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Opinione scritta da Federico Orano

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Opinione inserita da Federico Orano    27 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 27 Agosto, 2018
#1 recensione  -  

Quattro dischi in quattro anni sono troppi? Non per Sebastiano Conti, chitarrista e leader del gruppo Bastian, che pare non avere nessuna intenzione di fermarsi un attimo.

Dopo tre buoni dischi di classic heavy metal, arriva “Grimorio”, quarto capitolo della band che per questo lavoro vanta la partecipazione del singer danese Nicklas Sonne (Defecto, Theory). Una voce classica che ben si adatta alla proposta dei Bastian che, in questo nuovo lavoro, punta su un sound più diretto dei precedenti e sicuramente più oscuro. Nelle dieci songs che compongono “Grimorio” i Bastian si tuffano in pieno su sonorità più malinconiche e ritmi spesso molto controllati che molto si avvicinano a territori doom, come dimostrano la spettrale “Pale Figure” e la cupa “Fallen Gods”, song che chiude il disco. In effetti, anche in fase di promozione la band dichiara di aver preso molta ispirazione dai Black Sabbath e questo è evidente. La più complessa “Sly Ghost” si destreggia in un hard&heavy più in stile coi precedenti lavori, mentre “The Trip” e “Infinite Love” gettano le proprie basi sull'hard rock classico ottantiano.

I Bastian continuano a comporre dischi senza fermarsi ma cambiando spesso sonorità, sempre restando però ancorati al sound degli anni '70 e '80. Non il disco più ispirato della discografia della band, ma se la passione per gli stili più classici è anche la vostra, fareste bene a seguire i Bastian.

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Opinione inserita da Federico Orano    26 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Agosto, 2018
#1 recensione  -  

E' già arrivata l'ora per un live album dei Night Demon? Così pare. In effetti la band, dopo il discreto debutto “Curse of the Damned“, targato 2015, ed un secondo, ottimo disco in studio “Darkness Remains” (2017), si è dedicata a diverse date live (oltre cento dall'uscita dell'ultimo lavoro) e questo “Live Darkness”, composto da ben due cd, va a immortalare lo show del 2 Dicembre 2017 in quel di Cleveland, Ohio.

I fans dell'old school metal, del metal classico, della NWOBHM non potranno che apprezzare il terzetto californiano alle prese con i brani che hanno composto i loro due dischi e che vengono riproposti quasi nella loro totalità. “Welcome to the Night” apre le danze, ma sono la coinvolgente “Curse Of The Damned” e la compatta “Dawn Rider” ad accendere lo show. La registrazione non è molto pulita ma, proprio per questo, forse pare di essere di fronte ad una registrazione reale, senza troppe correzioni in studio com'è ormai di moda. Insomma da “Live Darness” escono i Night Demon puri e senza veli, con tutta la propria attitudine live e brani come “Maiden Hell” e “Night Demon” sono qui a dimostrarlo.

Una band che dal vivo sprigiona tutta la propria passione per l'heavy metal classico. Forse un live album un po' affrettato, in effetti si poteva aspettare ancora un po', ma i Night Demon sono uno di quei giovani gruppi che si sta facendo strada in un genere ormai non più di moda e questo “Live Darkness” è un buon prodotto per i fans della band e non solo.

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Opinione inserita da Federico Orano    25 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Agosto, 2018
#1 recensione  -  

I Taste nascono nel 2009 dalla passione dei fratelli Borg per l'aor ed il melodic hard rock. Dopo il buon debutto del 2014, Christoffer e Felix hanno messo in pausa la band per concentrarsi negli Art Nation, gruppo finito sotto i riflettori grazie ad un bell'esordio sotto Frontiers. Ora è tempo di
rispolverare i Taste, gruppo dove i due ragazzi nordici possono dedicarsi a sonorità più ottantiane.

