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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Giugno, 2018
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Con il monicker “Silent scream” esistono o sono esistite oltre una decina di bands in giro per il mondo; solo in Italia ce ne sono state tre ed oggi parleremo dei metallers bolognesi Silent Scream, formatisi nel 2015 per iniziativa del chitarrista Pier Stark e della batterista Claudia Depau. Nel 2017 hanno registrato il loro E.P. d’esordio, intitolato “My dark side”, uscito per MASD Records a marzo 2018. Sarei curioso di sapere se si sono ispirati per il nome della band al brano degli Slayer, oppure a quello dei Royal Hunt (tanto per citare le bands più famose che hanno composto canzoni con questo titolo). Il sound dei Silent Scream è un piacevole heavy metal dalle tinte thrash; in cui lo strumento principale sono le due chitarre del predetto Pier Stark e di Alessandro Gori che regalano riff e parti soliste di gran gusto. Anche Claudia Depau dietro le pelli se la cava molto bene, imponendo un ritmo sempre frizzante con frequenti passaggi in doppia-cassa; purtroppo non ho sentito molto protagonista il basso di Fabio Costa, forse un po’ troppo sacrificato dalla registrazione che non gli rende merito. C’è poi da spendere due parole sul cantante Gabriele Madau, dotato di ugola pulita, ben si destreggia nelle parti melodiche ed in quelle più aggressive, forse non è molto a proprio agio nei momenti più cupi, in cui serve dare un po’ più di calore ed espressività alle note più basse (come ad esempio in “Anger”). “My dark side” è composto da sei brani tutti molto piacevoli e che si lasciano ascoltare senza problemi, regalando energia a profusione; persino la breve iniziale “Falling star” non rientra tra le classiche inutilissime intro, ma è un vero e proprio pezzo a sé stante che funziona egregiamente. Come detto in precedenza, si tratta del disco d’esordio, di conseguenza i Silent Scream hanno ampi margini di miglioramento, visto anche che il talento non manca loro; già così siamo su ottimi livelli, mi aspetto un full-lenght ancora migliore. In bocca al lupo ragazzi!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Giugno, 2018
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Tra i dischi usciti nel 2017 e pervenuti in redazione ad allaroundmetal.com solo di recente, uno che sicuramente merita ogni attenzione è “IV” dei thrashers spagnoli In Vain. La band madrilena è attiva sin dal 2004 e, come intuibile dal titolo, arriva al traguardo del quarto full-lenght. Non avevo mai sentito parlare di questo gruppo e mi dispiace tanto, perchè il loro thrash metal melodico, con qualche pizzico di power alla Orden Ogan (specie in "Throug our veins"), è indubbiamente piacevole, suonato bene, ricco di energia, molto ritmato, con pezzi efficaci e cantato anche in maniera ottimale. Il singer Daniel Cordón (anche chitarrista), infatti, spazia da parti in screaming a momenti più moderati ed espressivi con estrema semplicità e sorprende decisamente in maniera più che positiva. Il batterista Teodoro Seoane picchia come un forsennato dall’inizio alla fine, ma è anche poliedrico e non si limita al classico tupa-tupa monolitico. Le due chitarre macinano riff e parti soliste di gran gusto con il basso che ricama in sottofondo. Il disco è composto da 10 pezzi e parte con una breve strumentale iniziale che non è la classica inutile intro, ma un pezzo a sé stante. Si susseguono ottime hits thrash, ma credo che il top si raggiunga con l’autocelebrativa “In vain”, canzone dotata di un refrain azzeccatissimo che si stampa in testa immediatamente e che viene voglia di urlare a squarciagola assieme al cantante, ma anche di parti strumentali davvero di gran gusto. “IV” è sicuramente uno dei migliori dischi usciti nel 2017 in campo thrash che abbia avuto il piacere di ascoltare e mi meraviglia enormemente che gli In Vain abbiano dovuto far ricorso all’autoproduzione; riceviamo tonnellate di immondizie musicali dalle labels in giro per il mondo, anche le più note, ed è davvero sorprendente che un disco di simile valore sia autoprodotto ed una band così talentuosa non abbia un contratto!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    28 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 28 Mag, 2018
