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Opinione scritta da Federico Orano

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Opinione inserita da Federico Orano    19 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

Trenta minuti di purissimo thrash metal pestati dall'inizio alla fine? Ecco a voi i Thrash Bombz. La band nata nel 2007 arriva dalla Sicilia e arriva al terzo disco in carriera con questo “Prisoner Of Disaster” che segue il debutto nel 2014 "Mission of Blood" e tre anni più tardi il seguito con “Master Of The Dead”.

Il sound della band è composto da riff spaccaossa che formano un muro sonoro solito e compatto. Ma oltre ad una montagna di thrash metal di scuola americana qui troviamo anche un tocco speed metal come dimostra l'opener e title track che in alcuni passaggi potrebbe ricordare qualcosa degli Agent Steel. La band di Agrigento dimostra di curare anche l'aspetto “melodico” come in “Apocalypse... Prepare Yourself to Die” dove il singer Tony "Stormer" Frenda trova buone linee vocali. Si ritorna a pestare a più non posso con “Mafia Demonz” e poi con “Live to Kill” dove Slayer e Overkill vengono fuori in maniera prepotente. E' ancora un sound molto Usa ad accompagnare l'ultimo brano, la strumentale “The Headquarter” che inizia con un arpeggio dalle tinte malinconiche alla Nevermore.

Innovazione poca ma che carica con questo “Prisoner Of Disaster”! I Thrash Bombz ci presentano un bel concentrato di solido thrash e speed metal, che i fans del genere apprezzeranno assai!

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Opinione inserita da Federico Orano    17 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 17 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

I veneti Neversin si rifanno vivi dopo ben cinque anni dal precedeente “Of Robots And Men” uscito nel 2013 sotto l'Underground Symphony. Per questo nuovissimo “The Outside In” si passa all'attenta etichetta Revalve Records, ma le sonorità contenute in queste dodici tracce non si discostano molto dal passato della band, fatto di hard rock e tanto prog metal, con una decisa ispirazione che arriva dai Dream Theater.

Le composizioni dei Neversin non sono troppo complesse; il quintetto padovano ha sempre ben fisso in testa il lato melodico, sia dal punto di vista strumentale che nelle linee vocali. Insomma i brani che troverete in questo disco sono intensi, hanno delle chiare influenze che arrivano anche dall'hard rock degli anni '70 e '80 e come detto, presentano diversi passaggi soprattutto chitarristici che ci riportano alla prog metal band per eccellenza, i Dream Theater (ascoltare la partenza di “The Main Sequence” per credere). In effetti Skench e Sgana, i due chitarristi dei Neversin, devono essere cresciuti a pane e Petrucci, visti alcuni guitar solos. E così, se vi darete all'ascolto di questo “The Outside In”, incontrerete le calde melodie di “Rain”, la trama intricata di “Collapse (Symphony of Light – Movement IV)” e lo splendido esempio di prog metal melodico che risponde al nome di “Rage, Pt. 2”. Se la prestazione di Ben Moro alla voce è sicuramente convincente, la sua impostazione vocale conferisce quel tocco hard rock ai pezzi. Insomma non sentirete acuti alla Tommy Karevik; qui si punta più su interpretazione e sentimento.

Un disco capace di accontentare sia chi è alla ricerca di un sound ricercato e complesso, sia chi non ha bisogno di troppi ascolti per apprezzare la musica. “The Outside In” si dimostra così un lavoro godibile ed una prova di assoluta maturità per i Neversin.

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Opinione inserita da Federico Orano    16 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

Torna a farsi sentire Holter, dopo il positivo esordio con il progetto Dracula Rock Opera che lo vedeva impegnato in compagnia del singer norvegese Jorn Lande. Stavolta il buon Tront (ex-Wig Wam, JORN) non potendo contare sul talento del suo connazionale ha deciso di affidare il microfono a Nils K Rue (Pagan's Mind) per quanto riguarda le parti maschili ed a Eva Iselin Erichsen per le voci femminili.