E questo nuovo “Moral Decay” mette in mostra le doti compositive di questi musicisti che ci deliziano con melodie mielose e tastiere che ci riporteranno indietro di tre decadi. Difficile non lasciarsi prendere da pezzi come “Dangerous”, “On my shoulder” e la ballatona “Sixteen years”. Ma troppe volte i Taste risultano piuttosto prevedibili e non inventano assolutamente nulla di nuovo, anzi, si rifanno a bands come Giant, FM e via dicendo e brani come “Rainbow warrior” e “Adventureland” risultano fin troppo scolastici. Per fortuna la manciata di hits elencata sopra fanno di “Moral Decay” un lavoro nel complesso gradevole da ascoltare per chi cerca del melodic hard rock rilassante.

I Taste saranno derivativi fino al midollo, ma questo loro ritorno è confezionato bene e, a tratti, si lascia ascoltare che è un piacere!

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Opinione inserita da Federico Orano    25 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Agosto, 2018
#1 recensione  -  

Bello, bello e ancora bello questo nuovo lavoro della Graham Bonnet Band. Poco altro da dire, Graham Bonnet è un artista che non ha bisogno di presentazioni, una leggenda dell'hard rock che può vantare trascorsi con Rainbow, MSG, Alcatrazz e Impellitteri.

Un lavoro vario che unisce pezzi più potenti e sanguigni, come la title track, che spinge subito decisa, e l'impatto di “America… Where Have You Gone”, a brani dal tocco più classico come “Livin’ In Suspicion”, song che ci porta verso sonorità più ottantiane, con un tocco blues, coretti e l'ottima voce di Graham a fare la differenza. Il pregio del disco è proprio la capacità di unire potenza e melodia, come dimostrano “We Don’t Need Another Hero” e “Long Island Tea”, pezzi che si stampano subito in testa grazie a chorus ruffiani.

“Meanwhile, Back In The Garage” è un album riuscito, che omaggia l'hard rock classico, ma rimanendo al passo coi tempi.

Il disco include anche un live dvd bonus che mostra le immagine della performance della band al Live From Daryl's House ad inizio 2018.

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Opinione inserita da Federico Orano    25 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Agosto, 2018
#1 recensione  -  

Dopo la ristampa di “State of Rock”, debutto dei Frontline e datato 1994, la Aor Heaven non si è fermata e ora dà alle stampe anche il suo successore. “Heroes” è un disco particolare, perchè vedeva la luce nel 1997, dopo che ci furono alcuni sconvolgimenti nella formazione della band tedesca e l'album venne pubblicato solamente in Giappone. Come per la precedente ristampa, anche “Heroes” è stato rimasterizzato e viene stampato in versione limitata a mille copie.

Il sound della band prosegue verso sonorità iper melodiche come nel debutto, con bei coretti e brani di facile impatto con un sound ottantiano. Seppur la tracklist non regala canzoni memorabili, come nel disco di debutto, pezzi come “Sign Of The Light”, “Someone To Love” e “Break My Heart Again” sono esempi di ottimo melodic hard rock dal tocco sinfonico ed un sound che sta un po' a metà tra la scuola aor americana e quella scandinava del melodic hard rock di Europe e Treat.

Un lavoro piacevole, un'occasione per riscoprire una band che negli anni '90 ha piazzato un paio di ottimi dischi.

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Opinione inserita da Federico Orano    23 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 23 Agosto, 2018
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Un bel dischetto tra hard rock melodico e aor per finire in bellezza la stagione estiva? Potrebbero pensarci i Frontline con “State of rock”, anche se questo disco di debutto è originariamente uscito nel 1994, diventando un classico della scena tedesca per questo stile.