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Tra i dischi del 2017 che ci sono arrivati di recente in redazione dalla Fastball Music, l’ultimo è quello dei tedeschi Vanish, il terzo della loro carriera, intitolato “The insanity abstract”. Ci è voluto più tempo, dato che lo stile dei teutonici è un progressive metal, con qualche leggero tocco power, molto elegante, ma decisamente non semplice da assimilare; un ascolto disattento, infatti, non permetterebbe di cogliere tutti i particolari che i Vanish mettono nella loro musica. Solo piazzandosi bene in testa le cuffie, così da isolarci dal resto del mondo, la musica di “The insanity abstract” ci svela tutto il suo fascino e la sua eleganza. Anche se su allaroundmetal.com avevamo recensito il loro precedente lavoro (“Come to wither” del 2014), non conoscevo il sound di questo gruppo ed è stata per me una piacevole scoperta. Il disco, dopo l’inutile intro iniziale, si apre con un paio di pezzi più vicini al power-prog, belli tosti e ritmati, subito piacevoli da ascoltare e che conquistano il favore di chi, come il sottoscritto, preferisce appunto il power. Ma è con “Make believe (Slipstream part I)” che i Vanish cominciano a far capire quale veramente sia il proprio stile. Un prog complesso e ricco di atmosfere differenti, ma sempre molto attento alle melodie, tosto quando serve, senza mai essere esagerato e, persino quando il minutaggio sale pericolosamente (vedasi la splendida “We become what we are” o la lunga conclusiva “When the mind bursts”), non si perde mai la bussola e non si corre quasi mai il rischio di annoiarsi (qualche rallentamento di troppo forse andrebbe evitato, almeno per i miei gusti, come su “Somewhere along the line”). Tutti i pezzi sono comunque di buon livello e, se dovessi trovare il migliore, a parte l’accoppiata iniziale “The pale King” (scelta per un video) e “Follow”, nonché la già citata “We become what we are”, forse darei la palma a “That way madness lies”, che ricorda parecchio da vicino lo stile dei mitici Secret Sphere. Strumento principale sono le due chitarre della coppia Schönle/Rösch e le tastiere che ogni tanto ci piazzano anche qualche intelligente digressione elettronica in apertura di alcuni brani. E’ proprio il tastierista ad occuparsi anche delle parti vocali e devo dire che Bastian Rose se la cava benissimo, con una voce calda ed espressiva che, all’occorrenza, sa essere anche grintosa ed aggressiva. Avrei preferito un po’ più di protagonismo del batterista Ralf Nopper e soprattutto del bassista di origine italiana Daniele Dei Giudici, ma si tratta di punti di vista personali che non inficiano il risultato finale. Mi sembra, infatti, abbastanza evidente che “The insanity abstract” dei Vanish sia un disco più che valido che sicuramente andrà incontro ai favori dei fans del progressive, ma anche di chi comunque sa apprezzare la buona musica.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Mag, 2018
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Puntuale ogni anno arriva la terza parte della raccolta di inediti e rarità dei Mesmerize, “Scrape of the barrel – Vol. 3”; questa volta distribuita al Rock’n’Roll di Rho (MI), in occasione del concerto del 06.05.2018. Si trattava di un concerto speciale (e mi dispiace essermelo perso!), per festeggiare il ventennale del mitico “Tales of wonder”, il debut album dei Mesmerize, nonché uno dei migliori della loro carriera. Ma veniamo a questa nuova raccolta. Si parte con una vera e propria chicca intitolata “Time stands still”, pezzo che fu escluso dalla scaletta di “Stainless”; si