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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 08 Settembre, 2018
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“I Metal Allegiance sono nati come celebrazione dell’heavy metal”, così esordiva la presentazione della Nuclear Blast di questa band e del loro secondo album intitolato "Volume II - Power Drunk Majesty". Rispetto al primo disco, il gruppo americano ha indurito il proprio sound, sbarcando decisamente su lidi thrash metal, con persino qualche puntata sul death melodico. Ciò che contraddistingue questo disco è un’estrema eterogeneità della proposta musicale per adattarsi alle peculiarità dei vari cantanti ospiti. Ecco quindi che si va da un thrash tribale quando a cantare è Max Cavalera (e sembrerebbe un pezzo scartato da “Roots”, il che non vuole essere un complimento!), ci si avvicina all’heavy quando c’è Troy Sanders (ma il brano è abbastanza fiacco e ripetitivo, salvato solo dall’assolo di chitarra) ed al power teutonico quando a cantare è Mark Tornillo (alla grande!); con Trevor Strnad o Johan Hegg ci si avvicina al death melodico, mentre è thrash puro e semplice quando cantano Bobby Blitz Ellsworth (e sembrerebbe di ascoltare un brano del mitico “Horrorscope”) o Mark Osegueda. Mi dispiace di non aver ascoltato qualcosa di symphonic, ma solo un heavy abbastanza canonico sull’ultimo pezzo cantato da Floor Jansen, ma forse la mancanza di un tastierista in questo è pesata (e perchè non trovare un altro ospite?). Con tanta carne al fuoco, c’è il rischio di rimanere spiazzati? Direi proprio di si, perchè ognuno di noi ha le proprie preferenze musicali ed, a volte, generi così differenti tra loro possono non essere apprezzati o semplicemente compresi alla stessa maniera; probabilmente per un deathster questo disco potrebbe risultare troppo “moscio”, mentre un “true defender” magari lo troverebbe troppo violento. L’estrema eterogeneità è un’arma a doppio taglio ed in questo disco si manifesta in tutto il suo significato intrinseco. Se poi andiamo a guardare il lato puramente tecnico e strumentale, qui abbiamo davanti dei veri e propri mostri sacri; Alex Skolnick è come sempre superlativo con la sua chitarra, David Ellefson (ma anche il songwriter Mark Menghi) al basso ci sa fare eccome e non ha bisogno di presentazioni... c’è poi Mike Portnoy... con la batteria è semplicemente mostruoso! Chi ama, come il sottoscritto, questo strumento potrà trovare nello stile di Portnoy l’esaltazione vera e propria, dato che questo musicista è in grado di suonare la batteria come solo pochissimi sanno fare al mondo. Tirando le somme e facendo una media tra i vari punti di vista, ne viene fuori comunque una buona votazione per "Volume II - Power Drunk Majesty", sperando che la prossima volta i Metal Allegiance non ci sorprendano ancora di più.... chissà, magari ci potrebbero regalare un pezzo black metal o qualcosa di gothic, oppure quel symphonic che questa volta è mancato... ma sempre con la loro immensa classe!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Settembre, 2018
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I Forged In Blood nascono a Milano nel 2008 dalle ceneri dei Toxic Youth; solo a maggio 2018 però, grazie alla Punishment 18 Records, arrivano al traguardo del debut album con questo cd omonimo (molto bella la copertina!), composto da 10 brani, cui si aggiunge la breve strumentale “A taste of heaven”. La buona produzione presso gli Elnor Studio del mitico Mat Stancioiu (10 minuti di vergogna per chi non conosce questo mostro sacro del metal italiano!), mette nel giusto risalto tutti gli strumenti; ne viene fuori un piacevole heavy metal classico, con qualche richiamo all’epic metal, anche per via della somiglianza del falsetto del buon Roberto Liperoti, con