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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Novembre, 2018
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Ammetto che non avevo avuto modo nel 2016 di ascoltare né l’EP e nemmeno il debut album dei Them, band tedesca/americana, ma ne avevo sentito parlare molto bene. Non mi sono così fatto sfuggire questo secondo full-lenght, intitolato “Manor of the se7en gables”, uscito a fine ottobre per SPV/Steamhammer. Il sound della band, come anche lo stesso nome, sono chiaramente ispirati da King Diamond e dai suoi dischi, sia come Mercyful Fate che in prima persona; del resto il gruppo era stato fondato nel 2008 dal singer KK Fossor (al secolo Troy Norr) proprio come cover band di King Diamond. Anche lo stile del singer non è poi così differente da quello del mitico Kim Bendix Petersen (a tutti noto, appunto, come King Diamond). Ecco quindi che ho potuto ascoltare molto piacevolmente 12 tracce (tra cui un’intro e due interludi), di classico horror metal, con qualche influsso power e persino qualche sfuriata dell’ottimo batterista Angel Cotte al limite del blast beat. Le atmosfere create dai Them sono ottimali per l’intento e sono ricche di pathos ed energia, oscure ed orrorifiche, davvero azzeccate per un film di George Andrew Romero o di uno qualsiasi dei suoi tanti emuli (a voi la scelta!). Diventa difficile trovare difetti in questo disco, anche perchè sono purtroppo davvero poche le bands che attualmente si dedicano a questo splendido genere musicale (chi ha detto Deathless Legacy?). Se volete farvi trasportare per poco meno di un’ora nel mondo orrorifico dei Them, non avete altro da fare che procurarvi il vostro esemplare di “Manor of the se7en gables”, tenendo presente che è anche prevista un’edizione in doppio vinile rosso con volute nere, vera e propria chicca per i collezionisti.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Novembre, 2018
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Mi ero imbattuto nei gothsters canadesi Malacoda (demone inventato da Dante Alighieri, quale capo dei Malebranche) due anni fa, all’epoca del precedente lavoro “Ritualis Aeterna”; adesso la band dell’Ontario torna con il suo secondo album, intitolato “Restless dreams” dalla inquietante copertina, edito dalla label torinese Rockshots Records. Il disco è composto da 14 brani per una durata di quasi un’ora e qui scopriamo subito il più grosso tallone d’Achille: l’eccessiva lunghezza. Ci sono infatti alcuni pezzi che sinceramente non hanno molta ragione d’esistere, tipo i rumori di fondo di cui è costituita “Darkness leads the way” (quasi 2 minuti e mezzo che sfuggono dalla mia comprensione e che poco hanno a che vedere con la musica); accanto a questi, alcuni sono troppo prolissi (i 7 minuti di “The symbol of pain” ed i 12 minuti di “Our special place” sono interminabili, soprattutto considerando che sono i due brani conclusivi), o altri che sono un gradino sotto a livello qualitativo e rischiano di annoiare (“The labyrinth within” ed “Abstract care” sono tra questi). Va dato merito ai Malacoda che hanno saputo creare perfettamente le atmosfere tipiche del gothic metal, abbastanza oscure e tetre, quasi claustrofobiche, aiutate in questo dalla voce bassa ed espressiva di Lucas Di Mascio; per i miei gusti le backing vocals in screaming ossessivo e malato (in pieno stile black metal) sono eccessive ed ingombranti ma, come detto, si tratta di gusti personali che, in quanto tali, sono ampiamente opinabili. Per il mio modo di vedere, questo screaming ci starebbe anche bene, ma andrebbe fatto un uso parecchio limitato, giusto per “incattivire” il climax dei singoli pezzi, ma senza esagerare come invece i Malacoda fanno spesso e volentieri (“Dominance” è un esempio in tal senso). Noto purtroppo ancora una volta che, nella presentazione della band, si parla di symphonic power ma mi sfugge il motivo di questa catalogazione decisamente campata in aria, visto che di power e di symphonic non vi è traccia in ciò che ho ascoltato che è gothic metal al 100%, con qualche influsso horror; trovo anche paragoni con i Kamelot o addirittura i Type O Negative... perchè si arrivi a certi azzardi sinceramente non lo comprendo, dato che il sound dei Malacoda non ha assolutamente nulla a che vedere con bands del genere. Con un po’ più di ritmo da parte del batterista, meno screaming e qualche pesante sforbiciata qua e là, questo “Restless dreams” avrebbe potuto anche raggiungere la sufficienza, per ora i Malacoda hanno ancora una volta da migliorare, per sperare di uscire dall’anonimato.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Novembre, 2018
