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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Agosto, 2018
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Gli Expiatoria si formano a Genova addirittura nel 1987 ed hanno alle spalle diversi demo tra gli anni ’90 e l’ultimo decennio. Mi sono stati presentati come “dark metal”, mentre su Encyclopaedia Metallum si parla di gothic metal; mi aspettavo dunque qualcosa che rientrasse nei miei consueti canoni di ascolto, invece sono rimasto spiazzato perchè ho trovato poco di “dark” e praticamente niente di “gothic” in quello che ho ascoltato, mentre riscontro più una specie di horror metal, con qualche richiamo al doom qua e là, un pizzico di thrash, cui si aggiunge ogni tanto un growling in stile metal estremo (alquanto fastidioso, ad essere sincero). Ma passiamo all’analisi di questo “Crimson evil eyes”, uscito a marzo 2018, dotato di artwork minimale (che fa pensare al black metal) e composto da 3 brani abbastanza lunghi e complessi. Ci sono diverse cose che non convincono nella musica degli Expiatoria. In primis proprio la lunghezza esagerata di due pezzi su tre; già il genere non è dei più orecchiabili, “allungare il brodo” diventa poi controproducente; entrambe le canzoni, infatti, sarebbero state più efficaci con un paio di minuti in meno. La voce del singer poi non mi entusiasma più di tanto; se nelle parti più pacate e cupe sembra funzionare meglio, non mi convince invece quando tenta di salire sulle note più alte. Oltretutto, per la musica oscura degli Expiatoria mi sembra sia necessaria maggiore espressività e calore, dando prevalenza alle note più basse. Una più ampia varietà nelle composizioni, inoltre, potrebbe anche rendere arioso ed appetibile l’ascolto che, a questa maniera, risulta abbastanza claustrofobico (“The librarian”, ad esempio, è un po’ troppo ripetitiva). Peccato perchè ci sono anche alcuni spunti interessanti in questi brani, come ad esempio la parte iniziale di “Nails”, acustica e quasi struggente, rovinata poi dall’ingresso del growling e dalla monotematicità delle chitarre. La produzione, infine, non è granché (specie sui piatti del buon batterista Maurizio Solarino), anche se mi rendo conto che, trattandosi di un’autoproduzione, non si può pretendere la luna nel pozzo. Mi aspettavo qualcosa di differente da questo disco che non riesce a colpirmi in positivo; date comunque un ascolto a “Crimson evil eyes” degli Expiatoria, magari riuscirete a giudicare diversamente da me.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    29 Luglio, 2018
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Questi Mind Patrol arrivano da Lucerna in Svizzera e non vanno confusi con gli omonimi progsters lussemburghesi, anche perchè gli elvetici suonano un bel thrash metal, arrabbiato a dovere, tirato e frizzante. Si sono formati nel 2012 e finora avevano all’attivo solamente un live album risalente al 2015; questo “Against all predictions” (dotato di copertina non proprio esaltante) è quindi il loro debut album in studio. Registrato anche abbastanza bene per essere un’autoproduzione, da subito si possono notare, tra le cose positive, gli assoli delle due chitarre di Yves Nellen e Christian Pfister che spesso si rifanno alla lezione dei maestri dell’heavy metal Iron Maiden, trasponendo le linee melodiche in un tessuto tipicamente thrash. Come detto, il ritmo del disco è sempre frizzante, grazie all’ottimo lavoro del batterista Matthias Gsteiger che ci sa fare con il classico tupatupa che tanto ci fa sbattere su e giù il capoccione. Anche il basso di Emil Schuler si sente nitidamente, con un lavoro di ricamo in sottofondo oscuro, ma preziosissimo. Se a livello strumentale non trovo difetti, purtroppo altrettanto non si può dire della voce del già citato Yves Nellen; aggressiva ed arrabbiata a dovere, ma nulla di più; se si cercasse un minimo di espressività differente dal furioso, sarebbe meglio lasciar perdere. Certamente, nel corso degli anni, ho sentito tanti screamer ben peggiori di questo, ma