il grande Morby (altri 10 minuti di vergogna per chi non conosce quest’altro mostro sacro del metal italiano!). Il ritmo è nella maggior parte dei casi molto frizzante, ben sostenuto dal batterista Hicham "HCY" Jamai e dall’ottimo bassista Max Dr. Novo; in alcuni casi, però, il ritmo rallenta e si fa pesante ed oscuro. Un esempio lo troviamo in “Fine dark line”, forse il brano meno accattivante del lotto per via di una certa ripetitività, salvato solo da un coro orecchiabile e ruffiano. Il disco scorre via per i suoi circa 50 minuti di durata e si lascia ascoltare piacevolmente, anche più volte, pur senza far gridare al miracolo. Brani come “Game is on”, “Aylan’s eyes” (in cui il cantante dimostra di saperci fare anche quando non usa il falsetto), “It’s on the blade” con il suo vago flavour orientaleggiante o la veloce “Black renegade”, infatti, convincono e conquistano. Forse manca quella hit in grado di fare la differenza, quel pezzo che ti convince immediatamente ad investire i tuoi soldi per l’acquisto del cd; ciò nonostante, i Forged In Blood con il loro debut omonimo hanno realizzato un disco sicuramente valido e fanno ben sperare per il futuro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Settembre, 2018
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Avevo conosciuto gli americani Helion Prime all’epoca del loro debut album omonimo del 2016, ristampato poi l’anno scorso dalla AFM Records, rimanendone colpito molto favorevolmente, dato che il loro roccioso power metal era decisamente piacevole! Il gruppo californiano aveva poi una caratteristica particolare, abbastanza rara nello specifico settore, che era quella di avere una cantante di sesso femminile, qualità che solo poche bands con un simile sound hanno, come Crystal Viper o i nostri White Skull. Quando mi è arrivato questo secondo disco, intitolato “Terror of the cybernetic space monster” (si prosegue, quindi, con il concept fantascientifico), ho scoperto che purtroppo la validissima Heater Michele (che mi ricordava un po’ la nostra grande Sara Squadrani) era stata sostituita da un uomo, il cantante cipriota Michael Sozos (anche se la label ce lo presenta al contrario, con Sozos come nome e Michael come cognome...). Ora, nulla da dire sulle capacità e sulle qualità di questo singer, ci mancherebbe, ma la particolarità degli Helion Prime era quella di avere una voce femminile che adesso non hanno più, diventando così una delle tante bands di power sparse per il mondo, che faranno anche musica piacevole per chi segue questo genere di metal, ma che non ha molto a distinguerle dalle altre. Un po’ come accadde ai White Skull poco più di 15 anni fa, quando il buon Gus Gabarrò subentrò alla mitica Federica De Boni, facendo perdere consensi alla band italiana... così è andata anche per gli Helion Prime, con la speranza che Michael Sozos possa avere più fortuna dell’ex-cantante dei teschi italiani. Venendo alla musica di “Terror of the cybernetic space monster”, ho anche la sensazione qua e là che i componimenti siano stati originariamente realizzati per voce femminile e poi adattati al cambio di cantante. Resta comunque il dato di fatto di un disco più che piacevole, composto da 8 brani (+ la consueta inutile intro) belli frizzanti e sparati (ottima la prova del nuovo batterista Alex Bosson!), ricchi di ottime melodie e sempre orecchiabili. Da segnalare anche che la title-track posta in chiusura è una lunga suite (oltre 17 minuti!), piena di atmosfere differenti e cambi di tempo che potrà anche appassionare chi adora composizioni così lunghe, ma con il rischio di stancare chi invece la pensa diversamente. Tirando le somme, “Terror of the cybernetic space monster” degli Helion Prime è un buon disco, ma non oso immaginare quanto sarebbe stato meglio con Heater Michele...

