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Opinione scritta da Federico Orano

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Opinione inserita da Federico Orano    05 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 05 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Ed eccolo l'atteso ritorno di Gabriels con la seconda parte dell'opera che va a raccontare le vicende di Hokuto. Avevamo apprezzato non poco "Fist of the Seven Stars Act1", l'esordio della band del virtuoso tastierista siciliano, sfortunatamente dobbiamo constatare che questo come back non è all'altezza.

Ma andiamo con ordine; rispetto al debutto, il sound di questa seconda opera cambia non poco e si passa da un power/heavy metal piuttosto marcato a sonorità maggiormente hard rock e progressive che accompagnano questi nuovi brani. E già dall'apertura si intuisce che qualcosa è cambiato; “The search of water bird” è un mid tempo caratterizzato da tastiere in evidenza e buone melodie ma, per partire, avremmo preferito un brano più grintoso. Con numerosi ospiti ad interpretare i vari personaggi del concept, la tracklist prosegue, ma i ritmi sono sempre molto controllati e, ad ogni traccia che volge al termine, il pensiero è: “Dai, speriamo che con la prossima ci sia un po' più di carica”. E invece no, mai un'accelerazione, mai un po' di potenza, forse in parte, anche per colpa della produzione. Tanta epicità e buone melodie in brani come “Looking for your brother” e “I see again”, ma alla lunga il disco risulta un po' troppo soporifero, colpa anche di alcuni momenti che faticano ad accendersi come “King of fist” e “Cobra Clan”. Grande spazio viene lasciato alle parti di piano, synth e tastiera, com'è giusto che sia, che sono senza dubbio l'aspetto più riuscito del disco. Gabriels mostra tutta la sua tecnica, ma non solo; le sue keys suonano calde e trovano intense melodie e “Myth of Cassandra” potrebbe essere la rappresentanza perfetta di questo full lenght: ottimi solos di tastiera e chitarra che non bastano a sollevare del tutto un pezzo troppo monocorde nelle linee vocali, e neanche cantato troppo bene... Un altro dei momenti migliori del disco è l'epica ed intrigante “Legend Of Fear”, dalle sonorità progressive; nel complesso però, da questo “Fist of the Seven Stars Act 2 (Hokuto Brothers)” ci saremo aspettati sicuramente di più.

Tante luci ed ombre su questo ritorno in campo di Gabriels. E ascoltando e riascoltando questi brani, misurandone pregi e difetti, la piena sufficienza è quello che secondo noi merita questo lavoro, ma nulla di più.

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Opinione inserita da Federico Orano    05 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 05 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Gli svizzeri Maxxwell tornano dopo quattro anni dal loro precedente lavoro “Tabula Rasa“, con questo nuovo “Metalized” che, come suggerisce il titolo, vede la band d'oltralpe puntare su un sound maggiormente metallico e meno rock.

La band decide di autoprodurre il disco, un lavoro composto da ben dodici pezzi più tre bonus tracks. Insomma tanta carne al fuoco, forse troppa. Ma la partenza è interessante con la ruvida “Hurricane”, song dal tocco moderno che ricorda qualcosa dei Rage più cazzuti (“End Of All Days” era), anche per l'impostazione vocale di Gilberto Meléndez. E queste sonorità sono presenti in altri momenti del disco come “Burn”, song supportata da riffoni potenti ed un tocco oscuro. Si arriva fino all'heavy/thrash di “Raise Your Fist” dove comunque la band punta su ritornelli dal forte impatto melodico o alle moderne “Done With You” e “P.U.T.V.”, dove i Maxxell sperimentano nuovi percorsi sonori, inserendo qualche effetto nella voce di Gilberto. Certo che se consideriamo anche qualche pezzo più melodico come “She's Mine” e “Given It All”, che guardano indietro alle sonorità hard rock più classiche, questo “Metalized” rischia di perdere il filo conduttore.

I Maxxell sono tutt'altro che dei pesci fuor d'acqua anzi, pare che questo sound più potente e moderno possa portare alcune soddisfazioni al gruppo svizzero. Ma “Metallized” sarebbe potuto essere migliore con qualche brano in meno ed una tracklist più compatta, mantenendo solamente le dieci tracce più ispirate.

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Opinione inserita da Federico Orano    03 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 04 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

I Big City fanno le cose in grande con la pubblicazione dei primi due dischi della loro carriera in un'unica release! Il motivo? Qualche problema col disco d'esordio che non fu mai pubblicato e così la scelta di inserirlo ora in questa uscita discografica. Parliamo di “Wintersleep”, uscito nel 2013, che ora finalmente può arrivare alle nostre orecchie, in compagnia delle nuove composizioni incluse nell'attuale “Big City Life”.