tratta di un cupo heavy metal, robusto a dovere, ma mai eccessivamente veloce che comunque non avrebbe sfigurato nella scaletta di quel disco. Segue “The needle lies”, cover dei Queensrÿche, estratta dal grandissimo “Operation: mindcrime”, probabilmente il miglior disco di sempre della carriera della band americana. Seguono due pre-produzioni di brani che poi sono finiti nelle tracklist di due differenti album, “Masterplan” (su “Paintropy”, purtroppo ultimo full-lenght risalente al lontano 2013) e la splendida “Princess of the wolves” (finita su “Stainless”). A ruota poi arrivano i brani live; “Jail tv” e “Ragnarok” registrate al Palavobis di Milano il 13/9/2002 durante un indimenticabile festival di bands italiane (oltre ai Mesmerize, c’erano Vision Divine, Drakkar e Domine). Gli ultimi due pezzi invece risalgono al 26.07.1998 a Gaggiano (MI), dopo l’uscita del loro debut album; da segnalare che l’ultima traccia è la cover della mitica “Heaven & hell” dei Black Sabbath, qui abbastanza irrobustita. Cos’altro aggiungere? E’ indubbio che i Mesmerize sono un pezzo di storia dell’heavy metal italiano e sono sempre convinto che avrebbero meritato molto, ma molto più successo di quanto non ne abbiano avuto. Personalmente spero sempre di poter ascoltare un loro nuovo album e, nell’attesa, mi godo questa nuova raccolta.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 07 Giugno, 2018
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I Chronosfear sono stati fondati nel 2003 con il monicker di Wings of Destiny (nome che venne cambiato nell’attuale nel 2012), per iniziativa del batterista Michele Olmi che qualcuno ricorderà per il suo passato negli Spellblast e negli Evenoire. Stabilizzata la line-up e trovato un cantante di spessore in Filippo Tezza (già noto per aver cantato nei Concordea, Empathica e nei suoi progetti personali), ecco che la band italiana rilascia su Underground Symphony il proprio debut album omonimo. In tanti anni di recensioni, sia qui su allaroundmetal che sulla sua precedente incarnazione di powermetal.it, molto raramente mi sono trovato davanti ad un’opera prima realizzata così bene! Qui davvero non manca niente, dall’accattivante artwork, alla registrazione, ma soprattutto alla qualità sopraffina della musica. Chi pensa che il power metal non abbia sostanzialmente più nulla da dire, farebbe bene a ricredersi ascoltando questo disco. Tra Stratovarius Tolkki-era e primi Labyrinth, la proposta musicale dei Chronosfear si lascia ascoltare molto gradevolmente, nonostante una certa lunghezza di alcuni dei brani, particolare quest’ultimo che non disturba affatto, segno che, quando c’è la qualità, l’efficacia di un componimento può essere slegata dalla sua durata. Ho ascoltato e riascoltato questo disco non so più quante volte, senza mai stancarmi, ma anzi con il raro pregio di scoprire ogni volta qualcosa di nuovo ed accattivante. Filippo Tezza lo conosciamo e sappiamo quale ottimo singer sia; anche Michele Olmi sappiamo benissimo che razza di batterista è. Accanto a loro ci sono Xavier Rota (che qualcuno di voi ricorderà negli Spellblast) al basso e due nuove scoperte per me: Davide Baldelli alle tastiere (chiaramente ispirato da Jens Johansson nel suo stile) ed Eddie Thespot (al secolo Edoardo Lamacchia) alla chitarra. Entrambi danno sfoggio del loro talento lungo tutto il disco, senza però mai essere esagerati nei loro virtuosismi. Più vado avanti a scrivere e negli ascolti e più mi rendo conto di avere tra le mani uno di quei dischi che, nella classica top 10 dell’anno, sicuramente finiranno ai primi posti. Credo di essermi anche dilungato troppo, se siete fans del power metal, il debut album omonimo dei Chronosfear non deve mancare nella vostra collezione, perchè si tratta di una delle migliori uscite nello specifico settore del 2018!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2018