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Finalmente una band in grado di sorprendermi! Sono passati 4 anni dall’ultima occasione in cui avevo ascoltato gli americani Dire Peril; all’epoca il gruppo di Jason Ashcraft aveva bisogno di lavorare parecchio, sia in fase di produzione, sia cercando un cantante migliore. Ebbene, nel 2015 è entrato nella band tale John Yelland, dotato di una voce davvero pregevole, in quanto a potenza ed energia. Per quanto concerne la produzione, sono bastate le prime note di questo debut album “The extraterrestrial compendium” per convincermi che questa volta si è lavorato seriamente. Ma si è lavorato sul serio anche in fase di songwriting... già, perchè sempre ascoltando le prime note dell’opener “Yuatja (Hunter culture)”, sono sobbalzato dalla sedia ed ho pensato: “magari gli Iced Earth sapessero ancora suonare a questa maniera!”. Effettivamente mi sono ritrovato a pensare a quei meravigliosi “Burnt offerings”, “The dark saga” e “Something wicked this way comes” che rappresentano l’apice della carriera del gruppo di Jon Schaffer (apice mai più raggiunto purtroppo). John Yelland non sarà Matt Barlow, ma non sfigura assolutamente nel confronto. Fortunatamente i Dire Peril, però, non si limitano a farsi ispirare dagli Iced Earth, ma trovano una loro strada miscelando abilmente power e thrash metal e si lasciano ascoltare davvero godibilmente, nonostante una certa lunghezza di alcuni pezzi che però non pesa assolutamente. Infatti, una qualità che va riconosciuta al mainman Jason Ashcraft (anche chitarrista degli Helion Prime) è quella di avere una certa capacità nel songwriting, riuscendo a costruire brani efficaci e coinvolgenti ed anche quando il minutaggio sale (la già citata opener, ma anche “Blood in the ice”, “Heart fo the Furyan” e la conclusiva “Journey beyond the stars” sono esempi in tal senso) si rimane sempre sul pezzo e non c’è alcun rischio di annoiarsi o distrarsi. Non si sa chi abbia suonato la batteria, ma l’ha fatto egregiamente. Da segnalare la presenza di due ospiti in altrettanti brani: la cantante degli Unleash The Archers, Brittney Slayes, su “Queen of the galaxy” (rifacimento dell’omonimo brano presente sull’E.P. del 2014) ed il mitico Arjen Anthony Lucassen che non ha bisogno di presentazioni, nell’ultimo pezzo del disco. C’è da dire inoltre che i testi sono ispirati da vari sci-fi movies, tra cui Predator, Total Recall, Starship Troopers, E.T e The Chronicles of Riddick. Era una vita che non mi capitava un disco del genere nel settore power/thrash e sono davvero colpito dal fatto che proviene da una band, come appunto i Dire Peril, che solo alcuni anni fa avevo giudicato ampiamente insoddisfacente, segno che, se c’è talento, basta solo instradarlo come si deve ed i risultati non tardano ad arrivare. 12 pezzi interessanti (qualcuno più degli altri obiettivamente), per 66 minuti esatti di musica davvero eccellente, suonata benissimo, cantata altrettanto bene, prodotta degnamente (in cuffia si apprezza il tutto alla grande); “The extraterrestrial compendium” è il debut album dei Dire Peril e siamo già su livelli di notevole eccellenza.... c’è solo da sperare che sappiano continuare a questo modo!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Novembre, 2018
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Ho sempre sostenuto che collaborare con una webzine come allaroundmetal.com ha, tra i suoi lati positivi, quello di scoprire bands di cui, altrimenti, non avresti probabilmente mai sentito parlare. E’ questo il caso per me degli americani Icarus Witch (cosa c’entra poi Icaro con le streghe?), gruppo formatasi nel lontano 2003 con all’attivo finora ben 4 full-lenghts, un EP e numerosi singoli. Dopo sei anni di silenzio ed il cambiamento del singer, la band di Pittsburgh, è tornata con il loro quinto album, intitolato “Goodbye cruel world”, composto da 10 brani ben strutturati ed efficaci., per una durata totale di poco superiore ai 40 minuti. L’ascolto è molto easy e disimpegnato, grazie anche al fatto che al classico heavy metal di base nel sound, vengono aggiunti diversi richiami all’hard rock degli anni d’oro di gente come Survivor o Def Leppard (tanto per citare i primi nomi che mi sono venuti in mente). L’attenzione alle melodie è quindi molto alta ed il tutto è davvero ben curato, sia a livello di produzione, come anche strumentale e canoro. Non mi sembra di trovare particolari difetti a questo lavoro; a voler essere pignoli, forse, una maggiore robustezza del sound non mi sarebbe dispiaciuta, in modo da rendere più heavy il tutto, ma qui si entra nel territorio dei gusti personali che, in quanto tali, sono ampiamente opinabili. Molto probabilmente “Goodbye cruel world” degli Icarus Witch non passerà alla storia, ma indubbiamente è un buon disco che sicuramente incontrerà i favori dei defenders più attempati, come il sottoscritto.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Novembre, 2018