anche cantanti indubbiamente più capaci, anche in campo thrash. Un altro accenno è necessario farlo per la mancanza d’originalità; è evidente che i Mind Patrol suonano per amore verso tali sonorità, il loro thrash non è ricercato, né innovativo, ma non è evidentemente questo lo scopo della band che, al contrario, va proprio a rifarsi agli stilemi più classici del sound di scuola Bay-Area, perchè è lì che affonda le proprie radici ed attraverso quel sound tira fuori la propria passione. Chi, come il sottoscritto, è affezionato a quel tipo di thrash non potrà rimanere indifferente ascoltando le 7 tracce che compongono questo disco, ben conscio di non avere davanti qualcosa di originale, ma musica suonata con passione e dedizione, oltre che con buone capacità. Se riuscite a soprassedere verso una certa monotematicità del cantato (sempre e solo aggressivo), avrete modo di godervi dell’ottima musica thrash. “Against all predictions” è un buon esordio per i Mind Patrol a cui posso solo augurare di trovare una label seria che possa produrre degnamente il prossimo disco, le qualità del resto non mancano!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    29 Luglio, 2018
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Lo ammetto, ci ho messo davvero parecchio tempo per fare questa recensione, ogni volta che mi capitavano sotto mano i files di questo disco mi mancava il coraggio di mettermi all’ascolto, vedendo la durata dell’album di quasi un’ora e un quarto; nella tracklist, inoltre, ci sono due pezzi di 12 e 9 minuti ed un sacco che durano oltre 6 minuti, roba da mettere a dura prova anche la pazienza di un santo! E’ stato quando mi stavo per accingere ad un lungo tragitto in auto che mi è venuta voglia di mettermi all’ascolto, tanto avevo qualche ora da spendere in viaggio... Obiettivamente i componimenti degli Ostura sono abbastanza prolissi e pieni zeppi di orpelli che appesantiscono l’ascolto in maniera evidente; molti brani funzionerebbero molto meglio con un songwriting più snello; mi viene in mente ad esempio “Erosion”, canzone piacevole che ricorda anche un po’ i grandissimi Cynic in certe linee vocali ma che, se durasse 2-3 minuti in meno, sarebbe decisamente migliore. Avevo letto che il sound degli Ostura è un symphonic heavy/power metal, di fatto il gruppo libanese suona prevalentemente prog, sia pure sinfonico (c’è pure un’orchestra sinfonica tra gli ospiti!), ma di power c’è davvero poco o niente. La loro proposta è molto complessa, sia prettamente per la parte strumentale, ma anche per il gioco fra diverse voci, quella femmnile di Youmna Jreissati e quella maschile di Elia Monsef, oltre a quella dell’ospite Michael Mills, spesso piene di effetti. L’ascolto, oltre che per l’elevato minutaggio, diventa complesso e complicato anche per le tantissime atmosfere che la band ricava anche all’interno di una stessa canzone (emblematica, in tal senso, l’affascinante “Deathless”). Anche questa, come per l’elevato minutaggio, è un’arma a doppio taglio, dato che chi non è abituato a certe sonorità complesse potrebbe faticare a comprenderle, archiviando prematuramente ed immeritatamente questo disco. Già, perchè, nonostante tutto, “The room” è un album sicuramente valido ed affascinante. Di certo, se gli Ostura impareranno ad essere meno prolissi e faranno maggiore attenzione all’efficacia del proprio songwriting, il loro prossimo disco sarà ancora più interessante e coinvolgente; per adesso accontentiamoci di quanto hanno saputo realizzare in questo loro secondo album, non semplice e da ascoltare con tutta l’attenzione che merita.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Luglio, 2018