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Ho sempre seguito con piacere gli spagnoli Angelus Apatrida, anche se è dall’epoca di powermetal.it e del loro terzo album “Clockwork” (2010) che non mi occupo di una loro recensione. Da allora sono passati diversi anni, due albums (“The call” nel 2012 e “Hidden evolution” nel 2015), ma nessun cambiamento di formazione che ha permesso al combo spagnolo di crescere ancora più di quanto non avesse già fatto. Del resto la line-up stabile sin sostanzialmente dalla formazione della band, non può che giovare al risultato finale! Se ancora non conoscete questi eccezionali thrashers spagnoli, prendete i Testament, mischiateci un po’ di Slayer e Death Angel ed avrete il sound degli Angelus Apatrida. Persino la voce del buon Guillermo Izquierdo, nelle parti più violente, ricorda una specie di incrocio tra Chuck Billy e Tom Araya, anche se indubbiamente, rispetto ai due predetti mostri sacri, se la cava meglio nelle clean vocals. Oggi parleremo di “Cabaret de la guillotine”, sesto album del gruppo di Albacete, con piacevole artwork realizzato dall’artista Gyula Havancsák (quella testa di porco nel cesto è semplicemente geniale!), un disco che trasuda thrash metal da ogni nota e che manderà in visibilio ogni fan di questo specifico genere musicale. Qui non c’è una virgola fuori posto, le chitarre sono affilate come rasoi, macinano riff ed assoli in maniera sublime, creando un wall of sound assieme al basso di tutto rispetto; il batterista pesta come un dannato senza soluzione di continuità, connotando il disco con un ritmo sempre sostenuto, ma anche fantasioso. Poi, come detto, c’è il singer che spazia senza problemi tra screams arrabbiatissimi e parti pulite espressive al punto giusto. Naturalmente la registrazione pressoché perfetta, che esalta il lavoro di ogni musicista, contribuisce al risultato finale in maniera determinante. Da fan del thrash, sono rimasto semplicemente a bocca aperta ascoltando “Cabaret de la guillotine”, disco che credo potrà ambire al ruolo di migliore in assoluto del 2018 nello specifico settore musicale. Gli Angelus Apatrida hanno fatto centro, confermandosi tra le migliori thrash bands al mondo, sarà molto difficile per chiunque far meglio di loro quest’anno!

P.S. Una thrash-ballad splendida come "Farewell" erano tanti, ma tanti anni che non mi capitava....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Mag, 2018
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Avevo conosciuto l’anno scorso gli svizzeri Infinitas all’epoca del loro full-lenght di debutto intitolato “Civitas interitus”, disco che non mi era dispiaciuto, ma che presentava diversi problemi, sia per l’eccessiva violenza di alcuni pezzi, ma anche e soprattutto per la lunghezza esagerata di alcune composizioni. A distanza di un anno, registrati alcuni cambi di line-up (con l’ingresso di una violinista e l’uscita di Laura Kalchofner e Pauli Betschart), la band si ripresenta con un E.P. di soli 4 pezzi intitolato “Skylla”, brano che era già presente sull’album, ma che qui è trasformato e decisamente migliorato. Viene accorciato di quasi due minuti, adeguatamente ritmato, si presenta decisamente ruffiano ed orecchiabile. Dopo la brevissima strumentale “Conclusio” (un minuto circa), troviamo la versione acustica di “Samael”, altro brano che era presente sul full-lenght (forse tra i migliori dell'album), ma che è stato ridimensionato nella durata (una trentina di secondi in meno), risultando maggiormente efficace e sicuramente più affascinante in questa nuova veste con strumenti acustici; oltretutto il batterista Piri se la cava anche bene con le backing vocals. Il lavoro viene chiuso da “Leprechaun”, altro pezzo strumentale, molto folk e poco metal, ma decisamente coinvolgente ed orecchiabile, ideale per far festa tutti assieme, ben innaffiati da birra ghiacciata. Rispetto al lavoro precedente, gli Infinitas hanno fatto passi da gigante, soprattutto sull’efficacia dei singoli componimenti; personalmente avrei preferito un po’ più di elettricità, dato che la componente più prettamente metal si sente soltanto nella title-track. Si tratta comunque solamente di un piccolo dettaglio che non inficia assolutamente la validità di questo “Skylla”; se gli Infinitas proseguiranno su questa strada, sono sicuro che il prossimo full-lenght sarà una bomba di folk-metal! Attendo con impazienza....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2018
