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Opinione scritta da Federico Orano

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2.5
Opinione inserita da Federico Orano    24 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

E' davvero difficile commentare un disco dei Virgin Steele ai giorni nostri. Parliamo di una band che ha scritto pagine gloriose della storia dell'heavy metal epico e teatrale, un gruppo capace di creare un sound unico grazie ad atmosfere romantiche, vittoriose ed alla voce del loro carismatico leader David DeFeis. Ma all'ascolto dei brani presenti in questa infinita collezione si fa davvero fatica a riconoscere quella band. Tutto parte dalle ristampe che il gruppo americano doveva ancora pubblicare, ovvero quelle di “Hymns To Victory” e “The Book Of Burning”. Ma il buon David si è accorto che aveva fin troppo materiale rimasto sotto il letto e mai pubblicato tra cover, nuovi pezzi, vecchie bonus tracks etc e così ha deciso, in accordo con l'etichetta, di aggiungere del materiale inedito. Peccato che alla fine da questo database siano usciti ben tre dischi bonus pieni zeppi di musica. Ora capite che difficilmente si può curare alla perfezione tutto questo insieme di pezzi ed in effetti, molte cose sembrano un po' buttate li. Quindi se sommiamo il fatto che non tutto quello che trovate in questi dischi è di livello accettabile (anche perchè la vena compositiva della band ultimamente non è che sia al top) e che alcune idee interessanti non sembrano curate al meglio in fatto di produzione, arrangiamenti e ritocchi, capite che il risultato è un po' deludente. A questi pezzi manca mordente, spesso si rischia di ascoltare pezzi scarichi, spompati. Certo qualcosa di interessate c'è come la bella “Seven Dead Within” che apre il disco, ma è davvero difficile arrivare alla fine dell'ascolto perchè molti pezzi sono pesanti, vedi “Green Dusk Blues” che ha anche qualche buono spunto ma che sembra non finire mai. Insomma le sonorità di questi dischi sembrano passate ad un hard rock sinfonico con qualche tocco blues come dimostra “Child Of The Morning Star”, peraltro pezzo neanche malvagio. Le chitarre di Eddy Pursino sono messe molto in secondo piano per lasciare spazio alle orchestrazioni e anche di solos se ne sentono davvero pochi. E dell'ugola del buon DeFeis che dire? Anche lui a volte abusa dei suoi ruggiti e dei suoi urletti, ma nel complesso la sua prova è positiva. Sicuramente meglio della batteria, probabilmente elettronica, che troviamo in situazioni fastidiose come in “Psychic Slaughter” o in altri momenti del disco.

Forse i fans saranno felici di avere a disposizione tre dischi di inediti per ben 4 ore di musica oltre alle due ristampe così potranno trascorrere le vacanze di natale ad ascoltare questa accozzaglia di idee che sono passate per la testa di DeFeis negli ultimi mesi. Ma caro David potevi un po' filtrare, magari se invece che tre dischi ne facevi uno con il meglio di tutto questo, avresti fatto più bella figura. Speriamo che tutto il peggio sia stato messo qui dentro e che nei prossimi dischi dei Virgin Steele ci si possa divertire un po' di più.

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Opinione inserita da Federico Orano    24 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

I De-Arrow sono un quintetto australiano di melodic hard rock che è stato attivo negli anni ottanta dal 1983 al 1989. Il loro sound è quello classico dell'aor con tastiere in evidenza e melodie celestiali con la voce angelica di Lou Yarevski e solos di chitarra che potrebbero portare alla mente i vecchi Europe.

La band di Melbourne ha cambiato diversi componenti negli anni e qui troviamo una raccolta dei loro migliori brani per la prima volta in cd. Il livello è sicuramente elevato come dimostra l'opener “Rock N' Roll Nights”, davvero magica o la più grintosa “We've Got The Wings”, Ma è tutta la trcklist a rivelarsi piacevole e capace di scorrere via con facilità grazie a brani intensi come “First Break Of The Heart” e la ballatona “All Alone”.

Gli amanti dell'aor e del melodic hard rock che, come il sottoscritto, non erano a conoscenza di questa band australiana, farebbero bene a farci un pensierino perchè questa raccolta è davvero interessante se si vuole riassaporare quel sound targato Eighties.

