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Lunga vita ai Paradise Lost! Lunga vita ai Paradise Lost!

Lunga vita ai Paradise Lost!

recensioni

titolo
Host (remastered)
etichetta
Nuclear Blast
Anno

PARADISE LOST: “HOST” – REMASTERED (1999/2018)

LINE UP:

Nick Holmes – voce

Gregor Mackintosh – chitarra solista, tastiere

Aaron Aedy – chitarra ritmica

Stephen Edmonson – basso

Adrian Erlandsson – batteria

 

TRACK LIST:

1.      So much is lost

2.      Nothing Sacred

3.      In all Honesty

4.      Harbour

5.      Ordinary Days

6.      It’s too Late

7.      Permanent Solution

8.      Behind the Grey

9.      Wreck

10.Made the Same

11.Deep

12.Year of Summer

13.Host

opinioni autore

 
Lunga vita ai Paradise Lost! 2018-04-14 16:19:29 MASSIMO GIANGREGORIO
voto 
 
4.5
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    14 Aprile, 2018
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Come dice il saggio: “esistono solo due generi di musica:quella buona e quella cattiva”
Signore e signori, recensire i Paradise Lost, comunque la si voglia vedere, significa avere a che fare con un pezzo non irrilevante della storia del rock in generale e poco importa se non trattasi di heavy metal in senso stretto.
Sono in circolazione dal lontano 1988, allorquando il cantante Nick Holmes ed il chitarrista Greg Mackintosh – in quel di Halifax (UK) – partorirono un monicker inizialmente votato al death/doom metal.
La Nuclear Blast ha pensato bene di rieditare – in versione rimasterizzata – il loro settimo album in studio della loro sterminata discografia, quel “Host” dato alla luce nel lontano 1999 che ha segnato il consolidamento della parentesi elettronica iniziata nel 1997 con l’album “One Second”.
Fase nell’ambito della quale i Paradise Lost misero accantonarono la matrice metal facendo prendere il sopravvento alla loro anima darkwave: chitarre ovattate e cristalline, ritmi meno tirati, inserti elettronici e concessioni al pop anni '80 di gruppi come Sisters of Mercy e Depeche Mode nonché alle sonorità di gruppi gothic rock come Bauhaus e The Mission.
La voce di Holmes subì un cambiamento radicale, passando ad una timbrica pulita e melodica.
Tantissimi headbangers storsero il naso, gridando alla bestemmia, al tradimento e lanciando anatemi all’indirizzo della band che, però, ha saputo continuare dritto per la propria strada, approfondendo il solco tracciato attraverso una sorta di ibridazione tra Black Sabbath e la dark wave elettronica anni ’80.
Chi, come me, ha avuto il privilegio di vivere appieno quel periodo, reso estremamente fertile dalla sequenza dettata dalla nascita del punk, della New Wave Of British Heavy Metal, della New Wave/post-punk, ricorderà benissimo l’apporto dato alla causa da bands come Joy Division, New Order, Sisters Of Mercy, Siouxie & The Banshees e compagnia bella.
Il marchio di fabbrica è rappresentato da un syth-dark-rock alquanto calmo e malinconico ma sempre ricco di pathos, tendente a ricreare delle atmosfere introspettive ed intriganti, fluttuanti su una cifra stilistica sempre elevata e caratterizzata da una certa innata raffinatezza di fondo tipica delle rock sensations provenienti dalla Terra d’Albione.
“Host” è come una collana di perle selvatiche: tutte sono differenti l’una dall’altra ma tutte sono bellissime e rendono l’insieme assolutamente prezioso.
Ecco perché risulta estremamente arduo citare alcuni dei 13 brani che compongono questa release che rimane scolpita negli annali dell’anima rock universale.
Long live Paradise Lost!
Max “Thunder” Giangregorio

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10
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