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I Kinetik provengono da Firenze e sono attivi dal 2011; dopo una serie di cambi di formazione arrivano quest’anno su Punishment 18 Records alla pubblicazione del loro debut album, registrato nel 2017, intitolato “Critical fallout” e composto da 11 pezzi. Lo stile della band è un thrash bello arrabbiato ed aggressivo, complice anche la voce dello screamer Roberto Grillo che urla la sua furia senza soluzione di continuità; non sarà un Sy Keeler (a mio parere uno dei migliori cantanti thrash della storia), ma se la cava più che bene. Ho apprezzato particolarmente il lavoro della coppia di chitarre di Massimo Falcioni ed Alessio Corsi, che regalano belle parti soliste e riff affilati come rasoi. La batteria di Niccolò Stumpo detta un ritmo spesso molto elevato, ma sempre con precisione, mentre il basso di Giacomo Pierotti fa un importante lavoro in sottofondo, regalandosi anche qualche parte da protagonista, come nell’inizio dell’ottima ed oscura “Eymerich” (pezzo che sarebbe splendido se durasse un paio di minuti in meno). Il disco è aperto dalla strumentale “Out of the shelter”, che potrebbe essere considerata una specie di intro, anche se alla fin fine non è poi così inutile; si sviluppa per poco più di 48 minuti di thrash fatto davvero bene, che fa venire spesso e volentieri voglia di sbattere su e giù il capoccione a martoriare le nostre vertebre cervicali. Non vi sono cali di tensione o qualitativi ed i vari pezzi si equivalgono pressoché tutti tra loro. In Italia abbiamo parecchie thrash metal bands molto valide; adesso dobbiamo tenere in considerazione anche i toscani Kinetik, perchè il loro “Critical fallout” (nonostante una copertina non proprio esaltante) è un disco sicuramente valido.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Mag, 2018
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Esistono numerose bands nel continente americano con il monicker “Infrared”, oggi parleremo dei thrashers canadesi (da Ottawa), attivi sin dal 1985 che si autoproducono il loro secondo album, intitolato “Saviours”, dotato di copertina non proprio esaltante con una specie di esercito di zombie. Non conoscevo questa band (ignoro quindi come sia il loro debut album risalente a due anni fa, dal titolo “No peace”) e devo confessare che sono stato attirato dalla descrizione che un’agenzia canadese con cui abbiamo consolidati rapporti da anni aveva fatto del loro sound: “For fans of a mix of the Big 4, Testament, Exodus, Metal Church, SOD”, tutti nomi a cui sono legatissimo e che seguo appunto dalla mia gioventù negli anni ’80. Non ho trovato molto calzante il paragone con il thrash newyorkese degli Anthrax (uno dei Big 4, per chi non lo sapesse...), né con lo stile degli S.O.D.; non ho trovato nulla dell’heavy dei Metal Church e poco della brutalità degli Slayer (altro Big 4...). Mentre ci può stare il paragone con il thrash della Bay-Area californiana di Exodus, Megadeth, Metallica e Testament in rigoroso ordine alfabetico; è, infatti, evidente che gli Infrared, avendo vissuto sulla loro pelle gli anni ’80, sono rimasti legati a quelle sonorità fantastiche. E fin qui, tralasciando ogni discorso sull’originalità, tutto ok; ma allora perchè “Saviours” non raggiunge la sufficienza? Per un grosso difetto: la durata eccessiva delle singole canzoni. Quasi un’ora per sole 8 canzoni è un’enormità che pochissime bands possono permettersi nel thrash e purtroppo non gli Infrared. Ed è un peccato, perchè la prima metà del disco sarebbe