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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Novembre, 2018
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I Torian sono una delle tante bands tedesche che suonano power metal e lo fanno da oltre 15 anni, con all’attivo finora 3 full-lenghts ed un EP, il cui debut fu addirittura rilasciato dalla nostra mitica Underground Symphony nell’ormai lontano 2005. Non avevo mai sentito parlare di loro, prima che la neonata label Ram It Down Records ci proponesse la recensione del quarto album di questo gruppo, intitolato “God of storms”, dotato di piacevole copertina realizzata dall’artista Claudio Bergamin. Pur arrivando dalla North Rhine-Westphalia, i nostri non si ispirano alla classica scena power tedesca di Grave Digger, Rage, Running Wild o Helloween e Gamma Ray, quanto piuttosto ai loro corregionali Orden Ogan (anche loro della North Rhine-Westphalia) ed agli Hammerfall, aggiungendoci raramente anche un pizzico di folk. Ci troviamo quindi ad ascoltare cori in quantità che danno quel tocco di epicità tanto cari agli Orden Ogan (non a caso il produttore di questo disco è Seeb Levermann), una voce acuta e potente del buon Marc Hohlweck, ritmi sempre belli sostenuti (ottimo il batterista Manuel Gonstalla!), chitarre che ricamano assoli di gran gusto ed un basso che pulsa a dovere. I 10 pezzi dell’album sono tutti ben costruiti ed efficaci, con un occhio sempre attento alle melodie; il disco dura poco meno di 50 minuti e si lascia ascoltare e ri-ascoltare molto gradevolmente. Personalmente non conoscevo i Torian e sono grato alla Ram It Down di avermeli fatti scoprire. Se amate il power degli Orden Ogan, date una chance a questo “God of storms” dei Torian, non ne rimarrete delusi!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Novembre, 2018
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Gli Skull Pit sono una band di recentissima formazione, dato che l’incontro tra lo statunitense Mem Von Stein (Exumer) ed il giapponese Tatsu Mikami (Church Of Misery) risale a quest’anno. Pur rimanendo ognuno nel suo paese, i due grazie al cyber-spazio hanno potuto realizzare questo debut album omonimo. Purtroppo la Metal Blade non ha fornito informazioni su chi si sia occupato di suonare batteria e chitarre, né siamo stati in grado di trovare informazioni in rete, ragion per cui sorvoliamo su questo particolare. Ma cosa accomuna un giapponese ed uno statunitense? L’amore per l’heavy metal degli anni ’80, specialmente quello dei Motorhead del mitico Lemmy Kilmister. A ciò si unisce un sound che strizza a volte l’occhio al punk/hardcore tanto in voga nella scena newyorkese, città in cui vive il singer. Cercate originalità? Qui non ne troverete traccia, perchè non è di certo questa l’intenzione degli Skull Pit. Loro due vogliono suonare la musica che amano e tributare una delle band che ne ha scritto la storia, come appunto i Motorhead. Purtroppo Von Stein non ha l’ugola abrasiva, né la classe del compianto Lemmy ed un paragone tra i due è semplicemente improponibile. Il disco è composto da 10 pezzi, tutti molto simili tra loro, per una durata totale di poco inferiore ai 40 minuti. Tutto sommato l’ascolto non dispiace, specie se si ha qualche annetto sulle spalle e magari si è potuto crescere, come il sottoscritto, durante la NWOBHM. Resta comunque l’interrogativo di come una label importante come la Metal Blade abbia potuto mettere sotto contratto un progetto del genere che, per amore di obiettività, non ha assolutamente nulla di nuovo o che non abbiano suonato (e continuino a suonare) miriadi di bands, anche migliori di questa, in giro per il mondo. Se siete fans sfegatati dei Motorhead, suggerisco un ascolto a questi Skull Pit che molto probabilmente potrebbero andare incontro ai vostri gusti; in caso contrario, pur rimanendo su una sufficienza ampiamente meritata, è indubbio che c’è molto di meglio in giro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Novembre, 2018