Ora quell'esordio ritrova nuova vita grazie alla ristampa della Aor Heaven. Un disco che mostra la classe del quartetto teutonico, con coretti invitanti come quello di “Heaven knows” che apre le danze con tanta melodia e la giusta dose di potenza. Tastiere sempre presenti per accompagnare un sound che punta molto sulla melodia e che mette in luce l'ugola zuccherosa di Stephan Kämmerer nelle riuscite “Heaven Can’t Wait” ed “Endless”. Fans degli Europe più melodici, ma anche di Fair Warning e FM ameranno brani come la ballatona “Over And Out”, “Hold On” e la vigorosa “I Have To Be Strong” dove splendidi solos di chitarra vanno a impreziosire calde melodie.

Un lavoro che ci riporta alle sonortià degli anni '80. Se aor e melodic rock sono la vostra passione e non possedete ancora questo disco, allora risparmiate 15 euro e cominciate a cercare nel vostro negozio di fiducia o nel web il titolo “State Of Rock”...

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Opinione inserita da Federico Orano    23 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 23 Agosto, 2018
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I Mob Rules sono una di quelle band a cui bisogna per forza voler del bene. Certo dopo degli ottimi dischi come “Hollowed Be Thy Name” e “Among the gods” hanno avuto un calo nella loro carriera e mai sono riusciti ad ottenere un briciolo di successo, ma bisogna dire che il loro sound fatto di power metal melodico e NWOBHM è riconoscibile al primo impatto e arrivano con questo “ Beast Reborn” al nono disco in quasi 25 anni di carriera.

Ma la bestia è rinata? Sì, possiamo dire di sì, e se già avevamo avuto dei segnali positivi col precedente "Tales from Beyond", con questo “Best Reborn” possiamo confermarlo! E' una breve intro ochestrale ad introdurci al nuovo lavoro della band tedesca. Un disco che ci riporta alle sonorità di un tempo con brani frizzanti a partire dall'opener “Ghost Of A Chance”, dove ritmi sostenuti accompagnano la voce subito riconoscibile di Klaus Dirks, ma la successiva “Shores Ahead” non è da meno, anzi batte forte e colpisce nel segno con un impatto power/heavy che farà la felicità dei fans più datati della band. L'epica “Traveller In Time” rimane in testa subito, grazie ad un gran refrain e si erge a highlight del disco insieme a “The Explorer”, anch'essa forte di un chorus di impatto immediato ed un gran solo di chitarra. Il tocco più inglese arriva con “War Of Currents”, altro brano ispirato che non può che ricordare i Maidens, soprattutto per un arpeggio epico che trova spazio all'inizio del pezzo. E' vero, la tracklist presenta anche un paio di songs un po' meno ispirate, ma la chiusura è sicuramente all'altezza con la ballatona semi-acustica “My Sobriety Mind (For Those Who Left)”.

L'eleganza dei Mob Rules torna a brillare; con questo “Beast Reborn” siamo di fronte ad uno dei migliori dischi della band di Amburgo. Ascoltare per credere!

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Opinione inserita da Federico Orano    22 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Agosto, 2018
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Un tuffo nel prog rock più puro con i 3.2 che si mettono in gioco con questo “The Rules Have Changed”. Dietro al nome 3.2 troviamo la continuazione di quel lavoro uscito nel 1988 dalla band 3 formata da Emerson, Berry e Palmer a nome "... To The Power of Three". Molta musica fu scritta per andare a comporre il successore di quel fortunato esordio, ma la band si fermò per scelta dello stesso Emerson.

Ora spinti anche dall'interesse della Frontiers, molte di quelle composizioni prendono forma ma vista la scomparsa di Keith Emerson, si è deciso di passare al nome 3.2. Sono state riesumate vecchie registrazioni del tastierista statunitense su cui Robert Berry ha poi lavorato, creando i pezzi che possiamo ora ascoltare. Un lavoro che ci riporta alle sonorità anni settanta di Asia, GTR e King Crimson, quel prog rock tecnico, ma anche melodico e brani non troppo prolissi. Un disco complesso, intenso che si aprirà ascolto dopo ascolto, scoprendo piccole gemme come la favolosa “One by One”, che apre il disco in maniera eccellente con tappeti di tastiere e calde melodie, la profonda “Our Bond”, che potrebbe emozionare, e la più ariosa e catchy “Powerful Man”.