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Una bella copertina, con una specie di Harrison Ford su una sedia, ci conduce al debut album dei tedeschi Once, dal titolo “After Earth”, uscito nel corso del mese di ottobre per la label teutonica Pride & Joy. La band si è formata nel 2012 e finora aveva inciso solo un demo ed un singolo. Ma cosa suonano gli Once? Come facilmente intuibile dal nome, che riprende il titolo di uno degli album di maggiore successo dei Nightwish, la musica di questi tedeschi è un classicissimo female fronted symphonic melodic metal. Quanti danni hanno fatto i Nightwish ed, assieme a loro, gente come Epica e Within Temptation (tanto per citare i primi big del settore che mi vengono in mente); davvero nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad un proliferare di bands del genere che cercano (spesso senza speranze) di emulare i propri idoli ed eguagliarne (pressoché impossibile!) il successo. Fra questo folto sottobosco di gruppi, spesso molto simili tra loro, vanno annoverati anche questi Once. Ho provato parecchie volte ad ascoltare i 13 pezzi di questo disco, al fine di trovare qualche spunto positivo, qualcosa che mi potesse colpire e convincere, senza però riuscirci mai. Fondamentalmente a questo lavoro manca ritmo e sono solo pochi i pezzi frizzanti che danno energia (alla fin fine quello che ogni metalhead richiede) e mi riferisco soprattutto a “The hour of eden’s fall” ed a “The sins of saints”. Ma i limiti non finiscono qui purtroppo. Anche la voce della singer Alina Lesnik (sicuramente capace e con competenze liriche) non stupisce, rimanendo spesso troppo uguale e poco espressiva, rischiando così di sembrare finanche stucchevole. Non può mancare, come tradizione del settore, la voce maschile in growling, che sinceramente non rappresenta né un valore aggiunto per le atmosfere dei singoli brani, né un punto a sfavore... era talmente scontato che ci sarebbe stata, che nessuno avrebbe accettato una quotazione per una scommessa. Il disco scorre via senza stupire, nonostante obiettivamente gli Once ci abbiano messo dentro un sacco di roba, tra cori lirici ed orchestrazioni sinfoniche e siano dei musicisti competenti e talentuosi. E’ possibile che chi apprezza il female fronted symphonic melodic metal potrà giudicare positivamente questo “After Earth”; nonostante io rientri da tempo tra questi, mi dispiace ma non sono riuscito a lasciarmi ammaliare, né a farmi convincere da questo disco. E’ però altrettanto possibile, oltretutto, che coloro i quali non seguono questo particolare filone musicale non riescano ad apprezzare quanto realizzato dagli Once, dato che risulta troppo simile a ciò che hanno suonato in tanti (forse anche troppi) prima di loro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Novembre, 2018
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Allaroundmetal.com ha da poco intrapreso una collaborazione con l’etichetta ellenica Alone Records; in quest’ottica pochi giorni fa dalla Grecia ci è stato inviato quella che, a loro dire, era probabilmente la migliore uscita che avessero avuto nello scorso anno: il debut album degli argentini Southern Skies, intitolato “Cradled by oblivion eyes”, stampato in soli 500 digipack numerati a mano. Occorre specificare che il disco era già uscito come autoproduzione nel settembre 2016, per poi essere licenziato dalla label a marzo 2017. I paragoni fatti erano con Helloween, Gamma Ray ed Angra; orbene, il sound dei Southern Skies non ha molto a che vedere con l’happy metal dei citati gruppi tedeschi, ma potrebbe certamente essere paragonato agli Angra; ad essere onesti, ho trovato anche qualcosa di nomi italiani come Secret Sphere e Vision Divine... potete così capire come effettivamente questo “Cradled by oblivion eyes” sia un gran bel disco, obiettivamente tra le migliori uscite in campo power metal che mi sia capitato di ascoltare, tra quelle del 2017. La registrazione è pressoché perfetta, musicalmente nulla da eccepire su nessuno degli strumenti ed anche il cantante (pur non avendo un’ugola spettacolare) se la cava piuttosto bene. Il disco è composto da 7 pezzi, cui si aggiunge la classica (ed inutile) intro, per poco più di 37 minuti di ottimo power metal, con brani costruiti molto bene e suonati, come detto, altrettanto egregiamente. Non ho notato nulla che non vada, anzi tutto funziona in maniera eccellente. E’ raro trovare un debut album fatto così bene e devo concordare con la Alone Records, quando ci ha suggerito questo disco, dato che “Cradled by oblivion eyes” è proprio un bocconcino succulento per ogni appassionato di power metal!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Novembre, 2018
