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Psilocyde Larvae: sperimentazioni dalla Russia Psilocyde Larvae: sperimentazioni dalla Russia Hot

Psilocyde Larvae: sperimentazioni dalla Russia

recensioni

titolo
The labyrinth of penumbra
etichetta
Buil2Kill Records
Anno

 

Track-list:

1. Soul trekking

2. Haunting

3. Shining shambhala

4. Trial by fire

5. Into the labyrinth

6. Contemplation

7. Fortress of time

8. River of remembrance

9. No escape

 

 

Line-up:

Vit “Larv” Belobritsky: vocals/guitars/samples

Ilya “Alan” Piyaev: drums

Andrey “Luke” Lukashkov : guitars

Alex “Liga” Legotin: bass

Dmitry “Chaos” Orekhov: keyboards

opinioni autore

 
Psilocyde Larvae: sperimentazioni dalla Russia 2012-11-12 09:41:47 Ninni Cangiano
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    12 Novembre, 2012
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Gli Psylocide Larvae arrivano dalla Russia, sono attivi da oltre un decennio e questo “The labyrinth of penumbra” è il loro quarto lavoro ufficiale, dopo l’esordio “Stigmata” del 2001, cui sono seguiti “Agony” nel 2003 e “Non-existence” nel 2008; mi auguro la band ed i propri fans mi perdonino ma, se non fosse stato per la Buil2kill Records (che ha pubblicato questo album), probabilmente avrei continuato ad ignorare l’esistenza di questa pur valida band. Gli Psylocide Larvae sono dediti ad un death metal molto sperimentale, con forti nfluenze dark e persino qualcosa di jazz-fusion, chiaramente ispirati da quanto hanno saputo fare maestri come Cynic ed, in minor misura, Aghora. Purtroppo, il limite di questa band, almeno per quello che ho avuto modo di ascoltare, a mio parere sta nel timore di osare e nel rimanere troppo ancorati ai classici stilemi death, il che li porta ad essere quel classico “ibrido” che è una via di mezzo e rischia di non “dare né di carne, né di pesce”... nel senso che chi, come me, adora i Cynic troverà interessanti questi Psylocide Larvae, ma non proprio convincenti; dall’altra parte, chi invece adora il death più classico, potrà trovare troppo “complicata” o cervellotica la musica di questa band. Stare sempre “al centro” e non schierarsi da una parte o dall’altra ha questo rischio, questa identità non troppo ben definita che non dispiace, ma non convince pienamente. Se musicalmente, infatti, abbiamo diverse interessanti sperimentazioni (prendere l’attacco di“Into the labyrinth” a titolo esemplificativo o l’intera “Fortress of time”, la migliore song del lotto!), la voce di Vit “Larv” Belobritsky è troppo legata al growling più cupo (quello adatto al death più estremo, per capirci) e presenta solo rare digressioni in altri stili, è insomma quasi sempre uguale in tutto l’album, il che mal si sposa con il genere sperimentale che la band vuole suonare. A fatica, ho provato ad isolare le musiche non prestando attenzione alla voce ed, indubbiamente, la considerazione verso questi musicisti e verso il loro lavoro è salita notevolmente! Ci vuole più coraggio, bisogna staccarsi dalle radici death e contaminare maggiormente, magari usando più spesso uno stile di canto differente, che siano clean vocals, screaming o addirittura cori in stile epico o lirico, ma questa via di mezzo, pur essendo abbondantemente sufficiente, grazie anche ad una certa originalità, non centra l’obiettivo, come invece meriterebbero le indubbie qualità nel songwriting.

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