anche interessante, se ogni pezzo durasse almeno un paio di minuti in meno. Fino alla quinta traccia gli Infrared mettono in mostra un thrash piacevole, fatto di ritmiche serrate ed improvvisi rallentamenti (quasi mosheggianti, unico ponte con lo stile degli Anthrax), con un grandissimo lavoro di basso e batteria, ma anche piacevoli parti soliste di chitarra. Persino la voce sporca di Armin Kamal ben si sposa con il sound ruvido della band. Ma se fin qui si poteva anche sopportare una durata eccessiva (ripeto, se tutti i primi 5 pezzi durassero un po’ meno, avremmo qualcosa di notevole!), ci sono poi gli ultimi tre pezzi a dare la mazzata finale. “They kill for Gods” dura quasi 8 minuti e rasenta la noia mortale, con quelle ritmiche ossessive e sempre uguali; “Father of lies” sa fin troppo di primi Metallica, il che potrebbe essere anche un complimento se il brano partisse all’incirca dal secondo minuto, dato che la parte iniziale è sinceramente evitabile. L’ultima “Genocide convention” fa pensare parecchio da vicino agli Slayer, ma anche qui gli Infrared dimostrano di non prestare attenzione alcuna alla struttura ed all’efficacia dei singoli brani, dilungandosi inutilmente. Aspetto i canadesi al prossimo disco, sperando siano più concisi, per ascoltare finalmente un prodotto valido, perchè questo “Saviours” non è in grado di raggiungere la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Mag, 2018
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Quando ho letto la bio di accompagnamento ricevuta per questa recensione, mi sono detto: “ma questi non sono normali, sono completamente fuori di testa!”; ed in un mondo in cui troppo spesso ci si prende troppo sul serio, ci vogliono personaggi come i Daylight Silence che dalla loro cronosfera si sono fermati a Roma per registrare il debut album “Threshold of time” che parla di un viaggio, di come i membri dell’equipaggio della cronosfera si siano conosciuti all’alba del quarto millennio, della loro prigionia, ecc. del resto lo stesso progetto Daylight Silence nasce per oltrepassare i limiti di spazio e tempo. Insomma avrete capito che stiamo parlando di un concept fantascientifico che va oltre il singolo disco, ma include la band stessa ed i suoi membri. Il sound del gruppo è un piacevole heavy metal classico, con una notevole attenzione per le melodie, qualche tocco progressive qua e là, nonché un flavour hard rockeggiante che rende l’ascolto più easy. Il disco è composto da 8 brani, di cui i primi 3 sono semplicemente strepitosi, ricchi di energia, frizzanti e davvero coinvolgenti. Purtroppo non tutti gli altri sono allo stesso livello; già la quarta traccia “Failing to the ground”, nonostante della parti vocali esaltanti, si dimostra leggermente troppo blanda. Forse la scelta della scaletta non è stata molto indovinata, dato che la parte centrale del lavoro è un po’ troppo lenta, ha poco ritmo ed energia e mostra pericolosamente il fianco alla noia (specie in “Making up my mind”). Sul finale l’album si riprende, con altre tracce interessanti come “Sleep” e soprattutto la title-track “Threshold of time”, in cui finalmente il batterista Mr. Wolf ci fa ascoltare un po’ di doppia-cassa. Le due chitarre sono le protagoniste nel sound della band, accompagnate molto bene dal basso; avrei preferito maggiore protagonismo della batteria, ma si tratta di gusti prettamente personali. Notevole per tutto il disco invece la prestazione vocale del Comandante Von Braun, singer a cui la natura ha donato una gran voce che sa utilizzare in maniera espressiva ed emozionante. Non so quando la cronosfera dei Daylight Silence tornerà nella nostro millennio per regalarci un nuovo disco, ma spero che sia tutto all’altezza dei pezzi migliori di questo “Threshold of time”, così da avere un prodotto più compatto e qualitativamente superiore. Trattandosi di un debut album, siamo già ad livelli più che positivi.

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