La band arriva dalla Norvegia e si destreggia molto bene tra melodic metal ed hard rock con una forte componente melodica, nel classico stile nordico. Insomma il sound scandinavo si sente eccome e la qualità è ben presente; dopotutto alcuni di questi musicisti possono vantare trascorsi in bands come Satyricon, Blood Red Throne e Withem. Tutto parte dalla mente di Daniel Olaisen che si è concentrato su questo progetto ben 10 anni fa ed ora il frutto del suo lavoro vede la luce. E bisogna dire che entrambi i dischi risultano molto validi; la band punta forte su melodie calde, spesso con ritmi controllati e addirittura con la presenza di diverse ballate. Un punto forte di entrambi i lavori è senza dubbio la voce di Jan Le Brandt, singer notevole che mostra il meglio della sua interpretazione nelle lentone strappalacrime “Home Again”, “Love Break The Heart” e “Will You Be Gone“. Ma la band mette sul piatto anche dei brani più rock, come “Midnight Train”, brano capace di trasmettere la corretta dose di adrenalina. E potremmo dire la stessa cosa per la title track del nuovo lavoro. Insomma i due dischi hanno delle somiglianze, come sound certo, ma anche nella tracklist. La più tirata “Running For Your Life” ha subito un forte impatto (e che bel solo di chitarra!), così come “Daemon In The Dark”, pezzo dal forte impatto melodico.

Tirando le somme, non un disco da far “cappottare dalla sedia” (passatemi l'espressione), ma un lavoro ben composto, prodotto e suonato. I Big City sono una band valida e lo dimostrano con questa release. Una bella occasione per portarsi a casa due dischi davvero validi!

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Opinione inserita da Federico Orano    02 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Otto brani per 35 minuti di heavy metal purissimo e senza fronzoli che tanto deve ai primi Manowar e agli Accept, ma con un tocco più speed metal. Ecco a voi gli Axe Steeler, gruppo di Medellin nato dalle ceneri degli Heavy Madness, che si rifà alle sonorità degli anni ottanta con una vagonata di riff e piacevoli solos, con le chitarre che vanno ad intrecciarsi tra loro, come nella portentosa “Axe Of Steel”.

Il sound della band sudamericana è grezzo, la produzione non è un granchè, la voce di Javier Alonso Nuñez Padilla non sarà ricordata negli annali dell'heavy metal e l'innovazione non si sa neanche cosa sia ascoltando questi brani. Quindi il disco è da bocciare? Tutt'altro! Questa band è sanguigna e capace di trasmettere una carica inaudita, come solo le giovani bands sanno fare. Ascoltare per credere pezzi come “Back To The Stage”, con la coppia di chitarristi formata da Nehider Harvey Cabrera Londoño e Camilo Torres Saldarriaga a viaggiare su ritmi sparati tra bei riff e splendidi solos. Tradisce un po' “Hellrider”, midtempo scelto come singolo per il disco; in effetti la band pare riuscire meglio nei pezzi più veloci, come “Over The Top” dal chiaro tocco NWOBHM e la superlativa “Battlefield”.

E io che non davo un euro a questi Axe Steeler... invece “On The Run” è un disco coi controcazzi che mostra tutta l'attitudine di questi ragazzi colombiani, preparati tecnicamente, ma anche capaci di scrivere pezzi dal gran tiro. E poi tutti in piedi per l'artwork del disco!

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Opinione inserita da Federico Orano    02 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

“The 7th Of Never 30 Years Heavy” è di fatto la ristampa di “The 7th Of Never”, disco uscito originariamente nel 1987 ad opera dei Chastain, act americano dedito ad un heavy metal classico dalle tinte Us Power.

Il terzo disco della band capitanata dalla grande cantante Leather Leone sprigiona tutta la propria potenza sulle note di “We Must Carry On” e “It's Too Late For Yesterday". Leather possiede una voce piena e potente che può senza dubbio ricordare una certa Doro, anche se la singer americana punta a tratti su un cantato più aggressivo e ruvido. Questo disco farà la gioia di ogni fan del classic metal, anche se i Chastain sanno inserire alcune influenze diverse dal loro sound. In effetti incontriamo atmosfere oscure ed epiche ad avvolgere “Forevermore”, mentre su “The 7th Of Never” esce tutta la tecnica del leader e chitarrista David T. Chastain che costruisce un brano complesso, fatto di riffoni spaccaossa, ma anche di cambi di tempo dal tocco progressivo.