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I Traitors Gate arrivano dal Galles e sono attivi da quasi 40 anni; nel 1979 si chiamavano infatti Cyron, per poi cambiare nome in Quest tra il 1980 ed 1982, anno in cui hanno definitivamente adottato il monicker attuale. Dopo una pausa lunga oltre 25 anni, nel 2016 la band si è riformata, per pubblicare finalmente quest’anno il proprio debut album, intitolato “Fallen”, dotato di una copertina non proprio esaltante. Il sound dei Traitors Gate affonda le proprie radici nella NWOBHM dei primissimi anni ’80, quindi niente di particolarmente originale o che non sia stato suonato negli ultimi 35/40 anni da miriadi di altri gruppi in giro per il mondo. Ecco, forse il problema principale della musica dei Traitors Gate è proprio che è troppo old-fashioned. Nulla di male nell’essere affezionati a certe sonorità da buon true defender, ma siamo nel 2018 e forse forse sarebbe il caso di aprirsi al tempo che passa e non rimanere ancorati eccessivamente agli anni ’80. Tralasciando questo discorso, c’è da dire che i 10 brani che compongono questo disco, tutto sommato, non sono poi così malaccio e si sente che sono suonati e cantati con passione ed amore. Si potrebbe obiettare che forse tutti quanti sono un po’ troppo lunghi ed andrebbe migliorato il songwriting in modo da renderli più efficaci e snelli; si potrebbe aggiungere che in alcuni casi il ritmo è un po’ troppo moscio e noioso, ma mi rendo conto che non tutti i pezzi possono essere ritmati come, ad esempio, lo è “Edge of destruction” (che, con un paio di minuti in meno, sarebbe una canzone interessante). Si arriva alla fine dell’ascolto che non rimane granché, se non una sensazione di non aver ascoltato chissà cosa e, detta sinceramente, si fa fatica a farsi venire la voglia di ri-ascoltare nuovamente tutto per poter adempiere correttamente al proprio compito di recensore. Ho messo tutta la mia buona volontà, ma i vari ascolti di questo disco non mi hanno fatto cambiare idea: “Fallen” non è niente di eccezionale ed è troppo old-fashioned; ai Traitors Gate va riconosciuta la passione e l’amore per l’heavy metal ma, continuando a questa maniera, ho seri dubbi che possano conquistare nuovi fans...

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Luglio, 2018
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Quando ci hanno proposto l’esordio omonimo dei serbi Judgement, ci è stato scritto che era accostabile ad Iron Maiden, Iced Earth, Rage, Annihilator, Control Denied, King Diamond e Death; l’esperienza mi ha insegnato a non fidarmi di questi paragoni ma, tra me e me, mi sono detto: “Wow!”... e purtroppo mi sbagliavo! La maggior parte dei suddetti paragoni è letteralmente campata in aria; di Iron Maiden, Rage, Control Denied, King Diamond e Death non vi è sostanzialmente nulla, assolutamente niente a che vedere con questi grandi nomi! Potremmo trovare qualche lontana affinità agli Annihilator per i riff della chitarra ritmica, ma meglio evitare paragoni con la solista; qualcosa potrebbe ricordare lontanamente l’heavy/thrash degli Iced Earth, senza però averne la capacità evocativa e soprattutto senza avere un cantante di pari caratura. “Judgement” è un E.P. di cinque pezzi, per poco meno di venti minuti, con una copertina che farebbe pensare ad un metal più estremo; non dispiace ascoltarlo, dato che comunque l’heavy/thrash suonato dai serbi non è male, ma per favore non cerchiamo paragoni inverosimili. I Judgement suonano per passione e si sente, ma non credo aspirino a diventare i big del settore, anche perchè non mi pare ne abbiano le qualità e l’inventiva. Aggiungete una produzione non proprio cristallina, che “impasta” un po’ troppo gli strumenti e sacrifica alquanto il basso, e capirete il perchè del voto non sufficiente. I cinque brani di questo E.P., come detto, non sono male, ma dubito fortemente abbiano la benché minima possibilità di essere ricordati in futuro, se non dai fans della band serba. I Judgement hanno bisogno di fare di più (partendo da una produzione migliore!) e crescere ancora in personalità per sperare di emergere dall’underground.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Luglio, 2018