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    31 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 31 Agosto, 2018
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“Signori del Tridente”... devo ammetterlo, quando ho letto il nome di questi Lords of the Trident e visto un po’ di foto di questi cinque americani, tutti bardati in improbabili costumi di scena, ho pensato: “ecco l’ennesimo gruppo improponibile!”.... ma mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo, perchè i Lords of the Trident sono una band interessantissima, poliedrica e talentuosa, seppur scanzonata e dall’aspetto buffo. Non conoscevo questo quintetto che usa pseudonimi di fantasia, ma nella biografia inviatami ho scoperto che addirittura ha realizzato finora tre full-lenghts (“Death or sandwich” nel 2009, “Chains on fire” nel 2011 e “Frostburn” nel 2015) , tre EP (“Plan of attack” nel 2013, “A very Lords of the Trident Christmas” nel 2014 e “Re:Quests” del 2015), oltre a due live-DVD... insomma tanta roba! Evidentemente mi deve essere sfuggito qualcosina.... ma spero di recuperare presto perchè la musica della band del Wisconsin è proprio gradevole e si ascolta in maniera molto easy. Come detto il sound è molto vario, si parte da una base classicamente heavy, su cui si innestano variazioni sul tema, inserendo parti più tipicamente power (“Death dealer” o “Reaper’s hourglass”), qualcosa di sinfonico (“Figaro” e con un titolo simile cosa vi aspettavate?), un pizzico di melodic (“Chasing shadows”), fino anche ad un po’ di speed (“Burn it down”). Insomma, qualcosa che è proprio un piacere da ascoltare e riascoltare, a dimostrazione che, quando si ha talento, anche il più classico heavy metal, suonato e risuonato da tantissimi negli ultimi 40 anni, può risultare fresco e godibile. I Lords of the Trident, inoltre, hanno la rara qualità di avere un songwriting efficace, i loro componimenti sono diretti e privi di inutili orpelli, segno ulteriore che ci sanno davvero fare, nonostante quegli pseudonimi e quel loro aspetto burlone ed irriverente. Sia i musicisti che il cantante sono molto validi ed anche la produzione è davvero ottimale. “Shadows from the past” (questo il titolo dell’album), oltre ad avere una bella copertina, è anche uno dei migliori dischi che abbia ascoltato in questo 2018! Ora non mi resta che andare a cercare anche il vecchio materiale dei Lords of the Trident.... fans dell’heavy e del power, non esitate e fate vostro questo validissimo disco!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Agosto, 2018
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Gli Eunomia sono una creatura del tastierista norvegese Peter Danielsen, fratello minore di quel Marius che tre anni fa ha realizzato un interessante album con il progetto “Marius Danielsen’s Legend of Valley Doom”. Il piccolo di casa Danielsen ha formato questa band nel 2011 e, avvalendosi di un lungo elenco di ospiti, è arrivato al debut album con questo “The chronicles of Eunomia – Part 1”. Come nel caso del fratello si tratta di un concept fantasy con musica power sinfonica. Negli undici pezzi + intro di questo disco ci sono tutti i cliché tipici del symphonic power metal: cori epici, atmosfere magniloquenti e pompose, assoli neoclassici e tappeti di tastiere ed orchestrazioni. Il problema è che ce ne sono fin troppe, tanto che il full-lenght dura la bellezza di oltre 72 minuti, con ben sette brani che si assestano oltre i 6 minuti di durata. Se il songwriting fosse attento ed esperto non ci sarebbe il rischio di risultare prolissi avvicinandosi alla noia, ma non è questo il caso; i pezzi degli Eunomia, infatti, spesso corrono il pericolo di risultare noiosi per via della estrema lunghezza delle composizioni, il che è un peccato perchè, tutto sommato, la musica è piacevole da ascoltare e sicuramente ben suonata e cantata. Sembra come che l’autore avesse voglia di ostentare tutte le sue capacità, finendo per perdere il