Un salto negli anni '80 più puri grazie al lavoro della Pure Steel Records: alla scoperta dei Chastain con uno dei loro classici “The 7th Of Never 30 Years Heavy”.

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Opinione inserita da Federico Orano    02 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Ebbene sì, uno dei dischi che attendevo con maggior impazienza in questo 2018, che ci crediate o no, è proprio “Desde El Silencio” dei Landevir, una band che, dopo un paio di ottimi dischi, si era presa un lungo periodo di pausa. Per fortuna la voglia di tornare a comporre nuovi brani è si rifatta viva e così, dopo esattamente dieci anni da “Inmortal”, ecco tornare il gruppo di Alicante con questo nuovo lavoro..

Il sound della band è da sempre molto legato all'hard rock ed al folk, ricordando i cugini Saurom, soprattutto quelli degli ultimi dischi. E questo nuovo lavoro si muove sulle stesse coordinate del passato, ma con un'impronta maggiormante rock a discapito del lato folkeggiante che viene a tratti lasciato da parte. Insomma, durante la tracklist, possiamo incontrare qualche pezzo che ci riporta ai dischi del passato, come la bellissima opener “Buscando El Paraíso”, con Pablo che con il suo flauto va subito a disegnare atmosfere celtiche e “El Espíritu del Viento”, che sembra proprio usicta da uno degli ultimi lavori di Narci Lara (leader dei Saurom) e soci. Ma troviamo anche songs come “Más Allá Del Mar”, “Versos Perdidos” e “Mi nombre es Rock N’ Roll” che si muovono su sonorità più classic rock che potrebbero ricordare Giant, Bon Jovi e Journey... Certo che, tirando le somme, sono i pezzi “vecchio stile” quelli a funzionare di più e ad essere considerati le vere hits del disco, come “Magia” dove la band torna a percorrere sentieri folk ricordando lo splendido “Sueños Celtas” del 2006, disco che mi fece innamorare della band o la bellissima “Miedo”, capace di catturare con un gran refrain. Da segnalare l'ottima prestazione del nuovo cantante Jose che è sicuramente un ottimo acquisto per i Landevir e che dimostra tutte le sue doti nella ballatona “Recuérdame” che chiude il disco.

Un lavoro piacevole dall'inizio alla fine, pur con qualche momento meno incisivo. I Landevir riescono ad appassionare con le loro melodie calde ed intense ed è un piacere poter riabbracciare una band che ci era tanto mancata in questi anni.

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Opinione inserita da Federico Orano    01 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Progressive rock dedicato al nostro pianeta in un viaggio che va a scoprire i sentimenti tra uomo e Madre Natura in questo lavoro targato SirJoe Project e capitanato da Sergio Casamassima, artista partenopeo già attivo da anni con la cult band Presence. In questo lavoro Sergio si è occupato del songwriting oltre che di suonare e registrare tutti gli strumenti, tranne il microfono che viene affidato ad Alessandro Granato ed i testi che sono stati scritti da Mario Mutti..

Ne esce un disco complesso (che supera i settanta minuti complessivi), in cui molta attenzione viene concentrata sugli arrangiamenti e sui testi, ma dove l'impatto melodico è importante. Sergio punta su melodie che riescono a catturare già dai primi ascolti e così il disco fila via liscio che è un piacere, a partire dalla bella song iniziale “Forgive Us”, passando per l'intensa ballata “The Power Of The Sea”. Non poteva mancare un pezzo strumentale ed “Anyway” è davvero un brano favoloso che riesce, in oltre nove minuti di durata, a trasmettere forti vibrazioni grazie al suono caldo della chitarra di Sergio e l'inserimento di alcune percussioni che ci riportano al concept del disco. In effetti il punto forte di questo lavoro sta proprio nella capacità del proprio leader nel trovare parti strumentali intense che riescono ad emozionare. Un po' meno convincente, a nostro parere, è la prestazione vocale, dove si poteva probabilmente fare qualcosa di meglio. Echi di Maiden vengono fuori con “Binary Codes”, più per le melodie vocali che per quanto riguarda la musica, mentre è sicuramente dai Toto che è arrivata l'ispirazione per “Maybe Today”, altro bel pezzo che ci porta su territori progressivi ed intensi.