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Importanti novità in casa Sinbreed, dato che è cambiato il cantante (aggiungo “finalmente”!), con l’ingresso del nuovo singer olandese Nick Holleman, che ha militato anche nei Vicious Rumors, a cui si aggiunge la seconda chitarra dello spagnolo Manuel Seoane (ex-Mago de Oz). Con questa nuova formazione, il gruppo tedesco rilascia il quarto album, intitolato semplicemente “IV” (che fantasia!), composto da 10 brani e dotato di una copertina tra le peggiori viste quest’anno. Per fortuna è la musica che conta ed i Sinbreed confermano quanto di buono avevano realizzato in passato e, per quanto possibile, lo migliorano, con pezzi davvero piacevoli e coinvolgenti, nessuno escluso. Protagonisti del sound sono le due chitarre del già citato Seoane e del grande Flo Laurin (che si occupa anche delle tastiere) che macinano riff e parti soliste di gran gusto, ben sostenute dal pulsare del basso di Alexander Schulz; dietro le pelli troviamo un certo Frederik Ehmke che non ha bisogno di presentazioni (10 minuti di vergogna per chi non lo conosce!) e si conferma ancora una volta uno dei migliori batteristi al mondo nel power metal, imponendo un ritmo sempre frizzante e sostenuto. Finalmente adesso la band ha anche un cantante che mi convince pienamente (con tutto il rispetto dovuto al suo predecessore!), dato che Holleman sembra un Bobby “Blitz” Ellsworth con un’ugola meno aggressiva e più educata, direi da power metal; il suo contributo è notevole e la fruibilità della proposta musicale dei Sinbreed ne guadagna di parecchio. Aggiungiamo che, vista l’esperienza dei musicisti coinvolti, anche la fase di songwriting ha la sua importanza, dato che tutti i pezzi sono efficaci e ben costruiti, oltre che registrati perfettamente. A cavallo tra il l’happy metal dei Freedom Call ed il power più classico della tradizione teutonica, i Sinbreed con questo “IV” hanno realizzato sicuramente il miglior disco della loro carriera, nonché una delle migliori uscite nello specifico settore del 2018.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Novembre, 2018
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I Frozen Land nascono nel 2017 per iniziativa del chitarrista Tuomas Hirvonen e per il suo amore verso il power metal scandinavo degli anni ’90/2000; dopo aver trovato il resto della band nel suo paese (fra cui figura anche il batterista degli Astralion, Aki Kuokkanen), scova su YouTube un talentuoso cantante italiano, Tony Meloni, e decide di farlo entrare in formazione. Nasce così questo interessantissimo debut album omonimo, con una copertina che raffigura, come tradizione richiede, il classico paesaggio dell’inverno scandinavo ed un guerriero vichingo, realizzata dall’artista russo Andrey Vasilchenko. Il sound è naturalmente ispirato dalla scena power scandinava di 15/20 anni addietro, quindi nomi come Stratovarius e primi Sonata Arctica, ma anche Celesty, Dreamtale, Insania ed altre bands minori che hanno costellato quel movimento di ottimi dischi. Fra quelli, anche se con qualche anno di ritardo, va sicuramente annoverato anche questo “Frozen land” a cui obiettivamente, tralasciando il discorso sulla mancanza di originalità, non manca assolutamente niente per far breccia nel cuore di chi ha amato quelle sonorità in passato. Chitarra che macina riff ed assoli neoclassici di gran gusto, tastieroni alla Jens Johansson, batteria che detta un ritmo indiavolato e sempre frizzante ed il basso che pulsa; su tutto poi la voce squillante ed acuta del nostro connazionale Tony Meloni, per il sottoscritto vera e propria scoperta, dato che non avevo mai sentito parlare prima di lui. Aggiungete che il disco è stato masterizzato dal mitico Mika Jussila negli storici Finnvox Studios e capirete che sostanzialmente questo disco non ha nemmeno una virgola fuori posto. Nove pezzi (cui si aggiunge, come decima traccia, la cover di un brano di tali E-Type, a me sconosciuti) che sono nove gemme di power metal, estremamente efficaci, realizzate senza fronzoli ed anzi con una notevole attenzione per il songwriting e le melodie... per essere un debut album qui siamo decisamente avanti! Se siete nostalgici e vi mancano gli Stratovarius dei bei tempi, quelli di capolavori come “Episode” e “Visions”, i Frozen Land sono qui per colmare questa lacuna.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Novembre, 2018