bandolo della matassa, andando a metter dentro fin troppa roba, dimenticandosi così della semplicità e della fruibilità delle proprie composizioni. Personalmente sono un fan del power sinfonico, ma tutta questa quantità di cori epici e parti narrate, sinceramente, ascolto dopo ascolto, finiscono per appesantire tutto, se non addirittura stancare. Una certa ripetitività di alcuni brani (vedasi “Freedom call”, con il suo coro ripetuto allo sfinimento), inoltre, non aiuta per niente. Ripeto, mi dispiace davvero, perchè se i pezzi fossero un po’ più snelli ed efficaci, avremmo davanti davvero un grandissimo disco. “The chronicles of Eunomia – Part 1” degli Eunomia, nel suo essere mastodontico, dimostra come il troppo storpi e non permette di raggiungere un voto elevato, nonostante ne avrebbe avute tutte le potenzialità.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Agosto, 2018
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Dopo essermi perso il precedente disco “Voices of fire” uscito nel 2016, riesco ad accaparrarmi il nuovo disco dei tedeschi Van Canto, il settimo della loro carriera, intitolato “Trust in rust”, dotato di copertina alquanto minimale riportante semplicemente le iniziali V e C incrociate. E’ anche il primo disco senza il mitico Philip Dennis Schunke “Sly”, sostituito da Hagen Hirschmann (anche cantante dei thrashers Desilence e dei power metallers Logar’s Diary); devo da subito evidenziare che non so quanto la band ci abbia guadagnato da questo cambiamento, dato che la voce del buon Hagen non mi sembra adeguata a sostituire quella del suo predecessore... ma sarà solo il tempo a stabilire se la scelta è stata felice o meno. Veniamo alla musica ed al consueto metal “a cappella”, vero e proprio trademark dei Van Canto. Rispetto al passato, mi sembra che l’atmosfera generale del gruppo sia un attimo più “oscura” rispetto al passato, quasi più dark e triste; sicuramente abbondano brani pesanti, meno ritmati (Bastian Emig inizi a risparmiarti per gli In Legend?). In questa scia troviamo, infatti, l’opener “Back in the lead”, il trittico “Neverland”-“Desert snake” e “Darkest days”, fino alla melanconica ballad finale “Heading home”. Manca insomma quell’atmosfera scanzonata ed allegra che avevo riscontrato nei precedenti lavori del gruppo tedesco. Non mancano invece le solite cover, anche se questa volta forse i Van Canto hanno mirato un po’ troppo in alto, andando a scegliere “Hells bells” degli AC/DC (da quel monumento che è “Back in black”, secondo album più venduto della storia della musica dopo “Thriller” di Michael Jackson, non so se mi spiego...), con un cantato roco che ricorda un po’ il mitico Brian Johnson; accanto a questa c’è anche “Ride the sky” degli Helloween che non viene proprio bene, dato che Inga Scharf non è Kai Hansen (a proposito, c’è anche lui nel brano come ospite, ma sostanzialmente si fatica a sentirlo!). Da evidenziare che è prevista un’edizione in digipack con un secondo cd, una sorta di “best of” in versione orchestrale di cui purtroppo non abbiamo avuto nulla a disposizione per la recensione e sul quale, di conseguenza, non siamo in grado di aggiungere altro. Tirando le somme, “Trust in rust” si ascolta comunque piacevolmente, non sarà certo ricordato come il punto più alto della carriera dei Van Canto, ma è comunque un buon disco; diciamo che, se ancora non conoscete il particolare metal “a cappella” dei tedeschi, sarebbe meglio approcciarvisi partendo dai dischi più vecchi, piuttosto che da questo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Agosto, 2018