Facendosi ispirare dalle storie vampiresche ed in particolare a Dracula, i brani si muovono su un melodic metal dal tocco sinfonico e teatrale. Nessun pezzo memorabile ma un buon insieme di melodie ispirate supportate da una produzione attenta e pulita. Se la partenza con la buona “The World`s On Fire” ed il potente midtempo melodico “Drums Of Doom” non è affatto malvagia, è la parte centrale del disco a convincere maggiormente grazie alla ballatona orchestrale “Shadows Of Love” che vede protagonista la brava singer Eva e con l'ispirata e teatrale “I`ll Die For You”.

Tutto questo non basta per rendere questo disco davvero indimenticabile, ma non si può non riconoscere che “Vlad the Impaler” sia un lavoro molto godibile e piacevole anche se non regge il paragone col debutto targato Holter.

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Opinione inserita da Federico Orano    14 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

I Leverage sono stati per il sottoscritto una vera e propria passione visto che i tre dischi che hanno stampato rimangono delle piccole grandi gemme che si posizionano a metà strada tra hard rock melodico di scuola scandinava e melodic power metal. Su tutti spicca “Blind Fire”, secondo disco della band che quest'anno compie proprio 10 anni.

Dopo il terzo disco, Circus Colossus (2009), la band si è presa un lungo periodo di pausa fino a qualche mese fa. Finalmente l'act finlandese è pronto a tornare e lo fa con il supporto della Frontiers Records. Per ora questo “The Devil's Turn” è solamente un antipasto per i fans e per far circolare nuovamente il nome Leverage, dopo troppi anni fuori dalla scena. Un ep di solamente quattro brani che viene pubblicato solamente in forma digitale. La band segue il sound dei precedenti dischi con melodie di impatto supportate da coretti ariosi, ma anche parti sinfoniche degne delle terre nordiche, Dopo aver superato l'iniziale delusione alla scoperta che Pekka Heino non fa più parte della band ma che è stato sostituito al microfono da Kimmo Blom (Urban Tale, Raskasta Joulua), possiamo affermare che i nuovi brani sono davvero validi e le premesse per un gran ritorno, programmato per il 2019, sono evidenti. "Wheels from hell" è il classico brano dai ritmi elevati e dal grande impatto, dove è proprio l'ugola di Kimmo a colpire così come la successiva “The Unicorn”. Più cadenzata e ricca di cambi di atmosfere l'opener “Dead Man's Hand” mentre nel finale “Children Of Skyfall” punta su un hard rock diretto e ritmi ancora ssostenuti.


Il consiglio è di ascoltare questi brani e di restare sintonizzati nel mondo Leverage perchè presto ci sarà da divertirsi.

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Opinione inserita da Federico Orano    14 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

Torna imperterrito a farsi sentire il nostro amato Erik Martensson con il secondo capitolo del suo nuovo progetto Nordic Union che trova l'unione del songwriter svedese con il singer danese Ronnie Atkins (Pretty Maids). Cosa aspettarsi? La solita dose di melodia e potenza con un tocco più moderno magari rispetto ad Eclipse e WET.

La maestria che contraddistingue gli artisti coinvolti è talmente elevata che il risultato è tutto da gustare. “Because Of Us” è subito una piccola gemma di melodic hard rock di scuola scandinava così come la potente e coinvolgente “It Burns”. Rispetto agli altri progetti in cui Erik è impegnato, qui la voce di Ronnie dona un tocco maggiormente heavy anche se in alcuni casi ci sarebbe piaciuto che il singer danese potesse graffiare maggiormente. Certo poi i rimandi agli Eclipse sono forti ed evidenti (soprattutto in certi momenti come “Walk Me Through The Fire”) dopotutto la mente che sta dietro a tutto è sempre la stessa, ma con l'andare degli ascolti si percepisce sempre meno. E' la seconda parte della tracklist a convincere ancora di più. “Breathtaking” e “Rock’s Still Rolling” formano un'accoppiata dall'alto tasso melodico, “Die Together” è una ballata intensa e ben riuscita mentre “Outrun” ci fa respirare un sound degno dei migliori Gotthard.

Una scarica di melodia ben supportata da un sound potente; i Nordic Union fanno centro anche stavolta ma la sensazione è che il buon Erik potrebbe rendere questo progetto sempre più heavy in modo da renderlo ben distinguibile rispetto alle altre sue creature sonore.

