoca di powermetal.it e del loro terzo album “Clockwork” (2010) che non mi occupo di una loro recensione. Da allora sono passati diversi anni, due albums (“The call” nel 2012 e “Hidden evolution” nel 2015), ma nessun cambiamento di formazione che ha permesso al combo spagnolo di crescere ancora più di quanto non avesse già fatto. Del resto la line-up stabile sin sostanzialmente dalla formazione della band, non può che giovare al risultato finale! Se ancora non conoscete questi eccezionali thrashers spagnoli, prendete i Testament, mischiateci un po’ di Slayer e Death Angel ed avrete il sound degli Angelus Apatrida. Persino la voce del buon Guillermo Izquierdo, nelle parti più violente, ricorda una specie di incrocio tra Chuck Billy e Tom Araya, anche se indubbiamente, rispetto ai due predetti mostri sacri, se la cava meglio nelle clean vocals. Oggi parleremo di “Cabaret de la guillotine”, sesto album del gruppo di Albacete, con piacevole artwork realizzato dall’artista Gyula Havancsák (quella testa di porco nel cesto è semplicemente geniale!), un disco che trasuda thrash metal da ogni nota e che manderà in visibilio ogni fan di questo specifico genere musicale. Qui non c’è una virgola fuori posto, le chitarre sono affilate come rasoi, macinano riff ed assoli in maniera sublime, creando un wall of sound assieme al basso di tutto rispetto; il batterista pesta come un dannato senza soluzione di continuità, connotando il disco con un ritmo sempre sostenuto, ma anche fantasioso. Poi, come detto, c’è il singer che spazia senza problemi tra screams arrabbiatissimi e parti pulite espressive al punto giusto. Naturalmente la registrazione pressoché perfetta, che esalta il lavoro di ogni musicista, contribuisce al risultato finale in maniera determinante. Da fan del thrash, sono rimasto semplicemente a bocca aperta ascoltando “Cabaret de la guillotine”, disco che credo potrà ambire al ruolo di migliore in assoluto del 2018 nello specifico settore musicale. Gli Angelus Apatrida hanno fatto centro, confermandosi tra le migliori thrash bands al mondo, sarà molto difficile per chiunque far meglio di loro quest’anno!

P.S. Una thrash-ballad splendida come "Farewell" erano tanti, ma tanti anni che non mi capitava....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Mag, 2018
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Avevo conosciuto l’anno scorso gli svizzeri Infinitas all’epoca del loro full-lenght di debutto intitolato “Civitas interitus”, disco che non mi era dispiaciuto, ma che presentava diversi problemi, sia per l’eccessiva violenza di alcuni pezzi, ma anche e soprattutto per la lunghezza esagerata di alcune composizioni. A distanza di un anno, registrati alcuni cambi di line-up (con l’ingresso di una violinista e l’uscita di Laura Kalchofner e Pauli Betschart), la band si ripresenta con un E.P. di soli 4 pezzi intitolato “Skylla”, brano che era già presente sull’album, ma che qui è trasformato e decisamente migliorato. Viene accorciato di quasi due minuti, adeguatamente ritmato, si presenta decisamente ruffiano ed orecchiabile. Dopo la brevissima strumentale “Conclusio” (un minuto circa), troviamo la versione acustica di “Samael”, altro brano che era presente sul full-lenght (forse tra i migliori dell'album), ma che è stato ridimensionato nella durata (una trentina di secondi in meno), risultando maggiormente efficace e sicuramente più affascinante in questa nuova veste con strumenti acustici; oltretutto il batterista Piri se la cava anche bene con le backing vocals. Il lavoro viene chiuso da “Leprechaun”, altro pezzo strumentale, molto folk e poco metal, ma decisamente coinvolgente ed orecchiabile, ideale per far festa tutti assieme, ben innaffiati da birra ghiacciata. Rispetto al lavoro precedente, gli Infinitas hanno fatto passi da gigante, soprattutto sull’efficacia dei singoli componimenti; personalmente avrei preferito un po’ più di elettricità, dato che la componente più prettamente metal si sente soltanto nella title-track. Si tratta comunque solamente di un piccolo dettaglio che non inficia assolutamente la validità di questo “Skylla”; se gli Infinitas proseguiranno su questa strada, sono sicuro che il prossimo full-lenght sarà una bomba di folk-metal! Attendo con impazienza....

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