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Per i Blade Killer il detto “quando l’abito non fa il monaco” non vale; già dalla copertina dell’album mi è sembrato di essere catapultato indietro nel tempo ai mitici anni ’80, aggiungiamo il nome ed il sound in puro stile vintage ed il quadro è completo. Già, perchè in questo “High risk”, debut album della band californiana, ho potuto ascoltare del fottutissimo heavy metal che spesso e volentieri sconfinava nello speed, proprio come si faceva 30/35 anni fa. Reminiscenze di primissimi Iron Maiden (il pezzo “Midnight” sembrerebbe estratto dal mitico “Killers” di Steve Harris & C.), ma anche qualcosa dei grandissimi Agent Steel si mischia nel sound dei Blade Killer che, comunque, strizzano l’occhio alla scena speed metal odierna, molto attiva nel Nord America (chi ha detto Striker?). Per un genere simile le chitarre devono essere affilate come rasoi e la coppia Rubio/Vazquez (cui si aggiunge anche la terza chitarra del cantante) non si risparmia di certo, la batteria deve pestare a dovere ed imporre un ritmo forsennato e Peter Lemieux si fa notare in positivo. C’è poi il basso, forse lo strumento fondamentale che deve ricamare e accorpare il tutto, qui abbiamo la bionda Kelsey Wilson che si fa notare non solo per il suo fascino, ma anche per la sua notevole bravura. Veniamo al cantante, per questo genere musicale mi sarebbe piaciuto un’ugola più acuta, magari uno screamer, ma Carlos Gutierrez non è né l’uno e né l’altro; il suo stile è spesso sporco e roco e forse è il tallone d’Achille della band, nel senso che ne limita le potenzialità; mi rendo conto che non tutti possono essere John Cyriis, ma mi dispiace dire che la prova di Gutierrez non mi ha entusiasmato particolarmente. Tra tutti gli appassionati dell’heavy/speed metal, comunque, questo “High risk”, debut album dei Blade Killer, è un disco che sicuramente raccoglierà consensi.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Novembre, 2018
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I Dystopolis arrivano da Brema in Germania e si sono formati per iniziativa del cantante Andreas Müller (il cui stile ricorda alquanto quello di Michael Seifert e, di conseguenza, quello di Chris Boltendahl) esattamente 10 anni fa. Finora avevano realizzato autonomamente solo due dischi e, grazie alla neonata label Ram It Down Records, licenziano questo “V.E.N.O.M.”, già uscito nel 2016 come autoproduzione e costituente il secondo album della loro carriera. Il disco è composto da 10 tracce per quasi un’ora di robusto heavy metal al confine con il thrash. Già da subito, con breve calcolo matematico, si può comprendere come tutti i brani abbiano durate non brevi, attestandosi quasi tutti oltre i 5 minuti; forse un songwriting un po’ più snello, con qualche sforbiciata di un minutino ciascuno, avrebbe reso più fruibile e snello l’ascolto. Il sound dei Dystopolis è fortemente influenzato dallo stile degli Iced Earth (senza però avere un cantante paragonabile ai vari singer che si sono succeduti nella band americana), con cori epici ed un ritmo sostenuto, ma mai eccessivo. Qualche richiamo anche ai Nevermore o si può trovare lungo l’album. La voce del leader della band è il classico vocione roco tanto in voga tra i teutonici ma che, detta sinceramente, non mi entusiasma più di tanto; sia chiaro, non è male, ma forse per questo genere musicale sarebbe stato meglio uno screamer dalle tonalità più acute. Ciò nonostante e senza curarsi di una certa mancanza di originalità, l’ascolto di questo disco non si rivela particolarmente complicato, non entusiasma particolarmente, ma nemmeno delude. I Dystopolis con il loro “V.E.N.O.M.” raggiungono quindi senza fatica la sufficienza, ma dovranno far di meglio in futuro se vogliono avere qualche speranza di emergere dall’underground.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Novembre, 2018