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Opinione inserita da Federico Orano    13 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

I Wolfen hanno raggiunto ormai lo status di band cult nella scena heavy internazionale. Il gruppo tedesco ha alle spalle cinque dischi in studio e, con questo nuovo “Rise Of The Lycans”, l'obiettivo è quello di crescere ancora.

Metal classico e tanta potenza per la band tedesca che mischia riff spaccaossa di scuola thrash a melodie vocali più powereggianti, con atmosfere oscure che possono un pò ricordare i colleghi Brainstorm. Basta ascoltare qualche brano come “Rebirth Of The Regulators” e “Forgotten Dreams” per capire di cosa sono capaci i Wolfen. Le chitarre costruiscono un muro di acciaio, dove si va a incastrare l'ugola aggressiva di Andreas von Lipinksi. Le accelerazioni sono all'ordine del giorno, come dimostra la complessa “Xenophobia”, song che cambia spesso ritmi ed atmosfere. Peccato che qualche brano si perda un po' per strada, soprattutto nella seconda metà della tracklist, come “Science & Religion” dove la componente thrash prende il sopravvento. In “Timekeeper” troviamo dietro al microfono un certo Chris Boltendahl (Grave Digger) e il brano, anche grazie ad un ottimo intermezzo strumentale, riesce a colpire nel segno, mentre nel finale la portentosa “Succubus” si scaglia forte sulle nostre orecchie.

Le potenzialità dei Wolfen sono notevoli. La band tedesca possiede una buona tecnica ed un sound che in certe occasioni riesce ad essere accattivante e per nulla scontato. Manca però qualcosina per fare il netto salto di qualità che sarebbe nelle corde del quintetto teutonico. Intanto questo “Rise Of The Lycans” è un lavoro comunque consigliato se amate il power/thrash metal.

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Opinione inserita da Federico Orano    13 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

E' già tempo di live album per i Virtual Symmetry che danno alle stampe un doppio cd più dvd che testimonia la loro performance del 31 Marzo Scorso al Swiss Temus Club, in Svizzera. La band lombarda ha alle spalle una coppia dischi di enorme fattura, dal favoloso debutto del 2016 "Message From Eternity", fino al mega Ep caratterizzato da sonorità futuristiche "X-Gate Suite", uscito lo scorso anno.

Il prog metal del gruppo italiano (che ha forti legami con la Svizzera) è caratterizzato da melodie calde e spettacolari e brani lunghi ed articolati, dove trovano spazio svariate influenze dal fusion al prog rock con lunghe parti di pianoforte, tanta tecnica e piacevoli solos di chitarra. Insomma il mix tra Dream Theater, Circus Maximus e Seventh Wonder è così servito. Detto questo, sembra un pò prematuro dare alle stampe subito un live album, ma a quanto pare ai VS non piace stare fermi un attimo. Sicuramente la parte più interessante di questa uscita è quella visiva contenuta nel dvd, che però non è a nostra disposizione. Per quanto riguarda invece il doppio live album, la band riproduce con gran fedeltà i brani dimostrando una tecnica importante, ma questo non lo scopriamo certo ora. La tracklist ripercorre praticamente nella totalità i due lavori della band che tiene incollata il pubblico per oltre 100 minuti di ottimo prog metal melodico, con Marco Pastorino che cerca di interagire e scaldare i presenti.

“XLive Premiere” è un prodotto destinato principalmente ai super fans del quintetto italiano. Per tutti gli altri, se non ne fossero già in possesso, il consiglio è di andare alla ricerca dei due dischi in studio dei Virtual Symmetry, imperdibili per chi ama queste sonorità.
Io resto in attesa del prossimo lavoro di inediti, perché ho come l'impressione che neppure nel 2019 la band ci lascierà a bocca asciutta.

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Opinione inserita da Federico Orano    13 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

Un buon dischetto di puro classic metal arriva tra le nostre mani con “Defiance” dei britannici Absolva! Il disco uscito lo scorso anno, ora viene stampato in vinile in occasione del tour che la band sta per intraprendere.