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E se a settembre 2018 era uscito il disco dei greci Serpent Lord, ad inizio ottobre sono finiti sul mercato i Serpents Kiss; sempre di serpenti si parla, ma cambia qualcosa; inoltre non bisogna confonderli con i quasi omonimi Serpent’s Kiss, dediti ad un roccioso viking metal. La band di cui parliamo oggi è stata formata dal navigato musicista inglese Will Philpot (sulla scena dagli anni ’80), che ha reclutato due canadesi, il cantante Nikki Wozzo ed il batterista Mike Mallais, arrivando, dopo alcuni demo, a realizzare questo album intitolato “Dragon Lord” (titolo oserei dire inflazionatissimo), composto da 8 pezzi, per oltre 50 minuti di durata. Ecco, già qui si può intuire uno dei principali difetti di questo disco, ovverosia la durata eccessiva della metà dei brani (ben oltre i 6 minuti), fino a toccare l’apice con la conclusiva “Winters eve” che sfiora i 10 minuti. Non si tratta di suite vere e proprie che tengono incollato l’ascoltatore dall’inizio alla fine con il loro fascino, ma semplicemente di pezzi lunghi che rischiano di apparire prolissi ed annoiare ascolto dopo ascolto. Qui non abbiamo davanti gli Iron Maiden che possono anche permettersi di comporre canzoni dal minutaggio così importante senza perdere in efficacia (e pure qui potremmo discuterne...), ma abbiamo un gruppo sostanzialmente sconosciuto, al proprio debut album (almeno, dalle scarse informazioni trovate in rete, così parrebbe), con un songwriting che non brilla per efficacia, né compattezza. Nei vari ascolti, infatti, non mi rimaneva granché in mente della musica, né venivo colpito particolarmente, né coinvolto; forse la mancanza di una hit in grado di farti saltare dalla sedia contribuisce a determinare verso il basso la valutazione. Fatto sta che ogni volta che ascoltavo questo “Dragon Lord”, non rimanevo deluso, ma nemmeno venivo colpito in positivo. Il classico heavy metal dei Serpent’s Kiss, chiaramente ispirato alla vecchia ma sempre valida NWOBHM, pur essendo ben registrato e prodotto, non rappresenta nulla di nuovo, niente che non abbiano già suonato in tantissimi prima d’ora. Tante volte ho evidenziato quanto me ne importasse poco della scarsa originalità e del “già sentito”, se il disco in esame spiccasse in positivo; purtroppo non è questo il caso. Doveroso comunque sottolineare la buona prova del poliedrico e molto espressivo singer canadese, Nikki Wozzo. Se siete fanatici del più classico heavy metal, date un ascolto a questi Serpent’s Kiss, magari riuscirete a trovare ciò che non è riuscito a me....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Novembre, 2018
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Quando ho visto la copertina del disco omonimo dei Texas Metal Outlaws, lo confesso, mi è scappato un risolino, vuoi per le mega corna piazzate in maniera tamarra sul cofano della macchina in primo piano, vuoi per la scena in sé, con 4 scheletri armati di tutto punto inseguiti dalla polizia... non so se questo era l’intento della band americana, ma se si voleva essere ironici o simpatici, l’obiettivo è raggiunto. Ma chi sono i Texas Metal Outlaws? Purtroppo ho poche informazioni, se non una lunga serie di nominativi che ruotano attorno ai due chitarristi Robert Williams e Stuart Laurence che, di conseguenza, immagino siano i due loschi figuri che stanno dietro a questo progetto di cui questo che abbiamo davanti è il debut album (almeno credo). E cosa suonano i Texas Metal Outlaws? Il loro sound è un classico heavy metal, parecchio old-style, nulla quindi di singolare o che non sia già stato suonato da miriadi di bands prima di loro. Se quindi cercate originalità, meglio evitare come la peste questo lavoro, perchè di sicuro i texani non hanno intenzione alcuna di essere innovativi. Qui traspare passione per le sonorità più classiche dell’heavy metal, quel metal che sa di borchie e sudore, di whisky e locali fumosi. Peccato che la produzione sia anch’essa abbastanza “vintage”, perchè avrei sinceramente preferito qualcosa di più al passo con i tempi, per assaporare meglio soprattutto la batteria. Il disco è composto da 9 pezzi (fra cui due cover, riuscite abbastanza bene) che, tutto sommato, si lasciano ascoltare anche in modo discretamente piacevole; il lavoro viene presentato sia in cd (dalla Heaven and Hell Records) che in vinile (su Texas Metal Underground Records). Di certo bisogna essere appassionati di queste sonorità old-style per poter apprezzare il disco dei Texas Metal Outlaws... in caso contrario, potreste facilmente non gradire.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    31 Ottobre, 2018