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Avevo conosciuto i toscani Athrox all’epoca del loro debut album “Are you alive?”, uno dei migliori dischi thrash che avevo ascoltato nel 2016; adesso la band si presenta con il proprio secondo lavoro, intitolato “Through the mirror”, dotato di una bella copertina e composto da 10 pezzi. Lo stile della band è più thrash rispetto al passato, tanto che adesso possono essere accostabili ai Testament più melodici; le chitarre molto più “piene” e ricche di groove si allontanano dalle radici tipicamente heavy del passato e, complice un leggero rallentamento del ritmo, il sound strizza l’occhio anche a certe tendenze modern (ad esempio “Sadness n’tears”) che non mi affascinano più di tanto ma che, per essere obiettivi, sono fatte come si deve e ci stanno anche bene nell’economia generale del lavoro. Anche la voce di Giancarlo “Ian” Picchianti contribuisce a questa “sterzata”, dato che le parti canore sono più di frequente indirizzate verso lo scream, a discapito di una certa espressività di fondo che aveva connotato il precedente lavoro; sia chiaro, abbiamo sempre davanti un cantante che pochissime thrash metal bands in giro per il mondo possono vantare di avere, ma anche il suo apporto è più violento ed aggressivo. Noto anche una vena leggermente melanconica in alcuni passaggi (come in “Dreams of freedom”, molto Testament nelle chitarre acustiche), che contribuisce ad innalzare l’innegabile fascino di questo lavoro. Gli Athrox si sono incamminati da poco sulla loro strada, la loro carriera è sì breve, ma già connotata da risultati lusinghieri; anche con questo “Through the mirror” sono sicuro raccoglieranno consensi a 360°, dato che obiettivamente abbiamo davanti un gran bel disco che ogni thrasher che si rispetti deve far suo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Novembre, 2018
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I danesi Artillery sono tra le mie thrash metal bands preferite praticamente da sempre, sin da quando acquistai nel lontano 1990 il mitico “By inheritance”, obiettivamente il miglior disco da sempre della band dei fratelli Stützer. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata tanta e gli Artillery hanno realizzato diversi dischi, specie da quando si sono riformati nel 2007, senza però mai superare le vette compositive di quel meraviglioso album (forse il solo “When death comes” del 2009 era in grado di competervi seriamente). Questa volta ci riprovano con il loro nono album, intitolato “The face of fear”, terzo lavoro uscito per Metal Blade Records, composto da 9 pezzi nuovi, più il rifacimento di due vecchi pezzi del repertorio del gruppo, fra cui spicca “Mind of no return” che era presente sul primo demo, “We are the dead” del 1982, della cui formazione originale rimangono solo i fratelli Stützer. Chi conosce gli Artillery sa a cosa si può andare incontro con questo disco, dato che i danesi non hanno modificato di una virgola il loro approccio al thrash metal. Ecco quindi che le due chitarre sono protagoniste del sound, con assoli di gran gusto e parti melodiche davvero azzeccate; accanto ad esse la sezione ritmica si muove pesante ed armonica ed arricchisce la proposta musicale. C’è poi il buon Michael Bastholm Dahl al microfono, che non sarà mai al livello del grande Soren Adamsen (in formazione tra il 2007 ed il 2012), ma che comunque rimane tra i migliori cantanti in circolazione nel thrash metal. Il disco dura poco più di ¾ d’ora per un Thrash metal con la “T” maiuscola, come solo pochissimi eletti sono in grado di suonare. Inutile soffermarsi sulle singole canzoni, sappiate che tutte sono di livello molto superiore alla media (anche se la strumentale “Under water” ricorda troppo i Metallica di “Welcome home”) e non vi è un attimo in cui si possa anche solo dubitare di avere davanti uno dei migliori dischi thrash del 2018, se non forse proprio il migliore. Anche questa volta gli Artillery hanno fatto centro e “The face of fear” si piazza sicuramente nelle parti alte della discografia della loro ormai lunghissima carriera.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2018