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4.5
Opinione inserita da Federico Orano    23 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

Quanta attesa per questo ritorno sulle scene dei toscani Kalidia. La band guidata dalla carismatica frontgirl Nicoletta Rosellini aveva attirato più di qualche attenzione fin dai tempi del demo, per poi confermarsi con un debutto molto interessante, quel "Lies' Device" uscito ormai quattro anni fa.

"The Frozen Throne" vede la luce con tante aspettative, visto che viene rilasciato dall'etichetta Inner Wound che ha fortemente creduto nel lavoro della band italiana. E, a differenza del debutto, può contare su una professionalità importante, degna degli act di punta della scena europea. In primis per l'ottima produzione, su cui la band ha lavorato duramente insieme a Lars Rettkowitz (Freedom Call) nei suoi studios in Germania. E poi per un songwriting maturo perchè, diciamoci la verità, i Kalidia credono molto in quello che stanno facendo e in questo disco ci hanno messo anima e corpo. E allora come suona questo nuovo lavoro? Il sound è potente e pulito ed esalta le sonorità diventate ancor più power rispetto al passato. E' un giro di chitarra che ci riporta ai migliori Edguy ad aprire la tracklist con la bella title track. Se “Circe's Spell” è il classico brano dalle sonorità powerozze che corre via spedito lasciandoci soddisfatti ad ogni ascolto, ci pensano le sonorità più folkeggianti ed epiche di “Black Sails” a conquistare grazie ad un refrain zuccheroso. La sinfonica “Myth Of Masada” presenta un bel riff stoppato e la presenza del singer David Bassin, per un brano che strizza l'occhio ai Serenity, band che salta spesso alla mente all'ascolto di questi brani. Convincono l'intensa ed immancabile ballatona “Midnight's Chant” ed il midtempo “To The Darkness I Belong”, mentre si ritorna su ritmi alti con “Amethyst”.

I Kalidia hanno avuto pazienza, senza commettere l'errore di tante altre band di voler tutto e subito. E l'attesa ha ripagato; “The Frozen Throne” è un disco ineccepibile, un ottimo esempio di power metal melodico con voce femminile che scalderà le nostre fredde giornate invernali.

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Opinione inserita da Federico Orano    22 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

Dopo aver apprezzato moltissimo l'ultimo lavoro targato Doomsday Outlaw , quel "Hard Times" pubblicato solamente qualche mese fà dalla nostra Frontiers Records, ora l'etichetta partenopea va a ripescare il debutto della promettente band inglese.

“Suffer More” unisce hard rock classico e blues in un bel mix di sonorità che ci rifanno vivere i fasti degli anni Settanta e Ottanta. Echi di Black Sabbath, Led Zeppelin e perchè no, Alter Bridge trovano l'equilibrio perfetto attraverso questa lunga tracklist. In questo lavoro c'è un po' di tutto ancor più rispetto all'ultimo disco. Insomma non solo classic hard rock come nelle impeccabili “Fallback”, “Saltwater” e la favolosa ed intensa “All That I Have”. Qui troviamo anche qualche momento più cazzuto come “Pandemonium” o le malinconiche ballate “Standing Tall” e “Running Into You”. Non manca davvero niente alla band inglese; a convincere è il timbro del singer Phil Poole che riesce a trasmettere vibrazioni importanti ma anche i riff possenti messi in campo dalla coppia Broughton – Mills e infine una produzione davvero ben curata. Brani come la title track sono l'esempio del talento e della passione di questi cinque musicisti.

“Suffer More” è un lavoro davvero riuscito in tutto e per tutto. Se non ne siete già in possesso il consiglio è di rimediare al più presto.

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Opinione inserita da Federico Orano    21 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

Arrivano da Israele i Fatum Aeternum giovane band che pubblica ora questo lavoro di soli sei pezzi, intitolato "Mass Suicide Of Human Race", con un sound che mischia sonorità orientali ad un gothic rock/metal di stampo classico.

In realtà si tratta di un duo formato dalla singer e violinista Evelyn Shor Gershin e dal polistrumentista Steve Gershin. Atmosfere romantiche e malinconiche la fanno da padrone durante l'ascolto e l'approccio musicale e vocale è sempre molto teatrale. Insomma un sound complesso, ricco forse di troppi elementi che può risultare originale, ma che rischia di perdersi facilmente per strada. Ed il risultato lo conferma; difficile salvare nel complesso questo lavoro. L'ascolto si fa molto pesante e, dopo poco tempo, ci si chiede se veramente si potrà ripremere il tasto play una volta arrivati alla fine. Oltre ad un'eccessiva pesantezza del sound, è anche la voce maschile a convincere ben poco, mentre le parti drammatiche suonate dal violino di Evelyn si lasciano ascoltare con piacere.

