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MaYaN - Dhyana MaYaN - Dhyana

MaYaN - Dhyana

recensioni

gruppo
titolo
Dhyana
etichetta
Nuclear Blast
Anno

1 - The Rhythm of Freedom

2 - Tornado of Thoughts (I Don't Think Therefore I Am)

3 - Saints Don't Die

4 - Dhyana 

5 - Rebirth from Despair

6 - The Power Process

7 - The Illusory Self

8 - Satori

9 - Maya (The Veil of Delusion) 

10 - The Flaming Rage of God 

11 - Set Me Free

opinioni autore

 
MaYaN - Dhyana 2018-09-22 14:23:14 Anthony Weird
voto 
 
5.0
Opinione inserita da Anthony Weird    22 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 23 Settembre, 2018
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Tornano i MaYaN, il super-gruppo gemello degli Epica che risorge quando questi ultimi, sempre più instancabili, finiscono il lavoro prefissato. Mark Jansen e friends -praticamente l’80% della formazione olandese- sfornano un altro lavoro di Symphonic Death Metal basato sulla cultura Maya tanto cara al leader, ed ecco quindi dopo il fantastico “Quarterpast” ed il leggermente più calante “Antagonize”, viene rilasciato il terzo lavoro in studio “Dhyana”, che si apre con le orchestrazioni in pieno stile Epica di “The Rhythm of Freedom” ed il suo blast beat da martello pneumatico: una manciata di scambi sulle ritmiche e si parte già sparati a mille. La voce alterna growl in secondo piano in un crescendo si armonie ed orchestrazioni, dove le lead vocals si accompagnano a cori femminili, quasi a voler sottolineare il rapporto identico eppur contrario con gli Epica: uno Yin e Yang musicale, che però vive della stessa linfa artistica. Linfa che pulsa potente e viva ed esplode sull’intro di “Tornado of Thoughts (I Don't Think Therefore I Am)”. Groove sinfonico che anticipa la ormai consolidata corsa in doppia cassa, mentre le tastiere disegnano fiumi fatti di arcobaleni oscuri. Bella sorpresa sono le voci femminili di Marcela Bovio e della nostrana Laura Macrì, che questa volta si ritagliano il proprio spazio e donano un ricamo unico, decorazioni che vanno ad arricchire una composizione già così articolata, rendendola quasi barocca. “Saints Don't Die” rallenta i toni e calma gli animi. Pianoforte e voce lirica per una canzone che aspetta il suo momento per esplodere. Devo dire che non ho apprezzato particolarmente le clean vocals, che a mio avviso smorzano non poco l’effetto totale donando quell’aura Power Metal che poco ha a che fare con la linea intrapresa ed il risultato ne risente inevitabilmente, ma la pinza all’intro sul finale cancella tutti questi pensieri negativi e mi lascio cullare da questo splendore in musica.
Arriva quindi la title-track “Dhyana”, chitarra acustica e voci femminili intrecciate in italiano e spagnolo, che spaziano dalle clean vocals di Marcela Bovio, al più raffinato lirico di Laura Macrì, in una danza totalmente estranea al metal, ma che qui trova, incredibilmente, la sua dimensione ideale. Ed il tutto è così sublime. Traccia numero cinque intitolata “Rebirth from Despair” e tornano le orchestrazioni maestose, miste ad un martellante Death Metal, potente e tecnico. Quello che colpisce sono i vocalizzi in secondo piano, come urla di fantasmi disperati, presenze in cerca di pace tra le rovine di una cattedrale gotica, il tutto arricchito, affiancato ed innalzato da cori e voci liriche, che vanno oltre il concetto di “Symphonic Metal” e ci regalano veri e propri crossover tra generi così apparentemente distanti tra loro, eppure così affini, che riescono a creare magia, meraviglia e splendore, quando uniti da mani sapienti e pregne di arte e bellezza, incanalate in musica.
Violoncelli in solitaria per “The Power Process”, che subito vengono affiancati da voci basse ed inquietanti. Con l’attacco di un basso potente e prepotente, tornano a farla da padrone le voci femminili delle due regine di casa MaYaN e, ammetto, mi rattrista non sentire neanche una sola nota della voce di Simone Simons, che ha dato il suo contributo ai passati lavori della band, ma tant’è, la Dea olandese regna in casa Epica, del tutto incontrastata. L’assolo (il primo che sento in questo album), molto deve a Kerry King, stessa rabbia, stessa squillante e aggressiva cacofonia, prima del finale molto alto, che ci accompagna fino a “The Illusory Self”, dove la carica iniziale, viene smorzata totalmente da inserti acustici, dove trova spazio la voce pulita di Henning Basse, totalmente oscurato dal lirico di Laura Macrì. Poi di colpo tutto esplode e tutto torna a tingersi di rosso e nero. La melodia invade il death metal dei nostri, che però non cala di mezzo tono, tutto è ad altissimi livelli di violenza ed aggressività, per non parlare della tecnica o della fantasia compositiva, che trasudano genialità. Forse il brano migliore, una vera perla, quando sento Laura cantare in italiano, tutto diventa veramente spettacolare. Carrellata sul finale in crescendo e si riprende fiato con il pianoforte iniziale di “Satori”. Intermezzo (?) lirico pregno di sinfonia, totalmente in italiano, che dona ulteriore carica e serve da apripista per caricare l’Hype (ancora di più!), per “Maya (The Veil of Delusion)”. Blast Beat molto secco, ed una impeto rabbioso che non si evolve in velocità, ma resta su binari più contenuti, almeno sulla prima parte, poi si lascia andare a riffing groove da headbanging, per un piatto che è capace di accontentare anche i più esigenti. Si torna leggeri solo per pochi secondi, prima che “The Flaming Rage of God”, scateni totalmente la sua furia. Melodic Death Metal che non conosce barriere o gabbie, furia mirata e tagliente come un bisturi, che colpisce nei punti esatti, dove fa più male, riuscendo a torturare nel migliore dei modi la nostra anima. Uno dei brani più complessi, e creativi, insieme a “The Illusory Self”, forse il vero punto di forza di tutto l’album, che comunque non conosce mai un calo di tono, mai una imprecisione o qualcosa che faccia storcere il naso, anzi, è una raffica di diretti e montanti da far invidia a Mike Tyson, tutti sparati a mille giusto in faccia! Ultimo step per “Set Me Free”, un brano molto melodico, che si sostiene su una batteria perfetta e trova forza negli intrecci vocali. Unica pecca, ancora una volta, sono le clean vocals, totalmente inutili e anche abbastanza bruttine… mi dispiace dirlo, ma che tuttavia non vanno a minare l’efficacia e la bellezza di questo pezzo, che anzi, è assolutamente degno dei suoi predecessori, soprattutto con un assolo del genere e, che sicuramente contribuisce ad arricchire tutto questo “Dhyana”.
Purtroppo gli undici pezzi finiscono qui, il secondo disco, contiene le versioni strumentali delle canzoni del primo. Si tratta di un grandissimo ritorno quello dei MaYaN, “Dhyana” è un album che sicuramente renderà giustizia a questa band, non relegandola ancora come “sorella” degli Epica, ma donandole la dignità propria, riconoscendole il grande valore che merita. Unica nota scolorita, sono le clean vocals di Henning Basse, che non me ne voglia, ma non sono riuscito veramente a digerire, ma, a parte questo piccolo neo, “Dhyana” è sicuramente superiore ad “Antagonize” e col tempo, vedremo se riuscirà a superare anche il mitico “Quarterpast”, perché qui, davvero si rasenta il capolavoro.
Da avere, da amare, ascoltare e riascoltare.

Anthony

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