Il gruppo di Manchester ha all'attivo ben tre full-lenght ed è composta da ex membri dei Blaze Bayley e Iced Earth. Il sound punta su un heavy metal diretto che parte subito deciso con “Life on the Edge”, buon brano tirato che mostra il lato più potente del quartetto inglese. Non manca qualche mid tempo grintoso come “ Midnight Screams” capace di trasmettere buone vibrazioni. E anche la ballatona “ Connections” si dimostra un pezzo piacevole. In effetti gli Absolva non dimenticano mai per strada il lato melodico e riescono sempre ad inserire buone linee vocali capaci di rendere i brani orecchiabili. Dal punto di vista strumentale invece è forte la componente NWOBHM soprattutto nei solos di chitarra che ci riportano a Saxon e Maiden.

Non certo un lavoro memorabile questo “Defiance”, ma un disco piacevole dall'inizio alla fine, se quello che cercate è del classico heavy metal senza troppe pretese.

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Opinione inserita da Federico Orano    12 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

Alfieri di un classic metal epico e marcatamente old school con una forte impronta hard rock, i The Wizards arrivano da Bilbao, Spagna e non sono da confondere con i tedeschi Wizard autori ormai di diversi dischi.

Il gruppo spagnolo nasce nel 2013 e con questo “Rise Of The Serpent” arriva al terzo disco in carriera che solitamente è quello della verità. In effetti questo lavoro mette in luce tanta passione e dedizione con un sound che predilige ritmi bassi ed atmosfere epicheggianti come dimostra la buona “Destiny”, uno dei brani migliori della tracklist grazie ad un coretto ruffiano che si stampa in testa. Subito però notiamo come la prestazione del singer Sir Ian Mason (da notare i nick dei componenti) non sia delle migliori e pecchi soprattutto nei momenti più metallici. Tutto il sound di scuola settantiana viene fuori prepotentemente con “Circle of Time” e “Distorted Mirrors” dove sono passaggi hard rock con un tocco blues ad accompagnare atmosfere malinconiche. Con “Aftermath” i The Wizards si destreggiano con oltre sei minuti di cambi di tempo mentre “VOID (Vision of Inner Death)” si muove tra sonorità doom e ancora momenti epici.

"Rise Of The Serpent" è un disco destinato ai cultori dell'heavy metal e dell'hard rock targati anni Settanta e Ottanta. I The Wizards hanno passione da vendere e sanno il fatto loro, ma mostrano ancora qualche limite qua e la.

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Opinione inserita da Federico Orano    01 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

I Seventh Wonder sono mancati fin troppo, non solo alla scena metal, ma alla musica in generale, punto. Non ci sono scuse che tengano, questi cinque musicisti hanno dimostrato nel tempo di essere dei veri fuoriclasse, ma otto lunghissimi anni di pausa sono stati davvero troppi.

“Tiara” arriva con così tanta attesa che è difficile spiegarla a parole. I fans della band, tra cui mi ci metto anch'io, non ne potevano davvero più di aspettare il seguito di quel grande disco che fu "The Great Escape" uscito nel 2010. Questo nuovo full lenght è ancora una volta un concept album capace di crescere ascolto dopo ascolto e deliziarci per ben settanta minuti di grande tecnica e melodie. I Seventh Wonder hanno trovato una ricetta magica nel loro sound, decisamente riconoscibile, e continuano per la loro strada. L'abilità di questi cinque musicisti è impressionante. Tommy Karevik alla voce (anche nei Kamelot) conferma tutto il suo talento anche in queste nuove songs. “The Everones” è subito una super hit nel classico stile della band, con aperture melodiche e coretti quasi aor e solo di tastiera, chitarra e basso che si alternano alla perfezione, senza dimenticare mai il lato melodico. Insomma stiamo parlando di un disco progressive di oltre un'ora di durata, ma questi svedesi riescono a rendere il tutto ultra catchy e ascoltabile e non c'è un secondo di questo “Tiara” che possa annoiare. La title track e “Victorius” uniscono melodie celestiali ad aperture strumentali degne dei migliori Dream Theater, mentre i pezzi più lenti come “Goodnight (Farewell Pt. 2)” e “Beyond Today (Farewell Pt. 3)” crescono con clima fino a diventare una fissa giornaliera.

“Tiara” si candida non solo a release dell'anno, ma a disco che intaserà il vostro stereo, visto che ogni volta sarà una sofferenza cercare di premere il tasto 'eject'. Un lavoro capace di appassionare come pochi. C'eravate tanto mancati Seventh Wonder!

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