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Non conoscevo i teutonici Diabolos Dust, attivi fin dal 2006 (dal 2003 al 2006 anche con il nome di “Erased”) e con alle spalle due albums ed un EP; così, quando è arrivato in redazione il loro terzo album, intitolato “The reaper returns”, mi sono incuriosito e messo al lavoro. Già dal titolo le similitudini con i loro connazionali Grave Digger mi sono sembrate evidenti; è poi bastato un semplice ascolto per darmene certezza, anche per via della voce roca ed aggressiva di Peter Lohwasser, una sorta di incrocio tra il mitico Chris Boltendahl e Michael Seifert dei Rebellion. Anche il sound è in un certo senso accostabile, anche se si presenta più duro rispetto al classico dei Grave Digger; nel sound dei Diabolos Dust, infatti, troviamo anche un approccio molto vicino al thrash (“Roll your dice” e “Dust” puzzano di Testament lontano un km!), che addirittura sfocia a tratti nel death melodico nella conclusiva “Hold on the flame” (chi ha detto Children of Bodom o Dark Tranquillity?). Il disco dura poco più di 36 minuti ed è un peccato perchè avrei gradito un altro paio di pezzi, visto che i 7 brani (+ la titletrack che è la solita inutile intro) si ascoltano tutti più che gradevolmente. Forse manca quella hit che varrebbe da sola l’acquisto del cd e che ti fa saltare dalla sedia mentre sei all’ascolto (anche se la tellurica “Fall of the Gods” ci va vicino); probabilmente il vocione roco del singer non ha particolari cambiamenti nel corso dei vari pezzi, risultando un po’ monotono, ma questo è uno stile canoro molto diffuso in Germania e, di conseguenza, bisogna considerare che può piacere anche a diversa gente. Cos’altro aggiungere allora? Se vi piace l’heavy/thrash made in Germany, credo che questo “The reaper returns” dei Diabolos Dust, pur se non particolarmente originale, possa fare al caso vostro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Agosto, 2018
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On My Command è la creazione del polistrumentista australiano Sean Mackay che si autoproduce il proprio debut album, intitolato “Apparition”, con splendida copertina realizzata niente meno che dal mitico Andreas Marschall (10 minuti di vergogna per chi non conosce questo artista!). Il sound del progetto di Mackay è un heavy/thrash piacevole da ascoltare, pur se non particolarmente originale. Il disco è composto da 9 pezzi tutto sommato gradevoli, cui si aggiunge la solita inutile intro ed una bonus track abbastanza avulsa dal contesto (quasi Sabbathiana nel suo incedere e nel suo flavour vintage) che immagino debba essere una cover di chissà quale sconosciuto artista, ma su cui non ci sono informazioni di alcun genere. L’album è anche ben suonato, quanto meno a livello chitarristico; purtroppo la registrazione abbastanza scadente, non mi ha permesso di assaporare decentemente quanto fatto dal basso; pare inoltre che ci siano anche delle tastiere che molto probabilmente non devo aver notato nei miei vari ascolti. Lo strumento più penalizzato è però la batteria, probabilmente non suonata direttamente da Mackay, ma realizzata in maniera poco azzeccata al pc, con un risultato che fa sembrare il rullante una specie di fustino del detersivo. Capisco che si tratta di un’autoproduzione e quindi bisogna fare di necessità virtù, ma aspettare di mettere da parte un po’ di soldini in più e realizzare un prodotto migliore (magari con un batterista vero in formazione...), sarebbe stato l’ideale per la buona riuscita e per esaltare le qualità di questo “Apparition”. Aspetto Sean Mackay ed il suo progetto On My Command alla prossima prova, sperando che ci sia una vera band attorno a lui e che si possa ascoltare qualcosa prodotto in maniera migliore.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Agosto, 2018