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Gli External arrivano dalla Finlandia e si sono formati nel 2014; a luglio di quest’anno si sono autoprodotti questo mini-album di 6 brani (per quasi 40 minuti di durata!), intitolato “The blurry horizon”. Il sound dei finnici ha la proprie radici nel thrash, ma gli External lo contaminano con massicce dosi di prog metal, con tutti i pregi ed i difetti che ciò comporta. Da un lato, infatti, abbiamo indubbiamente qualcosa di originale e non comune, suonato con tecnica sopraffina; dall’altro lato, il minutaggio dei brani (fatta eccezione per i primi due) è eccessivo, tanto che l’ascolto diventa tutt’altro che semplice. Un’altro particolare che non mi è piaciuto è l’abuso del growling in stile modern metal/metalcore, che fa a cazzotti con l’approccio più melodico e cervellotico del prog; se, infatti, le parti cantate dal singer Aleksi Haukkaluoma non dispiacciono (pur se piene di effetti), quando entra il growling troppo aggressivo di Julius Lehtonen, ho fatto fatica ad apprezzare il tutto. Molto meglio quando si sente una voce femminile a duettare con Aleksi (“Parasight” ad esempio) che almeno contribuisce ad arricchire di melodia la proposta musicale, spesso dissonante e spiazzante della band. E’ indubbio che le idee degli External siano molto promettenti e fuori dal comune, il talento e la tecnica non manca di certo, però mischiare thrash e progressive non è per niente semplice ed, a questa maniera, il pericolo di annoiare è dietro l’angolo, specie con composizioni troppo lunghe e prolisse (“Rusting out” sembra non finire mai!). Siamo ancora al primo lavoro e c’è tempo e modo per migliorare; al momento gli External hanno dimostrato sicuramente personalità e coraggio e sono pronto a scommettere che il loro prossimo lavoro sarà più interessante e coinvolgente di questo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    31 Ottobre, 2018
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Avevo conosciuto i toscani Razgate all’epoca del loro debut album “Feral evolution”, inizialmente uscito nel 2016 come autoproduzione e poi stampato nel 2017 dalla Sliptrick Records. Quest’anno, cambiata label, passando alla Punishment 18 Records, i Razgate hanno sfornato questo nuovo disco intitolato “Welcome mass hysteria”, composto da 10 pezzi tutti belli tirati e rocciosi, per un thrash granitico e parecchio arrabbiato. In questo contribuisce non poco lo screaming furioso di Giacomo Burgassi che, senza abbandonare del tutto le similitudini con Tom Araya, urla come un ossesso dall’inizio alla fine. Per rendere un’idea di cosa combina Burgassi, prendete appunto Tom Araya, aggiungeteci Chuck Billy, metteteci un’altra dose di arrabbiatura e grinta, ed avrete cosa ho ascoltato in questi brani. Sarei curioso di ascoltare dal vivo questo screamer, più che altro per capire lo stato delle sue corde vocali, dopo un’oretta di urla a questa maniera. Ma la violenza sonora e l’impatto dei Razgate non sono dovuti solo allo screaming del vocalist; contribuiscono molto infatti le due chitarre, con un riffing che spesso si avvicina, o sfocia addirittura, nel death metal. La sezione ritmica è di tutto rispetto, anche se forse il basso di Niccolò Olivieri è un po’ troppo relegato ad un ruolo da comprimario e da accompagnamento. Qui non c’è spazio per la melodia, ma solo assalto sonoro e violenza dall’inizio alla fine. Se siete appassionati di questo genere di thrash così duro ed aggressivo, indubbiamente “Welcome mass hysteria” dei Razgate può fare al caso vostro; personalmente avrei preferito un po’ più di respiro, magari con una maggiore attenzione alle melodie, così da non essere troppo simili a tante altre bands dello specifico settore.... anche un minutaggio inferiore in alcuni brani (una metà di essi gira attorno ai 6 minuti), avrebbe reso maggiormente scorrevole l’ascolto... ma questa è solo questione di idee personali!

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