C'è molto da lavorare per i Fatum Aeternum. La proposta può essere interessante, ma bisogna sistemare alcune cosette per rendere il sound un po' più frizzante e meno tedioso.

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Opinione inserita da Federico Orano    21 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

L'hard rock ruvido, vissuto, intenso, è questo quello che esce fuori con prepotenza da “Patina”, nuovo lavoro dei Red Dragon Cartel. Parliamo della band del chitarrista Jake E. Lee (Ozzy Osbourne, Badlands) che dopo il debutto del 2014, ora torna in pista con dieci pezzi nuovi di zecca.

Nessuna sbavatura, il buon Jake punta su una tracklist solida, piena zeppa di riff di stampo Usa che trasudano passione e sudore. All'ascolto di pezzi come “Havana”, “Bitter” e “Punchclown” (quest'ultima figura come bonus track ma sentite che riff!) sembra di essere all'interno di qualche pellicola americana in giro per le strade di New Orleans o Kansas City. Sì, è proprio così; questi brani possiedono un tocco blues che si mischia con l'hard rock più classico degli Eighties ed il risultato è perfetto per essere accompagnano ad una solida birra od un buon whisky.

Probabilmente “Patina” non entrerà in nessuna top ten di fine anno e non finirà mai sotto i riflettori ma si tratta di un disco sanguigno capace di trasmettere le vibrazioni giuste e di cui ogni tanto abbiamo bisogno.

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Opinione inserita da Federico Orano    20 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

Ma che sorpresona che ci porta in anticpo Babbo Natale con questo “The Six Foot Six Project” dei Six Foot Six. Uno dei nomi più orribili che mi sia capitato ultimamente ed un artwork parecchio bruttino. Ma è il contenuto del disco che conta no? Ed è qui che i SFS fanno centro!

Ma che genere fanno questi Six Foot Six? Si tratta di un mix di gothic, heavy metal, power metal, Aor... E' come se i Falconer incontrassero i Sentenced e i Within Temptation. A tratti le atmosfere sono malinconiche, ma malinconiche forte, come in “Ephemeral”, ma non mancano accelerazioni nel classico stile power metal scandinavo, come in “Bleed For Mankind” e “Test Of Time”. L'album è impreziosito dalla presenza di vari ospiti che provengono da bands come Falconer, Destiny, Aldaria, Wolf, Axenstar, Quantice, Taste e Art Nation e, anche se le info che ci vengono fornite non sono molto precise, è facile ad esempio riconoscere Mathias Blad al microfono nell'intensa “Ephemeral”. Coretti epici accompagnano “Falling Sparrow”, altro bel brano dai ritmi sostenuti in stile Avantasia. Il leader Kristoffer Göbel ha composto questi pezzi con una certa varietà, ad esempio dovremmo chiedere a lui cosa ci fanno in questa tracklist un paio di songs come “Frozen In Time” ed “In Defiance” di chiaro stampo hard rock melodico. Si torna su territori più power/heavy alla Primal Fear con le potenti “Pride And Glory” e “From The Ground”.

C'è un po' di tutto in questo disco e forse fa un po' strano passare da certe sonorità ad altre da un momento all'altro. Ma i brani funzionano e allora... perchè no?

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Opinione inserita da Federico Orano    20 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

Stephen Pearcy torna a pubblicare un disco solista, il quinto in carriera. “View to a Thrill” , titolo scelto per questo nuovo lavoro, è composto da undici brani in stile Ratt'n'Roll come viene definito, tutte scritte dallo stesso singer americano, ex RATT, insieme al compagno Erik Ferentinos.

Songs piuttosto dirette e ruvide dalle sonorità 80s anche grazie ad una produzione tutt'altro che limpida ma che ci riporta al passato. Se le premesse sono buone, quello che non convince affatto è il songwriting. Non perchè i pezzi siano scritti male ma durante l'ascolto pare mancare un po' di sentimento in questi pezzi e se proprio vogliamo dirla tutta non c'è traccia neppure di una vera e propria hit in grado di farsi ricordare. Insomma pezzi come “U Only Live Twice” e “Sky Falling” non sono affatto malvagi ma siamo sicuri che dopo averli ascoltati due, tre volte ci sia ancora la voglia di premere il tasto play? In effetti i momenti che meglio funzionano sono quelli più solidi come “Double Shot” e “I'm A Ratt” condotti da bei riffoni capaci di far agitare la testa.