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I Candle arrivano dalla Svezia e sono stati fondati nel 2015 dal chitarrista Markus Janis; dopo aver firmato per la spagnola Fighter Records, a febbraio del 2018 hanno rilasciato il loro debut album, intitolato “The keeper’s curse”. Niente a che vedere con i “keepers” degli Helloween, dato che i Candle non suonano power metal, ma un robusto heavy metal al confine con il thrash, sonorità queste ultime che ritroviamo soprattutto nei riff delle due chitarre e nel drumming forsennato dell’ottimo Jorma Pihlajainen. Il disco è composto da 8 brani, cui si aggiunge l’immancabile inutilissima intro (da saltare per non sprecare minuti preziosi della propria vita); i vari ascolti che ho dato al lavoro degli svedesi sono stati indubbiamente piacevoli, anche se effettivamente manca una vera hit che valga da sola l’acquisto del cd. Il punto di forza dei Candle è nella voce del buon Erik Nordkvist, che forse qualcuno ricorderà anni fa nei mitici Blazon Stone; il singer, infatti, ha una voce pulita e squillante che si sposa a meraviglia con il sound della band, smussandone anche le spigolosità, ma senza perdere mai un grammo di aggressività. Ciò che invece i Candle potrebbero ancora migliorare (escludendo la futilità di una siffatta intro) è il songwriting; i brani più lunghi, infatti, sembra che perdano un attimo in efficacia, specie nella conclusiva “Vengeance”, la quale obiettivamente è il pezzo meno riuscito del lotto. L’altro pezzo lungo, “Frozen with fear”, almeno ha delle parti soliste chitarra e basso molto piacevoli e, con una piccola sforbiciata fra il terzo e quarto minuto, sarebbe sicuramente un ottimo brano. Trattandosi di un debut album siamo comunque su ottimi livelli e le qualità per fare ancora meglio di così non mancano certo a questi Candle. Per adesso “The keeper’s curse” viene promosso ampiamente ed attendiamo la prossima prova.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Agosto, 2018
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I Neophobia sono una band di Ferrara, fondata nel 2013, da non confondere con gli omonimi thrashers australiani, attivi negli anni ’90. A marzo 2018, il gruppo rilascia il proprio debut album autoprodotto, intitolato “Monstermind”, composto da 8 canzoni, cui si aggiunge la solita inutilissima intro (ma perchè tutti seguite questa moda??), per un totale di poco più di 40 minuti. Il sound della band ci è stato presentato come “symphonic metal”, anche se di orchestrazioni, per essere onesti, non ne ho ascoltate molte, complice anche il fatto che non c’è un tastierista fisso nella line-up, ma solo un ospite... forse sarebbe stato più corretto etichettare il sound come “female fronted melodic metal”, dato che a cantare è la giovane e valida Carmen Grandi, che non è la solita singer dall’impostazione lirica (in alcuni passaggi, ricorda la grande Giada "Jade" Etro dei Frozen Crown), ma che sa anche interpretare in maniera abbastanza espressiva le varie parti a lei riservate. Accanto alla voce femminile, c’è il growling cavernoso ed esagerato del chitarrista Nicola Manfrini che, sinceramente, mi ha stancato dopo pochi secondi; d’accordo nel voler incattivire un po’ il sound per non renderlo troppo stucchevole, ma ritengo che il suo stile sia fin troppo estremo, arrivando anche a rovinare la musica della band (basta ascoltare “Powerlust”, per rendersene conto). Ho ascoltato varie volte questo disco, devo dire anche abbastanza gradevolmente; non ho avuto però alcun sussulto, a causa forse della mancanza di una hit trascinante che possa sollevare le sorti del lavoro e renderlo superiore alla media dei tanti prodotti simili che, soprattutto qui in Italia, stanno venendo fuori di recente. La scarsa originalità, infatti, è un problema che assilla questo particolare settore, in cui per emergere è necessaria una forte dose di personalità. Probabilmente, in questo caso, non aiuta nemmeno la produzione, decente per essere auto-finanziata, ma ci si rende subito conto che, con un budget superiore a disposizione, si sarebbe potuto far meglio (specie per piatti e batteria). Sia chiaro però che “Monstermind” non è assolutamente male, piacevole anche dopo ripetuti ascolti, pur senza far gridare al miracolo. Credo che gli appassionati del metal melodico con voce femminile potranno apprezzare la musica dei Neophobia, a cui auguro ogni fortuna per il futuro.

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