Complimenti a Sergio per questo progetto che speriamo non si fermi qui. I fans del prog rock e della musica complessa e pensante (come direbbero i cari Maieutica) apprezzeranno non poco questo “Letze Baum”.

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Opinione inserita da Federico Orano    01 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Settembre, 2018
#1 recensione  -  

Quarto disco per gli spagnoli Kilmara che, con questo “Across the Realm of Time“, puntano in alto affidando la produzione a mister Roland Grapow (che partecipa anche ad un paio di pezzi) e con l'ingresso del singer americano Daniel Ponce e del virtuoso chitarrista argentino Miguel Laise.

La band spagnola punta su un power/prog dal sound potente, con qualche tocco neoclassico e moderno ed una forte attenzione alla melodia. Dieci brani che partono con l'intro sinfonica “…And into the Realm” che apre la strada a “Purging Flames”, brano interessante ma che fatica ad accendersi del tutto. In realtà il disco mostra alcuni momenti davvero notevoli, come “The Silent Guide” midtempo con un refrain che si incolla in testa ed un Miguel Laise che è protagonista di ottimi solos di chitarra. Ma vuoi che qualche brano sia un po' meno convincente, vuoi che la produzione manca di un po' di potenza, il disco rimane su buoni livelli senza mai colpire completamente. Ciò non toglie che il questo lavoro sia davvero godibile e songs come in “Principles of Hatred”, pezzo più progressivo di scuola Symphony X e la ballatona dal tocco epico e moderno “I Shall Rise Again”, dimostrano tutto il talento della band iberica.

“Across the Realm of Time” è un lavoro molto interessante che, con qualche accorgimento in più, poteva davvero esplodere. Peccato, certo che i Kilmara sono una band valida e da tenere d'occhio, già da questo lavoro.

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Opinione inserita da Federico Orano    29 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 29 Agosto, 2018
#1 recensione  -  

Interessante release ad opera dell'etichetta italiana Rockshots Records, con il debutto dei pugliesi Kormak. “Faerenus” è un esordio che mette in mostra grandi potenzialità per questi giovani musicisti che ci deliziano con un folk metal dalle tinte oscure che spazia dal gothic al black metal.

Insomma sono molti gli elementi che compongono questi brani, basti ascoltare “March of Demise”, opener che mette sul piatto molti spunti e cambi di atmosfere. La singer Zaira de Candia è la vera forza di questa band, riuscendo ad alternare diverse voci, da quella growl a quella lirica sempre con esiti più che positivi. E la partenza è davvero mozzafiato, con un pezzo che unisce momenti folk a passaggi più elaborati ed estremi. Ma in “Faerenus” troviamo un po' di tutto, dall'acustica “The Goddess’ Song”, che farà la gioia degli appassionati del folk rock classico, alle sfuriate death metal della title track. Il disco si lascia ascoltare che è un piacere, proprio perchè capace di mettere insieme varie sonorità con classe, nonostante qualche raro passaggio a vuoto dove i Kormak dimostrano qualche peccato di gioventù.

Fans di pagan, folk e viking metal, dare una chance a questi ragazzi è d'obbligo. Kormak è un nome da segnare in grassetto anche per il futuro.

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Opinione inserita da Federico Orano    27 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 27 Agosto, 2018
#1 recensione  -  

“Boundless” è uscito lo scorso 6 Aprile ma riesco solo ora ad ascoltarlo con calma e a descriverlo nelle righe che seguono.

I Valis Ablaze sono una band che arriva dall'Inghilterra e, dopo un ep a nome “ Insularity” uscito nel 2017, quest'anno hanno pubblicato il disco di debutto, un lavoro composto da undici brani che si muovono tra sonorità moderne e progressive, con melodie ricercate ed un tocco malinconico. Insomma la giovane band inglese potrebbe ricordare qualcosa di Kingcrow e Voyager, ma con un tocco più pop. Brani come “Afterlight” e “Faster than Light”, ma anche “Lumen”, capace di cambiare mood durante la sua durata, sono ottimi esempi della proposta targata Valis Ablaze dove, su una struttura complessa, si stendono melodie intriganti dal tocco alternativo. Non mancano sporadici momenti più “estremi” con l'inserimento di riff spaccaossa e voce growl, come in “The Static Between us”, ma in generale il quintetto inglese cerca soluzioni più melodiche e soft.

Un esordio da ascoltare e che può mettere d'accordo sia gli amanti delle sonorità alternative (alla Alter Bridge), sia gli amanti del metal ricercato e progressivo.

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