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Con ben tre chitarre e tre cantanti (due uomini ed una donna), direttamente dalla Svezia, grazie alla sempre attenta AFM Records, ci arrivano i Brothers Of Metal. Se volete una vagonata di cliché iper-abusati del power metal, qui avrete solo l’imbarazzo della scelta, dal nome della band solo per “true defenders” che inneggiano alla fratellanza del metal, passando per la copertina con la classica divinità muscolosa ed arrabbiata, fino ai testi ed ai titoli delle varie canzoni, in cui troviamo riferimenti alla mitologia norrena in quantità, per finire alla conclusiva traccia “We believe in metal” che farebbe impallidire i Manowar per tamarraggine, senza dimenticare trucchi ed abbigliamento che ricordano il viking metal. I Brothers Of Metal sono questi, prendere o lasciare; se queste cose vi hanno stufato forse è meglio finire qui di leggere; al contrario, se vi interessa solo la musica e del contorno non ve ne frega niente, allora conviene andare oltre con la lettura, perchè il power metal di questi svedesi è davvero interessante. Occorre premettere che questo “Prophecy of Ragnarök”, debut album, era già uscito ad aprile 2017 in autoproduzione, mentre la AFM Records l’ha pubblicato, con differente copertina, il 16 novembre 2018. Tre cantanti differenti tra loro conferiscono un tocco indubbiamente particolare, abbiamo la voce aggressiva di Joakim Lindbäck Eriksson (una sorta di emulo di Chris Boltendahl e Michael Seifert), quella pulita (ma non lirica per fortuna!) di Ylva Eriksson, mentre le parti recitate sono opera della “lingua degli Dei” appartenente a Mats Nilsson. Musicalmente il power del gruppo svedese si ispira principalmente alla scena tedesca (con appunto i Grave Digger ed i Rebellion come punti di riferimento) con qualche richiamo anche ai connazionali Hammerfall, ma la presenza di tre chitarre rende il sound più massiccio e di impatto. Contribuisce non poco poi anche il bassista Emil Wärmedal, che ci regala anche qualche parte solista. La batteria (“incudine e tamburi di guerra”....) di Johan Johansson (che in italiano sarebbe una specie di “Giovanni Di Giovanni”) non dispiace assolutamente e si fa sentire bene, anche con un sapiente uso della doppia-cassa. I pezzi, oltre che ben suonati, sono ben costruiti ed efficaci, hanno qualche tocco folk qua e là (“Defenders of Valhalla”), nonché un sacco di cori epici sicuramente azzeccati tanto che, nonostante una tracklist forse un po’ lunga, si arriva alla fine del disco senza affanni e con una certa voglia di ricominciare l’ascolto. Saranno tamarri all’inverosimile, ma a me i Brothers Of Metal ed il loro “Prophecy of Ragnarök” mi hanno convinto e conquistato!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    17 Novembre, 2018
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I Madog arrivano dalla Carinzia in Austria e sono attivi addirittura dal 1991; mea culpa, nonostante io sia un fan del power metal, non ne avevo mai sentito parlare prima che ci fosse proposta la recensione di questo “Raven”, terzo album della loro carriera, a distanza di ben 17 anni dal loro precedente full-lenght. Lo stile della band austriaca è un piacevole e frizzante power metal, ispirato dalla scuola tedesca di Grave Digger, Rebellion & C.; nulla di nuovo sotto questo cielo quindi, ma indubbiamente un power metal che si ascolta molto gradevolmente e che infonde energia in quantità, con 11 pezzi (+ l’immancabile inutile intro) efficaci, ben costruiti, mai prolissi e registrati come si deve. Ma allora perchè un’insufficienza? Il problema dei Madog è fondamentalmente uno solo: il cantante! Se Hanzi Zedrosser si limitasse a suonare la chitarra (cosa che fa anche molto bene) sarebbe molto meglio; purtroppo la sua voce non è in grado di dare quel tocco fondamentale nel power metal. Sembrerebbe una copia sgraziata di Roberto “Jessie” Quassolo (indimenticabile ex-singer dei Dark Horizon) con la tonsillite; quando il singer austriaco prova a “sporcare” la sua voce diventa anche tollerabile, ma quando si sforza di cantare in falsetto il risultato non è proprio dei più esaltanti. Ed è un vero peccato perchè, come detto, la musica dei Madog sarebbe davvero piacevole, ma un cantato del genere compromette quanto di valido si riesce a fare a livello strumentale. Mi auguro di ritrovare presto i Madog e non dover attendere altri 17 anni per avere un successore di questo “Raven”, con la speranza che la prossima volta abbiano in formazione un cantante valido, perchè a questa maniera purtroppo è impossibile raggiungere la sufficienza.

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