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Opinione scritta da Federico Orano

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3.5
Opinione inserita da Federico Orano    05 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 05 Gennaio, 2019
#1 recensione  -  

L'Escape Records è solita proporci dischi di ottimo melodic hard rock, ma stavolta si spinge un po' oltre con questi Heaven's Trail, band composta da alcuni musicisti già navigati e che ci presenta un sound potente che sconfina verso il metal melodico.

Dalla Germania arrivano quindi Kevin Kott alla batteria e Rick Altzi alla voce entrambi provenienti dai Masterplan, mentre completano la formazione Barish Kepic e Michael Muller, ex Jaded Heart il primo, ancora nella formazione il secondo. Il sound che viene sparato dallo stereo a partire dalla title track è pieno e roccioso, merito di una produzione potente e moderna. Un tocco alla Jaded Heart è percepibile, ma in questi brani le chitarre hanno un suono più aggressivo e moderno e la voce sporca di Rick Altzi è ben amalgamata. “Too Late“ fa pieno centro, grazie ad un ottimo gusto melodico, così come il mid tempo “Changes”. Si fa riconoscere anche Barish Kepic alla chitarra con dei solos ispirati. Peccato che, con il proseguire della tracklist, le sonorità rimangano fin troppo costanti con poche variazioni sul tema, rendendo il disco nel complesso positivo, ma anche un filino prevedibile.

Bel dischetto questo “Lethal Mind”, dove potenza e melodia si fondono alla perfezione e stranamente anche Rick Altzi, da me spesso criticato in passato, qui riesce ad esprimersi al meglio. Certo che non sarebbe gustata qualche soluzione più varia!

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4.0
Opinione inserita da Federico Orano    04 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 05 Gennaio, 2019
#1 recensione  -  

Nuovo progetto tutto italiano e capitanato dal sempre attivo Titta Tani, singer che ricordiamo con band come DGM, BadAss, Claudio Simonetti etc. Gli Ehfar puntano su un sound progressivo e molto vario, con brani potenti, mai troppo lunghi e caratterizzati da un sound moderno.

Lo stesso Titta al microfono ci mostra il lato più estremo della sua voce, puntando spesso su un cantato sporco e graffiante. L'iniziale “Shout My Name” ci fa già intuire la direzione musicale del disco; Titta usa una voce filtrata per presentarsi all'ascoltatore e il sound è alternativo e si apre in un bel ritornello melodico. Ci si spinge addirittura oltre con la successiva “Night After Night”, che ci porta fino a territori quasi industrial, mentre “A Man Behind the Mask” è la classica prog metal song melodica, capace di dare subito un forte impatto, anche grazie al duetto speciale alla voce con l'ospite Oliver Hartmann. Ne esce un brano davvero superlativo. Le vibrazioni della ruvida ed intensa “Someone Save Me” sono esaltate dalla prestazione eccelsa di Titta Tani al microfono e si arriva così al finale, con il prog oscuro di “Master of Hypocrisy”, che suona molto Symphony X, e infine con la malinconica “Losng You”.

Questo “Everything Happens For A Reason” è un disco dai tanti volti. Nove tracce che mostrano tutto il repertorio di un artista, Titta Tani, capace di muoversi con disinvoltura senza barriere. Intrigante.

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Opinione inserita da Federico Orano    03 Gennaio, 2019
#1 recensione  -  

Un po' in ritardo rispetto la data di pubblicazione (fissata a fine Agosto di quest'anno), riecco a noi “After The Fire”, ovvero la ristampa del debutto targato Pharaoh, nonché il primo disco uscito a catalogo per la Cruz Del Sur, storica etichetta epic/doom/heavy metal.

Il lavoro in questione può risplendere di nuovo nella nuova veste dell'LP esattamente quindici anni più tardi rispetto alla data di uscita. Heavy/classic metal di indubbia qualità che metteva in mostra le doti della band che si muove su territori tracciati da gruppi come Saxon e Maiden ma con un tocco più epicheggiante e “americano”. Brani come “Flash Of The Dark” e la tirata “Flash Of The Dark”, quest'ultima più alla Steel Prophet, sono esempio di heavy metal articolato e di qualità. Il disco è vario e alterna pezzi veloci a momenti più intensi con l'ugola evocativa del singer Tim Aymar. Una carriola zeppa di heavy metal viene consegnata con “ Now Is The Time”, brano accompagnato da bei coretti che accompagnano il buon lavoro alla chitarra di Matt Johnsen che fa un po' il Jon Schaffer della situazione.

Un disco che poco aggiunge all'originale ma che è indirizzato ai veri fans della band e ai collezionisti di vinili. Un prodotto interessante in attesa del prossimo disco in lavorazione targato Pharaoh.

