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Fraser Edwards ed il suo italiano scorretto Fraser Edwards ed il suo italiano scorretto Hot

Fraser Edwards ed il suo italiano scorretto

recensioni

titolo
"The architect"
etichetta
Autoproduzione
Anno

TRACKLIST:
1. The architect
2. Stop saying we sound like Dragonforce
3. Warzone
4. The death zone
5. Ruination
6. Dio volendo lo faro
7. Among the stars
8. This world can be ours
9. Sorrow of the loneliest dragon
10. Crouching comrades, hidden Dragonforce
11. On my own (Bonus track)
12. Your song (Bonus track)

LINE-UP:
Fraser Edwards - Guitar, Bass, Keyboards
Ricki Carnie – Vocals
Graeme McDonald - Harsh Vocals
Andrew Scott – Drums
Dick Gilchrist – Drums

Guest:
Sergey Boykov - Guest Keyboard Solo

opinioni autore

 
Fraser Edwards ed il suo italiano scorretto 2020-07-04 10:12:22 Ninni Cangiano
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    04 Luglio, 2020
Ultimo aggiornamento: 05 Luglio, 2020
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Fraser Edwards è un chitarrista di Aberdeen in Scozia, presente sulla scena power underground da alcuni anni con il proprio progetto solista, in cui si occupa di suonare un po’ tutti gli strumenti, eccezion fatta per la batteria. Anche questa volta, dopo il debut album “I am God” del 2016, si occupa, oltre che delle chitarre, di basso e tastiere, lasciando la batteria al fido Andrew Scott che si alterna con Dick Gilchrist, mentre al microfono abbiamo la voce acuta di Ricki Carnie e l’harsh di Graeme McDonald che è fortunatamente presente solo nel brano “Ruination”, dato che sostanzialmente non c’entra un bel nulla con il power metal del combo britannico. Questo nuovo disco, intitolato “The architect”, è composto da 10 tracce, cui si aggiungono 2 bonus tracks, una intitolata “On my own”, immagino una cover, ma non ho informazioni al riguardo (di sicuro non quella di Nikka Costa), e la cover “metallizzata” della meravigliosa “Your song” di Elton John. Il resto dei pezzi si lascia ascoltare tra alti e bassi, anche se ci sono alcuni che sono decisamente fuori contesto; mi riferisco alla dancereccia “The death zone” (ancora tollerabile) ed alla strumentale “Crouching comrades, hidden Dragonforce”, decisamente ardua da mandar giù, tanto è difforme dal resto; entrambe sono apertamente rovinate dall’uso smodato delle tastiere. Le altre, invece, si fanno anche ascoltare piacevolmente, con un power che, nonostante Fraser Edwards lo neghi apertamente nel singolo “Stop saying we sound like Dragonforce”, non può non ricordare la band londinese di Herman Li e Sam Totman, sia per la velocità di fondo che per le trame della chitarra. Da annotare un grossolano errore nel titolo della sesta traccia chiamata “Dio volendo lo faro”, in cui il verbo al futuro “farò” viene sostituito dalla parola senza accento “faro” che evidentemente lo scozzese non ha idea di cosa significhi in realtà (nella sua lingua si tradurrebbe in “lighthouse”)… Ho controllato su diverse fonti, ma ovunque viene riportato il titolo con questo brutto errore, sintomo di approssimazione e superficialità. Tirando le somme, Fraser Edwards con questo “The architect” realizza un album con qualche chiaroscuro che ha nella tracklist alcuni brani decisamente fuori contesto (ed anche alquanto scadenti), ma anche altri certamente piacevoli (su tutti “This world can be ours”!) che permettono di raggiungere una piena sufficienza, a patto di sorvolare sul grave errore grammaticale di cui sopra.

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