Inutile dire che gli amanti del prog rock non potranno non interessarsi a questo disco, un lavoro magistrale sotto molti punti di vista, e in onore a Keith Emerson!

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Opinione inserita da Federico Orano    21 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Agosto, 2018
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All Star Project in arrivo dall'Austria grazie alla mente di Klaus Schubert, chitarrista e leader dei No Bros, che si avvale di una montagna di ospiti di primo piano come Marc Storace (Krokus), Don Airey (Deep Purple), Jennifer Batten (MICHAEL JACKSON, JEFF BECK), Carl Sentance (Nazareth), Jeff Scott Soto (Sons of Apollo, Journey, Transsiberian Orchestra), Doogie White (Rainbow, Michael Schenker), Michael Vescera (Y.J. Malmsteen, Loudness, Obsession), Dan McCafferty (former frontman of Nazareth).

“Commander of Pain” dura oltre 70 minuti, un po' troppo forse per un disco hard rock. Ma quel che più conta è che i brani non sono abbastanza frizzanti per colpire. Prendiamo “Empathy”, ad esempio, che apre il disco con ritmi lenti accompagnati dalle tastiere di Andy J. Brunner e l'ugola di Jeff Scott Soto, ma che non colpisce nel segno. “Burning Heart” cerca di metterci più verve con del puro rock'n roll bello energico e la voce di Marc Storace e ne esce un brano onesto. Meglio l'epicità di “Little Boy” con bei coretti e atmosfere intense, ma le successive songs continuano sulla strada della mediocrità con “Too Late”, “World With No Tomorrow” e “On The Line”. Qualche vibrazione positiva viene fuori con “Under The Lights”, grazie all'hammond che accompagna buone melodie e “Ride The Bullet”, ma non è abbastanza per far salire l'acquolina in bocca agli appassionati del genere.

Era lecito attendersi molto di più da questo lavoro, viste le premesse e gli ospiti presenti, ma per il progetto Schubert In Rock non si può andare oltre la sufficienza.

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Opinione inserita da Federico Orano    21 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Agosto, 2018
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Ma che bella sorpresa che si è rivelato l'ascolto di “A Line To Cross” degli Ignore The Sign. Il disco uscito a Febbraio è rimasto un po' nascosto tra quelli da recensire che quotidianamente arrivano in redazione. Ma Agosto è il mese giusto per andare a ripescare le cose lasciate indietro e a volte si viene ripagati molto bene, come in questo caso!

Parliamo di una band e di sei musicisti di una certa esperienza, non dei novellini alle prime armi. E il sound targato Ignore The Sign è un perfetto mix di rock, hard rock, progressive, un tocco pop e aor con qualche momento più orchestrale ed una tracklist molto varia, ma di facile impatto, grazie all'importanza che viene data al fattore melodia. Insomma questo è un signor disco che parte da un'idea di Ossy Pfeiffer che aveva composto alcuni brani per un progetto solista, ma che ha deciso in seguito di coinvolgere alcuni colleghi ed amici e di dar vita ad una vera e propria band. Ecco a voi gli Ignore the Sign! La melodica “Saviors Of Rock” che apre il disco lascia spazio alla frizzante “No Way Home”. Sonorità progressive vengono fuori con “A Line To Cross” (strizzando l'occhio a Toto e Kansas) e con la breve ma intensa “Sweet Lady” (sotto i tre minuti di durata) e non poteva mancare la ballatona di turno che risponde al nome di “Behind The Wall”. Insomma un lavoro di squadra dove ogni componente ha messo del suo anche in fase di songwriting e quello che ne esce è un disco vario, ma intenso dall'inizio alla fine.

Si respira un'aria di freschezza all'ascolto di questo debutto; gli Ignore The Sign sono una band notevole che speriamo di ritrovare molto presto!

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