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Opinione inserita da Federico Orano    30 Dicembre, 2018
#1 recensione  -  

Ricordavo i Care of Night per il bel debutto di ormai tre anni fa. Ora il gruppo si rifà vivo con dieci nuove songs di purissimo Aor.

Niente di nuovo sotto l'albero quindi con questo “Love Equals War” ma un concentrato di melodie dolci e tastiere in evidenza come dimostra la title track che apre le danze e la ballatona “All I Got”. Un po' più di carica arriva con “Hit” dove per la prima volte le chitarre si fanno sentire sul serio e i rimandi a band come Work Of Art sono evidenti. Bello anche l'assolo di chitarra del nuovo arrivato Viktor Öström Berg. L'ariosa “ Ivory Tower” lascia spazio alla più progressiva “ Please don’t leave” accompagnata da tastiere settantiane fino alla conclusiva e avvolgente “At Last”, pezzo di classe.

Un disco piacevole e ben composto che non resterà impresso nella storia di questo genere musicale ma che potrebbe trovare spazio nella discografia di chi di questa musica ne è davvero appassionato. Dopo tutto i Care Of Night ci sanno fare e “ Love Equals War” ne è la dimostrazione.

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Opinione inserita da Federico Orano    29 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 30 Dicembre, 2018
#1 recensione  -  

C'era proprio bisogno per chiudere l'anno di una scarica di power metal come si deve! Arrivano in nostro soccorso i Pertness, act svizzero che getta le proprie basi nel lontano 1994, anno di pubblicazione del primo demo.

“Metamorphosis” è il quarto disco in studio per la band, che punta su dieci pezzi potenti ed epici che uniscono il sound di Sabaton, Accept e Persuader, ma con un tocco anche folkeggiante qua e là e riff che a tratti ci accompagnano fino al thrash. La title track entra come un carro armato nelle nostre orecchie, con la voce piena e aggressiva di Tom Schluchte. “World of Lies” mostra il meglio della band con accelerazioni, atmosfere epiche e melodie da cantare. Ancora carica a manetta con la portentosa “Left Behind” e successivamente con “Face To Face With Hell”. Certo il cantato stanca un po' alla lunga, dopotutto il buon Tom non varia molto il suo registro. Ma tant'è, la tracklist prosegue senza soste, con un muro sonoro creato dalle chitarre dei due Tom (l'altro è Tom Zurbrügg ). Il quintetto d'oltralpe non disegna qualche momento epico che sconfina verso il viking, con brani come “There's A Storm In My Mind”.

Un disco molto piacevole che ha la sola pecca di risultare alla lunga un po' troppo monocorde, soprattutto per colpa della voce. Ma “Metamorphosis” è un lavoro potente e tenace come pochi. Da ascoltare.

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Opinione inserita da Federico Orano    29 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 30 Dicembre, 2018
#1 recensione  -  

Heavy/thrash metal puro per i Wrath, quintetto americano attivo fin dal 1985. Cosa può esserci di nuovo quindi in questo lavoro? Poco o nulla, ma di certo non manca la carica, grazie ad un sound bello rotondo ed esplosivo, anche merito del lavoro al mixaggio e mastering da parte di Bill Metoyer (Slayer, Sacred Reich, Helstar).

Nelle dieci tracks contenute in questo “Rage” non troviamo ritmi forsennati. La band punta su riff stoppati, velocità contenuta e la voce sporca di Gary; non si disdegna anche qualche coretto per enfatizzare alcuni passaggi, come dimostrano “What You Crave” e “Mother's Hell”, mentre si corre più veloci con “Feeding The Host” e “Conflict”. Da segnalare il tributo a Lemmy Kilmister con la cover di “Ace of Spades”, con l'ospite speciale Jeff Duncan, chitarrista di Armored Saint, Odin e DC4.

Gli amanti del thrash metal ricercato alla Testament dovrebbero dare una chance ai Wrath e a questo loro “Rage”.

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Opinione inserita da Federico Orano    28 Dicembre, 2018
#1 recensione  -  

Ma che bel disco che salta fuori con questo “Blue Haze” degli Iron Lamb, terzo lavoro per la band svedese.

Cosa aspettarsi? Un concentrato di hard rock anni 70, groove metal, ma con un tocco psichedelico che ci riporta ai Black Sabbath. Un sound senza tempo che ci accompagna dalle prime note fino alla fine con brani che sono caratterizzati dalla voce roca e sporca di D Bragman, come “The Hunt” capace di trasmettere una carica elettrizzante grazie al lavoro delle chitarre di Johan Wallin e Jens Bäckelin. Otto brani compatti, nessun riempitivo. Qui i cultori di queste sonorità sapranno divertirsi eccome. Basta ascoltare pezzi come le ruvide “Apocalypse Express” e “Dead Beat” o la più classica “The Iron and The Lamb” pr capire che gli Iron Lamb fanno sul serio prendendo a mani basse dal passato per guardare verso il presente ed il futuro.