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Ci sono dischi di fronte ai quali basta un solo ascolto per rendersi conto di avere tra le mani un piccolo capolavoro; purtroppo questo non succede spesso ma, quando si ha a che fare con i Derdian, le probabilità in tal senso aumentano vertiginosamente. La band lombarda non ha mai sbagliato un colpo ed, anche questa volta, si presenta con un disco, intitolato “DNA”, semplicemente strepitoso. Ciò che stupisce ancora una volta è che i Derdian siano stati costretti nuovamente all’autoproduzione; possibile che non ci sia una label seria che si renda conto delle notevoli potenzialità di questa band e proponga loro un valido contratto? Davvero non finisco mai di sorprendermi della cecità del music business che ci ammorba di immondizie musicali e non si accorge di simili gemme nascoste. Ma torniamo al disco che è composto da 11 pezzi (di cui uno proposto anche in due diverse lingue, inglese e spagnolo, rispettivamente intitolate “Nothing will remain” e “Ya nada cambiara”), cui si aggiunge una breve intro che è una sorta di mini-ouverture classica e che, contrariamente a quanto accade di solito, non è poi così inutile. Il sound dei Derdian è come sempre ancorato al power sinfonico, ma questa volta ha anche diverse variazioni. In primis bisogna notare un accresciuto protagonismo delle tastiere del mitico Marco “Garry” Garau, vero e proprio valore aggiunto al sound. Ma ci sono anche influenze diversissime, dalla rhapsodyana “Hail to the masters”, alla blueseggiante “Elohim” la cui parte centrale sorprende notevolmente per le proprie digressioni davvero distanti dal classico power metal; non mancano richiami al neoclassicismo con, ad esempio, “Part of this world”. Ma è tutto il disco che convince pienamente, senza una nota fuori posto o nemmeno un attimo che sia qualitativamente inferiore all’eccezionale, suonato e cantato in maniera sopraffina. “DNA” è un disco che può creare dipendenza in chi l’ascolta, soprattutto se siete fans del power sinfonico; personalmente credo che sarà difficile per chiunque nel 2018 riuscire a far meglio dei Derdian. Concludo con una frase tanto cara ad un famoso recensore del passato: “Buy or die!!”

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Luglio, 2018
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Molto probabilmente questo non era un disco da proporre ad una webzine di musica metal, dato che di metal qui non c’è praticamente niente. Ma andiamo per gradi. Qualche mese fa ci è stata proposta la recensione di “As Árvores Estão Secas e Não Têm Folhas”, quarto disco dei portoghesi Urze De Lume, gruppo di cui non avevo mai sentito parlare in precedenza e presentato come dedito a musica folk ispirata alle tradizioni iberiche. Lo ammetto, mi sono fatto ingannare pensando che ci si riferisse al folk metal, visto che veniva proposta la recensione ad una metal webzine come la nostra; invece, il sound dei portoghesi è proprio folk al 100% senza nulla a che vedere con il mondo metal. E’ tutto acustico con chitarra e violini, non mi pare di aver notato un basso, sostanzialmente non ci sono percussioni (se non in sporadici momenti in 3 o 4 pezzi) a dare un minimo di ritmo e brillantezza ed il disco è interamente strumentale, fatta eccezioni per brevissime parti parlate in qualche brano. Su tutto poi aleggia un’aura di tristezza che fa a cazzotti con l’allegria cui ci ha abituati il folk metal in generale. Capirete che per sorbirsi l’ascolto di questo disco bisogna essere nelle giuste predisposizioni di spirito, non cercare energia, allegria o altre emozioni, ma lasciarsi andare alla sua ombrosità e tetraggine; in caso contrario, infatti, dopo un paio di minuti lancereste il disco dal terrazzo del vostro condominio, per vedere se almeno per giocare a frisbee serve a qualcosa. Mi dispiace non sapere chi suona cosa in questa band, ho anche cercato in giro qualche informazioni, ma non sono riuscito nel mio intento, quindi dovrete accontentarvi solo dei nomi dei componenti del gruppo. E’ stato un errore inviare questo disco dal lungo titolo per una recensione ad una webzine di musica metal, perchè dubito ci sia qualche metalhead in grado di apprezzare quanto suonato dagli Urze De Lume, almeno personalmente non ne conosco nessuno...