La sensazione è che “View to a Thrill” sia un disco dalla vita breve e che presto finirà nel dimenticatoio a meno che non siate fan sfegatati di Stephen Pearcy.

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Opinione inserita da Federico Orano    20 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

I Ten sono una leggenda del melodic hard rock. Il loro stile inconfondibile ha appassionato tantissimi cultori di queste sonorità negli anni. Un sound caratterizzato da atmosfere epiche e linee vocali intense grazie alla voce calda del proprio leader Gary Hughes.

Cosa aspettarsi da “Illuminati”, disco che arriva dopo 22 anni di carriera e tanti dischi alle spalle? Il solito disco composto con passione da un artista che non perde un briciolo di speranza. Atmosfere orchestrali e celtiche danno il via a “Be As You Forever”, brano di 8 minuti che apre il disco. Ci vogliono oltre tre minuti perchè faccia il suo ingresso il singer britannico con il suo timbro caratteristico e notiamo subito che anche se gli anni passano lui non perde un colpo. Se le produzioni dei Ten in passato hanno spesso avuto qualche problemino coi suoni, bisogna dire che ultimamente pare funzionare tutto al meglio e in questo “Illuminati” forse incontriamo la migliore registrazione, in termini di suono, della discografia della band, La nuova formazione dei Ten è a sette elementi (questo ormai da qualche anno) con ben tre chitarre a ingigantire un sound possente. Echi di battaglia fanno da introduzione a “Shield Wall”, splendido brano che coinvolge da subito grazie a parti vocali intense ed un gran lavoro alle chitarre che si intrecciano in un riuscitissimo intermezzo solista. Il maestro Darrel Treece-Birch alla tastiere ci mette del suo per creare sonorità epiche e arrangiamenti di classe. Se le sonorità vibranti ed esoteriche di “The Esoteric Ocean” appassionano, “Jericho” è il primo brano un po' scontato del disco, che sa di già sentito spulciando nel catalogo della band. La ballatona “Rosetta Stone” farà vibrare qualche cuoricino tenero anche se non regge il confronto con le migliori ballate scritte da Hughes in passato. E la seconda metà del disco mostra un leggero calo con una manciata di brani piacevoli ma che non riescono ad elettrizzare come “Heaven And The Holier-Than-Thou”, tanto per citarne una. L'altra ballata della tracklist invece è una piccola gemma; “Of Battles Lost And Won” chiude il disco al meglio con melodie intense e drammatiche.

“Illuminati” è un buon lavoro che non riesce a mantenersi sempre su livelli eccelsi, ma che nel complesso convince e conferma Gary Hughes e i Ten al top della scena melodic hard rock.

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Opinione inserita da Federico Orano    19 Novembre, 2018
#1 recensione  -  

L'heavy metal iberico non ci abbandona mai. Sono sempre di più le band che arrivano a pubblicare nuovi dischi e spesso si tratta di uscite accompagnate da una qualità più che soddisfacente.

Stavolta tocca ai Valkyria, band nata solamente ad Ottobre 2014 nella zona di Bilbao. Il debutto arriva due anni più tardi con "Principio y Fin" ed ora il gruppo è pronto a tornare con dieci brani (nove più intro) di power/heavy che vanno a formare il nuovo "Tierra Hostil". Con un cantato rigorosamente in lingua spagnola, i Valkyria difficilmente puntano su ritmi sparati. L'andatura dei pezzi è controllata come dimostrano la partenza affidata a “Código de honor” ed il mid tempo “Abatido” che accellera solo durante il refrain. Si punta invece forte su melodie di impatto con tanti cori ad accompagnare strofe e refrain ed il sound è arricchito dal buon lavoro alle chitarre della coppia Hernandez-Perez che si intrecciano durante i solos. Si alzano leggermente le marce con “Ecos del mañana” e “Rencor”, due brani che però sembrano un po' scontati mentre si fa apprezzare la ballatona “Selenelion” dedicata ai power metallers più romantici. Tra Tierra Santa e Saratoga ci pensa “Tuareg” a chiudere il disco al meglio con probabilmente la vera e autentica hit del disco.

C'è molto di già sentito in questo “Tierra Hostil” ma i brani che lo compongono sono coinvolgenti un po' come la scena spagnola ci ha sempre abituati.

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