Niente di nuovo da questo “Blue Haze” ma un sound genuino, crudo e frizzante che sa regalare momenti di piacere.

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Opinione inserita da Federico Orano    28 Dicembre, 2018
#1 recensione  -  

I tre fratelli Duncan si mettono assieme e formano i DC4. Jeff Duncan (Armored Saint, Odin) alla chitarra e voce, Shawn Duncan (Odin, Killer Bee) alla batteria e Matt Duncan, al basso. Si ma perchè 4 e non 3? Perchè si aggiunge anche il loro fratellastro (avuto da mamma diversa) Rowan
Robertson (Dio, Raiding The Rock Vault), alla chitarra.

“Atomic Highway” è un concentrato di hard rock classico e di groove metal a partire dall'opener “Queen of Angels” passando per la tiratissima title track. L'adrenalina non manca affatto lungo la tracklist con pezzi come “Castaway” e “Seize the Day” ma nel complesso questo full-lenght poco aggiunge a quanto già sentito negli anni. Da segnalare la cover dei The Who con “Baba Oriley", impreziosita dalla presenza di John Bush (Anthrax, Armored Saint) e Dizzy Reed (Guns N Roses, Hookers and Blow).

Per chi è in cerca di una scarica di puro hard rock martellante “Atomic Highway” è un disco interessante.

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Opinione inserita da Federico Orano    28 Dicembre, 2018
#1 recensione  -  

Un super gruppo che getta le basi in Italia a Tolentino nelle Marche con la coppia formata da Elisa Scarpeccio alle voci e Cristiano Tiberi alla chitarra che hanno trovato dei musicisti di un certo peso per completare la line-up ccome Mike LePond (Symphony X) al basso, Uli Kusch (ex-Helloween, ex-Masterplan) alla batteria e con la partecipazione di James LaBrie (Dream Theater) in tre pezzi.

Nasce così “Twelve”, esordio dei Last Union, un disco di metal sinfonico con voce femminile e qualche passaggio progressivo, in un mix tra Evanescence e Dream Theater. “Most Beautiful Day” che apre il lavoro mostra il forte impatto melodico della band anche se l'effetto sorpresa è davvero nullo visto che le linee vocali risultano piuttosto lineari e anche musicalmente non troviamo nessun sussulto sonoro. In effetti il meglio del disco arriva quando è James LaBrie a salire in cattedra e prendere in mano il microfono. Non è un caso che quindi pezzi come “Limousine” (che suona molto moderna e orecchiabile ricordando i Temperance) e “18 Euphoria” risultino soltanto delle canzoni piacevoli ma con poca anima mentre siano appunto “ President Evil” e “Taken” le songs a conquistare fin da subito. Positiva anche l'articolata ed intensa “Hardest Way”, qui si con la sola e brava Elisa al microfono.

Viste le premesse era lecito aspettarsi molto da questo lavoro che nel complesso risulta più che piacevole ma che non riesce a spiccare il volo come ci saremo augurati.

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Opinione inserita da Federico Orano    28 Dicembre, 2018
#1 recensione  -  

Un album da non farsi sfuggire questo Evil Deuxe, il primo solista per il singer danese Nils Patrik Johansson. I suoi fans sparsi per il mondo sono parecchi, conquistati dalle sue performance in band come Lion's Share, Astral Doors e Civil War.

Ora l'artista nordico si mette in proprio per dar vita a questo disco davvero interessante con dodici pezzi scritti da lui con l'aiuto di alcuni musicisti amici. La voce di Nils caratterizza moltissimo i brani, chi lo conosce lo sa. E, anche per questo, il sound di questo lavoro ricorda molto quello delle band sopra menzionate. La title track apre la strada dopo la breve inutile introduzione di pochi secondi, ma è “Estonia” a conquistare fin da subito con un gran refrain e tanta potenza sonora, ricordando senza remore Civil War e Powerwolf. Le spedite e riuscitissime “Dark Evolution” e “Gasoline” si alternano alle più cadenzate ma sempre potentissime “King And Queens” e “Metalhead” e la tracklist fila via liscia che è un piacere tanto che la voglia di ripartire è tantissima.

Pieno centro con questo lavoro che si candida ad una delle migliori produzioni in campo classic power metal dell'anno che ormai volge al termine.

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