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Luglio, 2018
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A poco più di un anno dal valido “Into the glorious battle”, tornano gli svedesi Cryonic Temple del chitarrista Esa Ahonen con il loro sesto album intitolato “Deliverance”, dotato di piacevole copertina realizzata dall’artista Federico Mondelli (musicista nei Frozen Crown e nei Dirty Rain), con i testi che probabilmente sono ancora legati ad un concept fantascientifico come in passato. Il power metal dei Cryonic Temple è da sempre fresco e piacevole (tolto forse il punto più basso della loro carriera rappresentato da “Immortal” del 2008) ed anche questa volta è così. Questa formazione, messa assieme prima del precedente disco, sembra funzionare e la qualità di buona parte delle composizioni sono lì a testimoniarlo. Certo, ben 14 canzoni (comprendendo la riuscita intro e la bonus track finale) per oltre un’ora di durata sono un po’ tantine e forse avrei tenuto 3-4 canzoni da parte per la realizzazione di un E.P. tra un full-lenght e l’altro, ma si tratta di semplici punti di vista personali che non vanno ad inficiare la qualità del prodotto. In tal senso, infatti, è doveroso segnalare pezzi molto piacevoli come le frizzanti “Starchild”, “Knights of the sky”, “Pain and pleasure” ed “Under attack” che costituiscono ottimi esempi di power metal di scuola scandinava; persino la conclusiva “Insomnia” (con il basso per protagonista alla Steve Harris) è decisamente piacevole e non merita assolutamente il ruolo di bonus track dell’edizione in digipack. Di contro, purtroppo la band continua ad inserire fin troppi brani lenti per i miei gusti, “Loneliest man in space”, “Temple of Cryonics” e “Swansong of the last emperor” rappresentano circa ¼ della tracklist e penso si sarebbe potuta evitare almeno una delle tre; se poi ci aggiungete la non brillante title-track “Deliverance” (forse il pezzo peggiore di tutti), capirete che c’è ancora qualcosa da migliorare. Con questo loro sesto disco, i Cryonic Temple hanno comunque realizzato un buon lavoro, “Deliverance” non passerà alla storia del metal, ma può sicuramente incontrare i favori di tutti i fans del power metal di scuola scandinava.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Luglio, 2018
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I Free From Sin arrivano dalla Svezia e sono stati costituiti nel 2009 dal cantante Per Englund e dal chitarrista Patrik Lämborg; da allora hanno realizzato solamente il debut album omonimo nel 2015 ed arrivano in questi giorni, trovata una vera e propria band attorno ai due leaders, al secondo disco intitolato semplicemente “II”. Dopo l’immancabile quanto inutilissima intro “Pandemonium”, parte la veloce “Faces of Christ” che fa sperare in un bel disco di power metal di scuola scandinava, che ricorda i vecchi Stratovarius, con notevoli richiami alla musica classica, grazie all’inserto di una parte della famosa “Rondò alla turca” di Mozart. Si tratta purtroppo di un fuoco di paglia, dato che, con il procedere della tracklist, ci si trova davanti al classico “mezzo disco”, un lavoro che funziona solo in alcuni brani, mentre in altri decisamente non va e rasenta pericolosamente la noia, anche per via di componimenti di durata un attimo esagerata. Già la successiva “Mr. Blakk” non esalta, risultando sì massiccia, ma anche eccessivamente ripetitiva. Se fosse stata l’unica canzone a questa maniera, si sarebbe anche potuto passare oltre, ma purtroppo non è così. Con “Devil’s mule”, ad esempio, si tocca il fondo; oltre 8 minuti decisamente monotoni che sembrano non finire mai; altrettanto si può dire di “The unholy”, quasi sei minuti sostanzialmente sempre uguali e senza la benché minima variazione. Sulla stessa scia anche la decima traccia “Gabriel”, anche se le parti corali rendono il brano quanto meno non noioso, nonostante sia anch’esso abbastanza ripetitivo. Dall’altro lato hanno buone potenzialità le neoclassiche “Worldvictim” (decisamente un errore relegarla al ruolo di bonus track, dato che è molto migliore di buona parte dei pezzi della tracklist!) e “God made me hate” (nonostante il primo inutilissimo minuto), la frizzante “Borderline” (tra i pezzi migliori, assieme alla già citata “Faces of Christ” ed alla bonus track) e la veloce “Deceiver”. Non male anche “Break and burn”, anche se forse è un po’ troppo hard-rockeggiante per i miei gusti. I Free From Sin, con questo “II”, realizzano un disco in cui si alternano componimenti validi ad altri decisamente inferiori a livello qualitativo e pericolosamente vicini alla noia; hanno necessità di migliorare il proprio songwriting (in alcuni casi sembrano voler inutilmente “allungare il brodo”...) e renderlo più compatto e lineare. Le capacità tecniche non mancano a questa band, spero in futuro possa regalarci qualcosa di meglio.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Luglio, 2018
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Che Maurizio Chiarello della Underground Symphony fosse un grande talent scout è cosa risaputa da tempo tra gli addetti ai lavori; per lui parlano i nomi delle bands che ha scoperto: Labyrinth, Arthemis, White Skull, Skiltron, Power Quest, Mesmerize, Shadows of Steel, Skylark e sicuramente ne dimentico qualcuna... Qualche mese fa mi parlò di una band di Pesaro con cui stava per firmare un contratto, anticipandomi che erano davvero interessanti... ed anche questa volta Maurizio Chiarello con la sua Underground Symphony ci ha visto bene! I Devious Mine, questo il nome della band, sfornano infatti un debut album, dal titolo “Exilium”, semplicemente strepitoso e che farà innamorare immediatamente ogni fan del power metal di scuola italiana. Qui tutto funziona alla perfezione, le tastiere di Matteo Di Palma supportano alla grande la chitarra solista di Luca Biccari; Lorenzo Aliventi alla batteria impone quasi sempre un ritmo forsennato, ma sa essere poliedrico e non limitarsi al solito compitino; avrei preferito un po’ più di protagonismo dal basso di Luca Lucertini, che comunque ricama in sottofondo il suo fondamentale lavoro. C’è poi Alberto Ambrogiani, il cantante, voce pulita e squillante, calda ed espressiva (ascoltatelo nella ballad “One way love”... da brividi!), che sa usare anche il vibrato (mi ricorda in tal senso un po’ Alexx Hall, degli indimenticabili ed ingiustamente bistrattati Wonderland), insomma un vocalist di tutto rispetto. E’ davvero un peccato che questo disco duri solamente poco più di 35 minuti, per 8 brani più intro, perchè non mi stancherei mai di pigiare quel “play” e ricominciare più e più volte ad ascoltare questo splendido disco! Non mi addentro nell’analisi dei singoli pezzi, perchè tutti quanti sono strepitosi e funzionano alla grande, senza nemmeno una nota fuori posto o un attimo di stanca, dico solo che un brano come “Struggle of hope” è l’esempio di come deve essere un perfetto pezzo power metal, da far diventare oggetto di studio. I Devious Mine sono la dimostrazione che, pur non inventandosi nulla, nel power metal c’è ancora possibilità di realizzare dischi di spessore e di ottima qualità. “Exilium” è solo il loro debut album e già siamo sicuramente tra le migliori uscite power al mondo nel 2018... non oso immaginare cosa questa band potrà riservarci in futuro! Che spettacolo!!

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